L’ascesa del fascismo nel mondo

      Leonardo Boff

Nel mondo intero, incluso il Brasile, registriamo l’ascesa di idee fasciste e di atteggiamenti autoritari, che violano tutte le leggi e gli accordi, come si vede chiaramente nelle politiche del presidente degli USA Donald Trump, con il suo sciovinismo MAGA (Make America Great Again). Le promesse delle grandi narrazioni moderne sono fallite. Hanno prodotto enorme insoddisfazione e depressione, più o meno generalizzate, e ondate di rabbia e odio. Cresce la convinzione, soprattutto a causa del clamore ecologico, che il mondo così com’è non possa continuare. O cambiamo rotta o andiamo incontro a una catastrofe biblica. È in questo contesto che vedo il sinistro fenomeno del fascismo e dell’autoritarismo imporsi nella nostra storia.

Il termine fascismo fu usato per la prima volta da Benito Mussolini nel 1915, quando creò il gruppo “Fasci d’Azione Rivoluzionaria“. Il fascismo deriva dal fascio (fasci) di bastoni, strettamente legati insieme, con un’ascia attaccata a un lato. Un bastone può essere spezzato, un fascio è quasi impossibile. Nel 1922/23 fondò il Partito Nazionale Fascista, che durò fino alla sua caduta nel 1945. In Germania, si affermò a partire dal 1933 con Adolf Hitler, che, una volta diventato cancelliere, creò il Nazionalsocialismo, il partito nazista che impose al paese una dura disciplina, la sorveglianza e il terrore delle SS.

La sorveglianza, la violenza diretta, il terrore e lo sterminio degli oppositori sono caratteristiche del fascismo storico di Mussolini e Hitler e, tra noi, di Pinochet in Cile, di Videla in Argentina e nei governi di Figueiredo, Medici e, come tendenza, di Bolsonaro in Brasile.

Il fascismo originario è un derivato estremo del fondamentalismo che ha una lunga tradizione in quasi tutte le culture. S. Huntington, nella sua controversa opera “Lo scontro delle civiltà” (1996), denuncia l’Occidente come uno dei fondamentalisti più virulenti che, nelle sue guerre coloniali, ha mostrato chiari segni di fascismo. Lo si immagina il migliore dei mondi, insieme agli USA, il che gli conferirebbe, secondo loro, uno status eccezionale. Quando il presidente Donald Trump afferma “America first”, in realtà, intende “solo l’America” e al diavolo il resto del mondo.

Conosciamo il fondamentalismo islamico con i suoi innumerevoli attentati e crimini, e altri, anche da parte di gruppi della Chiesa cattolica attuale. Questi credono ancora che sia l’unica ed esclusiva Chiesa di Cristo, fuori della quale non c’è salvezza. Tale visione errata e medievale, pubblicata ufficialmente ancora nell’anno 2000 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI, nel documento “Dominus Jesus“, ha umiliato tutte le chiese, negando loro il titolo di chiese, definendole semplici comunità con elementi ecclesiali. Grazie a Dio, Papa Francesco, pieno di ragionevolezza e buon senso, ha invalidato tali distorsioni e ha favorito il riconoscimento reciproco delle chiese, tutte unite al servizio dell’umanità e alla salvaguardia del pianeta gravemente minacciato.

Tutti quelli che pretendono di essere portatori esclusivi della verità è condannato a essere un fondamentalista, con una mentalità fascistoide e senza dialogo con gli altri. Il Dalai Lama lo ha detto bene: non insista a dialogare con un fondamentalista. Abbi solo compassione per lui.

Qui vale la pena ricordare le parole del grande poeta spagnolo António Machado, vittima della dittatura di Franco in Spagna: “Non la tua verità. Ma la verità. Vieni con me a cercarla. La tua tienila per te”. Se la cerchiamo insieme, allora, essa sarà più completa.

Il fascismo non è mai scomparso del tutto, poiché ci sono sempre gruppi che, guidati da un archetipo fondamentale disintegrato dalla totalità, cercano l’ordine con ogni mezzo necessario. È il proto-fascismo odierno.

In Brasile, c’è stata una figura più esilarante che ideologica che proponeva il fascismo, in nome del quale giustificava la violenza, l’esaltazione della tortura e dei torturatori, dell’omofobia e della misoginia verso le minoranze LGBTQ+1. Sempre in nome di un ordine da forgiare contro il presunto disordine vigente, usando violenza simbolica e reale.

Sotto il condannato Jair Bolsonaro, il fascismo ha assunto una forma omicida e tragica: si è opposto al vaccino contro il Covid-19, ha incoraggiato gli assembramenti di massa e ha ridicolizzato l’uso delle mascherine e, ancora peggio, ha permesso che più di 300 mila delle 716.626 vittime morissero, senza alcun sentimento di empatia per le loro famiglie e i loro cari. È stata un’espressione criminale di disprezzo per la vita dei suoi compatrioti. Ha lasciato un’eredità sinistra.

Ma alla fine, il leader di questo rude proto-fascismo, Jair Messias Bolsonaro, ha forgiato un’organizzazione criminale con alti ufficiali militari e altri, tentando di organizzare un colpo di stato con l’eventuale assassinio delle massime autorità per imporre la sua rozza visione del mondo. Ma sono stati denunciati, processati e condannati, e così ci siamo liberati da un periodo di oscurità e crimini efferati.

Il fascismo è sempre stato criminale come si è visto di recente nello Utah negli Usa, con l’omicidio del fondamentalista Charlie Kirk, suprematista, anti-islamico e omofobo, falsamente proclamato martire. Sotto Hitler si è creata la Schoah (l’eliminazione di milioni di ebrei e altri). Ha usato la violenza come mezzo di relazionarsi alla società, e per questo mai potrà consolidarsi per lungo tempo. È la più grande perversione della socialità essenziale negli esseri umani.

Il fascismo si combatte con più democrazia e con la gente in piazza. Le motivazioni dei fascisti devono essere affrontate con la ragione sensata e con il coraggio di riaffermare i rischi che tutti corriamo. Si deve combattere duramente chi usa la libertà per eliminare la libertà. Dobbiamo unirci perché non abbiamo un altro pianeta, né un’altra Arca di Noè.

Leonardo Boff ha scritto: Fundamentalismo e terrorismo, Vozes 2009.(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Valutazione Etica Globale per la COP30

Leonardo Boff

La Presidenza della COP30 e il Global Ethical Assessment Circle, insieme al Movimento Globale della Carta della Terra, hanno lanciato un invito aperto a tutte le parti interessate a contribuire alla Valutazione Etica Globale (GES).

Pertanto, in qualità di membro della Earth Charter International, mi propongo di rispondere alle domande poste dalla Presidenza della COP30. Considero la Carta della Terra e l’enciclica di Papa Francesco, “Come prenderci cura della nostra casa comune“, le fonti ispiratrici per un’etica globale nei nostri tempi turbolenti.

Domande/Risposte:

1. Perché così spesso neghiamo o ignoriamo ciò che la scienza e i saperi tradizionali dicono sulla crisi climatica e condividiamo o tolleriamo la disinformazione, pur sapendo che le vite umane sono a rischio?

R/ La disinformazione è volontaria. Molti ricchi capi di stato e CEO di grandi aziende sono consapevoli dei rischi, poiché sono presenti e innegabili, come il riscaldamento globale, le inondazioni distruttive che hanno colpito intere città, gli immensi [e recenti] incendi in California, in Amazzonia e in Spagna, e persino la presenza di vari virus, in particolare il Coronavirus, che ha colpito l’umanità intera.

Negano questi dati chiari perché sono anti-sistemici. Il sistema del capitale oggi globalizzato è sempre più concentrato (1% contro il 99%). Prendere sul serio questi dati costringerebbe questo capitale a cambiare la sua logica, a prendersi cura della natura invece di sfruttarla eccessivamente, a coltivare la giustizia sociale ed ecologica. Non è sufficiente de-carbonizzare mantenendo la voracità dell’accumulazione. Come afferma la Carta della Terra: “Adottare modelli di produzione e consumo che proteggano le capacità rigenerative della Terra, i diritti umani e il benessere delle comunità” (§II, 7). Questo sistema disumano e privo di solidarietà non rinuncerà mai ai suoi vantaggi e privilegi. Seguendo la logica del capitale, prima o poi, ci troveremo di fronte a una grande tragedia ecologico-sociale che potrebbe avere ripercussioni sulla biosfera e, in ultima analisi, sulla sopravvivenza degli esseri umani su questo pianeta, che, essendo limitato, non può sostenere un progetto di crescita/sviluppo illimitato.

2. Perché continuiamo con modelli di produzione e consumo che pregiudicano i più vulnerabili e non sono in linea con la Missione 1,5°C?

R/ Non è nell’interesse del sistema dominante di produzione, che sfrutta eccessivamente la natura e i lavoratori, poiché ciò implicherebbe un passaggio da un paradigma di accumulazione a uno di sostegno a ogni forma di vita, sia umana che naturale (CT § I). I rappresentanti di questo sistema antepongono il profitto alla vita, la violenza contro la natura e gli esseri umani, la competizione al di sopra della pace e della collaborazione di tutti con tutti. Non sono consapevoli del fatto scientificamente provato dello “spirito di parentela con ogni forma di vita” (CT § Preambolo c). Questo sistema impedisce “la giustizia sociale ed economica e l’eliminazione della povertà come imperativo etico, sociale e ambientale” (CT III § 9). Nega il suo posto tra tutti gli esseri, poiché tutti sono importanti per comporre il Tutto. Il sistema di accumulazione, sia capitalista o in altro modo denominato, va contro la logica della natura e del processo di cosmo-genesi, poiché “tutti gli esseri devono essere trattati con rispetto e considerazione” (CT § III, 15), cosa che non fa. Qui risiede il suo vuoto etico.

3. Cosa possiamo fare per garantire che i paesi ricchi, i principali produttori e consumatori di combustibili fossili, accelerino le loro transizioni e contribuiscano a finanziare queste misure nei paesi più vulnerabili?

R/ Dobbiamo alimentare l’indignazione contro questo sistema che miete così tante vittime. Dobbiamo avere il coraggio di esercitare ogni tipo di pressione contro questo sistema che uccide e impegnarci a cambiarlo. Utilizzare i movimenti che “si prendono cura della comunità della vita con comprensione, compassione e amore” (CT § I, 2) e fare pressione su Stati e aziende. Saper usare le legislazioni esistenti che proteggono l’ambiente e limitano la concentrazione della ricchezza. Tutto questo è stato ottenuto grazie alla pressione dal basso. Ma l’indignazione e la pressione non bastano. Dobbiamo iniziare con qualcosa di nuovo e alternativo. La via più diretta e con buoni risultati è vivere e promuovere il bio-regionalismo. Valorizzare la regione e il territorio. Non quello stabilito con confini tracciati arbitrariamente dagli Stati, come i comuni. Dobbiamo abbracciare la regione così come la natura l’ha disegnata, con le sue foreste, i suoi fiumi, le sue montagne – in breve, la sua natura e le persone che abitano lì. Essa possiede la sua cultura unica, le sue feste e le sue personalità illustri: “si tratta di proteggere e ripristinare i disequilibri ecologici della Terra, con particolare attenzione alla diversità biologica e ai processi che sostengono la vita” (CT § II, 5). Un modo di produzione può essere realizzato con beni e servizi naturali locali, senza la necessità di grandi fabbriche o di trasporti estesi. Prendendo dalla natura ciò di cui abbiamo bisogno e rispettandone i ritmi e dandole il tempo di riprendersi (§ tutto il capitolo II: Integrità ecologica). È possibile e praticabile “costruire società democratiche che che siano eque, partecipative e pacifiche” (CT ​​§ I, 3), riducendo significativamente la povertà e persino superandola. Il centro è la comunità umana e di vita, e tutto il resto è al servizio di questo centro. Il risultato è il raggiungimento di uno stile di vita sostenibile, come affermato nella Carta della Terra (§ La Via da Seguire), e con il suo sviluppo sostenibile, appropriato a quella regione. Oggi, ci sono innumerevoli regioni nel mondo che vivono questo progetto con grande integrazione di tutti. L’intera Terra potrebbe essere come un arazzo di bio-regioni che interagiscono tra loro e si aiutano a vicenda, preservando così la sostenibilità dell’intero pianeta Terra.

