È possibile la fraternità umana universale con tutte le creature? (2). Un testo di Leonardo Boff

Pubblichiamo, in esclusiva per l’Italia, la seconda e ultima parte, del testo del teologo brasiliano Leonardo Boff sulla fraternità umana. La prima parte è stata pubblicata lo scorso 31 gennaio (confini/leonardo-boff). February 4, 2021 7:16 pm RAI NEWS

L’unità della creazione: tutti fratelli e sorelle, gli esseri umani e la natura

Francesco ha cercato instancabilmente l’unità del creato, mediante la fraternità universale, un’unità che include gli esseri umani e gli esseri della natura. Tutto inizia con la fraternità con tutte le creature, amandole e rispettandole. Se non coltiviamo questa fraternità con loro, sarà la fraternità umana che diventa meramente retorica, o al massimo giuridica o morale. Ma siccome la fraternità non prevale, questa è frequentemente violata per questo motivo, perché chi stabilisce l’ordine è il vecchio demone del potere, non come servizio al bene comune, ma come forma di dominio o imposizione di un ordine. Questo, per sua natura, definisce chi è dentro e chi è fuori. Regnano le esclusioni. Di conseguenza si è persa la fraternità universale.

Curiosamente, il celebre antropologo Claude Lévy Strauss, che per molti anni ha insegnato e svolto ricerche in Brasile e ha imparato ad amarlo (vedi il suo libro “Saudade do Brasil”), di fronte alla terrificante crisi della nostra cultura, suggerisce lo stesso rimedio di San Francesco:

“Il punto di partenza deve essere un’umiltà principale: rispettare tutte le forme di vita … prendersi cura dell’uomo senza preoccuparsi di altre forme di vita è, che ci piaccia o no, portare l’umanità a opprimere se stessa, aprire la via dell’auto-oppressione e dell’auto- sfruttamento” (Le Monde 21-22 gennaio 1999). Di fronte alle minacce planetarie, ha anche affermato: “La Terra è emersa senza l’essere umano e potrebbe continuare senza l’essere umano”.

Torniamo al nostro momento storico: il confinamento sociale ci ha creato le condizioni involontarie per farci questa domanda fondamentale: Cos’è essenziale: la vita o il profitto? La cura della natura o il suo sfruttamento illimitato? Infine, quale Terra vogliamo? Quale Casa Comune vogliamo abitare? Esclusivamente tra esseri umani o insieme a tutti gli altri fratelli e sorelle della grande comunità della vita, realizzando l’unità del creato?

Durante la pandemia, il Papa si è preso il tempo per riflettere su questa epocale questione. L’ha espressa in termini gravi, quasi disperati nella Fratelli tutti, anche se, da uomo di fede, ha mantenuto e riaffermato la speranza. Il sopravvissuto del campo di sterminio nazista, Eloi Leclerc, l’ha ricollocata in una forma esistenziale e angosciata, ma con cenni di speranza, dentro frequenti soprassalti della memoria inappellabile degli orrori subiti nei campi di sterminio nazisti.

Se non può essere uno stato, la fraternità può essere un nuovo tipo di presenza nel mondo.

Francesco ha vissuto personalmente la fraternità universale. Ma a livello globale ha fallito. Dovette ricomporsi con un ordine e un potere. E lo fece senza amarezza, riconoscendo e accogliendo la sua inevitabilità. È la tensione permanente tra il carisma e il potere. Il potere è una componente dell’essenza dell’essere umano sociale, che vive con altri. Il potere non è una cosa (lo stato, il presidente, la polizia) ma una relazione. Allo stesso tempo, assume la forma di un’istanza di direzione sociale. Tuttavia, dobbiamo qualificare la relazione e la direzione. Entrambi sono al servizio del bene di tutti o a quello di gruppi, che allora si rivela come dominio.

Per evitare questa forma di potere/dominio (il demonio che la abita), prevalente nella modernità, deve essere sempre pensata e vissuta a partire dal carisma. Questo rappresenta il limite al potere per garantire il suo carattere di servizio alla vita e al bene di tutti e per evitare la tentazione del dominio e persino del dispotismo. Il carisma è sempre creativo e mette a dura prova il potere costituito. Per questo è scomodo e, spesso, frenato e messo a tacere, anche all’interno della Chiesa-grande-istituzione.

Rispondendo alla domanda se sia possibile una fraternità universale: nell’ambito del mondo in cui viviamo sotto l’impero del potere-dominio sulle persone, sulle nazioni e sulla natura, si distruggono definitivamente le basi di una fraternità umana. Non è globalmente possibile. “Qui non c’è alcun percorso”(San Giovanni della Croce).

Il tempo di San Francesco e il nostro tempo

Francesco di Assisi, nel quadro tormentato del suo tempo, nel tramonto del feudalesimo e agli albori dei comuni, mostrò la reale possibilità di creare, almeno a livello personale, una fraternità senza limiti. Ma il suo impulso lo portava più lontano: creare una fraternità globale unendo i due mondi, il mondo musulmano del sultano egiziano Al Malik al-Kâmil, con il quale aveva una grande amicizia, con il mondo cristiano sotto il pontificato di Papa Innocenzo III, il più potente della storia della Chiesa.
Avrebbe realizzato il suo sogno più grande, una fraternità veramente universale, nell’unità della creazione, fraternizzando l’essere umano con altri esseri umani, anche di religioni diverse ma uniti con tutti gli altri esseri della creazione.

