Leone XIV: la grande sfida, la de-occidentalizzazione e la de-patriarcalizzazione della Chiesa

Leonardo Boff

Confesso che sono rimasto sorpreso dalla nomina del Cardinale nordamericano-peruviano Prevost al supremo pontificato della Chiesa. Ciò per mia ignoranza. In seguito, quando mi sono informato meglio, guardando i video su YouTube e i suoi discorsi tra la gente, stando in mezzo a un’alluvione in una città peruviana e la sua particolare attenzione per la popolazione indigena (la maggioranza dei peruviani), ho capito che lui può davvero essere la garanzia di continuità con l’eredità di Papa Francesco. Non avrà il suo carisma, ma sarà se stesso, più riservato e timido ma molto coerente con le sue posizioni sociali, comprese le critiche al presidente Trump e al suo vice. Non a caso Papa Francesco lo ha chiamato dalla sua diocesi dei poveri in Perù e lo ha chiamato a ricoprire un ruolo importante nell’amministrazione del Vaticano. Leone XIV ha vissuto gran parte della sua vita fuori dagli Stati Uniti, per molti anni come missionario e poi come vescovo in Perù, dove certamente ha acquisito una vasta esperienza di un’altra cultura e della difficile situazione sociale povera della maggior parte della popolazione. Confessò esplicitamente di essersi identificato con quelle persone al punto di naturalizzarsi peruviano.

Il suo primo discorso al pubblico è stato contro le mie aspettative iniziali. E’ stato un discorso pio e rivolto all’interno della Chiesa. Non è stata citata la parola “poveri”, tanto meno liberazione, minacce alla vita e il grido ecologico. Il tema forte è stato la pace, in particolare “disarmata e disarmante”, una critica delicata a quanto sta accadendo oggi in modo drammatico, come la guerra in Ucraina e il genocidio, a cielo aperto, di migliaia di bambini e civili innocenti nella Striscia di Gaza. E’ sembrato che gli atri temi non fossero nella coscienza del nuovo Papa. Ma credo che torneranno presto anche quelli, perché tali tragedie erano così forti nei discorsi di Papa Francesco, suo grande amico, che devono ancora risuonare nelle orecchie del nuovo Papa.

Papa Francesco, in quanto gesuita, aveva un raro senso della politica e dell’esercizio del potere, attraverso il famoso “discernimento dello spirito”, una categoria centrale della spiritualità di Sant’Ignazio. La mia supposizione è che egli ha visto nel Cardinale Prevost un suo possibile successore. Non apparteneva alla vecchia e già decadente cristianità europea, proveniva dal Grande Sud, con un’esperienza pastorale e teologica maturata nella periferia della Chiesa, nel suo caso il Perù, dove con Gustavo Gutiérrez è nata e si è sviluppata la teologia della liberazione.

Sicuramente, con il suo modo di fare gentile e la sua predisposizione all’ascolto e al dialogo, porterà avanti le sfide assunte e le innovazioni affrontate da Papa Francesco, che non è il caso qui di elencarle.

Ma, dal mio punto di vista, ci saranno altre sfide, mai prese sul serio dagli interventi dei papi precedenti: come de-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa cattolica di fronte alla nuova fase dell’umanità. Essa è caratterizzata dalla mondializzazione dell’umanità (non solo in senso economico, ora turbato da Trump) che, anzi, si sta realizzando a ritmi sempre più rapidi in termini politici, sociali, tecnologici, filosofici e spirituali. In questo processo accelerato, la Chiesa Cattolica nella sua istituzionalizzazione e nella forma come si è strutturata gerarchicamente, appare come una creazione dell’Occidente. Questo è innegabile. Dietro a tutto, c’è il diritto romano classico, il potere degli imperatori con i suoi simboli, riti e modalità di esercizio del potere accentrati in un’autorità massima, il Papa, «con potestà ordinaria, massima, piena, immediata e universale» (canone 331), attributi che, in verità, spetterebbero solo a Dio. A ciò si aggiunge la sua infallibilità in materia di fede e morale. Non si potrebbe andare oltre. Papa Francesco si è consapevolmente allontanato da questo paradigma e ha iniziato a inaugurare un altro modello di Chiesa semplice e povera in uscita per il mondo.

Questo non ha nulla a che vedere con il Gesù storico, povero, predicatore di un sogno assoluto, il Regno di Dio e critico severo di ogni potere. Ma è proprio quello che è successo: con l’erosione dell’Impero romano, i cristiani, diventati Chiesa con un alto senso morale, si sono fatti carico della riorganizzazione dell’Impero romano che ha attraversato secoli. Ma questa è una creazione della cultura occidentale. Il messaggio originario di Gesù, il suo Vangelo, non si esaurisce né si identifica con questo tipo di incarnazione, perché il messaggio di Gesù è quello di una totale apertura a Dio come Abba (Padre caro), di misericordia illimitata, di amore incondizionato persino per i nemici, di compassione per coloro che sono caduti lungo le strade della vita e di vita come servizio agli altri. L’attuale papa Leone XIV non sarà immune a questa sfida. Vogliamo vedere e sostenere il suo coraggio e la sua forza nell’affrontare i tradizionalisti e nel compiere passi in quella direzione.

Una grande, immensa sfida per qualsiasi Papa è relativizzare questo modo di organizzare il cristianesimo affinché possa acquisire nuovi volti nelle diverse culture umane. Papa Francesco ha compiuto grandi passi in questa direzione. L’attuale nuovo Papa ha accennato a questo dialogo nel suo discorso inaugurale. Finché non ci muoveremo con fermezza verso questa de-occidentalizzazione, per molti paesi il cristianesimo sarà sempre una cosa dell’Occidente. E’ stato complice della colonizzazione dell’Africa, delle Americhe e dell’Asia e ancora oggi è visto così dalle intelligenze dei paesi che furono colonizzati.

Un’altra sfida non meno importante è la de-patriarcalizzazione della Chiesa. Ne abbiamo già parlato sopra. Nella guida della Chiesa ci sono solo uomini, celibi e ordinati con il sacramento dell’Ordine (da sacerdote a Papa). Il fattore patriarcale è visibile nella negazione alle donne del sacramento dell’Ordine. Loro costituiscono, di gran lunga, la maggioranza dei fedeli e sono le madri e le sorelle dell’altra metà, degli uomini della Chiesa e dell’umanità. Questa esclusione maschilista fa male al corpo ecclesiastico e mette in discussione l’universalità della Chiesa. Fintanto che non si apre alla possibilità per le donne, come è accaduto in quasi tutte le chiese, di accedere al sacerdozio, si dimostra il suo radicato patriarcato, segno di una cultura occidentale sempre più un accidente nella storia universale.

Oltre a ciò, l’obbligo di mantenere il celibato (convertito in legge) rende ancora più radicale il carattere patriarcale, favorendo l’anti-femminismo che si nota in alcuni strati della gerarchia ecclesiastica. Poiché si tratta solo di una legge umana e storica e non divina, nulla impedisce che venga abolita e che venga consentito il celibato facoltativo.

Queste e molte altre sfide dovranno essere affrontate dal nuovo Papa, mentre nella coscienza dei fedeli cresce sempre più il senso evangelico della partecipazione (la sinodalità) e dell’uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli esseri umani, uomini e donne. Perché dovrebbe essere diverso nella Chiesa cattolica?

Queste riflessioni vogliono essere una sfida permanente da essere affrontata da chi è stato scelto per il servizio più alto per animare la fede e orientare i cammini della comunità cristiana, come la figura del Papa. Verrà il tempo in cui la forza di questi cambiamenti diventerà così esigente che essi si realizzeranno. Allora sarà una nuova primavera della Chiesa, che diventerà tanto più universale quanto più si farà carico di questioni universali e offrirà il suo contributo per risposte umanizzanti.

Leonardo Boff è un teologo e ha scritto: Eclesiogênese: a reinvenção da Igreja, Record 2008. (Traduzione dal

Papa Francesco non è un nome, ma un progetto della Chiesa e de mondo

Papa Francesco non è un nome, ma un progetto della Chiesa e de mondo

Leonardo Boff

Ogni punto di vista è la visione da un punto, ho affermato una volta. Il mio punto di vista su Papa Francesco è quello di un latinoamericano. Lo stesso Papa Francesco si è presentato come «colui che viene dalla fine del mondo», cioè dall’Argentina, dall’estremo Sud del mondo. Questo fatto non è privo di rilevanza, poiché ci offre una lettura diversa da quella di altri, da altri punti di vista.

La scelta del nome Francisco, senza precedenti, non è casuale. Francesco d’Assisi rappresenta un altro progetto di Chiesa la cui centralità risiedeva nel Gesù storico, povero, amico dei disprezzati e umiliati, come i lebbrosi con i quali andò a vivere. Questa è la prospettiva adottata da Bergoglio quando è stato eletto Papa. Vuole una Chiesa povera per i poveri. Di conseguenza, si spoglia dei paramenti onorari, tradizione degli imperatori romani, ben rappresentata dalla mozzetta, quella mantellina bianca ornata di gioielli, simbolo del potere assoluto degli imperatori e incorporata nei paramenti papali. Lui la rifiuta e la dà alla segretaria come souvenir. Indossa un semplice mantello bianco con la croce di ferro che sempre usava. Visse nella più grande semplicità (il Papa non indossa Prada) e, senza cerimonie, infranse i riti per poter essere vicino ai fedeli. Ciò sicuramente ha scandalizzato molti esponenti della vecchia cristianità europea, abituati alla pompa e alla gloria dei paramenti papali e dei prelati della Chiesa in generale. Vale la pena ricordare che tali tradizioni risalgono agli imperatori romani, ma non hanno nulla a che fare con i poveri artigiani e contadini mediterranei di Nazareth.

Sorprendentemente, egli si presenta in primo luogo come vescovo locale di Roma. Poi come Papa per animare la Chiesa universale e, come lui stesso ha sottolineato, non con il diritto canonico, ma con l’amore.

Ha scelto il nome Francesco perché san Francesco d’Assisi è «l’esempio per eccellenza della cura e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità» (Laudato Sì, n. 10) e che chiamava tutti gli esseri con il dolce nome di fratello e sorella.

Non ha voluto vivere in un palazzo pontificio, ma in una foresteria, Santa Marta. Mangiava in fila come tutti gli altri e, con umorismo, commentava: così è più difficile che mi avvelenino.

La centralità della sua missione era posta sulla preferenza e la cura dei poveri, in particolare dei migranti. Disse onestamente: “Voi europei siete stati lì per primi, avete occupato le loro terre e ricchezze e siete stati ben accolti. Ora loro sono qui e non siete disposti a riceverli”. Con tristezza constata la globalizzazione dell’indifferenza.

Per la prima volta nella storia del papato, Papa Francesco ha ricevuto varie volte  i movimenti sociali mondiali. Vedeva in loro la speranza di un futuro per la Terra, perché la trattano con cura, coltivano l’agro-ecologia e vivono una democrazia popolare e partecipativa. Spesso ripeteva loro i diritti che gli sono negati, le famose tre T: Terra, Teto e Trabalho. Devono iniziare da dove si trovano: dalla regione, perché è lì che si può costruire una comunità sostenibile. Con ciò ha legittimato un intero movimento mondiale, il bio-regionalismo, come via per superare lo sfruttamento e l’accumulazione da parte di pochi e garantire una maggiore partecipazione e giustizia sociale per molti.

Fu in questo contesto che ha scritto due straordinarie encicliche: “Laudato Sì: sulla cura della casa comune”, su un’ecologia integrale che coinvolge l’ambiente, la politica, l’economia, la cultura, la vita quotidiana e la spiritualità ecologica. Nell’altra, la “Fratelli tutti”, di fronte al degrado diffuso degli ecosistemi, lanciò il severo monito: «Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o nessuno si salverà» (n. 34). Con questi testi, il Papa si pone in prima linea nel dibattito ecologico mondiale che va oltre la semplice ecologia verde e altre forme di produzione, senza mai mettere in discussione il sistema capitalista che, per sua logica, crea accumulazione da un lato al costo dello sfruttamento della grande maggioranza dall’altro.

Papa Francesco proviene dalla teologia della liberazione della corrente argentina, che sottolinea l’oppressione del popolo e l’esclusione della cultura popolare. Fu discepolo del teologo della liberazione Juan Carlos Scannone, che arrivò a citare in una nota a piè di pagina della Laudato Sì. Già come studente e ispirato da questa teologia, fece una promessa a se stesso: ogni settimana visitare, da solo, le favelas (“vilas miseria“). Entrava nelle case, si informava sui problemi dei poveri e infondeva speranza in tutti. Per anni portò avanti una polemica con il governo che, come politiche dello Stato, faceva assistenzialismo e paternalismo.

Reclamava dicendo: in questo modo i poveri non saranno mai liberati dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno è la giustizia sociale, radice della vera liberazione dei poveri. In solidarietà con i poveri, viveva in un piccolo appartamento, cucinava il proprio cibo, andava a prendere il suo giornale. Si rifiutava di vivere nel palazzo e di usare l’auto speciale.

Questa ispirazione liberatrice illuminò il modello di Chiesa che egli si proponeva di costruire. Non una Chiesa chiusa come un castello, immaginandola circondata da nemici da tutti i lati, proveniente dalla modernità con le sue conquiste e le sue libertà. A questa Chiesa chiusa egli contrappose una Chiesa in cammino verso i bisogni esistenziali, una Chiesa come ospedale da campo che accoglie tutti i feriti, senza chiedere loro quale sia il loro orientamento sessuale, la loro religione o ideologia: basta che siano esseri umani bisognosi.

Papa Francesco non si presenta come un dottore della fede, ma come un pastore che accompagna i fedeli. Chiede ai pastori di avere l’odore delle pecore, tale è la loro vicinanza e il loro impegno verso i fedeli, esercitando una pastorale di tenerezza e di amore.

Forse nessun papa nella storia della Chiesa ha dimostrato tanto coraggio quanto lui nel criticare il sistema attuale che uccide e produce due feroci ingiustizie: l’ingiustizia ecologica, che devasta gli ecosistemi, e l’ingiustizia sociale, che sfrutta l’umanità fino a versarne il sangue. Mai nella storia si è assistito a una tale accumulazione di ricchezza in poche mani. Otto persone possiedono individualmente più ricchezza di 4,7 miliardi di persone. È un crimine che grida al cielo, offende il Creatore e sacrifica i suoi figli e le sue figlie.

Come un pastore più che come medico, il suo messaggio è fondato soprattutto sulla figura storica di Gesù, amico dei poveri, dei malati, degli emarginati e degli oppressi. Fu assassinato sulla croce attraverso un duplice processo, uno religioso (offese alla religione del tempo per la sua pretesa di sentirsi Figlio di Dio) e l’altro politico, da parte delle forze di occupazione romane.

Non dava molta importanza alle dottrine, ai dogmi e ai riti che aveva sempre rispettato, poiché riconosceva che con tali cose non si raggiunge il cuore umano. Per questo si ha bisogno di amore, di tenerezza e misericordia. Una volta pronunciò una delle frasi più importanti del suo magistero: “Cristo è venuto per insegnarci a vivere: l’amore incondizionato, la solidarietà, la compassione e il perdono, valori che costituiscono il progetto del Padre che è il nucleo dell’annuncio di Gesù: il Regno di Dio. Lui preferiva un ateo sensibile alla giustizia sociale rispetto a un credente che frequenta la chiesa ma non ha alcun riguardo per il prossimo che soffre.

Un tema ricorrente nelle sue prediche è quello della misericordia. Per Papa Francesco la misericordia è essenziale. La condanna è solo per questo mondo. Dio non può perdere nessun figlio o figlia che ha creato nell’amore. La misericordia vince la giustizia e nessuno può porre limiti alla misericordia divina. Metteva in guardia i predicatori da ciò che era stato fatto per secoli: predicare la paura e instillare il terrore dell’inferno. Tutti, indipendentemente da quanto siano stati malvagi, sono sotto l’arcobaleno della grazia e della misericordia divina.

Logicamente, non tutto vale la pena in questo mondo. Ma coloro che hanno vissuto sacrificando altre vite, preoccupandosi poco di Dio o addirittura negandolo, attraverseranno la clinica di guarigione della grazia, dove riconosceranno le loro azioni malvagie e apprenderanno cosa sono l’amore, il perdono e la misericordia. Solo allora la clinica di Dio, che non è l’anticamera dell’inferno, ma l’anticamera del paradiso, si aprirà affinché anche loro possano partecipare alle promesse divine.

Con il suo appello all’azione a favore dei poveri, con la sua coraggiosa critica all’attuale sistema che produce morte e minaccia le basi ecologiche che sostengono la vita, con il suo amore appassionato e la sua cura per la natura e la Casa Comune, con i suoi instancabili sforzi per mediare le guerre in favore della pace, è emerso come un grande profeta che ha annunciato e denunciato, ma sempre suscitando la speranza che possiamo costruire un mondo diverso e migliore. Grazie a ciò, egli si dimostrò un leader religioso e politico rispettato e ammirato da tutti.

Indimenticabile è l’immagine di un papa che cammina da solo, sotto una leggera pioggia, in piazza San Pietro, verso la cappella della preghiera affinché Dio risparmiasse l’umanità dal coronavirus e avesse pietà dei più vulnerabili.

Papa Francesco ha onorato l’umanità e resterà nella memoria come una persona santa, gentile, premurosa ed estremamente umana. È grazie a figure come queste che Dio ha ancora pietà della nostra malvagità e follia e ci ha tenuti in vita su questo piccolo e meraviglioso pianeta.

Leonardo Boff ha scritto Francesco d’Assisi, Francesco di Roma. Una nuova primavera nella chiesa, Editrice Missionaria Italiana, 2014; La tenerezza di Dio-Abbà e di Gesù, Castelvecchi, 2024

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

L’economia per bambini di John Maynnard Keynes

    Leonardo Boff

Oggigiorno, a causa della sovversione portata avanti da Donald Trump in tutti i mercati mondiali, il tema dominante è l’economia e gli effetti delle politiche tariffarie da lui imposte. Si tratta di misure folli, applicate all’intera umanità, a 180 Paesi, destrutturando le economie nazionali e pregiudicando particolarmente la popolazione povera. Solo persone senza cuore e senza alcun senso di umanità possono prendere misure di questa natura.

È in questo contesto che mi riferisco al padre della macroeconomia John Maynard Keynes (1883-1946). Considerato uno dei più grandi economisti degli ultimi anni, per il quale il ruolo dello Stato è quello di promuovere lo sviluppo, ha contribuito a far uscire l’Europa dalla devastazione della seconda guerra mondiale e ha dato una direzione all’economia mondiale. Non concepiva l’economia come qualcosa di assoluto in sé, ma nel congiunto delle attività umane. Si mostrò spesso un umanista radicale e, come tale, dotato di una forte carica utopica.

Mi riferisco a un testo raramente citato. In una conferenza del 1926, disse: “Le divinità che presiedono alla vita economica non possono essere altro che geni del male; di un male necessario che, più o meno, da qui a un secolo (fino al 2028), ci costringerà a far credere a ciascuno e a noi stessi che la lealtà è un’infamia e che l’infamia è una lealtà, poiché l’infamia ci è utile e la lealtà no”. In altre parole, aggiungeva, “l’umanità raggiungerà il consenso nel considerare l’avarizia, l’usura e la prudenza come indispensabili per farci uscire dal tunnel della necessità economica e a portarci alla luce del sole”.

“Solo allora si raggiungerà il benessere generale e sarà il momento in cui i nostri figli – ed è questo il senso del mio saggio “Prospettive economiche per i nostri figli*” – capiranno finalmente che il bene è sempre meglio che l’utile.

“Allora non avranno più bisogno di ricordare certi principi, i più sicuri e i meno ambigui della religione e della virtù tradizionale: che l’avarizia è un vizio, che è malvagio estorcere i benefici dall’usura, che l’amore per il denaro è esecrabile.”

“Coloro che cammineranno sicuri sul sentiero della virtù e della saggezza saranno coloro che si preoccuperanno meno del domani. E ancora una volta arriveremo ad apprezzare i fini più dei mezzi e a preferire il bene all’utile. Onoreremo coloro che ci insegneranno ad accogliere il momento presente in modo virtuoso e piacevole, persone eccezionali che sapranno assaporare le cose immediate, come i gigli del campo che non tessono né filano”.

Anche se la proposta dell’umanista e dell’eminente economista non si è ancora realizzata (si realizzerà?), perché viviamo sotto la dittatura del vile metallo e dell’economia speculativa che non produce altro che più denaro ancora, lasciando gran parte dell’umanità nella povertà e nella miseria. Percepirà, e questo continuerà a valere, che l’essenza della vita non sta nell’accumulare senza limiti e nel consumare eccessivamente. Ma il senso della vita consiste nel vivere la vita, goderla, riprodurla, celebrarla, condividerla con gli altri. Ciò non è possibile con l’economia vigente. In una parola, è l’inutile che conta e non ciò che è economicamente utile.

Sicuramente il saggio umanista ed economista Keynes ci ha rivelato la vera natura dell’economia, comprensibile più dai bambini che dagli adulti.

Oggi abbiamo perso questa prospettiva e siamo tutti ostaggi della cultura del capitale che ci obbliga a spendere la nostra vita e il nostro tempo lavorando, producendo e consumando nel contesto di una società perversa, il cui ideale è l’accumulazione senza limiti e il consumismo, una società che ha trasformato tutto in merce, persino le cose più sacre o vitali come gli organi umani.

Se continuiamo su questa strada, per quante siano le tariffe con cui l’impazzito Donald Trump castigherà l’umanità intera, probabilmente, andremo incontro a una grande tragedia, eventualmente la nostra stessa fine. Giustamente, quindi, non realizziamo lo scopo per cui siamo stati creati: vivere la vita ed esserne grati.

*John Maynnard Keynes, Perspectives économiques pour nos petits-enfants, in Essais sur la monnaie et l’économie:les cris de Cassandre, Paris, Payot 1971, p.140; L.Boff, Ecologia, mundialização e espiritualidade, Ática, SP 1996. (Traduzione dal portoghese

La Terra vivente genera tutti gli esseri viventi e noi

Leonardo Boff

Dobbiamo conoscere meglio e di più la nostra Casa Comune, la Terra. La vita non è presente solo sulla Terra e occupa anche parti della stessa (biosfera). La Terra stessa, nel suo insieme, emerge come un super organismo vivente. La Terra è viva. Ad esempio, in un solo grammo di terreno, cioè meno di una manciata, vivono circa 10 miliardi di microrganismi: batteri, funghi e virus (Wilson, Criação, p. 26). Sono invisibili ma sempre attivi e lavorano per mantenere la Terra viva e fertile. La Terra, così piena di vita, è la madre che genera tutti gli esseri viventi.

Questa osservazione ci obbliga a riflettere più attentamente sulla questione della vita. Sia per Einstein, sia per Bohr, “la vita supera la capacità di comprensione dellanalisi scientifica” (N. Bohr, Atomic Physis and  human knowledge,1956 cp. Light and Life, p.6 ). Tuttavia, l’applicazione della fisica quantistica, della teoria della complessità (Morin), della teoria del caos (Gleick, Prigogine) e della biologia genetica e molecolare (Maturana, Capra) hanno dimostrato che la vita rappresenta l’irruzione dell’intero processo evolutivo, dalle energie e dalle particelle più originarie, passando per i gas primordiali, le SuperLuminous Supernovae, le galassie, la polvere cosmica, la geo-sfera, l’idrosfera, l’atmosfera e infine la biosfera. Come afferma il premio Nobel per la biologia nel 1997, Christian du Duve: “il carbonio, lidrogeno, lazoto, lossigeno, il fosforo e lo zolfo costituiscono la maggior parte della materia vivente” (Vital Dust 1995 cp. 1).

Fu un’opera speciale di Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica nel 1977, a dimostrare che la presenza di elementi chimici non è sufficiente. Essi cambiano continuamente energia con l’ambiente. Consumano molta energia e quindi aumentano l’entropia (esaurimento dell’energia utilizzabile). Le ha giustamente definite strutture dissipative (consumatrici di energia). Ma sono ugualmente strutture dissipative in un secondo senso, paradossale, perché dissipano l’entropia. Gli esseri viventi producono entropia e allo stesso tempo sfuggono all’entropia. Essi metabolizzano il disordine e il caos dell’ambiente in ordini e strutture complesse che si auto-organizzano, sfuggendo all’entropia e producendo neghentropia, entropia negativa, e positivamente producono sintropia (Order out  of Chaos, 1984).

Ciò che per una persona è disordine, per un’altra è ordine. È attraverso un precario equilibrio tra ordine e disordine (caos: Dupuy, Ordres et Désordres, 1982) che la vita si mantiene (Ehrlich, O mecanismo da natureza, 1993, 239-290).

Questo vale anche per noi esseri umani. Tra noi si originano forme di relazione e di vita in cui prevale la sintropia (risparmio energetico) sull’entropia (spreco energetico). Il pensiero, la comunicazione attraverso le parole, la solidarietà, l’amore sono energie fortissime, con un basso livello di entropia e un alto livello di sintropia. In questa prospettiva non ci troviamo di fronte alla morte termica, ma alla trasfigurazione del processo cosmogenico, che si rivela in ordini supremamente ordinati, creativi e vitali. Questo futuro non è misterioso.

Ci basta riferirci alle ricerche condotte dal medico e biologo inglese James E. Lovelock e dalla biologa Lynn Margulis (Gaia, 1989; 1991; 2006; Sahtouris, 1989, Gaia; Lutzemberger, 1990, Gaia; Lynn Margulis, 1990, Microcosmos) i quali hanno constatato che esiste una sottile calibrazione tra tutti gli elementi chimici e fisici, tra il calore della crosta terrestre, l’atmosfera, le rocce, gli oceani, tutti sotto l’effetto della luce solare, in modo tale da rendere la Terra buona e persino eccellente per gli organismi viventi. Essa appare, quindi, come un immenso super-organismo vivente che si autoregola, chiamato “Gaia” da James E. Lovelock, secondo il nome classico della Terra dei nostri antenati culturali greci.

Lui fu preceduto dal geo-chimico russo Wladimir Vernadsky (1863-1945), che elaborò il concetto di biosfera (1926), che proponeva un’ecologia globale, del pianeta Terra nel suo insieme, considerando la vita come un attore ecologico planetario. Ma fu il nome di Lovelock a imporsi.

La Terra, a sua volta, ha mantenuto per milioni e milioni di anni una temperatura media compresa tra 15º e 35º, che rappresenta la temperatura ottimale per gli organismi viventi. Solo ora è iniziata una nuova era, quella del riscaldamento.

L’articolazione sinfonica delle quattro interazioni fondamentali dell’universo continua ad agire in sinergia per mantenere l’attuale freccia cosmologica del tempo verso forme di esseri sempre più relazionali e complesse. Esse, in verità, costituiscono la logica interna del processo evolutivo, per così dire, la struttura, o meglio, la mente ordinatrice del cosmo stesso. Vale la pena menzionare la famosa affermazione del fisico britannico Freeman Dyson (*1923): “quanto più esamino luniverso e i dettagli della sua architettura, più trovo prove che luniverso sapeva che un giorno, molto più avanti, saremmo emersi” (Disturbing the Universe, 1979, p. 250).

Questa visione sostiene che l’universo è costituito da un’immensa rete di relazioni, in forma tale che ciascuno vive attraverso l’altro, per l’altro e con l’altro; che l’essere umano è un nodo di relazioni rivolte in tutte le direzioni; e che la Divinità stessa si rivela come una Realtà pan-relazionale, come sottolinea Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Si (n. 239). Se tutto è relazione e nulla esiste al di fuori della relazione, allora la legge più universale è la sinergia, la sintropia, l’inter-retro-relazione, la collaborazione, la solidarietà cosmica, la comunione e la fraternità/sorellanza universale. È quello che ci manca nel mondo di oggi.

Questa visione di Gaia potrà rinnovare la nostra convivenza con la Terra e farci vivere un’etica di responsabilità necessaria, di compassione e di cura, attitudini che salveranno la vita nella nostra Casa Comune, la Terra.

Leonardo Boff, filosofo ed ecologista ha scritto “A opcão-terra: a solução para a terra não cai do ceú”, Rio de Janeiro, RJ: Record, 2009; Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale?, Castelvecchi, 2021. (traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)