Tornare alla “normalità” è condannarsi

Quando la pandemia di coronavirus sarà passata, non ci sarà permesso di tornare alla “normalità” come era prima. Perché questo significherebbe, innanzitutto, disinteresse per le migliaia di persone che sono morte a causa del virus e mancanza di solidarietà con le loro famiglie e i loro amici. In secondo luogo, sarebbe la dimostrazione che non abbiamo imparato nulla da quella che, più che una crisi, è stata una chiamata urgente a cambiare il nostro modo di vivere nel mondo, nostra unica Casa Comune. È stata una chiamata della stessa Terra vivente, quel super-organismo autoregolato del quale noi siamo la parte intelligente e cosciente.

Il sistema attuale minaccia le fondamenta (le basi) della vita

Ritornare alla precedente situazione del mondo, egemonizzato dal capitalismo neoliberale, incapace di risolvere le sue contraddizioni interne e il cui DNA è la sua voracità, con crescita illimitata a scapito dello sfruttamento eccessivo della natura e dell’indifferenza per la povertà e la miseria della grande maggioranza dell’umanità da essa prodotta, è dimenticare che questa struttura sta scuotendo le basi ecologiche che sostengono tutta la vita del pianeta. Ritornare alla precedente “normalità” (business as usual) vuol dire prolungare una situazione che potrebbe significare la nostra autodistruzione.

Se non facciamo una “radicale conversione ecologica”, secondo le parole di papa Francesco, la Terra vivente potrà reagire e contrattaccare con virus ancora più violenti in grado di far scomparire la specie umana. Questa non è solo un’opinione puramente personale, ma l’opinione di molti biologi, cosmologi ed ecologi che seguono sistematicamente il crescente degrado dei sistemi vitali e del sistema terrestre. Dieci anni fa (2010), come risultato della mia ricerca sulla cosmologia e sul nuovo paradigma ecologico, ho scritto il libro Proteger a Terra – Cuidar a vida: como escapar do fim do mundo ed. Record (Proteggere la Terra – Prendersi cura della vita: come sfuggire alla fine del mondo). Le previsioni che ho fatto allora sono state pienamente confermate dalla situazione attuale.

Il progetto capitalista e neoliberale è stato respinto

Una delle lezioni che abbiamo imparato dalla pandemia è questa: se gli ideali del capitalismo neoliberale – concorrenza, accumulazione privata, individualismo, il primato del mercato sulla vita e minimizzazione della presenza dello Stato – fossero stati completamente seguiti, la maggior parte dell’umanità sarebbe perduta. Ciò che ci ha salvato è stata la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti e tutte, la solidarietà e uno Stato sufficientemente attrezzato per offrire la possibilità di trattamento del coronavirus a tutte le persone; nel caso del Brasile, il Sistema Unico della Salute (SUS).

Abbiamo fatto delle scoperte: abbiamo bisogno di un contratto sociale mondiale, perché siamo ancora ostaggi dell’obsoleta sovranità di ciascun Paese. I problemi globali richiedono una soluzione globale, concordata da tutti i paesi. Abbiamo visto il disastro nella Comunità Europea, dove ogni paese aveva un proprio piano, senza prendere in considerazione la necessaria cooperazione con gli altri paesi. È stata una devastazione specialmente in Italia e in Spagna, e recentemente negli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è totalmente privatizzato.

Un’altra scoperta è stata l’urgenza di avere un organismo di governo mondiale pluralistico per garantire alla intera comunità vivente (non solo, quindi, alla comunità umana ma alla comunità di tutti gli esseri viventi) il necessario per vivere decentemente. I beni e i servizi naturali sono scarsi e molti di essi non sono rinnovabili. Con questi dobbiamo soddisfare le esigenze fondamentali del sistema vitale, pensando anche alle generazioni future. È il momento di creare un reddito di base universale per tutte le persone, costante invito del coraggioso uomo politico ed economista brasiliano Eduardo Suplicy.