Quello spirito fraterno, nell’ambito delle forze distruttive dell’antropocene e del necrocene regnante, si confronta con una situazione totalmente diversa da quella vissuta da Francesco di Assisi. Non ci si chiedeva se la Terra e la natura avessero un futuro oppure no. Si presupponeva che tutto fosse garantito. Lo stesso accadde nella grande crisi economica e finanziaria del 1929. Nessuno fece la domanda sui limiti della Terra e dei suoi beni e servizi non rinnovabili. Era un presupposto dato per certo perché, per tutti, appariva come uno scrigno di risorse illimitate, base per un’altrettanta crescita illimitata. Oggi non è più così. Tutto si è sbiadito, in quanto sappiamo che possiamo distruggere e scuotere le basi fisiche, chimiche ed ecologiche che sostengono la vita.

Lo spirito di fraternità come esigenza per la continuità della nostra vita sul pianeta

Non siamo di fronte a un’opzione, che possiamo scegliere o no. Ma di fronte a un’esigenza di continuità della nostra vita su questo pianeta. C’incontriamo in una situazione di vita o di morte per la nostra specie e la nostra civiltà. Il Covid-19 che ha colpito l’intera umanità può essere interpretato come un segno della Madre Terra che non possiamo continuare con il dominio e la devastazione di tutto ciò che esiste e vive. O facciamo, come avverte Papa Francesco di Roma alla luce dello spirito e del nuovo modo di essere nel mondo di Francesco di Assisi, “una conversione ecologica radicale” o mettiamo a repentaglio il nostro futuro come specie.

“Le previsioni catastrofiche non possono più essere guardate con disprezzo e ironia. Il nostro stile di vita e il nostro consumismo insostenibili non possono che portare a catastrofi” (Laudato Si n.161). Nella Fratelli tutti è più schietto: “Siamo sulla stessa barca, nessuno si salva da solo, è possibile solo salvarci insieme” (n.32). Questa è l’ultima carta per l’umanità.

L’emergere delle condizioni per una fraternità universale

Ma ecco che sorge una nuova alternativa possibile: un salto nello stato di coscienza che permetterà all’umanità di vedere che la soluzione più sensata e saggia è prendersi cura dell’unica Casa Comune, la Terra, vivendovi dentro, tutti, come fratelli e sorelle, natura inclusa.

Certamente l’umanità non è condannata all’autodistruzione, né dalla volontà del potere-dominio né dall’apparato militare, capace di eliminare ogni forma di vita. L’umanità ha sempre imparato dalle sue crisi e sconfitte.

Potrebbe arrivare un momento in cui l’umanità si renda pienamente conto che può autodistruggersi attraverso una fenomenale crisi ecologica, sociale e sanitaria (attaccata da virus letali o da una guerra nucleare). Capirà che è preferibile vivere fraternamente nella stessa Casa Comune, piuttosto che arrendersi a un suicidio collettivo.

Sarà, allora, un dato della coscienza collettiva quanto ripete da un capo all’altro l’enciclica Laudato Si: siamo tutti legati gli uni agli altri, siamo tutti interdipendenti e sopravvivremo solo insieme. Tutto sarà relazionale, anche le imprese, generando un equilibrio generale basato sull’altruismo, la solidarietà e la cura comune di tutte le cose comuni (acqua, cibo, casa, sicurezza, libertà e cultura ecc.). Tutti si sentiranno cittadini del mondo e membri attivi delle loro comunità.

Ci sarà un governo planetario plurale (di uomini e donne, rappresentanti di tutti i paesi e le culture) che cercherà soluzioni globali ai problemi globali. Andrà in vigore una iper-democrazia terrena. La grande missione collettiva è costruire la Terra, come già nel deserto del Gobi, in Cina, negli anni del 1933, immaginava Pierre Teilhard de Chardin.

Assisteremo all’emergere lento e sostenibile della noosfera, cioè di menti e cuori sintonizzati sull’unico pianeta Terra. Questo è il nostro atto di fede. Ora saranno date le condizioni del sogno di Francesco di Assisi e Francesco di Roma: una vera fraternità umana con gli altri fratelli e sorelle della natura.
Ripetiamo: se nelle attuali condizioni determinate dal potere-dominio, la fraternità universale non può essere vissuta come uno stato permanente, può essere realizzata come uno spirito, come una nuova presenza e un modo di essere, capace di permeare tutte le relazioni anche all’interno dell’ordine attuale non fraterno.
Ma questo è possibile solamente a condizione che ciascuno sia umile, mettendosi insieme agli altri e ai piedi della natura, superando le disuguaglianze e vedendo in ogni persona un fratello e una sorella, posti sullo stesso humus terreno dove sono le nostre origini comuni e sul quale conviviamo.

Spetta a noi come persone e come comunità pensare e ripensare con la massima serietà, porre e riproporre questa domanda: “Non è un sogno puro e un’utopia impraticabile cercare uno spirito di fraternità universale tra gli esseri umani e con tutti gli esseri della natura”.

Sicuramente sarà l’unica via d’uscita che potrà salvarci. Papa Francesco crede e spera che questa sia il cammino. Può essere tortuoso, in salita e discesa, ma è il percorso giusto. Dobbiamo rispondere con urgenza, poiché il tempo corre contro di noi. O accogliamo la proposta della figura che più ci ispira di tutto l’occidente, l’umile Francesco di Assisi, come lo chiama Tomás Kempis, autore della Imitazione di Cristo e ripreso in Fratelli tutti di Francesco di Roma e ripensato da Leclerc e Lévy Strauss o possiamo percorrere un cammini già compiuto dai dinosauri 67 milioni di anni fa.

