Dopo i tempi bui di Bolsonaro, emerge il sogno della ristaurazione del Brasile

Negli ultimi 4 anni abbiamo vissuto sotto un Governo che non amava la gente e considerava il paese come una specie di capitanato ereditario di famiglia. Ma ora, secondo una famosa canzone di Camões dos Lusíadas, il nuovo tempo “porta serena chiarezza, speranza di porto e soccorso”. Quindi è tempo di aspettare e sognare. Ecco alcuni punti della nostra positività che ci permettono di pensare alla rifondazione del Brasile su altre basi.

  1. Il popolo brasiliano si è abituato ad “affrontare la vita” e a realizzare tutto “nella lotta e nel vincolo”, cioè superando le difficoltà e con tanto lavoro. Perché non dovrebbe “affrontare” anche la sfida finale di apportare i cambiamenti necessari, per creare relazioni più egualitarie e porre fine all’esclusione e alla corruzione, rimodellando la nazione?

2. Il popolo brasiliano non è ancora nato. Ciò che abbiamo ereditato è stata l’Impresa-Brasile con un’élite schiavista e una massa di persone indigenti. Ma all’interno di questa massa sono nati leader e movimenti sociali dotati di coscienza e organizzazione. Il loro sogno? Reinventare il Brasile. Il processo è partito dal basso e non c’è modo di fermarlo, nemmeno a causa dei successivi colpi di stato subiti come quello civile-militare del 1964 e quello parlamentare-giuridico-mediatico del 2016 e l’intera debacle della fase bolsonarista.

3. Nonostante la povertà, l’emarginazione e la perversa disuguaglianza sociale, i poveri hanno saggiamente inventato percorsi di sopravvivenza. Per superare questa anti-realtà, lo Stato e i politici devono ascoltare e valorizzare ciò che le persone già sanno e hanno inventato. Solo allora avremo superato la divisione tra élite e popolo e saremo una nazione che non è più divisa ma coesa.

4. I brasiliani hanno un impegno con la speranza. È l’ultima a morire. Per questo puoi essere sicuro che Dio scrive dritto con linee storte. La speranza è il segreto del suo ottimismo, che gli permette di relativizzare i drammi, ballare il suo carnevale, tifare per la sua squadra di calcio e mantenere viva l’utopia che la vita è bella e che il domani può essere migliore. La speranza ci riporta al principio-speranza di Ernst Bloch, che è più di una virtù; è una pulsione vitale che ci fa suscitare sempre nuovi sogni, utopie e progetti per un mondo migliore.

5. La paura è inerente alla vita perché “vivere è pericoloso” (Guimarães Rosa) e perché comporta dei rischi. Questi ci costringono a cambiare e rafforzano la speranza. Ciò che la gente desidera di più, non le élite, è cambiare in modo che la felicità e l’amore non siano così difficili. Per questo, è necessario esprimere costantemente l’indignazione di fronte alle cose brutte e il coraggio di cambiarle. Se è vero che siamo ciò che amiamo, allora costruiremo una “patria amata e idolatrata” che impareremo ad amare.

6. L’opposto della paura non è il coraggio. È la fede che le cose possono essere diverse e che, organizzati, possiamo andare avanti. Il Brasile ha dimostrato di non essere bravo solo nel Carnevale e nel calcio. Ma può essere buono nella resistenza indigena e nera, nell’agricoltura, nell’architettura, nella musica e nella sua inesauribile allegria di vivere.

7. Il popolo brasiliano è religioso e mistico. Più che pensare a Dio, sente Dio nella sua vita quotidiana, che si rivela nelle espressioni: “grazie a Dio”, “Dio ti ricompensi”, “rimani con Dio”. Dio non è un problema per lui, ma la soluzione ai suoi problemi. Si sente sostenuto dai santi e dagli spiriti buoni come gli orixás che ancorano la sua vita in mezzo alla sofferenza.

8. Una delle caratteristiche della cultura brasiliana è la giovialità e il senso dell’umorismo, che aiutano ad alleviare le contraddizioni sociali. Questa allegria giovanile nasce dalla convinzione che la vita vale più di ogni altra cosa. Ecco perché deve essere celebrata con festa e, di fronte al fallimento, mantenere lo stato d’animo che lo relativizza e lo rende sopportabile. L’effetto è la leggerezza e l’entusiasmo che tanti ammirano in noi.

9. C’è un matrimonio che non si è ancora fatto in Brasile: tra sapere accademico e sapere popolare. Il sapere popolare è “un sapere di esperienze fatte”, che nasce dalla sofferenza e dai mille modi per sopravvivere con poche risorse. La conoscenza accademica nasce dallo studio, bevendo da molte fonti. Quando questi due saperi si uniranno, avremo reinventato un altro Brasile. E saremo tutti in grado di affrontare meglio le nuove sfide.

10. La cura appartiene all’essenza dell’essere umano e di tutta la vita. Senza cure ci ammaliamo e moriamo… Con le cure tutto è protetto e dura molto più a lungo. La sfida oggi è capire la politica come cura per il Brasile, per la sua gente, soprattutto per i più poveri e discriminati, per la natura, per l’Amazzonia, per l’educazione, per la salute, per la giustizia. Questa cura è la prova che amiamo il nostro Paese.

11. Uno dei tratti distintivi del popolo brasiliano è la sua capacità di relazionarsi con tutti, di aggiungere, unire, sincretizzare e sintetizzare. Pertanto, in generale, non è né intollerante né dogmatico. Gli piace vivere con il diverso. Questi valori sono fondamentali per una universalizzazione del volto umano. Stiamo dimostrando che è possibile e lo stiamo costruendo. Purtroppo negli ultimi anni, soprattutto nelle elezioni presidenziali del 2022, contro la nostra tradizione, è emersa un’ondata di Fake News, di odio, discriminazione, fanatismo, omofobia e disprezzo per i poveri (aporofobia, il lato oscuro della cordialità, secondo Buarque de Holanda) che ci mostrano che siamo, come tutti gli esseri umani, sapiens e demens e ora più demens Ma si tratta sempre di una malattia e non della sanità mentale delle religioni, chiese e movimenti. Ma questo, sicuramente, passerà e prevarrà una convivenza più tollerante e riconoscente delle differenze.

12. Il Brasile è la più grande nazione neolatina del mondo. Abbiamo tutto per essere anche la più grande civiltà dei tropici, non imperiale, ma solidale con tutte le nazioni, perché ha incorporato i rappresentanti di 60 diversi popoli che sono venuti qui. La nostra sfida è mostrare che il Brasile può essere, di fatto, una piccola anticipazione simbolica di un paradiso non del tutto perduto e sempre riscattabile: un’umanità unita, una e diversa, seduta a tavola in una fraterna commensalità, godendo dei buoni frutti della nostra bella, grande, generosa Madre Terra.

Leonardo Boff ha scritto ‘Brasil: concluir a refundação ou prolongar a dependência?’, Vozes 2018.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Pasada la sombría noche, tiene lugar el sueño de un otro Brasil 

Hemos vivido los últimos casi 4 años bajo un gobierno que no amaba al pueblo y que consideraba el país como una especie de capitanía hereditaria familiar. Pero ahora, según un famoso cántico de Camões en Os Lusíadas, el nuevo tiempo “trae serena claridad, esperanza de puerto y salvamento”. Por eso cabe esperar y soñar. He aquí algunos puntos de nuestra positividad.

1. El pueblo brasilero se habituó a “enfrentar a vida” y a conseguir todo “en la lucha y en la amarra”, es decir, superando dificultades y con mucho trabajo. ¿Por qué no iba a “enfrentar” también el último desafío de hacer los cambios necesarios para crear relaciones más igualitarias y acabar con la exclusión y la corrupción, refundando la nación?

2. El pueblo brasilero aún no ha acabado de nacer. Lo que heredamos fue la Empresa Brasil, con una élite esclavista y una masa de destituidos. Pero del seno de esta masa nacieron líderes y movimientos sociales con conciencia y organización. ¿Su sueño?

Reinventar Brasil. El proceso comenzó desde abajo y no hay modo de detenerlo, ni por los sucesivos golpes sufridos, como el golpe civil-militar de 1964 y el de 2013 parlamentario-jurídico-mediático, ni por todo el descalabro de la fase bolsonarista.

3. A pesar de la pobreza, de la marginación y de la perversa desigualdad social, los pobres inventaron sabiamente caminos de supervivencia. Para superar esta anti-realidad, el Estado y los políticos necesitan escuchar y valorar lo que el pueblo ya sabe y ha inventado. Sólo entonces habremos superado la división élites-pueblo y seremos una nación no dividida sino cohesionada.

4. El brasilero tiene un compromiso con la esperanza.

Es la última que muere. Por eso, está seguro de que Dios escribe derecho con renglones torcidos. La esperanza es el secreto de su optimismo, que le permite relativizar los dramas, bailar su carnaval, apoyar a su equipo de fútbol y mantener encendida la utopía de que la vida es bella y que mañana puede ser mejor. La esperanza nos remite al principio-esperanza de Ernst Bloch que es más que una virtud; es una pulsión vital que siempre nos hace suscitar nuevos sueños, utopías y el proyecto de un mundo mejor.

5. El miedo es inherente a la vida porque “vivir es peligroso” (Guimarães Rosa) y comporta riesgos. Estos nos obligan a cambiar y refuerzan la esperanza. Lo que el pueblo, no las élites, más quiere es cambiar para que la felicidad y el amor no sean tan difíciles. Para eso necesita articular constantemente la indignación ante las cosas malas y el valor para cambiarlas. Si es verdad que somos lo que amamos, entonces construiremos una “patria amada e idolatrada” que aprenderemos a amar.

6. Lo opuesto al miedo no es el valor. Es la fe en que las cosas pueden ser distintas y que, organizados, podemos avanzar. Brasil ha mostrado que no solo es bueno en carnaval y en fútbol. También puede ser bueno en la resistencia indígena, negra, en la agricultura, en la arquitectura, en la música y en su inagotable alegría de vivir.

7. El pueblo brasilero es religioso y místico. Más que pensar en Dios, siente a Dios en su cotidianidad, que se revela en las expresiones: “gracias a Dios”, “Dios le pague”, “queda con Dios”. Dios para él no es un problema, sino la solución de sus problemas. Se siente amparado por santos y santas y por espíritus buenos como los orixás que anclan su vida en medio del sufrimiento.

8. Una de las características de la cultura brasilera es la jovialidad

y el sentido del humor, que ayudan a aliviar las contradicciones sociales. Esa alegría jovial nace de la convicción de que la vida vale más que cualquier otra cosa. Por eso debe ser celebrada con fiesta y ante el fracaso mantener el humor que lo relativiza y lo vuelve soportable. El efecto es la levedad y el entusiasmo que tanta gente admira en nosotros.

9. Hay un casamiento, que todavía no se ha hecho en Brasil, entre el saber académico y el saber popular. El saber popular es “un saber hecho de experiencias”, que nace del sufrimiento y de las mil maneras de sobrevivir con pocos recursos. El saber académico nace del estudio, bebiendo de muchas fuentes. Cuando esos dos saberes se unan, habremos inventado otro Brasil. Y seremos todos más aptos para enfrentar los nuevos desafíos.

10. El cuidado pertenece a la esencia de lo humano y de toda la vida. Sin el cuidado enfermamos y morimos. Con cuidado, todo se protege y dura mucho más. El desafío hoy es entender la política como cuidado de Brasil, de su gente, especialmente de los más pobres y discriminados, de la naturaleza, de la Amazonia, de la educación, de la salud, de la justicia. Ese cuidado es la prueba de que amamos nuestro país.

11. Una de las marcas del pueblo brasilero es su capacidad de relacionarse con todo el mundo, de sumar, juntar, sincretizar y sintetizar. Por eso, en general, no es intolerante ni dogmático. Le gusta convivir con lo diferente. Estos valores son fundamentales para una planetización de rostro humano. Estamos mostrando que ella es posible y la estamos construyendo. Lamentablemente, en los últimos años, especialmente en las elecciones presidenciales de 2022, surgió, contra nuestra tradición, una ola de fake news, de odio, discriminación, fanatismo, homofobia y desprecio por los pobres (aporofobia, el lado sombrío de la cordialidad, según Buarque de Holanda) que nos muestran que somos, como todos los humanos, sapiens y demens, y ahora más demens. Pero se trata siempre de una enfermedad y no de la sanidad de las religiones, iglesias y movimientos. Pero eso seguramente pasará y predominará la convivencia más tolerante y apreciadora de las diferencias. 

12. Brasil es la mayor nación neolatina del mundo.

Tenemos todo para ser también la mayor civilización de los trópicos, no imperial, sino solidaria con todas las naciones, porque incorporó en sí representantes de 60 pueblos diferentes que vinieron aquí. Nuestro reto es mostrar que Brasil puede ser, de hecho, una pequeña anticipación simbólica de un paraíso no totalmente perdido y siempre recuperable: la humanidad unida, una y diversa, sentados a la mesa en comensalidad fraterna, disfrutando de los buenos frutos de nuestra bonísima, grande y generosa Madre Tierra.

*Leonardo Boff ha escrito Brasil: ¿concluir la refundación o prolongar la dependencia? Vozes 2018. 

Traducción de MªJosé Gavito Milano

LULA : UN JUSTO ENTRE LAS NACIONES

Conozco a un hombre. Hace más de 40 años. ¿De dónde viene? Viene de la senzala existencial. Es un nordestino, desdeñado por la élite del atraso que tiene en su DNA un desprecio cobarde a los pobres. Es un hijo de la pobreza. Un superviviente del  hambre. Un pau de arara, que salido del agreste pernambucano fue a radicarse con su madre y sus hermanos en la  periferia de São Paulo.

Toda la numerosa familia vivía en un anexo a un bar. Pero había una madre que cumplía todas las  funciones, de padre, de madre, de educadora, de consejera y de ejemplo, doña LINDU. Supo educar a toda la prole. A este hombre le inculcó en la cabeza y en el corazón: Nunca desistas. Nunca robes. Nunca mientas.

Este imperativo ético marcó toda su vida. Cuando niño, trabajando en un pequeño mercado, se moría de ganas de robar un chicle americano. No existía el nacional. Pero cuando extendía la mano, se acordaba de doña Lindu: No robó el chicle, como siempre se contuvo.

Conozco a un hombre, a este hombre. Durante bastante tiempo estuvo totalmente despolitizado. Lo que le interesaba era el fútbol y su equipo preferido, el Corinthians. Consiguió hacer un curso de metalúrgico. Aprendió por experiencia, sin saber nada de Marx, lo que era la plusvalía. Al principio con la poca experiencia inicial, producía tal y tal producto. Fue mejorando, con más destreza y rapidez producía más y más del mismo producto. Pero su salario seguía siendo el mismo.

¿Para quién iba la ganancia del crecimiento de su producción? No para él sino para el patrón. En esto reside la plusvalía y el mecanismo de acumulación del empresario.

Despertó a la injusticia de los trabajadores. Se volvió líder sindical. Se enfrentó a la dictadura militar. Fue preso. Soltado, liberó el águila que tenía dentro. Surgió su carisma de líder. Sabía negociar honestamente con los patrones según la lógica del gana-gana.

Y  pensó: los poderosos han gobernado todo el tiempo de nuestra historia. Han gobernado solo para ellos. No nos han incluido nunca. Éramos carbón a ser quemado en la producción de sus fábricas. ¿Por qué nosotros, los trabajadores, que somos mayoría, no podemos gobernar también nuestro país y gobernar mejor, para todos, comenzando por los más explotados y marginalizados?

Entonces, junto con otros, fundó el Partido de los Trabajadores (PT). Se presentó para gobernador y para presidente del país. Perdió siempre. Pero nunca renunció al impulso interior, inspirado por su madre: nunca desistas. Insistía en sus intervenciones: debemos permitir que todos puedan comer por lo menos tres veces al día, tener su casita con luz, puedan educarse y mandar a sus hijos e hijas a buenas escuelas, tener alegría de vivir y de convivir.

Y quiso el Misterio de todas las cosas que él, desde el piso de abajo, desde la marginación y la exclusión llegase al poder central del país. Por primera vez en nuestra historia, un condenado de la Tierra organizó una política en la que todos ganaban, inclusive los adinerados, pero sobre todo aquellos que desde hacía decenas de años estaban en el mapa del hambre. Ya no se oían los gritos apremiantes de los niños tirando de la falda de su madre, pidiendo la comida que les faltaba. Millones de personas fueron incluidas en la sociedad, miles de pobres y de afrodescendientes, mediante cuotas, pudieron seguir cursos superiores. Indígenas, quilombolas,  mujeres y personas de otra opción sexual encontraron en él comprensión y defensa. Más que matar el hambre, les devolvió la dignidad humana.

Uno se levanta, no sin cierta arrogancia y anuncia : “Dios me ha escogido para salvar el país; está escrito hasta en mi nombre,  Mesías”.  El otro solamente dice: “Agradezco a Dios por haberme permitido llegar hasta aquí y poder dar comida a millones  de personas”.  Los discursos tienen tonos diferentes: uno hace énfasis en un pretextado llamamiento divino, independiente de su esfuerzo.  El otro, luchó y se esforzó para cumplir ese propósito. Y agradece a Dios, tras mucha lucha e incansables sacrificios.

El mundo lo siguió todo. Como presidente, los jefes de Estado competían por escuchar sus experiencias y consejos. Se convirtió en uno de los mayores líderes mundiales. Invitado a apoyar la guerra contra Irak, respondió sabiamente: mi guerra no es contra un pueblo, es contra el hambre y la miseria de millones de personas de mi país y de la humanidad.

Todo lo que está sano puede enfermar. Sectores de su gobierno fueron afectados por la enfermedad de la corrupción. Fueron denunciados y castigados, pero nunca se ha demostrado que este hombre se haya beneficiado personalmente de la corrupción como consecuencia de su cargo de presidente.

Si hay algo que le molesta profundamente es que le llamen ladrón. ¿Dónde está su mansión? ¿Dónde están sus cuentas bancarias en Brasil, en el extranjero o en algún paraíso fiscal? ¿Puede alguien señalarlo sin mentir? Como candidato, su vida fue revisada hasta el más mínimo detalle. No se encontró nada. Ni un piso en el que nunca vivió, ni el sitio de un amigo que nunca le perteneció. Vive en un piso como cualquier ciudadano que ha ocupado el cargo que ha tenido, bueno pero modesto.

Conozco y doy fe de la transparencia, honestidad e integridad de este hombre. Me dijo varias veces: tú que hablas ante muchos públicos, di en mi nombre: nunca he dado cincuenta céntimos a nadie, nunca he recibido cincuenta céntimos de nadie. Nunca he tomado nada de nadie. Y si sigue diciendo que soy un ladrón, di que es un mentiroso. Y si se empeña en decirlo, desafíalo a que vaya a los tribunales, que muestre las pruebas para acusarme de ladrón. Di que aceptaré el rigor de la ley. Devolveré el doble de la cantidad que falsamente dije que había robado.  Y quiero que me arresten.

Conozco a un hombre que soportó todo tipo de calumnias, difamaciones y humillaciones. Su esposa murió de tristeza. Cuando su nieto falleció prematuramente, le pusieron mil dificultades para despedirse de su ser querido. Y cuando su hermano mayor, al que tenía por padre, partió de este mundo, lo llevaron a un breve velatorio rodeado de soldados armados, como si llevaran a un peligroso canalla.

Entraron en su casa sin avisar. Saquearon todo, esculcaron los colchones y se llevaron hasta los juguetes de sus nietos que no han sido devueltos hasta el día de hoy. Finalmente, hubo un juez reconocido por el Tribunal Supremo (STF) como parcial, y debido a ello el proceso iniciado contra este hombre fue invalidado. El juez lo condenó “por un delito indeterminado”, algo que no se encuentra en ningún código penal, ni siquiera en el Código de Hammurabi, unos milenios antes de nuestra era.

Durante 580 días estuvo encarcelado bajo estricta vigilancia. Podría haber resistido o haberse refugiado en alguna embajada. En la cárcel, revisó su vida, los aciertos y errores de su gobierno, estudió a fondo los principales aspectos de nuestro país y de la geopolítica mundial. Se espiritualizó y salió lleno de humanismo, esperanza y determinación.

Pero su encarcelamiento tuvo una consecuencia perversa: despejó el camino para presidente a una figura siniestra, un enemigo de la vida y de su pueblo, movido por la pulsión de matar y odiar. Por su negacionismo y su total falta de empatía al menos 300.000 personas murieron a causa del Coronavirus.

Luego vinieron las elecciones. Su oponente, que destacaba por su ignorancia, brutalidad y mente asesina, utilizó todos los medios posibles e imposibles para derrotarlo, desde la corrupción de un presupuesto secreto multimillonario hasta todo el aparato del Estado, dentro del cual operaba el “gabinete del odio”. Este difundió mentiras, fake news, calumnias y obscenidades contra él. Incluso activó el aparato policial del Estado a favor de su candidatura.

La sensatez ganó a la irracionalidad, la verdad a la mentira, el amor al odio. Fue proclamado presidente del país. Fue reconocido por las más altas autoridades del país, del mundo, desde XI Jinping, Biden y Putin. Incluso sin haber jurado su cargo, ya ha sido invitado a la COP27 en Egipto para discutir el nuevo régimen climático y a Davos, donde se reúnen los dueños de las mayores fortunas, para escuchar su tipo de economía, ya que la actual está agonizando.

Conozco a este hombre, carismático, cordial, incapaz de sentir odio en su corazón y dispuesto a dialogar con todos. De su boca oímos y de su ejemplo aprendimos que siempre es importante defender la democracia, dar centralidad a los pobres, defender la Amazonia contra la voracidad del capital salvaje, buscar un mundo bueno para todos y hacer que lo sea. Como dijo un presidente: “El mundo echa en falta a este hombre”.

Merece el mayor elogio que la tradición bíblica judía otorga a un ciudadano del mundo: ES UN HOMBRE JUSTO ENTRE LAS NACIONES: Zadik ha Umot,

Conozco y soy testigo de un hombre que por su vida, por su ejemplo y por el cuidado de su pueblo se convirtió efectivamente en un hombre Justo entre las Naciones.

Su nombre no necesita ser  citado. El país lo conoce. El mundo lo reconoce.

*Leonardo Boff, ecoteólogo, filósofo, exprofesor de ética y miembro de la Iniciativa Internacional de la Carta de la Tierra.

Traducción de María José Gavito Milano

         UM JUSTO ENTRE AS NAÇÕES

Conheço um homem. Há mais de 40 anos. De onde ele veio? Veio  da senzala existencial. É um nordestino, desdenhado pela elite do atraso que possui em seu DNA  um covarde desprezo  pelos pobres. É um filho da pobreza. Um sobrevivente da fome. Um pau de arara que, saído do agreste pernambucano,  foi radicar-se com a mãe e os irmãos na periferia de São Paulo.

Toda a numerosa família vivia num puxadinho de um bar. Mas havia uma mãe que cumpria todas as funções de pai, de mãe, de educadora,de conselheira e de exemplo, dona LINDU. Soube educar toda a prole. A este homem lhe inculcou na cabeça e no coração: Nunca desista. Nunca roube. Nunca minta.

Esse imperativo ético marcou toda sua vida. Quando menino, trabalhando num pequeno mercado, morria de desejo de roubar um chiclete americano. Não havia o nacional. Mas quando estendia a mão, lembrava de dona Lindu: Não roubou o chiclete como sempre se conteve.

Conheço um homem, este homem. Por um bom tempo foi  totalmente despolitizado. O que lhe interessava era o futebol e o time de estimação, o Corinthians. Conseguiu fazer um curso de metalúrgico. Aprendeu por experiência, sem nada conhecer de Marx, o que era a plusvalia. No começo, com a pouca experiência inicial, produziu tal e tal  produto. Foi melhorando a ponto de, com mais destreza e rapidez, produzir mais e mais do mesmo produto. Mas o salário continuava o mesmo. Para quem ia o lucro do excedente de sua produção ? Não para ele mas para o patrão. Nisso reside a mais-valia e o mecanismo de acumulação do empresário.Despertou para a  injustiça feita dos trabalhadores. Torno-se líder sindical. Enfrentou a ditadura militar. Foi preso. Solto, liberou a águia que escondia dentro de si. Emergiu seu carisma de líder. Sabia com honestidade negociar com os patrões na lógica do ganha-ganha.

E pensou: os poderosos governaram por todo o tempo de nossa história. Governaram só para eles. Nunca nos incluíram. Éramos carvão a ser queimado na produção de suas fábricas. Por que nós, trabalhadores que somos maioria, não podemos também governar o nosso país e governar até melhor, para todos, a começar pelos mais explorados e marginalizados?

Foi então que junto com outros fundou o Partido dos Trabalhadores (PT). Candidatou-se para governador e para presidente do país. Sempre perdeu. Mas nunca renunciou ao impulso interior, inspirado por sua mãe: nuca desista. Insistia em suas intervenções: devemos permitir que todos possam comer pelo menos três vezes ao dia, ter sua casinha com luz elétrica, poder se educar e mandar seus filhos e filhas para escolas de qualidade.Ter alegria de viver e de conviver.

E quis o Mistério de todas as coisas, que ele, do andar debaixo, da marginalização e da exclusão chegasse ao poder central do país. Pela primeira vez em nossa história, um condenado da Terra, organizou, como presidente, uma política em que todos ganharam, inclusive os endinheirados, mas sobretudo aqueles que há dezenas de anos estavam no mapa da fome. Não se ouviam mais os gritos caninos das crianças puxando a saia de suas mães,pedindo comida que lhes faltava. Milhões foram incluídos na sociedade, milhares de pobres e de afrodescendentes, mediante cotas, puderam frequentar os cursos superiores. Indígenas, quilombolas,  mulheres e outros de outra opção sexual encontraram nele compreensão e defesa. Mais que matar a fome, devolveu-lhes dignidade humana.

Alguém se levanta, não sem certa arrogância e anuncia:”Deus me escolheu para salvar o país; está inscrito até no meu nome Messias”. O outro apenas diz:”Agradeço a Deus por ter permitido que eu chegasse até aqui e poder dar comida a milhões de pessoas”. Os discursos possuem tons diferentes: um coloca a ênfases num alegado chamamento divino, independente de seu esforço.  O outro, lutou e se esforçou para cumprir esse propósito. E agradece a Deus, depois de muita luta e incansáveis sacrifícios.

O mundo a tudo acompanhou. Como presidente, os chefes de estado disputavam ouvir suas experiências e conselhos. Emergiu como uma das maiores lideranças mundiais. Convidado a apoiar a guerra contra o Iraque, respondeu sabiamente: minha guerra não é contra um povo, é contra a fome e a miséria de milhões do meu país e da humanidade.

Tudo o que sadio pode ficar doente. Setores de seu governos foram acometidos pela doença da corrupção. Foram denununciados e punidos. Mas jamais se provou que este homem tirou algum proveito pessoal da corrupção em razão de sua codição de presidente.

Se há algo que o irrita profundamente é quando o chamam de ladrão. Onde está sua mansão? Onde estão suas contas bancárias no Brasil, no exterior ou em algum paraíso fiscal? Alguém pode apontá-lo sem mentir? Como candidato, sua vida foi vasculhada nos mínimos detalhes. Nada se encontrou. Nem um apartamento, no qual nunca morou, nem um sítio de um amigo que nunca lhe pertenceu. Vive num apartamento como qualquer cidadão que ocupou o cargo que ocupou, bom mas modesto.

Conheço e testemunho a transparência, a honestidade e a inteireza deste homem. Disse-me algumas vezes: vcê que fala a numerosos auditórios diga, em meu nome: jamais dei cinquenta centavos a alguém, jamais recebi cinquenta centavos de alguém. Nunca me apropiei nada de ninguém. E se esse acusador continua  a afirmar que sou ladrão, diga que é mentiroso. E se persistir a afirmá-lo, desafie-o a ir à justiça,mostrar as provass para o acusar de ladrão. Confirma, se fui pessoalmente ladrão, aceitarei o rigor da lei. Devolverei em dobro tudo o que falsamente teria roubado.  Quero ser preso.

Conheço um homem que suportou todo tipo de calúnia, de difamação e de humilhação. Sua esposa morreu de tristeza. Seu neto que faleceu precocemente lhe criaram mil dificuldades para se despedir de seu ente querido. Quando partiu desse mundo o irmão mais velho que o tinha como pai, levaram-no para um curto velório, cercado de soldados armados como se conduzissem um perigoso celerado.

Invadiram sua casa sem prévio aviso. Vasculharam tudo, os colchões e levaram  até os brinquedos dos netos até hoje  não devolvidos. Por fim, um juiz reconhecido pela Suprema Corte (STF) como parcial e em razão disso, posteriormente os processos movidos contra ele foram invalidados. O juiz corrupto e parcial o condenou ”por um crime indeterminado” coisa que não se encontra em nenhum código penal, nem do ancestral de Hamurabi, alguns milênios antes de nossa era. Por 580 dias foi mantido preso sob rigorosa vigilância. Podia ter resistido ou se refugiado em alguma embaixada. Não. Ficou junto de seu povo. Na prisáo revisou sua vida, os acertos e equívocos de seu governo, estudou em profundidade os aspectos principais de nosso país e da geopolítica mundial. Espiritualizou-se e saiu cheio de humanismo, de esperança e de determinação de trabalhar especialmente pelos pobres.

Mas sua prisão teve uma consequência perversa: abriu caminho para presidente a uma figura sinistra,inimiga da vida e de seu povo,movida pela pulsão de morte e de ódio. Seu negacionismo e sua total ausência de empatia permitiu, impassível, a morte de pelo menos de 300 mil pessoas pelo Coronavírus.

Veio a eleição. Seu adversário que excele em ignorância, brutalidade e com uma mente assassina usou todos os meios possíveis e impossíveis para derrotá-lo, desde a corrupção de um bilionário orçamento secreto até todo o aparelho de Estado, dentro do qual funcionava “o gabinete do ódio”. Este difundia mentiras, Fake News, calúnias e obscenidades contra ele. Até o aparato policial do Estado foi acionado em favor de sua candidatura. Tudo em vão.

Venceu a sensatez contra a irracionalidade, a verdade contra a mentira, o amor contra o ódio. Ele foi proclamado presidente do país. Foi reconhecido pelas mais altas autoridades do país, do mundo, desde XI Jinping, Biden a Putin. Mesmo sem ser empossado já foi convidado para a COP27 no Egito para discutir o novo regime climático e  para Davos,onde os senhores das fortunas se reúnem para ouvir seu tipo de economia, já que a presente está agônica.

Conheço este homem, carismático, cordial, incapaz de ter ódio no coração e pronto a dialogar com todos. De sua boa ouvimos e de seu exemplo aprendemos que importa sempre defender a democracia, dar centralidade aos pobres, defender a Amazônia contra a voracidade do capital selvagem e buscar um mundo que seja bom para todos e que será. Como disse um presidente: “O mundo tem saudades deste homem”.

Ele merece a maior comenda que a tradição bíblico-judaica dá a um benemérito cidadão do mundo: ELE É UM JUSTO ENTRE AS NAÇÕES.

Eu conheço  e testemunho um homem que por sua vida, por seu exemplo e pelo cuidado de seu povo, tornou-se efetivamente um Justo entre as Nações.

Seu nome não precisa ser citado. O pais o conhece. O mundo o reconhece.

Leonardo Boff, ecoteólogo, filósofo,ex-professor de ética e membro da Iniciativa Internacional da Carta da Terra.