Una comunità di destino condiviso

I cinesi hanno visto chiaramente questa esigenza nel promuovere “una comunità dal destino condiviso per tutta l’umanità”, un testo incorporato nel rinnovato articolo 35 della Costituzione cinese. Questa volta, o ci salveremo tutti, o ci uniremo al corteo di coloro che vanno nella fossa comune. Per questo dobbiamo urgentemente cambiare il nostro modo di rapportarci con la natura e con la Terra, non come signori, cavalcando su di essa, dilapidandola, ma come parti consapevoli e responsabili, mettendoci al suo fianco e ai suoi piedi, custodi di tutta la vita.

Alla famosa TINA (There Is No Alternative), “non c’è (un’altra) alternativa” della cultura del capitale, dobbiamo confrontarci con un’altra TINA (There Is a New Alternative), “c’è una nuova alternativa”. Se nella prima alternativa la centralità era occupata dal profitto, dal mercato e dal dominio della natura e da altro (ad es. l’imperialismo), in questa seconda sarà la vita nella sua grande diversità, anche quella umana, con le sue molteplici culture e tradizioni, che organizzerà il nuovo modo di abitare la Casa Comune. Questo è imperativo e rientra nelle nostre possibilità umane: abbiamo la scienza e la tecnologia, abbiamo un fantastico accumulo di ricchezza monetaria, ma la stragrande maggioranza dell’umanità e, quel che è peggio, di capi degli Stati non hanno la consapevolezza di questa necessità né la volontà politica di attuarla. Forse, di fronte al rischio reale della nostra scomparsa come specie, avendo raggiunto per la Terra i limiti di sopportabilità, l’istinto di sopravvivenza ci renderà socievoli, fraterni e tutti collaborativi e solidali tra di noi. Il tempo della competizione è finito. Ora è il momento della cooperazione.

Inaugurazione di una civiltà biocentrica

Credo che inaugureremo una civiltà biocentrica, attenta e rispettosa della vita, “la terra della buona speranza”, come dicono alcuni. Sarà possibile realizzare il “bien vivir y convivir” dei popoli andini: l’armonia di tutti e tutte con tutti gli altri e tutte le altre, in famiglia, nella società, con gli altri esseri viventi, con le acque, con le montagne e persino con le stelle nel cielo.

Come ha giustamente detto l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “avremo una scienza non al servizio del mercato, ma il mercato al servizio della scienza”, e io aggiungerei, con la scienza al servizio della vita.

Non usciremo dalla pandemia di coronavirus nel modo in cui ci siamo arrivati. Ci saranno sicuramente dei cambiamenti significativi, forse anche strutturali. Il noto leader indigeno, Ailton Krenak della Valle del Rio Doce (Brasile), ha giustamente detto: “Non so se usciremo da questa esperienza nello stesso modo in cui ci siamo entrati. È come una scossa per vedere ciò che conta davvero; il futuro è qui e ora, potremmo non essere vivi domani; speriamo di non tornare alla normalità” (giornale “O Globo” del 01/05/2020)

Logicamente, non possiamo immaginare che le trasformazioni avvengano da un giorno all’altro. È comprensibile che le fabbriche e le catene di produzione vogliano tornare alla logica precedente. Ma non saranno più accettabili. Dovranno subire un processo di riconversione in cui l’intero apparato della produzione industriale e agroindustriale dovrà acquisire il fattore ecologico come elemento essenziale. La responsabilità sociale delle imprese non è sufficiente. Dovrà essere imposta la responsabilità sociale ecologica.

Si cercheranno energie alternative ai combustibili fossili, con un minore impatto sugli ecosistemi. Si farà più attenzione all’atmosfera, alle acque e alle foreste. La protezione della biodiversità sarà fondamentale per il futuro della vita e del cibo, sia per l’uomo che per l’intera comunità degli essere viventi.

Che tipo di Terra vogliamo per il futuro?