Ci resta solo da percorrere questo cammino di fraternità universale, se vogliamo ancora stare su questo piccolo pianeta, azzurro e bianco, la Terra, nostro caro giardino e Casa Comune.
Scripsi et salvavi aninam meam.(fine)

Leonardo Boff è un eco-teologo, filosofo e ha scritto Un’etica della Madre Terra, Castelvecchi 2020 e Francesco d’Assisi – Francesco di Roma, EMI 2014.
(Traduzione dal Portoghese di Gianni Alioti)

È possibile la fraternità umana universale con tutte le creature? Un testo di Leonardo Boff

Pubblichiamo, in esclusiva per l’Italia, la prima parte di una riflessione di Leonardo Boff, teologo brasiliano, sulla fraternità umana. Una prospettiva, quella della fraternità, lanciata da Papa Francesco nella sua ultima enciclica sociale. Un testo denso, questo di Boff, che propone una vera e propria etica della fraternità universale. La seconda parte della riflessione sarà pubblicata nei prossimi giorni.

Nell’enciclica sociale Fratelli tutti (2020) Papa Francesco presenta il suo “sogno” di una nuova umanità fondata sulla fraternità universale e sull’amore sociale (n.6), ispirato alla figura e all’esempio di san Francesco d’Assisi, il fratello universale.

Questo tema della fraternità universale è stata la preoccupazione insistente di uno dei migliori conoscitori degli ideali di Francesco di Assisi: il francese Eloi Leclerc in molte delle sue opere, specialmente nella Saggezza di un povero (Parigi 1959) e Il Sole nasce ad Assisi (Parigi 1999). Non parla in modo teorico ma da una terrificante esperienza personale. Giovane frate francese, anche se non ebreo, fu portato in Germania precipitando nell’inferno dei campi di sterminio nazisti a Buchenwald e Dachau. Ha conosciuto la banalità del male, le uccisioni compiute dalle SS per il semplice gusto di uccidere, le torture e le umiliazioni che segnavano la sua anima come ferro rovente.

Dopo la Shoah è possibile la fraternità umana?

Scosso nella fede nell’essere umano e dubitando dell’intero ideale di una fraternità umana, cercò disperatamente un raggio di luce che provenisse dal nulla. Anche dopo la sua liberazione per opera degli Alleati nel 1945, iniziò ad avere paura di ogni essere umano. Confessa: “di notte, mi svegliavo di soprassalto, il sudore colava e la mia anima si riempiva di paura; quelle immagini di orrore ritornavano sempre e mi perseguitavano; non potevo cancellarle” (p.33). E continua: “Che il Signore mi perdoni, se a volte di notte, questo vecchio che sono diventato, alza gli occhi inquieti al cielo, cercando un poco di luce” (p.31).

Caricava dentro di se i carnefici nazisti che lo perseguitavano e li suscitavano terrificanti domande sul destino umano e la sua capacità di distruggere vite indifese. Lo stesso trauma, più che psicologico, che invade e distrugge ogni essere umano dentro e fuori, è stato vissuto dal domenicano brasiliano padre Tito Alencar, che è stato barbaramente torturato dal delegato di polizia Fleury. Ha interiorizzato la sua immagine perversa in una forma tale da sentirsi sempre perseguitato da lui fino a quando, non sopportandolo più, ha posto fine alla sua vita, preferendo morire piuttosto che vivere una tortura permanente. Questa terribile esperienza è stata vissuta anche da padre Eloi Leclerc che, dopo una lunga e dolorosa riflessione, ci ha donato una piccola luce tremula indicando la possibilità di una fraternità universale, ispirata nei poverelli di Assisi.

In mezzo all’agonia: il Cantico delle Creature

È stato l’incontro con questa figura e con il suo esempio che ha fatto sì che alcuni raggi di sole apparissero nella sua anima ossessionata, facendogli sopportare le immagini dell’inferno umano. Narra di un fatto misterioso accaduto sul treno scoperto e carico di prigionieri che per 28 giorni da Buchenwald viaggiò da un luogo a un altro fino a fermarsi a Dachau, alla periferia di Monaco. C’erano tre confratelli, uno dei quali agonizzante. Nel mezzo dell’inferno irruppe qualcosa dal cielo. Senza sapere perché, mossi da un impulso superiore, iniziarono a cantare con voci quasi impercettibili il Cantico delle Creature di San Francesco. La fitta oscurità non poteva impedire la luce del Signore e del fratello Sole e la generosità della madre e della signora Terra. Nel Cantico si celebrano l’incontro dell’ecologia interiore con l’ecologia esteriore e il rapporto tra Cielo e Terra, da cui nascono tutte le cose. La domanda che sempre attraversava la sua gola: è possibile la fraternità tra gli esseri umani e con gli altri esseri della creazione? Questa esperienza tra agonia e abbaglio non potrebbe contenere un’eventuale risposta piena di speranza? Almeno si è aperto un tremulo lampo. Tale shock esistenziale lo motivò a studiare e ad approfondire quella che sarebbe stata la singolarità di questa figura assolutamente eccezionale nell’insieme delle agiografie.

La scoperta della fraternità nel volto del Crocifisso

Leclerc descrive, allora, il processo di costruzione della fraternità universale nella storia di Francesco di Assisi. Figlio di un ricco mercante di stoffe, considerato il re della gioventù dorata della città che viveva di feste e abbuffate, cominciò improvvisamente a rendersi conto della futilità di quella vita. Passava ore nella cappella di San Damiano, contemplando il volto dolce e tenero di un crocifisso bizantino. Qualcosa di simile faceva Dostoievsky: una volta l’anno viaggiava fino a Dresda in Germania per contemplare in una chiesa, per ore, la bellezza di un quadro di Maria straordinariamente sbalorditivo. Aveva bisogno di questa contemplazione per placare la sua anima tormentata. Nel romanzo I fratelli Karamasov ha lasciato questa frase stimolante: “la bellezza salverà il mondo”.

Così fu la dolcezza e lo sguardo misericordioso del Cristo bizantino che, similmente a Dostoevskij, conquistò quel giovane in profonda crisi esistenziale, cambiando il destino della sua vita. Lo convinse la fede nel Creatore che creò una fraternità fondamentale, facendo sì che tutti gli esseri, piccoli e grandi, inclusi gli umani e lo stesso Gesù di Nazareth, fossero tutti originati dalla polvere, dall’humus della Terra. Tutti hanno la stessa origine, formano una fraternità terrena.

In questo contesto di umiltà vale la pena ricordare ciò che San Paolo scriveva ai lettori della sua lettera agli Efesini: “Abbiate gli stessi sentimenti che aveva Cristo. Essendo Dio, non faceva caso alla sua condizione divina; si fece ultimo e assunse la condizione di servo per solidarietà con gli esseri umani; si presentò come un uomo semplice; si umiliò obbedientemente fino alla fine e alla morte in croce” (la più umiliante delle pene imposte ai sovversivi: Flp 2,5-8).

Alla luce di queste intuizioni, Francesco dimenticò la sua condizione di figlio di un ricco mercante, scoprì l’origine comune di tutti gli esseri, dalla polvere della terra, dal suo humus e contemplò l’umiltà di Cristo ritratto nel sereno e dolce volto del crocifisso bizantino. Siccome era concreto e risoluto in tutto ciò che si proponeva, ne trasse subito una conclusione: mi unirò solidariamente a coloro che sono più vicini al Crocifisso: i lebbrosi e con loro vivrò quello che ci fa, per la creazione, fratelli e sorelle e creerò una fraternità radicale con loro. Confessa nel suo testamento: “quella che prima mi sembrava amarezza ora emerge come dolcezza”. Conosciamo il resto della saga del Sole di Assisi come la chiama Dante nella Divina Commedia.

Tuttavia, Eloi Leclerc non si accontentò con l’esperienza illuminante del Cantico delle Creature. Una domanda angosciante non gli dava tranquillità: qual è l’ostacolo maggiore che impedisce la fraternità umana e con tutte le creature? Quale energia perversa è questa che produce i massacri e l’eliminazione sommaria di persone, considerate inferiori o subumane, come avvenne nei campi di sterminio? È giunto a questa conclusione: è la volontà di potenza.

Dove predomina il potere, non c’è né amore né tenerezza

Come aveva già percepito C.G. Jung, questa volontà di potenza costituisce l’archetipo più pericoloso dell’essere umano, perché gli dà l’illusione di essere come Dio, disponendo a suo piacimento della vita e della morte degli altri. E concludeva: “dove predomina il potere non c’è tenerezza né amore”. Quando diventa assoluto, il potere si rivela micidiale ed elimina tutti quelli che fanno sentire un’altra voce (p.30). Ora, le nostre società storiche (con l’eccezione dei popoli originari) sono strutturate intorno alla volontà del potere-dominio e di sottomissione di tutto ciò che si presenta: l’altro, i popoli, la natura e la vita stessa. Egli introduce la grande divisione tra quelli che hanno potere e quelli che non l’hanno.

Finché prevarrà il potere-dominio come asse strutturante di tutto, non ci sarà mai fraternità tra gli esseri umani e con il creato. Poiché quest’archetipo è umano, è latente dentro ciascuno di noi. In noi si nascondono un Hitler, uno Stalin, un Pinochet e un Bolsonaro. Lo stesso Leclerc confessa: “Mi sono sentito risvegliare in me stesso, la bestia assetata di vendetta” (p.32). Dobbiamo mettere sotto un severo controllo questa figura funesta che vive in noi, se vogliamo mantenere la nostra umanità. Se ci consegniamo alla seduzione del potere-dominio, rompiamo tutti i legami e l’indifferenza, l’odio e la barbarie possono occupare l’intero spazio della coscienza, come sta accadendo in diversi paesi del mondo, specialmente tra noi in Brasile. Allora emergono le sinistre figure, persino necrofile, menzionate.

Questo fatto drammatizza ulteriormente la domanda audacemente proposta da Papa Francesco in Fratelli tutti: l’urgenza della fraternità universale e dell’amore senza frontiere. Saranno possibili o costituiscono una mera e santa ingenuità? O forse sia un appello tra disperante e speranzoso, comprensibile di fronte a quanto più volte ripetuto da Papa Francesco: “O ci salviamo tutti o nessuno si salva”. Può darsi che ci sia offerta dalla Terra stessa, chissà, dall’universo stesso, una definitiva chance: o cambiamo e così ci salveremo o la Terra continuerà a girare intorno al sole, ma senza di noi.

Due anni fa, nel febbraio 2019, Papa Francesco, in visita negli Emirati Arabi Uniti, firmò ad Abu Dahbi un importante documento con il Grande Imam Al Azhar Amad Al-Tayyeb “Sulla fraternità umana in favore della pace e della comune convivenza”. In seguito, l’ONU ha stabilito il 4 febbraio come la Giornata della fraternità umana.

Sono tutti sforzi generosi che mirano, se non a eliminare, almeno a minimizzare le profonde divisioni che prevalgono nell’umanità. Aspirare a una fraternità universale sembra essere un sogno lontano, ma sempre desiderato.

Il grande ostacolo alla fraternità: la volontà di potere

L’asse strutturante delle società mondiali e del nostro tipo di civiltà è la volontà di potere come dominio, chiaramente presente nei padri fondatori della modernità nel XVII secolo, Decartes, Francis Bacon e altri.

Non ci sono dichiarazioni sull’unità della specie umana e della fraternità universale, né la più nota Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 dell’ONU, arricchita dei diritti della natura e della Terra, che riescono a imporre limiti alla voracità del potere.

La sua ragione è acutamente denunciata da Thomas Hobbes nel suo Levitan (1615): “Indico, come tendenza generale di tutti gli uomini, un desiderio perpetuo e irrequieto di potere e più potere che cessa solo con la morte; la ragione di ciò sta nel fatto che il potere non può essere garantito se non cercando ancora più potere ”. Gesù fu una vittima di quel potere e fu assassinato giudizialmente sulla croce. La nostra cultura moderna ha padroneggiato la morte, perché con la macchina di sterminio totale già creata, può eliminare la vita sulla Terra e se stessa. Come controllare il demone del potere che ci abita? Dove trovare la medicina?

Rinuncia a tutto il potere mediante un’umiltà radicale

Qui San Francisco ci ha aperto una strada: la rinuncia a tutto il potere attraverso l‘umiltà radicale e la pura semplicità. L’umiltà radicale implica porsi insieme all’humus, alla terra, dove tutti s’incontrano e si fanno fratelli e sorelle perché provengono tutti dallo stesso humus. Il cammino per questo consiste nello scendere dal piedistallo, dove ci collochiamo come signori e proprietari della natura e operare un radicale spogliamento di qualsiasi titolo di superiorità e potere. Consiste nel farsi veramente poveri, togliendo tutto ciò che si frappone tra l’io e l’altro. Là si nascondono gli interessi. Questi devono essere allontanati poiché sono ostacoli all’incontro con gli altri, occhi negli occhi, a faccia a faccia, con le mani vuote per abbracciarci come fratelli e sorelle, non importa quanto siamo diversi.

La povertà non rappresenta alcun ascetismo. È il modo che ci fa scoprire la fraternità, tutti insieme sullo stesso humus, sulla sorella e madre Terra. Quanto più povero, tanto più fratello del Sole, della Luna, del miserabile, dell’animale, dell’acqua, della nuvola e delle stelle.

Francesco ha calpestato umilmente questa strada. Non negò le origini oscure della nostra esistenza, l’humus (da cui deriva homo in latino) e in questo modo fraternizzò con tutti gli esseri, chiamandoli con il dolce nome di fratelli e sorelle, persino il feroce lupo di Gubbio.

Un altro tipo di presenza nel mondo

Abbiamo a che fare con una nuova presenza nel mondo e nella società, non come chi immagina che la corona della creazione sia in cima a tutti, ma come chi è allo stesso livello e insieme agli altri esseri. Attraverso questa fraternità universale il più umile ritrova la sua dignità e la sua gioia di essere, sentendosi accolto e rispettato e per avere il suo posto garantito nell’insieme degli esseri.

Leclerc ripete ostinatamente la domanda, come se non fosse del tutto convinto: “Sarà che è possibile la fraternità tra gli esseri umani?”. Lui stesso risponde: “È possibile solo se l’essere umano si pone con grande umiltà, tra le creature, all’interno di un’unità della creazione (che comprende l’essere umano e la natura nel suo insieme) e nel rispetto di tutte le forme di vita, anche le più umili; allora lui potrebbe sperare un giorno di formare una vera fraternità con tutti i suoi simili. La fraternità umana passa per questa fraternità cosmica” (p.93).

La fraternità è accompagnata dalla semplicità. Questa non è un atteggiamento banale. Si tratta di un modo di essere, rimuovendo tutto ciò che è superfluo, tutti i tipi di cose che andiamo accumulando, che ci rendono ostaggi, creando disuguaglianze e barriere contro gli altri, impedendoci di convivere in solidarietà con loro e di vivere con il sufficiente, condividendolo con gli altri.

Questo percorso non fu facile per Francesco. Si sentiva responsabile per il cammino della radicale povertà e fraternità. Al crescere, a migliaia, del numero di quanti lo seguivano, s’impose la necessità di un’organizzazione minima. C’erano bellissimi esempi del passato. Francesco aveva una vera antipatia per questo. Arriva a dire: “Non parlatemi delle regole di Santo Agostino, di San Benedetto o di San Bernardo; Dio voleva che fossi un nuovo pazzo in questo mondo (novellus pazzus)”. È la chiara affermazione dell’unicità del suo modo di vita e del suo stare nel mondo e nella Chiesa, come un semplice laico, in mezzo e insieme ai poveri e invisibili e non come un chierico della potente Chiesa feudale.

La grande tentazione di San Francesco

Tuttavia, a un certo punto della sua vita, entrò in una crisi travolgente, poiché vide che il suo cammino evangelico di radicale povertà e fraternità stava essendo spazzato  via dai suoi stessi seguaci. Profondamente sopraffatto, si ritirò in un eremo e nei boschi, per due lunghi anni, accompagnato dal suo intimo amico fra Leone “la pecorella di Dio”. È la grande tentazione cui le biografie danno poca rilevanza, però essenziale per comprendere l’unicità della proposta di Francesco.

Infine, si spoglia di questo istinto di possesso spirituale. Accetta un cammino che non è il suo, ma che era inevitabile. Dove dormiranno i frati? Come si sosterrebbero? Preferisce salvare la fraternità piuttosto che il proprio ideale. Accoglie con letizia la logica ferrea della necessità. Già non pretende più nulla. Si è spogliato totalmente persino dei suoi desideri più intimi, nonostante fosse, come scrisse il suo biografo San Bonaventura, un vir desideriorum (un uomo dei desideri).

Ora, completamente spogliato del suo spirito, si lascia guidare da Dio. Lo Spirito sarà il padrone della sua vita e del suo destino. Lui stesso non si propone altro. Sta alla mercé di ciò che la vita gli chiede, vedendola come volontà di Dio. In ciò sente la massima libertà di spirito possibile, che si esprime in una gioia sfrenata al punto da essere chiamato “il fratello sempre allegro”. Non occupa più il centro. Il centro è la vita guidata da Dio. E questo basta.

Ritorna tra i confratelli e ritrova la convivialità e la piena gioia di vivere. Ma seguendo la chiamata dello Spirito, come all’inizio, torna a convivere con i lebbrosi, che chiama “i miei cristi” in profonda comunione fraterna. Non abbandona mai la comunione profonda con sua sorella e Madre Terra. Quando muore, chiede di essere collocato nudo sulla Terra per l’ultima carezza e la comunione totale con lei.

(Continua)

(Traduzione dal Portoghese di Gianni Alioti)

Fratelli tutti: la politica come tenerezza e gentilezza. Un testo di Leonardo Boff

“Fratelli tutti” la nuova enciclica di Papa Bergoglio sta avendo una grande risonanza globale. Sempre più Papa  Francesco si sta confermando come un leader mondiale autorevole. Infatti è uno dei pochi a riflettere sul mondo post-covid. L’enciclica è l’esposizione di un grande progetto planetario della fraternità universale, da realizzare a partire dai poveri e con i poveri. Dedicheremo, a questa enciclica, altri interventi. Oggi iniziamo con un protagonista della teologia contemporanea, amico di Papa Francesco: il teologo della liberazione  Leonardo Boff. Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, questo significativo testo del teologo brasiliano. Il testo è denso e ricco di spunti sul significato della politica nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.

La nuova enciclica di Papa Francesco, firmata sulla tomba di Francesco d’Assisi, nella città di Assisi, il 3 ottobre, sarà una pietra miliare nella dottrina sociale della Chiesa. È vasta e dettagliata nella sua tematica, cercando sempre di aggiungere valori, anche dal liberalismo che critica fortemente. Sarà certamente analizzata in dettaglio da cristiani e non cristiani poiché si rivolge a tutte le persone di buona volontà. Sottolineerò in questo spazio ciò che considero innovativo rispetto al precedente insegnamento dei Papi.

In primo luogo, deve essere chiaro che il Papa presenta un’alternativa paradigmatica al nostro modo di abitare la Casa Comune, che è soggetta a molte minacce. Fa una descrizione delle “ombre dense” che equivalgono, come lui stesso ha affermato in vari pronunciamenti, a “una terza guerra mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste un progetto comune per l’umanità (n. 18). Ma un filo conduttore attraversa tutta l’enciclica: “essere coscienti che o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (n32). Questo è il progetto nuovo, espresso con queste parole: “Consegno questa enciclica sociale come un umile contributo alla riflessione perché di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (n.6).

Dobbiamo capire bene questa alternativa. Siamo arrivati e siamo ancora all’interno di un paradigma che sta alla base della modernità. È antropocentrico. È il regno del dominus: l’essere umano come signore e padrone della natura e della Terra che hanno senso solo nella misura in cui sono subordinate a lui. Ha cambiato la faccia della Terra, ha portato molti vantaggi ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre dense”. Di fronte a questa visione del cosmo, l’enciclica Fratelli tutti propone un nuovo paradigma: quello del fratello, la fraternità universale e dell’amicizia sociale. Sposta il centro: da una civiltà tecno-industrialista e individualista a una civiltà solidale, della preservazione e cura di ogni vita. Questa è l’intenzione originale del Papa. In questa svolta sta la nostra salvezza; supereremo la visione apocalittica della minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare rotta.

Per questo, dobbiamo alimentare la speranza. Dice il Papa: “vi invito alla speranza che ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui si vive” (n.55). Qui risuona il principio della speranza, che è più della virtù della speranza, ma un principio, un motore interiore per proiettare sogni e visioni nuove, così ben formulato da Ernst Bloch. Enfatizza: “l’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci spiazzano, ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni”(n.128). Come si deduce, si tratta di una nuova direzione, di una svolta paradigmatica.

Da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, spesso ripetuto ai movimenti sociali: “Non aspettatevi niente dall’alto perché viene sempre più o meno lo stesso o peggio; cominciate da voi stessi”. Per questo suggerisce: “È possibile partire dal basso, da ciascuno, lottare per cose più concrete e locali, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo” (n.78). Il Papa suggerisce quella che oggi è la punta del discorso ecologico: lavorare nella regione, il bio-regionalismo che consente la vera sostenibilità e umanizzazione delle comunità e articola il locale con l’universale (n. 147).

Ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica, ma mette in risalto: “la politica non deve sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia” (n.177). Fa una franca critica al mercato: “Il mercato da solo non risolve tutto come vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si auto-riproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali”(n. 168). La globalizzazione ci ha resi più vicini ma non più fratelli (n.12). Crea solo soci ma non fratelli (n.101).

Mediante la parabola del buon Samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: “con chi ti identifichi (con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano, disprezzato dagli ebrei)? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro assomigli ?”(n.64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66).

Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella politica come tenerezza e gentilezza.

Per quanto riguarda la cultura dell’incontro, ci prendiamo la libertà di citare il poeta brasiliano Vinicius de Moraes nel suo Samba da Bênção nel brano “Encontro Au bon Gourmet” del 1962 dove dice: “La vita è l’arte dell’incontro anche se ci sono così tante discrepanze nella vita ”(n.215). La politica non si riduce alla disputa per il potere e alla divisione dei poteri. Con sorpresa dice: “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: per i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così”(194) E si chiede cos’è la tenerezza e risponde: “è l’amore che si fa prossimo e concreto; è un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani”(n.196). Questo ci ricorda la frase di Gandhi, una delle ispirazioni del Papa, accanto a San Francesco, Luther King, Desmond Tutu: la politica è un gesto d’amore verso le persone, la cura delle cose comuni.

Insieme alla tenerezza arriva l’amabilità che noi tradurremmo con gentilezza, ricordando il  profeta Gentileza che nelle strade di Rio de Janeiro ha proclamato a tutti i passanti “La gentilezza genera gentilezza” “Dio è gentilezza” come nello stile di San Francesco. Così definisce la gentilezza: “uno stato d’animo che non è aspro, rude, duro ma affabile, morbido, che sostiene e rafforza; una persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere più sopportabile la propria esistenza”(n.223). Ecco una sfida ai politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare la rivoluzione della tenerezza.

La solidarietà è uno dei fondamenti dell’umano e del sociale. Si “esprime concretamente nel servizio che può assumere forme molto diverse e prendere per sé il peso degli altri; in gran parte è prendersi cura della fragilità umana”(n.115). Questa solidarietà si è dimostrata assente e solo successivamente efficace nella lotta al Covid-19. Essa impedisce all’umanità di biforcarsi tra “il mio mondo” e gli “altri”, “loro” perché “molti non sono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano solo “loro”(n. 27). E conclude con un grande desiderio: “Spero che alla fine non ci saranno“gli altri” ma un solo “noi”(n.35).

Per questa sfida di incarnare il sogno di una fratellanza universale e di amore sociale, chiama tutte le religioni affinché “offrano un contributo prezioso alla costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società” (n. 271).

Alla fine rievoca la figura del fratellino di Jesus Charles de Foucauld che nel deserto del Nord Africa insieme alla popolazione mussulmana voleva essere “definitivamente il fratello universale”(n. 287). Facendo suo questo proposito, Papa Francesco osserva: “Solo identificandosi con gli ultimi è arrivato ad essere il fratello di tutti; che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi. Amen”(n.288).

Siamo di fronte a un uomo, Papa Francesco, che seguendo la sua fonte ispiratrice, Francesco di Assisi, è diventato anche un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più vulnerabili e invisibili del nostro mondo crudele e senza umanità. Lui suscita la speranza che possiamo e dobbiamo alimentare il sogno di una fraternità senza confini e di un amore universale.

Lui ha fatto la sua parte. Sta a noi non lasciare che il sogno sia solo un sogno, ma sia l’inizio seminale di un nuovo modo di vivere insieme, come fratelli e sorelle, più la natura, nella stessa Casa Comune. Avremo tempo e saggezza per questo salto? Le “ombre dense” continueranno sicuramente. Ma abbiamo una lampada con questa enciclica di speranza di Papa Francesco. Essa non dissipa tutte le ombre. Ma è sufficiente per immaginare il cammino che tutti devono intraprendere.

Leonardo Boff  è eco-teologo, filosofo e scrittore brasiliano. Autore de “Francesco d’Assisi, Francesco di Roma

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


l principio di autodistruzione e la lotta contro il Covid-19

Dopo che le due prime bombe atomiche furono sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki, l’umanità si creò un incubo dal quale non è riuscita ancora a liberarsi. Invece, è diventata una realtà che minaccia la vita su questo pianeta e la distruzione di gran parte del sistema vitale. Sono state create armi nucleari, chimiche e biologiche molto più distruttive che possono porre fine alla nostra civiltà e influenzare profondamente la Terra viva.

Ancora peggio, abbiamo creato l’intelligenza artificiale autonoma. Con i suoi algoritmi che combinano miliardi di informazioni raccolte da tutti i paesi del mondo, potrebbe prendere decisioni a nostra insaputa. Eventualmente, in una coincidenza pazzesca, potrebbe, come abbiamo detto prima, penetrare negli arsenali delle armi nucleari o in altri di uguale o maggiore potenza letale e lanciare una guerra totale di distruzione di tutto ciò che esiste, compresa se stessa. E’ il principio di autodistruzione. Cioè, è nelle mani degli esseri umani porre fine alla vita visibile così come la conosciamo (che è solo il 5%, il 95% sono vite microscopiche invisibili).

Dobbiamo governare sulla morte. Può succedere in qualsiasi momento.

Si è già creata un’espressione per dare un nome a questa nuova fase della storia umana, una vera era geologica: l’antropocene, cioè l’essere umano come la grande minaccia per il sistema-vita e per il sistema-Terra. L’essere umano è il grande Satana della Terra, che può decimare, come un anticristo, se stesso e gli altri, i suoi simili, e liquidare i fondamenti che sostengono la vita.

L’intensità del processo letale è così grande che stiamo già parlando dell’era del necrocene, cioè dell’era della produzione in massa della morte. Siamo già dentro la sesta estinzione di massa. Ora è stata accelerata irrevocabilmente, vista la volontà di dominare la natura e i suoi meccanismi di aggressione diretta contro la vita e contro Gaia, la Terra vivente, in funzione di una crescita illimitata, di un assurdo accumulo di beni materiali fino al punto di creare un sovraccarico sulla Terra.

In altre parole, siamo arrivati a un punto in cui la Terra non può sostituire i beni e i servizi naturali che le sono stati estratti e comincia a mostrare un avanzato processo di degenerazione attraverso tsunami, tifoni, scongelamento delle calotte polari e permafrost, siccità prolungate, spaventose tempeste di neve e la comparsa di batteri e virus difficili da controllare. Alcuni di questi, come l’attuale coronavirus, possono portare alla morte di milioni di persone.

Tali eventi sono reazioni e possono essere rappresaglie della Terra davanti alla guerra che combattiamo contro di essa su tutti i fronti. Questa morte in massa si verifica in natura,  dove migliaia di specie viventi scompaiono in modo permanente ogni anno, e nelle società umane, dove milioni di persone soffrono la fame, la sete e ogni sorte di malattie mortali.

C’è una crescente percezione generale che la situazione dell’umanità non sia sostenibile. Se questa logica perversa continua, si costruisce un percorso che porta alla nostra sepoltura. Facciamo un esempio: in Brasile viviamo sotto la dittatura dell’economia ultra neoliberale, con una politica di estrema destra, violenta e crudele per le grandi maggioranze povere. Perplessi, abbiamo visto i mali che sono stati fatti, annullando i diritti dei lavoratori e internazionalizzando la ricchezza nazionale che sostiene la nostra sovranità come popolo.

Coloro che nel 2016 hanno compiuto il colpo di Stato contro la presidenta Dilma Rousseff hanno accettato la ricolonizzazione del Paese, divenuto vassallo della potenza dominante, gli Stati Uniti, e condannato ad essere solo un esportatore di commodities e un alleato minore e subordinato al progetto imperiale.

Quello che si sta facendo in Europa contro i rifugiati, rifiutando la loro presenza in Italia e in Inghilterra e peggio ancora in Ungheria e nella cattolicissima Polonia, raggiunge livelli di disumanità di grande crudeltà. Le misure del presidente degli Stati Uniti, Trump, strappando i figli dai loro genitori migranti e mettendoli in gabbia, denotano la barbarie e l’assenza di ogni senso di umanità.

È già stato detto: “nessun essere umano è un’isola… non chiedere mai per chi suonano la campane. Suonano per te, per me, per tutta l’umanità”. Se grandi sono le tenebre che abbassano i nostri spiriti, ancora maggiori sono i nostri desideri di luce. Non lasciamo che la suddetta pazzia abbia l’ultima parola.

La più grande e ultima parola che grida in noi e ci unisce a tutta l’umanità è di solidarietà e compassione per le vittime, è per la pace e il buon senso nei rapporti tra i popoli. Le tragedie ci danno la dimensione della disumanità di cui siamo capaci, ma permettono anche di far emergere l’umano che è in noi, al di là delle differenze di etnia, ideologia e religione. L’umano che è in noi ci fa preoccupare insieme, mostrare solidarietà insieme, piangere insieme, asciugare insieme le lacrime, pregare insieme, cercare insieme la giustizia sociale mondiale, costruire insieme la pace e rinunciare insieme alla vendetta e a ogni tipo di violenza e di guerra.

La sapienza dei popoli e la voce del nostro cuore lo confermano: non è uno Stato che è diventato terrorista, come gli Stati Uniti sotto il presidente Bush, che sconfiggerà il terrorismo. Né è l’odio per gli immigrati latini, diffuso da Trump, che porterà la pace. Un dialogo instancabile, un negoziazione aperta  e un trattamento equo elimineranno le basi di qualsiasi terrorismo e troveranno la pace. Le tragedie che ci hanno colpito nel profondo del cuore, in particolare la pandemia virale che ha colpito l’intero pianeta, ci invitano a ripensare i fondamenti della convivenza umana nella nuova fase planetaria, e come prendersi cura della Casa comune, la Terra, come chiede papa Francesco nella sua enciclica di ecologia integrale “sulla cura della Casa Comune” (2015).

Il momento è urgente. E questa volta non c’è un piano B che ci possa salvare. Dobbiamo essere salvati tutti, perché formiamo una comunità di destino Terra-Umanità. Per questo dobbiamo abolire la parola nemico. La paura crea il nemico. Esorcizziamo la paura quando trasformiamo il lontano in un vicino e il vicino in un fratello e in una sorella. Scacciamo la paura e il nemico quando iniziamo a dialogare, a conoscerci, ad accettarci, a rispettarci, ad amarci, in una parola, a prenderci cura l’uno dell’altro.

Prendersi cura del nostro modo di vivere insieme in pace, solidarietà e giustizia; prendersi cura del nostro ambiente affinché sia un ambiente completo, senza distruggere gli habitat dei virus che provengono da animali o dagli arborovirus che si trovano nelle foreste, un ambiente in cui sia possibile riconoscere il valore intrinseco di ogni essere; prendersi cura della nostra cara e generosa Madre Terra.

Se ci prendiamo cura di noi stessi come fratelli e sorelle, le cause della paura scompaiono. Nessuno ha bisogno di minacciare nessuno. Possiamo camminare per le nostre strade di notte senza paura di essere derubati e aggrediti. Questa cura sarà efficace solo se accompagnata dalla giustizia necessaria a soddisfare i bisogni dei più vulnerabili, se lo Stato sarà presente con misure sanitarie (quanto importante è stato il Sistema Sanitario Unificato in Brasile,  di fronte al Covid-19), con le scuole, con la sicurezza e con spazi di convivenza, di cultura e di tempo libero.

Solo in questo modo godremo di una pace che può essere raggiunta quando c’è un minimo di buona volontà generale e un senso di solidarietà e benevolenza nelle relazioni umane. Questo è il desiderio incrollabile della maggior parte degli umani. Questa è la lezione che l’intrusione del Covid-19 in noi ci sta dando e che dobbiamo assumere nelle nostre abitudini nei tempi post-coronavirus.

*Leonardo Boff è ecoteologo, filosofo e ha scritto La Madre Terra colpisce l’umanità: avvertenze del Covid-19, di prossima pubblicazione dalla editora Vozes.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi