Stiamo distruggendo il futuro dei nostri giovani?

                        Leonardo Boff

La parte più decisiva della COP26 di Glasgow riguardante la riduzione dei gas serra, che causano il riscaldamento globale, si è conclusa melanconicamente. L’accordo di Parigi del 2015, che impegna le potenze economicamente più forti a raggiungere l’obiettivo di mitigazione del riscaldamento entro il 2030, non arrivando a un aumento di temperatura maggiore di 1,5 gradi Celsius, non ha prodotto alcun effetto. Ora a Glasgow si è tentata la stessa cosa. il più grande emettitore, la Cina, con il 27% e un altro grande emettitore, l’India, hanno rifiutato gli obiettivi e hanno solo dichiarato che fino al 2030 avrebbero mitigato il riscaldamento. I cambiamenti non vengono fatti dall’oggi al domani, ma in un processo difficile e coerente. Guardando indietro, possiamo dire con relativa certezza che entro il 2030 supereremo i 1,5 gradi Celsius. La stessa ONU, con i suoi consulenti specializzati, ha avvertito che con lo sviluppo del metano, 80 volte più dannoso della CO2, e seguendo i piani attuali arriveremo a + 2,7 gradi Celsius.

Questo rappresenta la “tribolazione della desolazione”: aumenteranno sensibilmente gli eventi estremi con tifoni, gravi siccità, inondazioni ovunque, specialmente nelle città costiere, erosione della biodiversità, aumento disperato della povertà, della miseria con milioni di emigranti climatici, destabilizzando molti paesi soprattutto in Medio Oriente e in Africa. Non è bastato l’avvertimento lanciato da António Guterrez, Segretario Generale delle Nazioni Unite in occasione dell’apertura dei lavori della COP26, che questa è “l’ultima opportunità” per cambiamenti radicali se non vogliamo “scavarci la fossa”. Qui riecheggiano le parole di Papa Francesco della Fratelli tutti: “siamo sulla stessa barca o ci salviamo tutti insieme o nessuno si salva” (n.30.34.)

È ormai chiaro agli analisti più seri: il problema non è il clima, ma il sistema capitalista che produce le perturbazioni del clima. I vari progetti per il periodo post-pandemia come il Greet Reset (il grande ripristino), il Capitalismo Verde, Il futuro che ci aspetta e la Responsabilità Sociale d’Impresa rappresentano gli interessi dei paesi opulenti e non gli interessi generali dell’umanità. Le soluzioni sono intra-sistemiche, senza mai mettere in discussione la vera causa delle attuali minacce. Al contrario, radicalizzano il sistema di accumulazione prevalente con la cultura consumistica che ha generato. La loro preoccupazione ecologica è superficiale e negano le minacce che gravano sul sistema-vita e sul sistema-Gaia, un super essere vivente. E così andiamo allegramente verso una tragedia ecologico-sociale di proporzioni inimmaginabili. Vale anche la pena sottolineare che la distruzione delle foreste e l’aumento dell’urbanizzazione globale, associato all’aumento della temperatura, potrebbero rilasciare – questo è l’avvertimento dei più grandi epidemiologi – una gamma incalcolabile di virus più pericolosi del Covid-19. Che non sia il prossimo Big one, già avvertito, contro il quale nessun vaccino sarebbe efficace e che potrebbe portarsi via gran parte dell’umanità. Et tunc erit finis.

In questo contesto, vogliamo fare riferimento al Quinto Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura. Basandosi su un’approfondita indagine scientifica e giuridica, ha emesso due verdetti, uno sulla violazione dei diritti della natura e l’altro sull’Amazzonia. Mi limito all’Amazzonia, perché è la più colpita. Già il titolo è significativo: “l’Amazzonia, un essere vivente minacciato”. Il rapporto dettagliato, supportato dai dati scientifici e giuridici più attendibili, arricchito dalle testimonianze vive dei rappresentanti dei 9 paesi amazzonici, sia di indigeni, sia di altri abitanti della regione, rilasciate il 4 novembre di persona o virtualmente (nel mio caso, dal corpo dei giurati), fa paura.

Nel verdetto, senza mezzi termini, si afferma “l’Amazzonia come soggetto di diritti”. Questi sono sistematicamente violati. Si denuncia che in Amazzonia “è in atto un ecocidio, tali sono le cifre di deforestazione, perdita di biodiversità, contaminazione e prosciugamento delle risorse idriche, desertificazione, tra le altre cose che incidono gravemente sulla capacità di ripristino naturale dell’ecosistema di vita e viola il diritto di esistere della natura… È un crimine contro la natura e contro l’umanità…”.

La relazione dell’esperto di studi amazzonici Antônio Nobre ha chiarito che nell’Amazzonia brasiliana (67% del totale) siamo vicini al punto di svolta. Ancora un po’ e i danni saranno irreversibili e ci incammineremo verso una sorta di “savanizzazione” . Questo fatto destabilizza i climi del paese, dei paesi limitrofi e dello stesso sistema mondiale. Solo incorporando la saggezza dei popoli indigeni, che naturalmente si prendono cura della foresta sentendosi parte di essa, assumendo una bio-economia adatta a quell’ecosistema e un estrattivismo rispettoso della foresta, per il quale lottava Chico Mendes, potremo fermare il processo di degradazione. Nel lungo e dettagliato rapporto si dimostra che nella vasta regione amazzonica sono in atto un ecocidio, un etnocidio e un genocidio. La situazione è disastrosa.

Tornando alla COP26, c’è un’evidente mancanza di consapevolezza delle minacce che gravano sulla Terra viva e sull’umanità da parte dei “decisions makers”, dei governanti delle diverse nazioni. Mai, in nessun momento, i paesi che rappresentano il rischio maggiore hanno riconosciuto che il sistema socio-economico-politico da essi promosso, in una parola, il capitalismo come modo di produzione e il neoliberismo come sua espressione politica, è la causa principale dell’eventuale Armageddon ecologico.

Non possiamo essere tenuti in ostaggio dalla bolla capitalista. È urgente romperla. Come? Papa Francesco ci indica una direzione: «Non si può uscire da questa crisi senza spostarsi nelle periferie». Dall’alto possiamo aspettarci solo lo stesso o peggio. Dalle periferie, dal basso, dai numerosi movimenti sociali popolari e dalle sperimentazioni alternative, nel lavoro sul territorio con un altro tipo di economia solidale, preservando i beni comuni, con una democrazia quotidiana e partecipativa, con altri valori umano-spirituali (amore, solidarietà, cura, compassione ecc.) si sta generando un nuovo modo di abitare la Casa Comune.

Senza questa necessaria svolta, stiamo distruggendo il futuro dei nostri giovani e anche il futuro della nostra civiltà. Abbiamo poco tempo e poca saggezza. Ma con la sofferenza attuale, l’amore per la Madre Terra e il riscatto dell’intelligenza cordiale, sempre più emergente, potremo forgiare un futuro di speranza. Così lo voglia Dio.

Leonardo Boff, teologo e filosofo. Tra gli ultimi saggi pubblicati in italiano ricordiamo: Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale? (Ed. Castelvecchi, Roma 202

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

 Fonte RAI NEWS :CONFINI 11/11/2021

COP26 has not responded to the climate emergency

With the melting of the polar ice caps and the parmafrost, the methane released has heavily aggravated climate upheavals in addition to the other greenhouse gases: CO2, ozone (O3) and nitrous oxide (N2O). Therefore, we are not heading towards global warming. We are deep in it. The 2015 Paris Agreement on greenhouse gas mitigation that gave some hope has not been observed. On the contrary, emissions have grown by 60%. China is the largest emitter with 30.3%, followed by the USA with 14.4, the Europeans with 6.8%. The deterioration was widespread.

Climate scientists and scholars have already declared a climate emergency. In the harsh words of Patricia Espinosa, UN Executive Secretary on Climate Change, at the opening of COP26: “We are heading for a global temperature increase of 2.7 degrees C. when we should reach the target of 1.5 degrees”. We know that with this level of warming, most species will be unable to adapt and will disappear. Millions of poor and vulnerable humans will be at grave risk.

What is the cause? Data from the scientific community sent to the COP26 to assist in the right decisions, give an answer: “climate change is caused by the character of social and economic development, produced by the unsustainable nature of capitalist society”. Therefore, the problem is not the  climate but capitalism that does not know environmental and socio-political ecology.

Given the seriousness of the ecological alarm, the results of COP26 were disappointing and frustrating. Only recommendations were made to reduce gases by 2030. It should be half. But no one took on this goal. Vaguely, many, coerced by the criticism in their countries, like Brazil, made promises but without any binding. China and India, decisive for mitigation and adaptation, omitted.

We can understand: in the Conferences of the Parties (COP) there are representatives of governments, practically all of them under the capitalist regime. This, by its internal dynamics, is not at all interested in the changes, because it would be contradictory. They are supported by the coal, oil and gas megacorporations that have always opposed change in order not to lose their profits. They are always present at the various COPs, putting strong pressure on the participants, in a negative sense.

There was a lot of discussion about coal-based thermal energy and the transition to clean energy. But only 13 countries, small ones, made a commitment, not China and the USA, which use coal the most, although these two ended up making an agreement at the end of the Conference to start reducing the use of coal, but without specific targets.

Another scenario is the parallel COP26 that takes place in the street with thousands of representatives of all the peoples of the world. There, they are telling the truth that the governments do not want to hear: we have little time, we have to change course if we want to save life and our civilization. Many posters read: “they are stealing our future, we want a living Earth”. Hence the words of Pope Francis, with other religious, in a message sent to COP26: “We have been given a garden and we must not leave our children a desert”.

In this context, the Fifth International Tribunal for the Rights of Nature and Amazonia was important. Representatives of the nine countries that make up the Amazon region were present, among other supporters. The fact that nature and the Earth are subjects of rights was reaffirmed, as it already appears in the constitutions of Ecuador and Bolivia, and more and more it is a new fact of collective consciousness.

Special attention was given to the Amazon, with its nearly 6 million square kilometers and inhabited by some 500 different peoples.  The basic motto was: “Amazonia: a living entity under threat“. Indigenous people came with their various organizations, giving testimony of their resistance, the murders of their leaders, the invasion of their territories, bringing videos of their cultures, dances, expressions of their high ancestry.

From deep in the jungle a cry of another way of living and of fraternizing with nature was heard, proving that it is possible to live well without destroying. The native peoples are our masters, for they feel that nature is an extension of their bodies, which is why they care for and love it as themselves.

After a thorough scientific reasoning that served as a substratum for both face-to-face and virtual discussions, the verdict was reached:

“The Court condemns for the crimes of ecocide, ethnocide and genocide in the Amazon and of its peoples, those directly responsible, namely: banks, financiers of the megaprojects; international companies: mining and private companies, agribusiness companies; and finally, the States for allowing the criminal actions against the Amazon. …by structural violence, supporting the actions of criminal organizations that invade the territories of traditional peoples and are unpunished authors of assassinations, kidnappings of indigenous leaders, and defenders of human rights and the rights of nature”.

The verdict details several measures to be taken mainly in favor of indigenous peoples, such as natural defenders of the Amazon, the recognition of the Amazon as a subject of rights, the repair and restoration of its integrity, and the demercantilization of nature. The expression was created: we have to Amazonize ourselves to regulate the climates and guarantee a future for biodiversity.

It was decided to hold a Pan-American Social Forum in July 2022, in Belém do Pará, in the Brazilian Amazon. It will deal with alliances among all native peoples, in the conviction that the Panamazonic forest is fundamental to regulate the Earth’s climates and to guarantee the perpetuity of life on the planet. Human life may eventually disappear. But the Earth will continue to revolve around the sun, however, without us. This can be avoided if there is a global alliance of humans in favor of life in all its diversity. We have the means, science and technology. We only lack the political will and the emotional bond with nature and the great and generous Mother Earth.

Leonardo Boff is a member of the International Earth Charter Initiative and was a participant in the Fifth International Tribunal on the Law of Nature and Amazonia, held hybridously, in person and virtually, in Glasgow during the COP26.

A COP26 não respondeu à emergência climática

                                                      Leonardo Boff

Com o degelo das calotas polares e do parmafrost, o metano liberado agravou pesadamente os transtornos climáticos além dos demais gases de efeito estufa: o CO2,o ozônio (O3) e o óxido nitroso (N2O). Portanto, não estamos ido ao encontro do aquecimento climático. Estamos mergulhados bem dentro dele. O Acordo de Paris de 2015 sobre a mitigação dos gases de efeito estufa que dava alguma esperança,não foi observado. Ao contrário, a emissão cresceu 60%. A China é o maior emissor com 30,3%, seguida pelos USA com 14,4, os europeus com 6,8%. A deterioração foi generalizada.

Cientistas e estudiosos do clima já declaram uma emergência climática. Nas palavras duras de Patricia Espinosa, Secretária Executiva da ONU sobre Mudanças Climática,na abertura da COP26: ”Estamos a caminho de um aumento de uma temperatura global de 2,7,graus C. quando deveríamos atingir a meta de 1,5 graus. Sabemos que  com este nível de aquecimento, grande parte das espécies não conseguirão se adaptar e desaparecerão. Milhões de humanos pobres e vulneráveis estarão sob grave risco.

Qual é a causa? Dados da comunidade científica enviados à COP26 para auxiliar nas decisões acertadas, dão uma resposta:”a mudança climática é causada pelo caráter do desenvolvimento social e econômico, produzido pela natureza da sociedade capitalista que se mostra insustentável”. Portanto, o problema não é o  clima mas o capitalismo que não conhece uma ecologia ambiental e político-social.

Face à gravidade do alarme ecológico, os resultados da  COP26 foram desanimadores e frustrantes. Só se fizeram recomendações no sentido de reduzir os gases até 2030. Deveria ser a metade. Mas ninguém assumiu esta meta. Vagamente, muitos, coagidos pelas críticas em seus países, como o Brasil, fizeram promessas mas sem nenhuma vinculação. A China e a India, decisivos para a mitigação e adaptação, se omitiram. Podemos entender: nas Conferências das Partes (COP) estão representantes de governos, praticamente todos sob o regime capitalista. Este, por sua dinâmica interna, não está nada interessado nas mudanças, pois seria contraditório. Eles são apoiados pelas megacorporações do carvão,do petróleo,do gás que sempre se opuseram às mudanças para não perder seus lucros. Estão sempre presentes das várias COPs pressionando fortemente os participantes,num sentido negacionista. Discutiu-se sobejamente sobre o carvão e a passagem para uma energia limpa. Mas somente 13 países, pequenos, assumiram um compromisso, não a China e os USA, os que mais o utilizam.

Outro cenário é a COP26 paralela que se realiza na rua com milhares de representantes de todos os povos do mundo. Aí, se diz a verdade que os governantes não querem ouvir: temos pouco tempo, temos que mudar de rumo se queremos salvar a vida e a nossa civilização. Muitos cartazes diziam: “estão roubando-nos o futuro, queremos uma Terra viva”. Daí se entendem as palavras do Papa Francisco, com outros religiosos, em mensagem enviada a COP26:”Temos recebido um jardim e não devemos deixar aos nossos filhos um deserto”.

Neste contexto,  importante foi o quinto Tribunal Internacional dos Direitos da Natureza e da Amazônia. Estavam presentes os representantes dos nove países que compõem a Amazônia, entre outros apoiadores. Reafirmou-se o fato de que a natureza e a Terra são sujeitos de direitos como aparecem já nas constituições do Equador e da Bolívia e mais e mais é um dado novo da consciência coletiva.

Atenção especial ganhou a Amazônia com cerca de 6 milhões de km  quadrados e habitada por cerca de 500 povos diferentes.  O lema básico era: “A Amazônia: uma entidade viva ameaçada”. Vieram indígenas  com suas várias organizações, dando testemunho de sua resistência, dos assassinatos de suas lideranças, da invasão de seus territórios, trazendo vídeos de suas culturas, danças, expressões de sua alta ancestralidade.

Do profundo da selva se ouviu um grito de outra forma de viver e de se confraternizar com a natureza, provando que se pode viver bem sem destruir. Os povos originários são nossos mestres, pois sentem a natureza como prolongamento de seu corpo,razão porque a cuidam e amam  como a si mesmos.

Depois de uma minuciosa fundamentação científica que serviu de substrato para as discussões seja presenciais seja virtuais, chegou-s e a este veredito:

O Tribunal condena pelos crimes de ecocídio, etnocídio e genocídio na Amazônia e de seus povos, os diretamente responsáveis, a saber: bancos, financiadores dos megaprojetos; empresas internacionais: empresas  mineradoras e privadas, empresas de agronegócios; e finalmente, os Estados por permitir as ações criminosas contra a Amazônia…pela violência estrutural, dando o aval a ações de organizações criminosas que invadem os territórios dos povos tradicionais e são autores impunes de assassnatos, sequestros de líderes indígenas, e de defensores dos direitos humanos e dos direitos da natureza”.

O  veredito detalha várias medidas a serem tomadas principalmente a favor dos povos indígenas, como os naturais defensores da Amazônia, o reconhecimento da Amazônia como sujeito de direitos, a reparação e restauração de sua integridade e desmercantilização da natureza. Criou-se a expressão: temos que nos amazonizar para regular os climas e garantir o futuro da biodiversidade.

Decidiu-se fazer em julho de 2022 um Forum Social Panamazônico, em Belém do Pará, na Amazônia brasileira. Tratar-se-á das alianças entre todos os povos originários, na convicção de que a floresta panamazônica é fundamental para regular os climas da Terra e para garantir a perpetuidade da vida no planeta. A vida humana poderá eventualmente  desaparecer. Mas a Terra continuará girando ao redor do Sol, contudo, sem nós. Isso pode ser evitado se houver uma aliança global dos humanos em favor da vida em toda a sua diversidade. Temos meios, ciência e técnica. Falta-nos apenas a vontade política e o laço afetivo para com a natureza e a grande e generosa Mãe Terra.

Leonardo Boff é membro da Iniciativa Internacional da Carta da Terra e foi participante do Quinto Tribunal Internacional do Direito da Natureza e da Amazônia, realizado  hibridamente, presencial e virtual em Glasgow durante a COP26.

Leonardo Boff: «El problema es el capitalismo» pero los líderes evitan decirlo

Entrevista al teólogo de la Liberación. ¿Bolsonaro? «Seguirá adelante con la deforestación mintiendo a Brasil y al mundo, de esto no hay duda». Cómo el sistema actual condena a muerte al «gran pobre» que es el planeta devastado.

Claudia Fanti

EDICIÓN DEL 04.11.2021-Il Manifesto

El grito de la indígena brasilera Txai Suruí, hija de uno de los líderes más respetados de su país, Almir Suruí, ha resonado en la apertura de la COP 26: «Mi padre me ha enseñado que debemos escuchar a las estrellas, la luna, los animales, los árboles. Hoy el clima está cambiando, los animales están desapareciendo, los ríos mueren, nuestras plantas no florecen como antes. La Tierra nos está diciendo que no tenemos más tiempo».

¿Pero es demasiado tarde para cambiar?  Se lo hemos preguntado a Leonardo Boff, uno de los padres de la Teología de la Liberación, la de los pobres y del «gran pobre» que es nuestro planeta devastado y herido,  cuyo doble – y conjunto – grito ha ocupado el centro de toda su reflexión. 

Bolsonaro está entre los firmantes del acuerdo sobre la deforestación alcanzado en la Cop 26. ¿El triunfo de la hipocresía?

Nada mínimamente creíble puede venir del gobierno Bolsonaro: con él las mentiras han pasado a ser política de estado. Solo ha dicho la verdad en un punto: «Mi gobierno ha venido para destruir todo y volver a empezar de cero». Es una pena que este reinicio sea en nombre del oscurantismo y del negacionismo científico, ya sea sobre la Covid o sobre la Amazonia. Su opción económica va exactamente en dirección opuesta a la de la preservación ecológica: Bolsonaro ha favorecido la extracción de madera, la minería dentro de las zonas indígenas y la destrucción de la selva para dar paso al monocultivo de soja y a la ganadería. Sólo de enero a septiembre, la Amazonia perdió 8.939 km² de bosque, un 39% más que en el mismo periodo de 2020 y el peor índice de los últimos 10 años. Su adhesión al plan de reducción de las emisiones de metano en un 30% para 2030 es pura retórica. De hecho, no hay duda de que continuará el camino de la deforestación, y seguirá mintiendo a Brasil y al mundo.

¿La Amazonia podrá sobrevivir a otros 10 años de deforestación?

 Antônio Nobre, gran especialista en la Amazonia, afirma que al ritmo actual de destrucción, y con una tasa de deforestación cercana ya al 20%, en 10 años podría alcanzarse el punto de no retorno, con el inicio de un proceso de transformación de la selva en una sabana apenas interrumpida por algunos bosques. El bosque es exuberante pero con un suelo pobre en humus: no es el suelo el que alimenta a los árboles, sino al contrario. El suelo es sólo el soporte físico de una complicada red de raíces. Las plantas se entrelazan a través de las raíces y se apoyan mutuamente en la base, formando un inmenso equilibrio rítmico. Todo el bosque se mueve y danza. Por esta razón, cuando una planta es derribada, arrastra a muchas otras con ella.


¿Todavía estamos a tiempo de intervenir?

Los líderes mundiales han evitado cuidadosamente tocar el verdadero problema: el capitalismo. Si no cambiamos nuestro modelo de producción y consumo, no detendremos el calentamiento global, y llegaremos  a 2030 con un aumento de la temperatura de más de un grado y medio. Las consecuencias son bien conocidas: muchas especies no podrán adaptarse y se extinguirán, habrá grandes catástrofes medioambientales y millones de refugiados climáticos, huyendo de las tierras que ya no se pueden cultivar, cruzarán desesperadamente las fronteras de los Estados, desencadenando conflictos políticos. Y con el calentamiento vendrán otros virus más peligrosos, con la posible desaparición de millones de seres humanos. Incluso ahora, los científicos del clima dicen que ya no hay tiempo. Con el dióxido de carbono ya acumulado en la atmósfera, que permanecerá allí durante 100-120 años, más el metano, que es 80 veces más dañino que el CO2, los eventos extremos serán inevitables. Y la ciencia y la tecnología podrán mitigar los efectos catastróficos, pero no evitarlos.

¿Usted siempre ha afirmado que sin un cambio real en nuestra relación con la naturaleza no tendremos ninguna posibilidad. ¿Está la humanidad preparada para este paso?

El sistema capitalista no ofrece las condiciones para hacer cambios estructurales, es decir para desarrollar otro paradigma de producción más amigable con la naturaleza y capaz de superar la desigualdad social. Su lógica interna es siempre asegurar primero el beneficio, sacrificando la naturaleza y las vidas humanas. De este sistema no podemos esperar nada. Las experiencias que vienen de abajo son las que nos ofrecen la esperanza de una alternativa: desde el buen vivir de los pueblos indígenas hasta el ecosocialismo de base y el biorregionalismo, que pretende satisfacer las necesidades materiales respetando las posibilidades y los límites de cada ecosistema local, creando al mismo tiempo las condiciones para la generación de bienes espirituales, como el sentido de la justicia, la solidaridad, la compasión, el amor y el cuidado de todo lo que vive.

Fuente: Il Manifesto del 4.11.202