Sicuramente ci sarà un grande dibattito di idee su quale futuro vogliamo e su quale tipo di mondo vogliamo abitare; su quale sarà la struttura più appropriata per la fase attuale della Terra e dell’umanità stessa, la fase della pianificazione e della percezione sempre più chiara che non abbiamo un’altra casa comune da abitare se non questa. E che abbiamo un destino comune, felice o tragico. Per essere felici, dobbiamo occuparcene in modo che tutti, tutte e tutto possa starci bene dentro, inclusa la natura.

Alcuni temono un processo di radicale violenza da parte dei “padroni del potere economico e militare” per assicurare i loro privilegi e i loro capitali. Sarebbe una forma diversa di dispotismo perché sarebbe basato su cyber media e su intelligenza artificiale con i suoi complessi algoritmi, un sistema di sorveglianza su tutte le persone del pianeta. La vita sociale e le libertà potrebbero essere costantemente minacciate. Ma ogni potere avrà sempre un contropotere. Ci sarebbero grandi scontri e conflitti a causa dell’esclusione e della miseria di milioni di persone che, nonostante la sorveglianza, non si accontenterebbero delle briciole che cadono dalle tavole dei ricchi epuloni.

Non pochi propongono una glocalizzazione, cioè l’accento viene posto sul “locale”, ossia in ciascuna regione con le proprie specificità geologiche, fisiche, ecologiche e culturali ma aperta al “globale” che coinvolge tutta l’umanità. In questo bio-regionalismo si potrebbe realizzare un vero sviluppo sostenibile, sfruttando i beni e i servizi offerti localmente. Praticamente tutto avverrà nella regione, con aziende più piccole, con una produzione agroalimentare ecologica, senza la necessità di lunghi trasporti che consumano energia e inquinano. La cultura, l’arte e le tradizioni rivivranno come una parte importante della vita sociale. La governance sarà partecipativa, riducendo le disuguaglianze e rendendo minore la povertà, sempre possibile, nelle società complesse. Questa è la tesi che il cosmologo Mark Hathaway ed io difendiamo nel nostro libro comune Il Tao della Liberazione (2010) che è stato ben accolto nell’ambiente scientifico e tra gli ecologisti al punto che Fritjof Capra, fisico e ecologista norteamericano-austriaco, si è offerto di fare per noi un’interessante prefazione.

Altri vedono la possibilità di un eco-socialismo planetario, capace di realizzare ciò che il capitalismo, per la sua essenza competitiva ed escludente, è incapace di fare: un contratto sociale globale, egualitario e inclusivo, rispettoso della natura in cui il noi (spirito comunitario e sociale) e non l’io (individualismo) sarà l’asse portante delle società e della comunità mondiale. L’eco-socialismo planetario ha trovato nel franco-brasiliano Michael Löwy il suo enunciatore più brillante. Avremo, come riafferma la Carta della Terra e l’enciclica di Papa Francesco “sulla cura della Casa Comune”, uno stile di vita veramente sostenibile e non solo uno sviluppo sostenibile.

Alla fine, passeremo da una società industriale/consumista a una società che sostiene la vita con un consumo sobrio e solidale; da una cultura di accumulo di beni materiali a una cultura umanistico-spirituale in cui beni non materiali come la solidarietà, la giustizia sociale, la cooperazione, i legami affettivi e, non ultimi, l’amore e la logique du coeur saranno alla sua base.

Non sappiamo quale tendenza prevarrà. L’essere umano è complesso e indecifrabile, è mosso dalla benevolenza ma anche dalla crudeltà. È completo ma non ancora in construzzione. Imparerà, attraverso errori e successi, che la migliore struttura per la umana convivenza con tutti gli altri esseri viventi sulla Madre Terra deve essere guidata dalla logica dell’universo stesso: essa è strutturata, come ci dicono noti cosmologi e fisici quantistici, secondo complesse reti di interrelazioni. Tutto è relazione. Nulla esiste al di fuori della relazione. Ciascuno aiuta l’altro mutuamente a continuare ad esistere e a poter evolvere insieme. L’essere umano stesso è come un rizoma (bulbo di radici) di relazioni in tutte le direzioni.