4. Quali tradizioni, storie o pratiche (culturali, spirituali) della sua comunità ci insegnano a vivere in maggiore equilibrio con la natura?

R/ Molte città ripiantano alberi autoctoni in strade e piazze. Altre conducono campagne per riforestare spazi degradati o pulire i fiumi dai rifiuti, specialmente plastica e altri, garantire foreste ripariali lungo tutti i fiumi e i torrenti, incoraggiare l’agricoltura agro-ecologica nei campi e la coltivazione di ortaggi e altri prodotti naturali negli spazi tra gli edifici o sui tetti. Stabilire anche un rapporto amichevole tra consumatori urbani e produttori rurali. Visitandosi mutuamente e scambiandosi saperi. Questo crea una vera democrazia di produzione e consumo.

5. Considerando che dobbiamo garantire la diversità nella collettività, come possiamo mobilitare più persone, leader, corporazioni, imprese e nazioni per sostenere cambiamenti giusti ed etici nella lotta alla crisi climatica? Quali idee e valori potrebbero ispirarci in questa missione?

R/ In primo luogo, dobbiamo condividere ogni tipo di informazione sullo stato della Terra e sulle minacce che gravano su di essa, al punto da mettere in pericolo la biosfera e l’esistenza umana. Qui, è importante fornire dati sull’Earth Overshoot, ovvero la quantità di suolo e di mare di cui abbiamo bisogno per garantire la sussistenza dell’umanità. Si è verificato che la Terra è in rosso. Nel 2024, nei primi sette mesi dell’anno, abbiamo consumato tutti i beni e i servizi rinnovabili della Terra che garantiscono la vita. Attualmente abbiamo bisogno di quasi due Terre per soddisfare il consumo umano, in particolare il consumo opulento dei paesi ricchi, a scapito di gran parte dell’umanità che non possiede cibo a sufficienza e soffre la mancanza di acqua potabile e infrastrutture igienico-sanitarie (CT § III, 10). Solo nel 2024, abbiamo rilasciato nell’atmosfera 40 miliardi di tonnellate di CO², che vi rimangono per cento anni, insieme a 20 miliardi di tonnellate di metano, che è 28 volte più dannoso della CO², sebbene rimanga nell’atmosfera per circa 10 anni. Tutto questo inquinamento produce un effetto serra che riscalda sempre di più il pianeta. Si è ormai superato il livello sopportabile di +1,5 °C. Nel 2025, è a +1,7 °C, al di sopra dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi del 2015, che mirava a raggiungere questo livello solo entro il 2030. Il riscaldamento globale è stato anticipato e ha avuto gravi conseguenze umane, con temperature superiori a 40-45 °C nei paesi europei e freddo intenso nel Sud del mondo. La scienza è arrivata in ritardo e non può né arrestare né invertire questo riscaldamento, ma solo avvertire del suo arrivo e mitigarne gli effetti dannosi. Quando la Terra si stabilizzerà al suo nuovo livello climatico? Se le temperature fossero intorno ai 38-40 °C, molte vite non saranno in grado di adattarsi e scompariranno, sia nella natura che nell’umanità. Non abbiamo nemmeno menzionato una possibile guerra nucleare con “distruzione reciproca assicurata” che porrebbe fine alla vita umana. O un altro tipo di guerra utilizzando l’Intelligenza Artificiale Generale, attraverso la quale una potenza può immobilizzarne un’altra in modo tale che nulla possa funzionare: energia, automobili, aerei, razzi, mezzi di comunicazione, fino al punto di mettere in ginocchio l’altra nazione. Questa guerra non è impossibile. Non distrugge nulla, ma soggioga un’intera nazione o l’intera umanità, un dispotismo cibernetico che controllerebbe tutto, persino la vita privata. Un’IA autonoma potrebbe decidere che la specie umana non è più conveniente e stabilire di sterminare la vita sulla Terra.

Tutto questo desolante scenario ci porta a postulare un nuovo paradigma, suggerito dalla Carta della Terra e dalle due encicliche di Papa Francesco: Laudato Si’: sulla cura della nostra casa comune (2015) e la Fratelli Tutti (2020).

La Carta della Terra afferma chiaramente:

Siamo in un momento critico nella storia della Terra, un’epoca in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro… La nostra scelta è: o formiamo un’alleanza globale per prenderci cura della Terra e gli uni degli altri, o rischiamo la nostra distruzione e la distruzione della diversità della vita” (2003, Preambolo).

Oppure Papa Francesco:

Siamo tutti sulla stessa barca: nessuno si salva da solo; o ci salviamo tutti, o periamo tutti” (Fratelli Tutti n. 34).

La ​​Carta della Terra invoca il rispetto e la cura per tutto ciò che esiste e vive, e per la responsabilità universale (§ I, 1). Il Papa sottolinea il passaggio dal dominus – paradigma della modernità e prevalente nel mondo – l’essere umano come padrone e signore della natura senza sentirsi parte di essa, al frater, l’essere umano fratello e sorella di tutti gli esseri. Poiché tutti provengono dalla stessa polvere della Terra; tutti hanno lo stesso codice biologico di base (i 20 amminoacidi e le 4 basi azotate); l’essere umano si sente parte della natura, non suo padrone e signore, essendo la sua missione quella di prendersi cura e custodire il Giardino dell’Eden (la Terra). La fraternità universale deve essere, innanzitutto, tra tutti gli esseri umani, formando la grande comunità umana e terrena” (Fratelli tutti, n. 6).

Questo sarebbe il nuovo paradigma. Il centro sarebbe la vita in tutta la sua diversità. L’economia, la politica e la cultura al servizio della vita.

È importante sottolineare che un’etica della cura, della responsabilità generale e della fraternità/sorellanza universale non può essere garantita da sola senza la spiritualità naturale. Questa non deriva direttamente dalla religione, anche se può rafforzarla, ma dalla propria natura umana. Questa spiritualità naturale è parte della natura umana tanto quanto l’intelligenza, la volontà e la sensibilità. Essa si rivela attraverso l’amore incondizionato, la solidarietà, l’empatia, la compassione, la cura e la riverenza per la totalità della natura e dell’universo e per il Creatore di tutte le cose. È l’esperienza della spiritualità naturale con i suoi valori che sostiene i comportamenti etici, necessari per salvaguardare la vita sulla Terra.

Solo questo nuovo paradigma può garantire il futuro della vita in generale, della vita umana e della sua civiltà. Altrimenti, potremmo unirci alla processione di coloro che si dirigono verso il loro fossa comune. Ma come afferma la Carta della Terra: “Le nostre sfide ambientali, economiche, politiche, sociali e spirituali sono interconnesse e insieme possiamo forgiare soluzioni inclusive” (CT § Preambolo c). È qui che risiede la soluzione alla nostra crisi planetaria. Pertanto, prevale la speranza che l’essere umano possa cambiare rotta e inaugurare una nuova fase nell’avventura umana sul pianeta Terra.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

         Pace e guerra sotto Trump

     Leonardo Boff*

Jamil Chade, giornalista brasiliano e internazionale, ha espresso molto bene il progetto geopolitico di Donald Trump: “Egli ha già chiarito: non si impegnerà nella diplomazia. Agirà con la forza, sia militare che economica e commerciale. La sua costruzione di un nuovo ordine non implica la pace. Ma piuttosto la capitolazione dell’avversario”. Gli accordi tariffari con quasi tutti i paesi sono più imposizioni sue che il frutto di una negoziazione. Questa si chiama capitolazione. È merito del governo brasiliano, riconosciuto da figure di spicco dell’economia e della politica mondiale, non essersi piegato, ma di aver respinto sovranamente l’imposizione di dazi del 50% sui nostri prodotti, per ragioni ingiustificabili. Trump è un militarista e un imperialista.

Pertanto, dobbiamo ricercare le cause nascoste dietro questo imperialismo e la negazione della diplomazia, con la minaccia di guerra e capitolazione. È la sua volontà di dominio, secondo il mantra “un mondo – un solo impero” (quello degli USA). È importante riconoscere che esiste un grave conflitto di interessi geopolitici, etnici ed economici, nonché l’esistenza di profonde disuguaglianze, soprattutto nel Sud globale, rispetto al Nord globale, che potrebbero minacciare l’impero costituito.

È essenziale identificare queste connessioni occulte, come condizione per comprendere la geopolitica di Trump e anche per raggiungere una pace vera e duratura. La risposta non è un’altra guerra. M una pace disarmata e disarmante, secondo l’attuale Papa. Questa pace disarmata utilizza mezzi politici, diplomatici e la partnership con altri governi che a loro volta vogliono la pace, con i movimenti sociali, con la mobilitazione delle religioni e chiese e il coinvolgimento con gruppi che praticono alternative.

Chico Mendes in Amazzonia era un sostenitore di questo tipo di pace disarmata. Ha mobilitato le popolazioni della foresta, i raccoglitori di caucciù e i popoli indigeni per contrastare gli avamposti della deforestazione, organizzando i famosi “empates” (sit-in di persone di ogni tipo – bambini, donne, anziani e lavoratori con i loro attrezzi di lavoro – che si schieravano davanti ai trattori che distruggevano la foresta).

Questo tipo di pace, che si oppone alla violenza, è allo stesso tempo una geopolitica con la sua strategia e tattica, ma anche uno spirito di pace profonda che rinuncia all’uso della violenza come mezzo per risolvere e gestire i conflitti, impegnandosi a renderli il più possibile non distruttivi. Così è antimperialista ed esclude la guerra come mezzo per creare un nuovo ordine tra le nazioni, come vuole Trump. La guerra è perversa perché decima vite, soprattutto, innocenti come nella Striscia di Gaza. Essa si oppone frontalmente al comandamento transculturale: “non uccidere”.

La pace armata non mira alla pace, ma è una pacificazione imposta da Trump. Essa presuppone che la realtà sia un’arena in cui si combattono costantemente conflitti e guerre. La coesistenza tra individui, comunità e popoli è possibile, ma minacciata da continue rotture. Gli stati-nazione e i paesi centrali che egemonizzano la condotta della storia sono campi di battaglia per il potere, per determinare chi è il più forte, con l’eventuale “distruzione reciproca assicurata”.

Il grande giurista e politologo Carl Schmitt (1888-1986), nel suo libro Le categorie del ‘politico’ (il Mulino, 2014), sostiene la tesi che l’identità di un popolo si definisce e si riafferma nella misura in cui è in grado di identificare un nemico e di impegnarsi in un combattimento permanente, attraverso il pregiudizio, la diffamazione e la demonizzazione dell’altro. Non a caso, fu l’ideologo di Adolf Hitler. Carl von Clausewitz (1780-1831: Sulla guerra, 1976) attribuisce centralità alla guerra nella condotta della storia e vede la politica come una guerra condotta con altri mezzi.

Furono proprio queste visioni di violenza a dare origine all’omicidio amministrativo praticato dal colonialismo europeo in Africa, in America Latina e in Asia, decimando milioni di indigeni in pochi anni, come accadde in Messico e nei Caraibi nel XVI secolo.

Con la guerra totale, inaugurata da Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, si somma la “fabbricazione sistematica di cadaveri nei campi di sterminio nazisti” (Hannah Arendt). Queste “fabbriche di sterminio” non avevano alcuna necessità militare. Lì prevaleva l’esecuzione banale, burocratica e tecnica della morte, senza alcun scrupolo e senza qualsiasi sentimento morale. Era la pura espressione del razzismo e dell’odio. Solo nel XX secolo, sono state uccise 200 milioni di persone nelle numerose guerre che si verificarono. Ciò rappresenta un alto livello di barbarie e negazione di qualsiasi principio di civiltà.

Infine, negli ultimi anni sono emerse armi di distruzione di massa, in particolare quelle che utilizzano l’Intelligenza Artificiale Generale con i suoi miliardi di algoritmi, in grado di spazzare via la specie umana e gran parte della biosfera.

Questa modalità di guerra ha profondamente alterato la percezione che l’essere umano ha di sé stesso. Egli può autodistruggersi. La sua fine non deriva da un cataclisma naturale o dalla volontà divina, ma dalle proprie decisioni umane o dalla delega a un’intelligenza artificiale autonoma, le cui decisioni sfuggono al controllo umano. Dopo essersi appropriato dell’alfabeto genetico della vita, l’essere umano finisce per appropriarsi della propria morte.

Questo fatto assume dimensioni metafisiche che ci fanno pensare su chi sia l’essere umano e sul suo posto nell’universo. Lui è stato l’ultimo degli esseri superiori a entrare nel processo evolutivo: sarà che non lo sia stato per porre fine a questo processo, diventando il grande killer del nostro sistema solare e colpendo l’intero processo della cosmogenesi?

Sono queste constatazioni altamente perverse che affollano la mente di Trump. È stato scoperto che gli USA, sin dalla loro fondazione, sono sempre stati coinvolti in qualche tipo di guerra, avendo conosciuto solo 17 anni di pace tra le guerre.

Questo non significa che non abbiamo più fiducia nell’essere umano, capace di creare relazioni pacifiche e lasciando così spazio a una pace disarmata e non alla guerra.

Leonardo Boff è un ex professore presso l’Università Statale di Rio de Janeiro (UERJ), professore ospite in diverse università straniere e autore di oltre cento libri su vari argomenti.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

La rilevanza della compassione nella situazione attuale

Leonardo Boff

Attualmente stiamo assistendo a guerre in molti paesi, soprattutto nella Striscia di Gaza, dove è in corso uno dei più grandi genocidi della storia recente, nella guerra contro l’Ucraina dove migliaia di persone, specialmente giovani, sono uccise sotto l’incessante attacco della Russia e così in altri luoghi, in particolare in Africa.

Come non indignarci per il genocidio di migliaia di bambini innocenti che non hanno nulla a che fare con la guerra di Israele contro Hamas, che prende di mira indiscriminatamente l’intera popolazione della Striscia di Gaza, mirando a sterminare, specialmente bambini e giovani che in futuro potrebbero essere contro lo Stato di Israele.

L’etica per essere pienamente umana, deve incorporare la compassione. C’è tanta sofferenza nella storia, troppo sangue versato sul nostro cammino e l’infinita solitudine di milioni e milioni di persone, che si caricano da sole, nel loro cuore, la croce dell’ingiustizia, dell’incomprensione e dell’amarezza. L’ethos compassionevole vuole includere tutti questi nell’ethos planetario, cioè nella Casa Comune, nella quale c’è accoglienza e le lacrime possono essere versate senza vergogna o asciugate amorevolmente. La compassione è l’etica naturale degli operatori sanitari, soprattutto di coloro che hanno intrapreso servizi di cure palliative, ora approvate ed eseguibili attraverso il Sistema Sanitario Unificato (SUS)[1]. Il movimento nazionale Premier Cuidados Paliativos, promosso dal generoso Dr. Samir Salman, sovrintendente dell’Instituto Premier di San Paolo, coinvolge centinaia di medici, infermieri e infermiere che hanno intrapreso la pratica delle cure palliative.

Per Tommaso d’Aquino, “la compassione è la più alta di tutte le virtù perché non solo apre una persona all’altra, ma perché la apre anche ai più deboli e bisognosi di aiuto; in questo senso, costituisce una caratteristica essenziale della Divinità” (S. Theologica II.q.30 a.4 c).

Ma prima, dobbiamo impegnarci in una terapia del linguaggio, perché la compassione, nell’interpretazione comune, ha connotazioni peggiorative. Avere compassione significa provare pietà per un altro perché lo si considera indifeso, privo dell’energia interiore per rialzarsi. Presuppone l’atteggiamento di chi guarda dall’alto in basso, umiliandolo.

Nel cristianesimo primitivo, tuttavia, la com-passione era sinonimo di misericordia, quell’atteggiamento generoso che desidera condividere la propria passione con l’altro e non lasciarlo solo nel suo dolore. Questa non è fare “carità”, criticata dal poeta e cantautore argentino Atauhalpa Yupanqui: “io disprezzo la ‘carità’ per la vergogna che comporta. Sono come il leone di montagna che vive e muore in solitudine”. Diversamente gli esseri umani sono, in generale, accompagnati nel tramonto della loro vita da persone care che li circondano di cure palliative.

Nel buddismo, la compassione è considerata la virtù personale di Buddha. Pertanto, è centrale e si collega alla domanda che ha dato origine al buddismo come percorso spirituale: “qual è il modo migliore per liberarci dalla sofferenza?”. La risposta di Buddha fu: “attraverso la com-passione, attraverso l’infinita com-passione”.

Il Dalai Lama aggiorna questa risposta ancestrale in questo modo: “aiuta gli altri ogni volta che puoi e, se non puoi, non far loro mai del male e abbi sempre compassione”.

Due virtù realizzano la compassione: il distacco e la cura. Attraverso il distacco, rinunciamo a qualsiasi senso di superiorità verso gli altri e li rispettiamo così come sono. Attraverso la cura, ci avviciniamo a loro e ci facciamo carico del loro benessere, soccorrendoli nella sofferenza.

La compassione è forse il maggiore contributo etico e spirituale che l’Oriente abbia dato alla cultura mondiale. Ciò che rende penosa la sofferenza non è tanto la sofferenza in sé. Ma la solitudine nella sofferenza. Il buddismo, e anche il cristianesimo, invitano a stabilire una comunione nella sofferenza affinché nessuno sia lasciato solo e indifeso nel proprio dolore.

La grande vergogna è constatare che i paesi europei, con radici cristiane, creatori dei diritti umani e dell’idea di democrazia, abbiano sostenuto la guerra genocida di Netanyahu contro Hamas e il popolo palestinese.

Come l’amore e la cura, la compassione ha una portata illimitata di realizzazione. Non si restringe appena agli esseri umani. Ma a tutti gli esseri viventi e al cosmo. L’ideale buddista e francescano di compassione ci insegna come relazionarci adeguatamente con la comunità della vita: innanzitutto, rispettare ogni essere nella sua alterità, poi stabilire un legame affettivo con esso, prendercene cura e, soprattutto, rigenerare quegli esseri che soffrono o sono minacciati di estinzione. Solo allora potremo beneficiare dei loro doni, nella giusta misura e con responsabilità, in funzione ciò di cui abbiamo bisogno per vivere in modo sufficiente e dignitoso.

Di fronte a tante sofferenze nell’umanità e all’aggressione sistematica alla Madre Terra, la compassione è un imperativo umanistico ed etico.

Leonardo Boff, insieme a Werner Müller, ha scritto “O princípio de compaixão e de cuidado, Vozes 2000; “A justa medida: como equilibrar o planeta Terra, Vozes 2023.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


[1] È il sistema esistente in Brasile, analogo per molti aspetti al Servizio Sanitario Nazionale esistente in Italia.