Carnevale: celebrare la gioia di vivere nonostante le amarezze

Il Brasile sta vivendo una delle fasi più tristi e addirittura macabre della sua storia. È stata smascherata la logica della corruzione, presente in ogni angolo della nostra storia, come parte di uno Stato patrimonialista (schiavista, colonialista, elitista e anti-popolare), sequestrato per secoli a favore dell’oligarchia dell’essere, dell’avere, del sapere, del dominare e del manipolare l’opinione pubblica. La corruzione si è infiltrata nella società, per tutto questo tempo e non solo – come è stato detto negli ultimi anni quasi esclusivamente del PT (è vero che gruppi dirigenti sono stati contaminati), trasformato in capro espiatorio, formula per nascondere la corruzione dei privilegiati di sempre.

Salta fuori un nuovo “Collor” (caccia ai Marajás), il “Mito” (Jair Bolsonaro) che cancellerà la corruzione. Sono bastati 50 giorni di mandato per identificare la corruzione, nelle sue stesse radici e perfino nella sua famiglia. Molti credono ingenuamente all’uso smodato di fake news e slogans di stampo nazista: “Brasil sopra tutto” (Deitchland uber alles) e “Dio sopra tutti”. Quale Dio? Quello dei Neopentecostali che promuove la prosperità materiale, ma è sordo di fronte alla nefasta ingiustizia sociale, e che dà molto denaro ai suoi pastori ,veri lupi nel tosare le pecore? Non è il Dio di Gesù povero e amico dei poveri, di cui parlava Fernando Pessoa “che non sapeva niente di contabilità e che non consta che avesse una biblioteca”. “Era povero per davvero, e passava per tutti i paesi annunciando una grande allegria per tutto il popolo” come riferiscono i vangeli.

Dentro a questo quadro sinistro si festeggia il carnevale. E non poteva non essere che così, perché è uno dei punti alti nella vita di milioni di Brasiliani. La festa fa dimenticare le delusioni e dà spazio a molte arrabbiature affogate nella gola (come migliaia in San Paolo, gridando indecentemente, B.Va’ a prenderlo nel c.) la festa, per un momento, sospende il terribile quotidiano e il tempo noioso degli orologi. È come se per un lasso di tempo, partecipassimo all’eternità, dato che nella festa si sospende il tempo degli orologi.

Fa parte della festa l’eccesso, la rottura delle norme convenzionali e delle formalità sociali. Logico, tutto quello che è sano può ammalare, come il carattere orgiastico di alcune espressioni carnevalesche. Ma non è questa la caratteristica del carnevale.

La festa è un fenomeno di ricchezza. Qui ricchezza non significa possedere denaro. La ricchezza della festa è la ricchezza della ragione cordiale, dell’allegria, di mostrare un sogno di fraternità illimitata, gente della favela insieme a gente della città organizzata, tutti mascherati: bambini, giovani, adulti, uomini e donne e anziani che danzano che cantano mangiando e bevendo insieme. La festa è l’esaltazione che possiamo essere allegri e felici anche in situazioni di disgrazie collettive.

Se riflettiamo correttamente, l’allegria del carnevale è un’espressione di amore che è più che empatia. Chi non ama nulla o nessuno, non può stare allegro, anche se sospira in forma angustiata. Un teologo della chiesa ortodossa che nel secolo V dell’era cristiana, San Giovanni Crisostomo (di cui il cardinale Dom Paulo Evaristo Arns era un grande entusiasta e lettore) ha scritto bene: ubi Caritas gaudet, ibi est festivitas: “dove l’amore si rallegra, lì c’è la festa”.

Adesso una piccola riflessione: il tema della festa appare come un fenomeno che ha sfidato grandi nomi del pensiero come R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Moltmann e lo stesso F.Nietzsche.

Il fatto è che la festa rivela ciò chei è ancora infantile o ‘mitico’ in noi in piena maturità e al predominio della fredda ragione strumentale-analitica che regge le nostre società.