Se posso esprimerlo in termini teologici: è l’immagine e somiglianza della Divinità che emerge come la relazione intima di tre Infiniti, ciascuno singolare (le singolarità non si sommano), Padre, Figlio e Spirito Santo, che esistono eternamente l’uno per l’altro, con l’altro, nell’altro e attraverso l’altro, costituendo una comunione divina di amore, bontà e bellezza infinita.

Tempi di crisi come il nostro, di passaggio da un tipo di mondo all’altro, sono anche tempi di grandi sogni e utopie. Sono questi che ci spingono verso il futuro, includendo il passato ma lasciando il nostro segno nel terreno della vita. È facile calpestare l’impronta lasciata dagli altri, ma non ci conduce a nessun cammino di speranza. Dobbiamo lasciare la nostra orma, contraddistinta dalla inesauribile speranza della vittoria della vita, perché il sentiero si fa camminando e sognando. Quindi, camminiamo.

*Leonardo Boff ecoteologo, filosofo, ha scritto: Proteger a Terra- cuidar da vida: como escapar do fim do mundo, Record, Rio 2010.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Cosa può succedere dopo il coronavirus?

Molti l’hanno predetto chiaramente: dopo il coronavirus, non sarà più possibile continuare il progetto del capitalismo come modo di produzione, né del neoliberismo come la sua espressione politica. Il capitalismo è buono solo per i ricchi; per il resto è un purgatorio o un inferno, e per la natura, una guerra senza tregua.

Ciò che ci sta salvando non è la concorrenza – il suo principale motore – ma la cooperazione, né l’individualismo – la sua espressione culturale – ma l’interdipendenza di tutti e tutte con l’umanità intera.

Ma andiamo al punto centrale: abbiamo scoperto che il valore supremo è la vita, non l’accumulo di beni materiali. L’apparato bellico che abbiamo, capace di distruggere più volte la vita sulla Terra, si è rivelato ridicolo di fronte a un invisibile nemico microscopico che minaccia tutta l’umanità. Potrebbe essere il Next Big One (NBO) che i biologi temono, “il prossimo grande virus” che distruggerà il futuro della vita? Non lo pensiamo. Speriamo che la Terra abbia ancora compassione per noi e ci stia dando solo una sorta di ultimatum.

Dato che il virus che ci minaccia proviene dalla natura, l’isolamento sociale ci offre l’opportunità di chiederci: qual è stato e quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la natura e, più in generale, con la Terra come Casa Comune? La medicina e la tecnica, anche se molto necessarie, non sono sufficienti. La loro funzione è quella di attaccare il virus fino allo sterminio. Ma se continuiamo ad attaccare la Terra vivente, “la nostra casa con una comunità di vita unica”, come dice la Carta della Terra (Preambolo), essa colpirà di nuovo con altre pandemie mortali, fino a quella che ci sterminerà.

Succede che la maggior parte dell’umanità e dei capi di Stato non si rendono conto che siamo alla sesta estinzione di massa. Finora non ci sentivamo parte della natura, e nemmeno come la sua parte cosciente. Il nostro rapporto con essa non è il rapporto che abbiamo con un essere vivente, Gaia, che ha un valore in sé e deve essere rispettato, ma di mero utilizzo secondo il nostro comodo e per il nostro arricchimento. Stiamo violentemente sfruttando la Terra al punto che il 60% del suolo è stato eroso, nella stessa proporzione le foreste umide, e causiamo una devastazione incredibile di specie, tra 70-100 mila all’anno. Questa è la realtà attuale dell’antropocene e del necrocene. Continuando questa strada incontreremo la nostra stessa scomparsa.

Non abbiamo altra alternativa che fare, secondo le parole dell’enciclica papale “sulla cura della Casa Comune”, una “radicale conversione ecologica”. In questo senso, il coronavirus non è una crisi come le altre, ma esprime la richiesta di un rapporto amichevole e attento con la natura. Come si può realizzare questo in un mondo che si dedica allo sfruttamento di tutti gli ecosistemi? Non ci sono progetti già pronti. Tutti li stanno cercando. La cosa peggiore che ci potrebbe capitare sarebbe, dopo la pandemia, tornare alla situazione di prima: le fabbriche che producono a pieno ritmo, anche se con un minimo di attenzione ecologica. Sappiamo che le grandi aziende si stanno organizzando per recuperare il tempo e i profitti perduti.

Ma bisogna riconoscere che questa conversione ecologica non può essere immediata, ma piuttosto graduale. Quando il presidente francese Macron ha detto che “la lezione della pandemia è che ci sono beni e servizi che devono essere tolti dal mercato”, ha provocato l’immediato intervento di decine di grandi organizzazioni ambientaliste, come Oxfam, Attac e altre, che hanno chiesto che i 750 miliardi di euro della Banca centrale europea destinati a rimediare alle perdite delle imprese, siano utilizzati per la riconversione sociale ed ecologica dell’apparato produttivo nell’interesse di una maggiore attenzione per la natura, per più giustizia e uguaglianza sociale. Logicamente, questo sarà fatto solo ampliando il dibattito, coinvolgendo tutte le realtà, dalla partecipazione popolare alla scienza, fino a quando non emerga una consapevolezza e una responsabilità collettiva.

Dobbiamo essere pienamente consapevoli di una cosa: con l’aumento del riscaldamento globale e l’aumento della popolazione mondiale, devastando gli habitat naturali, avvicinando così l’uomo agli animali, questi ultimi trasmetteranno più virus, ai quali non saremo immuni, che troveranno in noi nuovi ospiti. Questo porterà a pandemie devastanti.

Il punto essenziale e inalienabile è la nuova concezione della Terra, non più come un mercato globale che ci pone come suoi signori (dominus), al di fuori e al di sopra di esso, ma come una super entità vivente, un sistema, autoregolato e in grado di auto ricrearsi, del quale noi siamo la parte cosciente e responsabile, insieme agli altri esseri come fratelli (frater). Il passaggio dal dominus (proprietario) al frater (fratello) richiederà una nuova mente e un nuovo cuore, cioè riuscire a vedere la Terra in modo diverso e poter sentire con il cuore la nostra appartenenza ad essa e al Grande Universo. Insieme a questo dovremo avere anche il senso di interrelazione tutti e tutte con l’umanità intera e una responsabilità collettiva verso un futuro comune. Solo in questo modo arriveremo, come prevede la Carta della Terra, a “uno stile di vita sostenibile” ed a una garanzia per il futuro della vita e della Madre Terra.

L’attuale fase di distanziamento sociale può significare una specie di ritiro riflessivo e umanistico per pensare a queste cose e alla nostra responsabilità nei loro confronti. È urgente e il tempo è poco, non possiamo fare troppo tardi.

*Leonardo Boff ha scritto Como cuidar da Casa Comun (Come prendere cura della Casa Comune), Vozes 2018, e A opção Terra: a solução da Terra não cai do céu (Opzione Terra: la soluzione per la Terra non cade dal cielo), Record 2009.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

La Terra contrattacca l’umanità con il coronavirus

Cresce sempre più la consapevolezza che la Terra e l’umanità hanno un destino comune, perché formano un’unità unica e complessa. Questo è quanto gli astronauti hanno dichiarato dalla Luna o dalle loro astronavi. Una parte della Terra è intelligente e cosciente: queata parte sono gli esseri umani.

Fin dalla più lontana antichità la Terra è stata vista come la Grande Madre, viva e generatrice di ogni tipo di vita. In tempi moderni, sia gli scienziati delle scienze della vita che gli scienziati dell’universo hanno dimostrato empiricamente che non solo possiede vita, ma che lei stessa è viva. La Terra si presenta come un’Entità vivente, un superorganismo che si comporta come un sistema che combina tutti i fattori cosmici e le energie in modo tale da rimanere sempre vivo e produrre in modo permanente le più diverse forme di vita. L’hanno chiamato Gaia, che è il nome greco della Terra come essere vivente.

Nel corso della sua storia, l’essere umano ha avuto, in breve, tre tipi di relazione con la Terra e la natura. Il primo è stato quello dell’interazione: ha interagito in modo armonioso e ha preso ciò di cui aveva bisogno per vivere. Il secondo è stato di intervento quando, circa due milioni di anni fa, è comparso l’homo habilis, utilizzando strumenti per intervenire sulla natura e garantire meglio il suo sostentamento. Tutto è culminato nel Neolitico, 10-12 mila anni fa, quando l’agricoltura è stata introdotta con la gestione delle sementi e delle specie, e anche degli animali. La terza è l’aggressione tipica dei tempi moderni. Utilizzando tutti i tipi di strumenti, compresi gli automi e l’intelligenza artificiale, gli esseri umani hanno perpetrato un’aggressione sistematica contro la natura per estrarre da essa tutte le risorse per il loro comfort e anche per l’accumulo di ricchezza materiale. Questa guerra di aggressione è stata condotta su tutti i fronti: nel suolo, nel sottosuolo, nell’aria e negli oceani. E’ stata anche condotta tra gli esseri umani, che sono la parte della Terra con intelligenza e coscienza.

Michel Serres, un filosofo francese che ha coltivato diversi campi del sapere, ha scritto nel 2008 un libro intitolato Guerra Mondiale, in cui descrive la drammatica storia delle aggressioni umane a tutti gli ecosistemi e soprattutto delle guerre tra gli stessi esseri umani. Secondo i suoi calcloli, da tremila anni prima della nostra era ad oggi, tremila ottocento milioni di esseri umani sono morti in conflitti. Solo nel XX secolo ce ne sono stati 200 milioni. Secondo alcuni scienziati, abbiamo inaugurato una nuova era geologica, l’antropocene e il necrocene: l’essere umano è la più grande minaccia per la vita sulla Terra; con i mezzi di distruzione di cui dispone ha dimostrato di essere una macchina di morte (il necrocene). Su questa base, nel 2019, sono stati investiti 1.822 trilioni di dollari in armi letali, totalmente inefficaci e ridicole rispetto al coronavirus invisibile.

La Terra ha subito i colpi e non ha smesso di reagire: attraverso il riscaldamento globale, gli tsunami, gli eventi estremi, le lunghe siccità o le nevicate prolungate, lo scioglimento dei ghiacci e il caos climatico.

La reazione, vera rappresaglia dalla Terra, proviene da virus (ce ne sono circa 200.000) sempre più frequenti e violenti, come Zika,dengue. il chicungunya, l’ebola, la SARS, l’influenza suina e aviaria e altri. Erano silenziosi nei loro habitat, ma la feroce deforestazione, l’erosione della biodiversità e la crescente urbanizzazione del pianeta, l’allevamento industriale degli animali, hanno fatto sì che perdessero il loro habitat e ne cercassero altri, passando dagli animali all’uomo. I virus non vivono da soli, hanno bisogno di cellule ospiti per riprodursi. Questo è il caso del coronavirus di oggi.

L’ipotesi che propongo è che, a questo punto, i ruoli sono stati invertiti. Essendo un super-organismo vivente, la Terra reagisce, contrattacca e si vendica dell’umanità, perché come dice il Papa nella sua enciclica ecologica “mai abbiamo maltrattato e ferito la nostra Casa comune come negli ultimi due secoli” (n. 53).