La festa mette d’accordo tutte le cose e ci restituisce la saudade del paradiso di delizie, che mai è stato smarrito completamente. Platone argomentava come segue: “Gli dei hanno inventato la festa per riposarsi un po”. La festa non è solo un giorno inventato dagli uomini, ma anche un giorno che il Signore ha fatto, come recita il Salmo 117,24. Effettivamente, se la vita è una camminata impegnativa, abbiamo bisogno a volte di fermarci per respirare e, rimessi in sesto, continuare il cammino con la gioia nel cuore. Dove sboccia l’allegria della festa? È stato Nietzsche a inventare la migliore formulazione: “Per provare gioia in qualche cosa, bisogna dire a tutte le cose: ‘siate benvenute’. Pertanto, per poter festeggiare davvero, bisogna sentire la positività in tutte le cose. Continua Nietzsche: “Se possiamo dire ‘Sì’ a un unico momento, allora avremo detto ‘Sì’ a noi stessi e alla totalità dell’esistenza” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht nd Zuchtigung n. 102).

Questo sì che soggiace alle nostre decisioni quotidiane, durante il nostro lavoro, nelle preoccupazioni per la famiglia, per l’impiego, minacciato dalle nuove leggi regressive del l’attuale governo, nella convivenza tra amici e colleghi. La festa è il tempo forte nel quale il senso segreto della vita è vissuto anche inconsciamente. Dalla festa usciamo più forti, per affrontare le urgenze della vita, che per la maggioranza della gente è sempre una conquista.

Abbiamo buone ragioni per fare festa in questo Carnevale 2019. Scordiamo per un momento le amarezze di un governo ancora senza obiettivo, con ministri che ci fanno vergogna, con politici che rappresentano più i gruppi da cui sono stati eletti al parlamento che gli interessi del popolo.

Nonostante tutto questo, l’allegria deve predominare.

*Leonardo Boff è teologo, filosofo e scrittore e ha scritto: Spiritualità per un altro mondo possibile, Queriniana 2009.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato

Carnaval: celebrar la alegría de vivir a pesar de todo

Brasil está viviendo una de las fases más tristes e incluso macabras de su historia. Se ha desenmascarado la lógica de la corrupción, presente en toda nuestra historia, como parte de un Estado patrimonialista (colonialista, esclavista, elitista y anti-popular) y secuestrado durante siglos por las oligarquías del ser, del tener, del saber, del dominar y del manipular a la opinión pública. Durante todo este tiempo ha habido corrupción y no sólo, como se ha atribuido en los últimos años casi exclusivamente al PT (es verdad que sus cúpulas fueron contaminadas), convertido en chivo expiatorio para ocultar la corrupción de los privilegiados de siempre.

Ha surgido un nuevo “Collor” (“caza a los marajás”), el “mito” (Jair Bolsonaro) que iba a exterminar la corrupción. Fueron suficientes 50 días de mandato para identificar la corrupción también en sus propias huestes, hasta en su familia. Muchos creyeron ingenuamente en la profusión de fake news y eslóganes de sesgo nazi: “Brasil por encima de todo” (Deutchland über alles) y “Dios por encima de todos”. ¿Qué Dios? ¿Aquel de los neopentecostales que promueve la prosperidad material pero es sordo a la nefasta injusticia social y que da mucho dinero a sus pastores, verdaderos lobos trasquilando a sus ovejas? No es el Dios del Jesús pobre y amigo de los pobres, de quien decía Fernando Pessoa “que no entendía nada de contabilidad y que no consta que tuviese biblioteca”. Era un pobre que deambulaba por todos los lugares anunciando “una gran alegría para todo el pueblo”,· como relatan los evangelios.

Dentro de este cuadro siniestro se festeja el carnaval. No podría ser de otro modo, pues es uno de los puntos álgidos de la vida de millones de brasileños. La fiesta hace olvidar las decepciones y da espacio a las muchas rabias ahogadas en la garganta (como los miles que gritaban indecentemente São Paulo: ‘B. vete a tomar por el c`). La fiesta, por un momento, suspende la terrible cotidianidad y el tiempo tedioso de los relojes. Es como si, durante un lapso de tiempo, participáramos de la eternidad, pues en la fiesta el tiempo de los relojes queda en suspenso. Pertenece a la fiesta el exceso, la ruptura de las normas convencionales y de las formalidades sociales. Lógicamente, todo lo que está sano puede enfermar, como el carácter orgiástico de algunas expresiones carnavalescas. Pero esta no es la característica del carnaval.

La fiesta es un fenómeno de riqueza. Aquí riqueza no significa tener dinero. La riqueza de la fiesta es la riqueza de la razón cordial, de la alegría, de mostrar un sueño de fraternidad ilimitada, gente de la favela con gente de la ciudad organizada, todos disfrazados: niños, jóvenes, adultos, hombres y mujeres y ancianos bailando, cantando, comiendo y bebiendo juntos. La fiesta es la manifestación de que podemos estar alegres y felices incluso dentro de desgracias colectivas.

Pensándolo bien, la alegría del carnaval es una expresión de amor que es más que empatía. Quien no ama nada o a nadie, no puede alegrarse, aunque lo suspire por ello de forma angustiada. Un teólogo de la Iglesia Ortodoxa, del siglo V de la era cristiana, San Juan Crisóstomo (de quien el Cardenal Paulo Evaristo Arns era lector y gran entusiasta) lo escribió bien: “ubi caritas gaudet, ibi est festivitas”: “Donde el amor se alegra, ahí se encuentra la fiesta”.

Ahora un poco de reflexión: el tema de la fiesta se presenta como un fenómeno que ha desafiado a grandes nombres del pensamiento como R. Caillois, J. Pieper, H. Cox, J. Moltmann y el propio F. Nietzsche. Es que la fiesta revela lo que hay aún de infantil y mítico en nosotros en medio de la madurez y del predominio de la fría razón instrumental-analítica que rige nuestras sociedades.

La fiesta reconcilia todas las cosas y nos devuelve la nostalgia del paraíso de las delicias que nunca se perdió totalmente. Platón decía con razón: “los dioses hicieron las fiestas para que pudiésemos respirar un poco”. La fiesta no es sólo un día que hicieron los hombres sino también “un día que hizo el Señor” como dice el Salmo 117,24. Efectivamente, si la vida es un camino difícil, necesitamos a veces, parar para respirar y, renovados, seguir adelante con alegría en el corazón.

¿De dónde brota la alegría de la fiesta? Fue Nietszche quien encontró su mejor formulación: “para alegrarse de alguna cosa hay que dar la bienvenida a todas las cosas”. Por lo tanto, para poder festejar de verdad necesitamos afirmar positividad de todas las cosas. “Si podemos decir sí a un solo momento entonces habremos dicho sí no sólo a nosotros mismos sino a la totalidad de la existencia” (Der Wille zur Macht, libro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Este sí subyace a nuestras decisiones cotidianas, en nuestro trabajo, en la preocupación por la familia, por el empleo amenazado por las nuevas leyes regresivas del actual gobierno, en la convivencia con amigos y colegas. La fiesta es un tiempo fuerte en el que el sentido secreto de la vida es vivido incluso inconscientemente. De la fiesta salimos más fuertes para enfrentar las exigencias de la vida, para la mayoría llena de lucha siempre y sobrellevada a duras penas.

Tenemos buenas razones para festejar en este carnaval de 2019. Olvidemos por un momento los sinsabores de un gobierno sin rumbo aún, con ministros que nos avergüenzan y con políticos que representan más a los grupos que los eligieron que los verdaderos intereses del pueblo. A pesar de todo esto, debe predominar la alegría.

Leonardo Boff es filósofo, teólogo y escritor, ha escrito Virtudes para otro mundo posible, 3 vol. Sal Terrae 2012.

Traducción de Mª José Gavito Milano

A “AMAZÔNIA NÃO PRECISA SER CONQUISTADA;PRECISA SER RESPEITADA”,

Dom Evaristo Spengler, OFM – Bispo da Prelazia do Marajó (PA)

Nos inícios de fevereiro do corrente ano teve início um seminário organizado pela Secretaria Geral do Sínodo intitulado: “Rumo ao Sínodo Especial para a Amazônia: dimensão regional e universal”. O seminário é uma das muitas iniciativas que a Secretaria Geral do Sínodo dos Bispos está realizando para preparar adequadamente o Sínodo Especial sobre a Amazônia, que terá lugar em Roma em outubro próximo.O bispo franciscano, Dom Evaristo Spengler, Bispo da Prelazia do Marajó (PA), falou na terça-feira,dia 5 de fevereiro sobre “Ecologia, Economia e Política”. Sua intervenção causou impacto devido ao conhecimento dos dados e da contundência de suas posições. Desfez mitos, apresentou  uma visão fundada nas melhores fontes sobre o que significa a Grande Amazônia  para o equilíbrio do mundo, que engloba 8 países latino-americanos. Publicamos aqui o texto como exemplo da nova consciência ecológica que está surgindo no episcopado graças ao impulso dado pelo Papa Francisco como  sua encíclica concernente à ecologia integral: “Sobre o cuidado da Casa Comum”

Eis a íntegra do discurso:

“Quero iniciar retomando as palavras do papa Francisco na Laudato Si’ sobre o cuidado da Casa Comum: “A ecologia estuda as relações entre os organismos vivos e o meio ambiente onde se desenvolvem. E isso exige que se pare para pensar e discutir acerca das condições de vida e de sobrevivência de uma sociedade, com a honestidade de pôr em questão modelos de desenvolvimento, produção e consumo. Nunca é demais insistir que tudo está interligado” (n. 138). É no âmbito deste paradigma em que “tudo está interligado” que vou considerar a relação entre ecologia, economia e política, visto que “a ecologia humana é inseparável da noção de bem comum” (LS, 156).

A política enredada nas malhas de uma “economia que mata”

“Essa economia mata”, afirma de maneira contundente o Papa Francisco na Evangelii Gaudium n. 53. Trata-se de uma “economia da exclusão” (n. 53-54) caracterizada pela “nova idolatria do dinheiro” (n. 55-56), criando uma situação em que o “dinheiro governa em vez de servir” (n. 57-58) e “a desigualdade social gera violência” (n. 59-60).
A economia é aquela atividade humana pela qual, interagindo e utilizando racionalmente dos bens e serviços naturais, garantimos nossa sobrevivência, abertos à comunidade de vida e às gerações futuras.

O drama da economia atual é que o sistema financeiro passou a ocupar todos os espaços. De uma economia de mercado passamos para uma sociedade de mercado. Essa é a grande transformação, das maiores e mais perigosas da história. Passamos de uma sociedade com economia de mercado para uma sociedade dominada pelo mercado. Todas as atuais decisões políticas visam favorecer as demandas do Mercado. Nesse contexto, tudo virou mercadoria, desde os bens naturais, as relações humanas e até as coisas mais sagradas da religião. De tudo se pode obter lucro, tudo pode ser levado ao mercado, e no mercado tudo é negociável. Esse tipo de economia, hoje mundializado, transformou o planeta Terra num grande mercado. Nele tudo está à venda.

A Terra vem sendo submetida a uma exploração de todos os seus ecossistemas em função do enriquecimento de alguns e do empobrecimento de bilhões de pessoas. Segundo relato da ONG Oxfan 2019, 26 indivíduos possuem riqueza igual a 3,4 bilhões de pessoas.

Por exemplo, algo pensado no Brasil para preservação ambiental, o Cadastro Ambiental Rural (CAR), também passou a ser usado para fins comerciais. O chinês Lap Chang cadastrou um CAR sobre uma área de 58 mil hectares, no Marajó, território da minha Prelazia, onde vivem povos tradicionais. Em função disso, vendeu crédito de carbono para uma empresa inglesa, no valor de mais de 200 mil dólares.

Essa economia em que tudo virou mercado produz duas funestas injustiças. Uma social, produzindo incomensurável pobreza e miséria; e outra, uma injustiça ecológica, dizimando os bens e serviços naturais, muitos deles não renováveis. Por esse motivo, tem razão o Papa Francisco quando afirma de maneira precisa: “Não há duas crises separadas: uma ambiental e outra social; mas uma única e complexa crise sócio-ambiental. As diretrizes para a solução requerem uma abordagem integral para combater a pobreza, devolver a dignidade aos excluídos e, simultaneamente, cuidar da natureza” (LS, 139).

De fato, a economia atualmente é dominada pela economia de acumulação desenfreada e pelo mercado financeiro. Organizou-se de tal forma a economia que beneficia os mais ricos em detrimento dos mais pobres. Na esteira da Doutrina Social da Igreja somos desafiados a buscar uma política de participação de todos e para todos, e também para com a natureza. A ecopolítica tem por escopo organizar a sociedade e a distribuição do poder de forma a implementar estratégias de sustentabilidade para garantir a todos o suficiente e o decente para viver. Isso supõe pensar a política, no sentido dos documentos sociais da Igreja, como a busca comum do bem comum. Contudo é necessário incluir nesse bem comum não apenas os seres humanos, mas toda a comunidade de vida.

Declarando que “o atual sistema mundial é insustentável” (n. 202), o Papa Francisco, por 35 vezes na Laudato Si’, conclama para “novos estilos de vida” (n. 163; 194 passim) e novas formas de consumo de sobriedade compartilhada. É necessário e urgente a construção de um paradigma de desenvolvimento alternativo ao atual modelo hegemônico. Trata-se de conversão do atual modelo de desenvolvimento global. O modelo alternativo de desenvolvimento global deverá considerar o meio ambiente como um bem coletivo, a defesa do trabalho e dos povos originários, entre eles os indígenas da Amazônia, o papel dos movimentos sociais e das organizações da sociedade civil.
Sem negar os avanços da tecnociência na melhoria das condições de vida e do bem-estar das pessoas, não podemos nos deixar dominar e ser controlados por ela. A ciência, a tecnologia, assim como a economia, deve estar a serviço da vida, e não impor o ritmo à vida.

Ecologia, economia e política na região amazônica brasileira

Desde o período da invasão dos ibéricos, a região amazônica se encontra à mercê de políticas coloniais. Entre os séculos XVI-XIX, o colonialismo extrativista teve fortes incidências sobre povos autóctones e bens naturais mediante uma injusta expropriação. E nos séculos posteriores, com os Estados modernos, práticas e mentalidades colonialistas continuam mediante a exploração de populações, culturas e territórios dessa imensa região. Há séculos, distintas formas de exploração da Amazônia vêm sendo produzidas e, para a fatalidade das suas populações, todas elas com interesses colonizadores que se manifestam mediante dois expedientes: exploração de sua população e redução da região a mera reserva de “recursos” naturais, como território a ser conquistado, explorado e comercializado para a obtenção de lucros.

A Amazônia já resistiu a grandes projetos, de monocultivos e de ocupação. Falando do Brasil, em 1926, Henry Ford comprou 3 milhões de hectares de terra ao longo do rio Tapajós, contratou mais de 3.000 operários, derrubou a mata e plantou 70 milhões de mudas de seringueira para extrair borracha. Um fungo invisível, com enorme capacidade de multiplicação, fez fracassar o projeto. O monocultivo, mesmo sendo de uma espécie amazônica, foi rejeitado pela floresta.
Em 1967, Daniel Keith Ludwig montou um projeto milionário junto ao rio Jari, numa área de 3,6 milhões de hectares para produção de celulose com espécies de outras regiões, e agropecuária. A floresta resistiu e novamente um fungo foi responsável pelo fracasso de 22 empresas envolvidas no projeto.

Em 1975, a Volkswagen desmatou 55.000 hectares usando bombas de napalm e desfolhantes químicos. Teve grandes prejuízos e abandonou o projeto. A natureza amazônica resistiu e resiste incansavelmente. A prepotência humana teve que se curvar e se humilhar muitas vezes à grandeza e à força do bioma amazônico. Contudo, hoje, os ataques são mais graves, porque os ataques são muitos, simultâneos, de muitas frentes e com grandes tecnologias. São megaprojetos de mineração, energia, petróleo, agricultura, pecuária, madeireiras, infra-estrutura, como hidrovias, rodovias, ferrovias e portos. São projetos de governos e de grandes conglomerados econômicos e de diversos países.

Trata-se a Amazônia como se fosse o celeiro do mundo, onde se pode retirar ou produzir o que quiser. Isso não é verdade. A Amazônia é um bioma frágil que tem seus próprios mecanismos internos de sobrevivência e resistência. Outros consideram ainda a Amazônia como o pulmão do mundo, como se fosse uma grande fábrica de oxigênio. Na verdade, a floresta é um grande equilíbrio dinâmico, no qual tudo é aproveitado e continuamente reciclado. O oxigênio que ela produz, ela mesmo consome. Mas ela funciona como um grande filtro que absorve dióxido de carbono, o principal gás do efeito estufa, um dos fatores responsáveis pelo aquecimento global e das mudanças climáticas.

Caso a floresta seja derrubada, seriam liberados para a atmosfera cerca de 50 bilhões de toneladas de carbono por ano, que a floresta, em pé, mantém sequestrados. A derrubada provocaria uma dizimação em massa. Outro fator é que a floresta é importante para o equilíbrio da umidade e das chuvas que sustentam a própria floresta. A floresta sustenta a chuva e a chuva sustenta a floresta. Além disso exporta umidade, via aérea, para outros biomas.

Vigoram hoje, na Amazônia, dois modelos de desenvolvimento. Um é predatório, da extração de madeira, da mineração, do petróleo e energia, da pecuária, do monocultivo, que tem como consequências o desmatamento (20% da floresta já estão desmatados), concentração de renda, trabalho escravo, envenenamentos do solo e das águas, diminuição das chuvas (nas áreas desmatadas a estação seca se prolonga num ritmo de seis dias a cada dez anos), conflitos de ocupação com a expulsão dos povos da floresta, desrespeito às leis, morte de lideranças, ambientalistas e agentes de pastoral.

O outro modelo é o socioambiental, ecológico, direcionado aos povos da floresta. Tem como consequência a redistribuição de renda, a preservação da floresta e da biodiversidade, a socialização da terra e dos recursos, a distribuição de renda, a preservação de populações tradicionais, a fixação do “homem” na floresta, e um mercado promissor de frutas, cocos, artesanatos, polpas, fitoterápicos, óleos, castanhas, ecoturismo, entre outros. Este modelo deve ser fortalecido pelos nossos projetos pastorais. Ainda é um desafio estudar e conhecer toda a biodiversidade e o bioma amazônico.

Bem dizia Chico Mendes, o mártir por defender a floresta, assassinado em 22 de dezembro de 1988: “A floresta em pé é mais produtiva do que a floresta tombada”. Ou, como diziam os seringueiros da Amazônia, e tantas vezes repetiu a Ir. Dorothy Stang, também mártir, assassinada em 12 de fevereiro de 2005 por defender os povos da floresta: “A morte da floresta é o fim da nossa vida”.

Para o modelo predatório, a Amazônia tem tudo o que o mercado precisa para manter um crescimento linear e constante, e tudo em abundância: biodiversidade, terras, água, floresta, petróleo, madeira, minérios, fontes de energia, que são de fácil acesso. E é assim que ouvimos falar da Amazônia como a última fronteira do agronegócio e da mineração. Essa economia predatória não poupa nem as pessoas. Tráfico de pessoas, exploração de mão de obra infantil, exploração sexual, são comuns na Amazônia. A economia transforma em mercadoria não apenas os corpos, mas explora e manipula sentimentos, sonhos, desejos, e a confiança das pessoas, seduzidas por falsas e enganosas promessas.

Aqui, Vossa Eminência Cardeal Baldisseri, eu abro um parêntesis para dizer que trago um apelo de parte da Igreja da Amazônia, que junto com diversas organizações da sociedade civil organizada atuam na promoção e defesa dos direitos de crianças e adolescentes. Eles solicitam ao Sínodo para a Amazônia um olhar especial e misericordioso para a problemática da violência sexual contra crianças e adolescentes, sobretudo nas áreas dos grandes projetos econômicos presentes na região.

A Amazônia não precisa ser conquistada, nem desbravada, precisa ser respeitada.

O sistema amazônico não funciona nos moldes de competição, funciona nos moldes de cooperação, como todo o sistema Terra. A questão não está em conquistar a Amazônia, mas em conviver com a Amazônia. A política deveria estar a serviço da boa convivência social e da boa convivência ambiental, mas ela prefere estar a serviço da economia. Podemos aprender das populações tradicionais da Amazônia. Há vestígios de presença humana na Amazônia há pelo menos 12.000 anos. Populações tradicionais desenvolveram grandes e complexas sociedades. Em períodos mais recentes chegaram outros habitantes, que também foram acolhidos pela floresta. Os povos da floresta não são ingênuos nem ignorantes.

Como seres humanos, eles interagiram com o seu meio. Têm uma sabedoria, uma cultura, convivem com a floresta, interferem na floresta, vivem da floresta e das águas. Povos tradicionais e floresta se condicionam mutuamente, criaram relações e desenvolveram uma florestania, numa teia intrincada de reciprocidade, intercâmbio e cumplicidade. Isso também é política, ou melhor, eco-política, eco-logia e eco-nomia. Eco do grego oikos lar, casa, como insiste o Papa Francisco, “nossa casa comum”.

Os povos da floresta, a veem como algo vivo, um sujeito, parte da comunidade que deve ser respeitada. Ao contrário, a Cultura Ocidental Moderna vê na floresta e no imenso território apenas um objeto, algo a ser conquistado, manipulado, transformado em matéria prima para ser explorada, negociada, consumida, usada e descartada.

Já não podemos confiar na política vigente. Ela é submissa e serviçal ao grande capital e aos megaprojetos para a Amazônia. Faz isso sem ética e sem escrúpulos. Já não podemos confiar na economia de mercado. Ela é insaciável e transforma tudo em mercadoria. Talvez tenhamos que ouvir mais as ciências da vida e da Terra porque hoje são os cientistas que nos advertem sobre os riscos que corremos, inclusive de autodestruição, em consequência desse modelo de uma economia predatória.

Mas antes dos cientistas, pela fé, cada cristão é convidado a assumir a defesa da casa comum, porque reconhece tudo como criatura de Deus. Há oito séculos, São Francisco de Assis cantava louvores a Deus, sentindo-se irmão de toda natureza criada. Louva a Deus pela Terra, “Irmã e Mãe, que nos sustenta e governa”. Essa percepção está em profunda comunhão com a cosmovisão de povos originários da América, que chamam a terra de “Pachamama”, a grande mãe.

As florestas são um fator importante na Terra, para o equilíbrio dos climas, temperatura e das condições favoráveis à vida, entre elas a vida humana. As florestas refrescam a terra. Os cientistas dizem que a Terra precisa conservar pelo menos 50% de suas florestas nativas para manter o clima e o ambiente favorável à vida humana. As florestas estão ameaçadas. Hoje só restam preservadas 22% das florestas; menos da metade do que o postulado como necessário. A Amazônia representa 1/3 de todas as florestas que ainda existem. Daí a importância da Amazônia. É urgente respeitá-la, preservá-la e cuidá-la.

Conclusão: a utopia vencerá

A compreensão da Terra como Casa Comum deveria oferecer a base para políticas globais de controle do aquecimento global, das mudanças climáticas, da preservação das florestas, do cuidado da casa comum e o limite para a economia de mercado. Tenho suspeitas de que nem os economistas globais, nem os políticos nacionais serão capazes de fazer isso. Mas tenho certeza que os povos da floresta, os povos originários, com a proposta do “bem-viver” e “brm conviver” e as comunidades dos discípulos de Jesus, com a proposta do Reino de Deus, junto com outros aliados que sabem que a Amazônia é um presente, uma criação de Deus, serão capazes. Isso pode parecer um sonho, mas são os sonhos que alimentam as utopias. Nós sonhamos com a utopia do Reino anunciado por Jesus. Como diz uma canção de nossas Comunidades:

Sonho que se sonha só, pode ser pura ilusão.
Sonho que se sonha juntos, é sinal de solução.
Então, vamos sonhar, companheiros, sonhar ligeiro, sonhar em mutirão”.

Paz e Bem! Obrigado!

A publicação é do portal Franciscanos, 26-02-2019.

 

 

Carnaval: celebrar a alegria de viver,apesar dos pesares

O Brasil está vivendo uma das fases  mais tristes e até macabras de sua história. Foi desmascarada a lógica da corrupção, presente em toda a nossa história, como parte de um Estado patrimonialista (colonialista, escravagista, elitista e antipopular) e sequestrado durante séculos pelas oligarquias do ser, do ter, do saber, do dominar  e do manipular a opinião pública. Por todo esse tempo, grassou a corrupção e não apenas, como se atribuiu, nos últimos anos, quase que  exclusivamente ao PT (é verdade, que suas  cúpulas foram contaminadas),  feito bode expiatório como forma de ocultar a corrupção dos privilegiados de sempre.

Surgiu um novo “Collor”(“caça aos marajás”),  o “mito”, Jair Bolsonaro, (“exterminar a  corrupção” e ” o comunismo”). Foram suficientes um pouco mais de dois meses  de mandato para se identificar a corrupção também em suas próprias hostes, até em sua família. Muitos acreditaram ingenuamente na profusão de fake news e slogans de viés nazista: “Brasil acima de tudo”(“Deutchland über alles, lema de Hitler) e “Deus acima de todos”. Qual Deus? Aquele dos neopentecostais que promove a prosperidade material mas é surdo à nefasta injustiça social e que dá muito dinheiro a seus pastores, verdadeiros lobos a  tosquiar as ovelhas? Não é o Deus do Jesus pobre e amigos dos pobres, de quem falava Fernando Pessoa “que não entendia nada de contabilidade e que não consta que tinha uma  biblioteca”. Era pobre mesmo que perambulava por todos os lugares anunciando “uma grande alegria para  todo o povo” como relatam os evangelhos.

Dentro deste quadro sinistro se festeja o carnaval. Não poderia deixar de ser, pois é um dos pontos altos  da vida de milhões de brasileiros. A festa faz esquecer as decepções e dá espaço às muitas raivas afogadas na garganta (como milhares em São Paulo, gritando indecentemente ‘B.vá tomar no c`). A festa, por um momento, suspende o terrível cotidiano e o tempo tedioso dos relógios. É como se, por um lapso de tempo, participássemos da eternidade, pois na festa se suspende o tempo dos relógios.

Pertence à festa o excesso, a ruptura das normas convencionais e das formalidades sociais. Lógico, tudo o que é sadio pode ficar doentio, como o caráter orgiástico de algumas expressões carnavalescas. Mas não é esta a característica própria  do  carnaval.

A festa é um fenômeno da riqueza. Aqui riqueza não significa possuir dinheiro. A riqueza da festa é  a riqueza da razão cordial, da alegria, de mostrar um sonho de fraternidade ilimitada, gente da favela com gente da cidade organizada, todos fantasiados: crianças, jovens, adultos, homens e mulheres e idosos dançando, cantando, comendo e bebendo juntos. A festa é a exaltação de que podemos ser alegres e felizes, apesar dos pesares.

Se bem refletirmos, a alegria do carnaval é uma expressão de amor que é mais que empatia. Quem não ama nada ou ninguém, não pode se alegrar, mesmo  que angustiadamente suspire pelo amor. Um teólogo da Igreja Ortodoxa, do século V da era cristã, São João Crisóstomo (de quem o Card. Dom Paulo Evaristo Arns era um grande entusiasta e leitor) escreveu bem:”ubi caritas gaudet, ibi est festivitas”; “onde o  amor se alegra, ai se encontra a festividade”.

Agora uma pitada  de reflexão: o tema da festa comparece como um fenômeno que tem desafiado grandes nomes do pensamento como R. Caillois,  J. Pieper, H. Cox, J. Motmann e o próprio  F. Nietzsche. É que a festa revela o que há ainda de inocente e mítico em nós no meio da maturidade e da predominância da fria razão instrumental-analítica que rege nossas sociedades.

A festa reconcilia todas as coisas e nos devolve a saudade do paraíso das delícias, que nunca se perdeu totalmente. Platão sentenciava com razão:”os deuses fizeram as festas para que os homens pudessem respirar um pouco”. A festa não  é  só um dia que os homens fizeram mas também “um dia que o Senhor fez” como diz o Salmo 117,24. Efetivamente, se a vida é uma caminhada onerosa, precisamos, às vezes, de parar para respirar e, renovados, seguir adiante com alegria e coragem no coração.

Donde brota a alegria da festa? Foi Nietzsche quem encontrou sua melhor formulação: ”para alegrar-se de alguma coisa, precisa-se dizer a todas as coisas: “sejam benvindas”. Portanto, para podermos festejar de verdade precisamos afirmar positividade de todas coisas. Continua Nietzsche:”Se pudermos dizer sim a um único momento então teremos dito sim não só a nós mesmos mas à totalidade da existência” ”(Der Wille zur Macht, livro IV: Zucht und Züchtigung n.102).

Esse sim subjaz às nossas decisões cotidianas,ao nosso trabalho, à preocupação pela família, ao emprego ameaçado agora pelas novas leis regressivas do atual governo, ao tipo de aposentadoria que nos é apresentada, prejudicando os idosos e os camponeses, à convivência com amigos e colegas. A festa é o tempo forte no qual o sentido secreto da vida é vivido mesmo inconscientemente. Da festa saímos mais fortes para enfrentar  as exigências da vida, para a maioria, sempre lutada e levada na marra.

Temos boas razões para festejar nesse carnaval de 2019 para, por um momento,deixar de lembrar as agruras políticas e sociais que nos angustiam. Tiremos da cabeça, o atual governo ainda sem rumo e  com  ministros que nos envergonham e com políticos que representam mais os grupos que os elegeram que os reais interesses do povo. Apesar disso tudo, a alegria há de predominar. É ela que nos faz resistir e esperar contra toda a esperança.Dias melhores virão.

Leonardo Boff é filosofo, teólogo e escritor e escreveu :Virtudes por um outro mundo possível, 3 Vozes 2005