Ora, arrabbiata, Gaia grida: “Basta! Sono una madre generosa, ma ho dei limiti insormontabili alla mia vita. Devo dare lezioni serie a questi miei figli e figlie ribelli e violenti. Se non hanno imparato a interpretare i segni che ho mandato loro e non mi rispettano e non si prendono cura di me come loro Madre, forse non li voglio più sul mio suolo”.

Penso che il Covid-19 sia uno di quei segni, non l’ultimo ancora, ma abbastanza letale da scuotere le basi del nostro tipo di civiltà. I biologi temono che potremmo essere vittime del cosiddetto Next Big One (NBO), un ultimo così letale e inespugnabile che è in grado di porre fine alla specie umana.

Il coronavirus ci dà un allarme. Come ha detto la sociologa e ambientalista Bellamy Fosters dell’Università dell’Oregon, “la società dovrà essere ricostruita su basi radicalmente nuove. La scelta che abbiamo di fronte a noi è netta e cruda: la rovina o la rivoluzione”.

La fisica nucleare e ambientalista indiana Vandana Shiva dice: “Un piccolo virus può aiutarci a fare un grande passo avanti nella fondazione di una nuova civiltà ecologica planetaria basata sull’armonia con la natura. Oppure possiamo continuare a vivere la fantasia del dominio sul pianeta fino alla prossima pandemia. E infine, all’estinzione. La Terra andrà avanti, con o senza di noi”.

Nel prossimo articolo vedremo cosa possiamo ancora fare.

*Leonardo Boff è ecoteologo e ha scritto: Cura della Terra – proteggere la vita: come sfuggire alla fine del mondo, Record 2010.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

La pasqua in un prolungato venerdì santo

Come possiamo celebrare la Pasqua, la vittoria della vita sulla morte e, ancor più, l’irruzione dell’uomo nuovo, nel contesto di un venerdì santo di passione, dolore e morte, che non sappiamo quando finirà, sotto l’attacco del coronavirus a tutta l’umanità senza distinzione?

Scoraggiati, anche in questa pandemia è opportuno celebrare la Pasqua con una gioia riservata. Non è solo una festa cristiana, risponde a una delle più antiche utopie umane: l’irruzione dell’uomo nuovo.

In tutte le culture conosciute, dall’antica epopea mesopotamica di Gilgames, passando per il mito greco di Pandora, fino all’utopia della Terra senza Mali dei Tupi-Guaranì, c’è la percezione che l’essere umano come lo conosciamo debba essere superato. Non è pronto. Non è ancora nato del tutto. Il vero uomo è latente nei dinamismi della cosmogenesi e dell’antropogenesi. Appare come un progetto infinito, portatore di innumerevoli potenzialità che lottano per irrompere. Egli intuisce che solo allora sarà pienamente uomo, l’uomo nuovo, quando tali potenzialità saranno pienamente realizzate.

Tutti i loro sforzi, per grandi che siano, si scontrano con una barriera insormontabile: la morte. Anche la persona più anziana un giorno morirà. Raggiungere l’immortalità biologica, preservando le attuali condizioni spazio-temporali, come alcuni propongono, sarebbe un vero inferno: cercare di realizzare l’infinito dentro di sé e trovare solo finiti che non lo saziano mai. È sempre in attesa. Forse lo spirito ucciderebbe il corpo per realizzare l’infinito del suo desiderio.

Ma ecco, un uomo si alza in Galilea, Gesù di Nazareth, e proclama: “Il tempo dell’attesa è finito. Si avvicina il nuovo ordine che sta per essere introdotto da Dio. Rivoluzionate il vostro modo di pensare e di agire. Credete in questa buona notizia” (cfr Mc 1,15; Mt 4,17).

Conosciamo la tragica saga del profetico Predicatore: “Venne ai suoi e i suoi non lo riceverono” (Gv 1,11). Colui che “è passato per il mondo facendo del bene” (At 10,39) fu respinto e finì inchiodato in una croce.

Ma ecco che, tre giorni dopo, le donne si recarono presto di mattina alla tomba e sentirono una voce: “Perché cercate i vivi tra i morti? Gesù non è qui. Lui è risorto” (Lc 24,5; Mc 16,6).

Questo è il fatto nuovo e sempre atteso: la buona notizia si è avverata. Da un uomo morto è emerso un resuscitato, un nuovo essere. Questo è il significato della Pasqua, la festa centrale del cristianesimo. I suoi seguaci capirono presto che il Risorto era la realizzazione dell’antico sogno dell’umanità: l’attesa è finita. Ora è il momento di una vita piena senza morte. Liberato dallo spazio e dal tempo e dai condizionamenti umani, il Risorto appare, scompare, si fa presente con i viandanti di Emmaus, appare sulla spiaggia e mangia con gli apostoli e si riconosce nello spezzare il pane.

Gli Apostoli non sanno come definirlo. San Paolo, il più grande genio del pensiero cristiano, ha scelto la parola giusta: “Egli è il novissimo Adamo” (1Cor 15,45). L’Adamo non più soggetto alla morte, quello che ha lasciato dietro di sé il vecchio Adamo mortale.

Come per prenderla in giro, San Paolo provoca: “O morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è il pungiglione con cui spaventavi gli uomini? La morte è stata inghiottita nella vittoria di Cristo (1Co 15:55). Lo definisce come “un corpo spirituale” (1Co 15,44), cioè concreto e riconoscibile come corpo umano, ma in modo diverso, con le qualità dello spirito. Lo spirito ha una dimensione cosmica. È nel corpo, ma è anche nelle stelle più lontane e nel cuore di Dio. Lo spirituale è anche inteso come il modo di essere proprio dello Spirito Santo. È in tutto, muove tutte le cose, e riempie l’universo.

Un antico testo, degli anni 50, del Vangelo di Tommaso dice meravigliosamente: “Alza la pietra e io sono sotto di essa; taglia il legno e io ci sono dentro, perché sono con te sempre, fino alla pienezza dei tempi”. Sollevare una pietra richiede forza, tagliare il legno richiede sforzo. Anche in loro c’è il Risorto, nelle cose più quotidiane.

Dobbiamo comprendere correttamente la resurrezione. Non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro che è tornato a essere quello di prima e ha finito per morire. La resurrezione è la piena realizzazione di tutte le potenzialità nascoste nella realtà umana. La morte non esercita più il dominio su di lui. È infatti la nascita terminale dell’essere umano, come se avesse raggiunto il culmine del processo evolutivo o lo avesse anticipato. Nell’espressione forte di Teilhard de Chardin, il Risorto esplose e implose in Dio.

Nelle sue epistole, soprattutto agli Efesini e ai Colossesi, San Paolo sviluppa una vera cristologia cosmica. Egli “è tutto in tutte le cose” (Col 3,12); “il capo di tutte le cose” (Ef 1,10). Nel linguaggio della cosmologia moderna, il paleontologo e pensatore Pierre Teilhard de Chardin dirà la stessa cosa nel XX secolo.

La Pasqua è l’inaugurazione dell’uomo nuovo, pienamente realizzato. Vale per tutti gli esseri umani. Pertanto, un tale evento benedetto non è un’esclusiva di Gesù. San Paolo ci assicura che partecipiamo a questa risurrezione: “Egli è il primo frutto (l’anticipazione) di coloro che muoiono” (1 Cor 5,20), “il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29).

Alla luce di questa celebrazione pasquale possiamo dire che l’alternativa cristiana è questa: la vita o la risurrezione. Affermiamo e riaffermiamo con gioia: non viviamo per morire, ma per risorgere.

Leonardo Boff è teólogo e ha pubblicato La rissurrezione di Cristo e na nostra nella morte, Cittadella 2008.

 

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi