Odio e violenza: l’eredità perversa del bolsonarismo

                     Leonardo Boff

La persona che ci ha governato per quattro anni non era proprio un presidente, ma un ‘capo bastone’ con la sua famiglia, la cui caratteristica principale, utilizzando i social network, era il linguaggio volgare, i comportamenti maleducati, la menzogna come metodo, la volontà di distruggere biografie, la distorsione cosciente della realtà, l’ironia e la disumana soddisfazione per la malattia del presidente Lula e della presidente Dilma, l’omissione cosciente nell’affrontare il coronavirus che ha sacrificato almeno 300 mila persone, il genocidio consenziente degli yanomami, l’acquisizione praticamente illimitata di armi letali, la diffusione dell’odio e della violenza, che hanno generato quello che abbiamo visto ultimamente: qualcuno invade un asilo nido e uccide quattro bambini innocenti e ne lascia altri feriti. Ci sono altri casi di alunni che hanno accoltellato un insegnante e uno studente, un altro che ha ucciso un compagno di classe, e molti altri crimini di questa natura commessi in ambito scolastico, per non parlare della violenza della polizia nelle periferie delle città dove impunemente sono uccisi giovani neri e altri poveri. La gente si uccide per futili motivi come un pezzo di pizza.

L’eredità peggiore e più perversa lasciata dal presidente in fuga e ladro di regali ufficiali, donati da autorità di altri Stati, oltre a innumerevoli altri crimini politici, è stata questa: alimentare l’odio e la violenza dilagante nelle relazioni sociali.

Né piangere né solo lamentarsi, ma cercare di capire: da dove viene la barbara violenza che ha causato tante vittime nel nostro Paese? Guardiamo un po’ la storia: Alfred Weber, fratello di Max Weber, nel suo riassunto di storia universale, ci racconta che dei 3.400 anni di storia documentata, 3.166 furono di guerra. I restanti 234 anni non furono certo di pace, ma di tregua e preparazione per un’altra guerra. Le guerre del secolo scorso, in tutto, hanno ucciso 200 milioni di persone. Come si apprende, la violenza e i suoi derivati ​​sono radicati nella nostra storia. Lui solleva una domanda, espressa nello scambio epistolare tra Albert Einstein e Sigmund Freud il 30 luglio 1932.

Einstein chiede al fondatore della psicoanalisi, Freud: “c’è un modo per liberare gli esseri umani dalla fatalità della guerra… è possibile rendere gli esseri umani più capaci di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione”? Freud risponde realisticamente: “Non c’è speranza di poter sopprimere direttamente l’aggressività degli esseri umani. Tuttavia, si possono seguire percorsi indiretti, rafforzando l’Eros (principio di vita) contro Thanatos (principio di morte). Tutto ciò che genera legami affettivi tra gli esseri umani agisce contro la guerra. Tutto ciò che civilizza gli esseri umani agisce contro la guerra”.

La cultura, la religione, la filosofia, l’etica e l’arte sono sempre state determinanti per frenare o sublimare l’impulso di morte. Ma si sono rivelati insufficienti. Ecco perché comprendiamo la risposta rassegnata di Freud ad Einstein: “affamati, pensiamo al mulino che macina così lentamente che possiamo morire di fame prima di ricevere la farina”.

Nella verità delle cose, i saggi dell’umanità ci hanno fatto capire che siamo esseri ambigui. Nel dialetto religioso sant’Agostino diceva: “siamo simultaneamente Adamo e Cristo”. Lutero non diceva un’altra cosa quando affermava: “siamo simultaneamente giusti e peccatori”. Nei tempi attuali, è un saggio di 103 anni, Edgar Morin, che ci ricorda continuamente: fa parte della condizione umana essere allo stesso tempo sapiens e demens. Questo non è un difetto di creazione, ma la nostra costituzione come esseri umani. In altre parole, siamo esseri portatori della dimensione dell’amore e dell’odio, della luce e dell’ombra, della pulsione di vita e della pulsione di morte, del sim-bolico (che unisce) e del dia-bolico (che disunisce). Noi siamo l’unità dialettica di queste contraddizioni.

L’opzione di base che prendiamo, se l’amore, la luce, la vita o il sim-bolico, fonda la nostra etica umanitaria. Se assumiamo il contrario, stabiliamo un’etica disumana e crudele. Sebbene entrambi i poli coesistano e non possiamo eliminarli né reprimerli, è la centralità che conferiamo a una di queste polarizzazioni che definisce il nostro percorso di vita, vitale o letale, e i nostri comportamenti etici.

Se quello che abbiamo detto è vero, allora è importante essere realistici e sinceri e riconoscere che la violenza che si annida dentro di noi, è esplosa nella sinistra figura del precedente presidente. Egli è riuscito a far emergere nei suoi seguaci la dimensione dell’odio che era in loro e gli ha dato pieno sfogo. Ha usato ogni mezzo possibile, dalla calunnia, alla menzogna, alle fake news, alla violenza verbale attraverso i vari mezzi digitali, alla violenza diretta, minacciando di morte persone e effettivamente ammazzarle.

L’essere umano “troppo umano”, vale a dire la parte oscura e diabolica, ha guadagnato visibilità ed esercizio impune sotto il regime bolsonarista e con i suoi sostenitori.

La cosa più grave del bolsonarismo e del suo ‘capo bastone’ è avere diseducato i giovani, aver promosso il linguaggio rozzo e sgarbato, comportamenti aggressivi, i pregiudizi nei confronti dei più vulnerabili, i poveri, i neri, i quilombolas, gli indigeni, le donne, vittime di innumerevoli femminicidi e persone di altro orientamento sessuale. Tutti costoro sono stati diffamati, perseguitati, stuprati e non pochi assassinati, soprattutto questi ultimi.

Basta con questa storia di orrori vissuta per quattro anni. Ma il popolo ha capito che cosi non si può vivere e convivere. Hanno eletto, per la terza volta, qualcuno, un rappresentante degli strati sociali popolari: Luis Inácio Lula da Silva. Il suo governo si trova di fronte a un compito enorme: ricostruire una nazione devastata nel suo corpo e nel suo spirito. Le radici di questo disumanesimo sono ancora lì e ci saranno sempre, poiché fanno parte della nostra condizione. Ma li teniamo sotto controllo. Il popolo e la nazione optarono per la luce contro l’ombra, per l’amore contro l’odio, per il sim-bolico contro il dia-bolico. Dobbiamo restare sempre vigili, affinché i demoni che (insieme agli angeli) ci abitano, non inondino le coscienze dei bolsonaristi e distruggano sistematicamente ciò che generazioni e generazioni hanno costruito con sudore e sangue. Non passeranno. Come non sono passati altri capi di stato criminali e nemici della vita.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

O ódio e a violência: o perverso legado do  bolsonarismo Leonardo Boff

Quem durante quatro anos  nos governou não foi bem um presidente mas um cappo com sua família, cuja característica principal, utilizando as redes sociais, a linguagem chula, os comportamentos grosseiros, a  mentira como método , a vontade de destruir biografias, a distorção consciente da realidade, a ironia e a satisfação desumana sobre a doença  do Presidente Lula e da Presidenta Dilma, a omissão consciente no trato do coronavirus que sacrificou pelo menos 300 mil pessoas, o genocídio consentido do yanomami, a aquisição praticamente ilimitada de armas letais, a difusão do ódio e da violência, geraram o que ultimamente assistimos: alguém invade uma creche e assassina quatro inocentes crianças e deixa outras feridas. Ha outros casos de alunos que esfaquearam uma  professora e um estudante, outro que mata seu colega de escola e outros tantos crimes desse jaez praticados no âmbito escolar, sem referir a violência policial nas periferias das cidades onde jovens negros e outros pobres são abatidos impunente.Mata-se por motivos fúteis como por um pedaço de pizza.

O legado pior e mais perverso deixado pelo presidente fujão e ladrão de presentes oficiais, doados por autoridades de outros estados,  além de inúmeros outros crimes políticos foi este:  atiçar o ódio e a violência desbragada nas relações sociais.

Nem  chorar nem só  lamentar, mas procurar entender: donde nos vem a violência bárbara que tantas vítimas fez em nosso pais?  Observemos um pouco a história: Alfred Weber.irmão de Max Weber, em seu resumo da história universal nos relata que dos 3.400 anos de história documentada, 3.166 foram de guerra.Os restantes 234 anos não foram certamente de paz,mas de trégua e preparação para outra guerra. As guerras do século passado,ao todo, mataram 200 milhões de pessoas. Como se depreende, a violência e seus derivados estão enraizados em nossa história.Ele levanta uma interrogação, expressa na troca de cartas entre Albert Einstein e Sigmund Freud em 30 de julho de 1932.

Einstein pergunta ao fundador da psicanálise, Freud:” há um modo de libertar os seres humanos da fatalidade da guerra…é possível tornar os seres humanos mais capazes de resistir à psicose do ódio e da destruição”? Freud realisticamente responde:”não existe a esperança de poder suprimir de modo direto a agressividade dos seres humanos. Contudo podem-se percorrer vias indiretas, reforçando o Eros (princípio de vida) contra o Tánatos (princípio de morte). Tudo o que faz surgir laços afetivos entre os seres humanos, age contra a guerra.Tudo o que civiliza o ser humano trabalha contra a guerra”.

A cultura, a religião,a filosofia, a ética e a arte foram sempre expedientes para frear ou sublimar o impulso de morte. Mas mostraram-se insuficientes. Por isso entendemos a resposta resignada de Freud a Einstein:”esfaimados,pensamos no moinho que tão lentamente mói que podemos morrer de fome antes de receber a farinha”.

Na verdade das coisas, os sábios da humanidade nos fizeram entender que somos seres ambiguos. No dialeto religioso dizia Santo Agostinho: “somos simultaneamente Adão e simultaneamente Cristo”. Não dizia outra coisa Lutero quando afirmava: “somos simultanemente justos e pecadores”.Nos tempos atuais foi um sábio de 103 anos, Edgar Morin que continuamente nos recorda: pertence à condição humana, sermos ao mesmo tempo sapiens e  demens. Isso não é defeito de criação, mas a nossa constituição enquanto humanos. Em outras palavras, somos seres portadores da dimensão de amor e de ódio, de luz e de sombra,  da pulsão de vida e da pulsão de morte, do sim-bólico (que une) e do dia-bólico(que desune). Somos a unidade dialética destas contradições.

A opção de base que tomarmos, se o amor, se a luz, se a vida, se o sim-bólico funda nossa ética humanitária. Se assumirmos o contrário instauramos a ética desumana e cruel. Embora ambos os pólos convivam e sem podemos eliminá-los nem recalcá-los, é a centralidade que conferimos a uma destas polarizações que define nosso percurso de vida, vital ou letal.

Se o que dissemos é verdade, então importa sermos  realistas e sinceros e reconhecer que a violência que se aninha dentro de nós, irrompeu na figura sinistra do presidente anterior.Ele conseguiu que seguidores tirassem a dimensão  de ódio que está em todos nós e dar-lhe franco curso. Utilizou todos os modos possíveis,desde calúnia,a mentira, as fake news, violência verbal através dos vários meios digitais, a violência direta, ameaçando de morte pessoas e efetivamente matá-las.

O humano “demsiadamente humano” vale dize, a porção sombria e dia-bólica ganhou visibilidade e exercício impume sob o regime bolsonarista e com seu incentivador.

O mais grave do bolsonarismo e de seu cappo é ter deseducado os jovens, promovido a linguagem de baixo  calão, os comportamentos agressivos, os preconceitos contra os mais vulneráveis, os pobres, os negros, os quilombolas,os indígenas, as mulheres, vítimas de incontáveis feminicídios e pessoas de outra opção sexual. Todos estes foram difamados, perseguidos, violentados e não poucos assassinados, especialmente estes últimos.

Basta esta história de horrores vividos durante quatro anos. Mas o povo deu-se conta de que assim não se pode viver e conviver. Elegeram, pela terceira vez, alguém,um representante da senzala social.Seu governo se confronta coma tarefa ingente: reconstruir uma nação devastada no seu corpo e no seu espírito. As raízes desse desumanismo estão ainda aí e estarão sempre, pois, são parte de nossa condição. Mas as mantemos sob controle.  O povo e a nação optou pela luz contra a sombra, pelo amor contra o ódio, pelo sim-bólico contra a dia-bólicos. Devemos nos manter sempre vigilantes,para que os demônios que junto com os anjos  que nos habitam, inundem a consciência e destruam sistematicamente o que gerações e gerações com suor e sangue construíram. Eles não passarão. Como não passaram os grandes chefes de estado criminosos e inimigos da vida.

Leonardo Boff, teólogo,filósofo e escritor, escrevreu Brasil: concluir a refundação o prolongar a dependência?  Vozes 2018.

“Debemos respetar la forma como Dios quiso aproximarse a nosotros”

Uno de los mayores intelectuales del país, el teólogo, filósofo y escritor Leonardo Boff, 84 años, acaba de lanzar su nuevo libro La amorosidad de Dios-Abba y Jesús de Nazaret (Editora Vozes). Autor de más de 100 libros, traducidos a prácticamente todas las lenguas modernas, Boff se vuelve, en su nuevo trabajo, hacia la figura del Jesús histórico, el hombre, y el mensaje original que pasó a propagar en la Palestina del siglo I. Mensaje del cual, como afirma en esta entrevista por email a O DIA, la Iglesia se distanció al aliarse con el poder político de las clases dominantes. Lo cual, en su opinión, empieza a cambiar ahora con el Papa Francisco, que vuelve a  acercar la Iglesia al mensaje original de Jesús. 

(Entrevista Bernardo Costa para O DIA)

¿Cuál es la visión central de este nuevo libro suyo y por qué decidió escribirlo?

Hay una antigua discusión sobre en qué momento el hombre Jesús de Nazaret se dio cuenta de que era el Hijo de Dios. La mayoría de los estudiosos evitan esta pregunta por miedo a psicologizar la conciencia de Jesús. A mí siempre me ha preocupado: si Jesús es realmente un hombre como nosotros, nuestro hermano, ¿cómo surgió lentamente su conciencia de ser Hijo de Dios? La concepción tradicional afirma que ya en el seno de María tenía esa conciencia y se relacionaba con el Padre. Esta visión destruye el concepto de encarnación, que es asumir todo lo que es humano y las distintas etapas de la vida, como el bebé que aún no piensa ni habla, y también las limitaciones, las crisis y las superaciones propias de la condición humana. Lloró la muerte de su amigo Lázaro, acariciaba a los niños y nunca criticó a las mujeres, sino que las defendió como a María Magdalena y a la Samaritana.

El libro se atiene más al Jesús histórico que al Cristo de la fe. ¿Por qué es importante no perder de vista al Jesús histórico?

Debemos respetar la forma en que Dios quiso acercarse a nosotros a través de su Hijo, que se encarnó en la condición humana con sus altibajos. No debemos pasar inmediatamente al Cristo de la fe. Debemos partir siempre de la historia concreta de Jesús, de cómo vivía, cómo pensaba, cómo se relacionaba con las mujeres, con los pobres, con los ricos, con el poder y con las amenazas de muerte. Ser cristiano, fundamentalmente, es seguir al Jesús histórico. Él no vino a fundar una nueva religión. Vino a enseñarnos a vivir como él vivió: con amor incondicional, con compasión hacia los que sufren en este mundo, con indignación contra quienes fingían ser piadosos pero eran falsos y fariseos.  Incluso llegó a usar la violencia con quienes hacían negocios dentro del templo de Jerusalén. Y cultivaba una gran amistad con Lázaro y sus hermanas Marta y María.

¿Qué fue y cómo se dio la experiencia mística que tuvo el hombre Jesús de esa amorosidad de Dios-Abba?

Ante el asombro de sus padres, María y José, Jesús desde pequeño se refería a Dios como ‘Papá’ (Abba). Eso era extraño pues los judíos de aquel tiempo, y los de hoy también, muestran tanta reverencia hacia Dios que casi no pronuncian su nombre. Además, en la Biblia judaica, el Antiguo Testamento, jamás aparece esa expresión Abba aplicada a Dios. Es el nombre que los niños usan afectuosamente para su padre o para su abuelo. Que Jesús use esa palabra, Abba, revela cierta intimidad, cierta amorosidad hacia el Dios de la tradición de Abraham, Isaac y Jacob. Pero cuando tenía cerca de 25-26 años oyó que Juan Bautista estaba bautizando a mucha gente en el río Jordán. El bautismo implicaba sumergirse en las aguas del río. Jesús, por curiosidad, fue a ver lo que pasaba allí. Conversó rápidamente con Juan Bautista y con algunos de sus discípulos. Entró en un grupo para dejarse bautizar. Se sumergió como todos. Ellos salieron y él se quedó parado en medio del río. Fue ahí cuando tuvo un profundo choque existencial, una verdadera sacudida en su interior. Tuvo la experiencia profunda de ser el Hijo del Padre, expresada en estas palabras: ‘Tu eres mi Hijo amado y en ti he puesto toda mi alegría’. Jesús tuvo la experiencia de la radical amorosidad de Dios-Padre, como ‘Papá’ (Abba). Quien experimenta así al Padre se siente su Hijo. Las experiencias radicales, dicen los místicos y también los psicólogos, no se dejan expresar con palabras. Así, los evangelistas usan metáforas: una paloma descendió sobre él o se oyó una voz del cielo. Por eso, Jesús fue al desierto. Allí profundizó esta experiencia  y definió cual sería su misión: ni un profeta que transforma piedras en pan, ni un Sumo Sacerdote que introduce una forma religiosa y ética, ni un rey poderoso sobre tierras y pueblos.  Descubrió que debería ser, como está en el profeta Isaías, el Siervo sufriente, que se identifica con los que sufren en este mundo, que debía curar enfermos, consolar a los afligidos e incluso devolver la vida a quien había muerto, como Lázaro o la hija de Jairo. Y vivenció el amor y la ternura infinita de Dios, presente en la palabra Abba.


¿Qué significados y proporciones podría asumir hoy el mensaje que Jesús comenzó a difundir a partir de esta experiencia?

Jesús experimentó el amor radical de Dios por todos, sin importar su condición moral, ya fuera pecador o piadoso cumplidor de los mandamientos. Jesús se acerca a los pecadores, como se consideraba a los recaudadores de impuestos, entra en casa del rico Zaqueo, se encuentra especialmente con los pobres y los oprimidos: a todos quiere anunciar con sus palabras y su ejemplo este mensaje liberador: no temáis, Dios es un Padre amoroso de misericordia infinita. Nadie puede poner límites a su amor y a su misericordia. Todos, pecadores y santos, están bajo el arco iris de la misericordia de este Papá querido (Abba). En otras palabras, dichas también por el Papa Francisco: no hay condenación eterna, es sólo de este mundo, Dios no puede perder a ningún hijo o hija que haya creado con amor. Si perdiera a alguien, no sería a Dios. Como se dice en el libro de la Sabiduría: “Él creó a todos por amor y a nadie con odio, de lo contrario no lo habría creado. Él es el apasionado amante de la vida”. Este mensaje liberador de Jesús es contrario a toda una tradición que anunciaba el Evangelio con el miedo y la amenaza del infierno. Así se ha hecho durante casi todos los siglos, algo que muchas iglesias pentecostales todavía practican.

De qué forma la Iglesia Católica se distanció de ese mensaje original a lo largo de los años? 

La Iglesia se distanció del mensaje liberador de Jesús desde que se alió con el poder político de los emperadores romanos ya en los siglos II-III, comenzando con Constantino y continuando prácticamente hasta nuestros días. En lugar de ser un movimiento, se convirtió en una institución religiosa. Como cualquier institución, ella define quién está dentro y quién fuera, establece doctrinas y leyes, condena y premia. En este contexto, el método del miedo al infierno se utilizaba con todos aquellos que no se sometían a lo que ella ordenaba. A pesar de eso, debemos reconocer que ella guardó los cuatro evangelios, referencia común para todas las iglesias. Dentro de ellas, muchos asumieron el seguimiento de Jesús, pobre y amigo de los pobres, como San Francisco de Asís, la Hermana Dulce, la Madre Teresa de Calcuta y el actual Papa Francisco de Roma. Vivieron el seguimiento de Jesús sin amoldarse (sin desprecio) al camino religioso tradicional.

Usted es amigo y consejero del Papa Francisco. ¿Cómo evalúa los 10 años de su pontificado?

Durante los pontificados de Juan Pablo II y Benedicto XVI la Iglesia experimentó un retorno a la gran disciplina. Se reveló como un castillo cerrado e inmune a los avances de la modernidad, penetrada, según ellos, por muchos errores y desviaciones. Hubo mucha vigilancia sobre las doctrinas y condena a muchos teólogos, los más progresistas. La renovación de la Iglesia, iniciada por el Concilio Vaticano II (1962-1965), sufrió un retroceso. Se hablaba el invierno de la Iglesia. Con el Papa Francisco, que viene de la periferia donde vive la mayoría de los católicos se ha producido un gran cambio. Este Papa siempre se entendió a sí mismo como un teólogo de la liberación de corte argentino: liberación del pueblo oprimido y de la cultura silenciada. Inauguró una nueva forma de ser Papa, sin los aparatos y títulos heredados aún del Imperio Romano y del Renacimiento. Abandonó el palacio papal y se fue a vivir a una casa de huéspedes, Santa Marta.

¿En qué medida el pontificado de Francisco se aproxima del mensaje original de Jesús?

El Papa Francisco ha traído una primavera a la Iglesia, con un aire de libertad y apertura a todas las diversidades. Ha dicho que la Iglesia debe ser como un hospital de campaña que acoge a todos sin preguntar por su origen, religión o condición moral. Como él dice con frecuencia, “una Iglesia siempre en salida” hacia los problemas humanos, especialmente los de los más pobres y los de la gran pobre que es la Madre Tierra, a la que debemos cuidar como nuestra Casa Común. En mi opinión, está inaugurando una nueva genealogía de Papas que vienen de la periferia de la Iglesia y del mundo y que revelan un nuevo rostro del mensaje liberador de Jesús. Por eso, este Papa habla constantemente del Jesús histórico y del modo en que vivió, es decir, una existencia para los más vulnerables e invisibles. Jesús se distanciaba de la religión estricta de la época, ponía en el centro el amor y la misericordia. No hay que olvidar que fueron los religiosos quienes le condenaron a muerte en la cruz. Su resurrección, que es más que la reanimación de un cadáver, significa una insurrección contra la justicia perversa de la época. Él anticipó el fin bueno del ser humano, realizando todas sus potencialidades. El Papa Francisco actualiza y nos hace más accesible el mensaje original de Jesús, de su misericordia sin límites, tema fundamental de sus pronunciamientos.

¿En qué momentos de la humanidad se ha puesto en práctica el mensaje original de Jesús? ¿Por los hombres o por las mujeres?
Yo diría que en todas las generaciones ha habido mujeres y hombres cristianos que se  sintieron fascinados por la figura y la práctica del Jesús histórico. Han llegado a decir: ‘humano como Jesús, sólo Dios mismo’. No buscaban el poder, sino el servicio a los más desamparados. La lista sería inmensa. Pero sin duda sobresalen Santa Teresa de Ávila y San Juan de la Cruz, ambos místicos de ojos abiertos y manos trabajadoras. San Francisco de Asís fue quizá quien más se asemejó a Jesús de Nazaret, viviendo entre leprosos y pobres y llamando a todas las criaturas con el dulce nombre de hermanos y hermanas. Y muchas mujeres que también lo seguían y sólo ellas permanecieron al pie de la cruz. De América Latina no podemos dejar de mencionar al obispo y santo, Don Óscar Romero, obispo de El Salvador, que fue asesinado en la misa cuando levantaba el cáliz con la sangre de Cristo que se mezcló con su sangre.

¿Está usted trabajando o dispuesto a trabajar en un nuevo libro? ¿De qué va a tratar?

Vivo dando charlas por todo Brasil y también en el extranjero. Intento imprimir un tono liberador, propio de la teología de la liberación, sobre todo cuando atiendo a grupos de base y movimientos sociales. Además de eso, escribo a menudo, pues ya son más de cien libros. En los últimos años he trabajado intensamente en ecología integral y he colaborado en la formación de una ecoteología de la liberación. Desde 2001 escribo un artículo semanal, que no ha fallado nunca,  y es traducido al español, italiano, alemán y muchos en inglés. Con casi 85 años estoy ya en el atardecer de la vida. Sigo trabajando, en la actualidad sobre la categoría Transparencia, ya que toda nuestra tradición grecolatina se ha estructurado sobre las categorías de Inmanencia y Trascendencia, colocándolas generalmente en oposición. La categoría Transparencia es típicamente cristiana, ya que la Trascendencia penetró en la Inmanencia a través de la Encarnación, haciendo transparentes la realidad humana y divina. La Transparencia es válida para todas las esferas, especialmente para la ética, y de modo particular para la política y para el mundo de los negocios. 

Como viver a Páscoa no meio de tantas crises?

                                        Leonardo Boff

         Muitas crises  estão assolando a humanidade: a crise econômica derrubando grandes bancos nos países centrais, a crise política com o ascenso mundial das políticas de direita e de extrema-direita, s crise das democracias em quase todos os países, a crise do Estado cada vez mais burocratizado, a crise do capitalismo globalizado que não consegue resolver os problemas que ele mesmo criou,gerando uma acumulação de riqueza em pouquíssimas mãos num mar de probreza e de miséria, a crise ética, pois não contam mais valores da grande tradição da  humanidade, mas o vale tudo pós moderno (every think goes), a crise do humanismo pois impera relações de ódio e de barbárie nas relações sociais, a crise de civilização que começou a introduzir a inteligência artificial autônoma que articula bilhões de algorítmos, toma decisões, independente da vontade humana, pondo em risco nosso futuro comum, a crise sanitária que atingiu toda a humanidade pelo Covid-19, a crise ecológica que, se não cuidarmos da biosfera, nos alerta para uma tragédia possível e terminal do sistema-vida e do sistema-Terra. Por detrás de todas estas crise há uma crise ainda maior: a crise do espírito que representa uma crise da vida humana neste planeta.

O espírito é aquele momento da vida consciente no qual nos damos conta de que pertencemos a um todo maior, terrenal e cósmico,que estamos à mercê de uma Energia poderosa e amorosa que sustenta todas as coisas e a nós mesmos. Temos a faculdade específica de com ela poder  dialogar e a ela nos abrir,identificando um Sentido maior que tudo perpassa e que atende ao nosso impulso de infinitude. A vida do espírito (que neurólogos chamam de”ponto Deus” no cérebro) vem soterrada pela votande irrefleável de acumulação de bens materiais, pelo cnsumismo, pelo egoismo e pela falta profunda de solidariedade.

Depois de agosto de 1945, os USA lançando duas bombas nucleares sobre Hiroshima e Nagasaki, nos sbriu a consciência de que podemos nos auto-aniquilar. Esse risco aumentou com a corrida armamentista,incluindo nove nações, com armas químicas, biológicas e cerca de 16 mil ogivas nucleares. A atual guerra entre a Rússia e a Ucrânia fez com que Putin ameaçasse o uso de armas nucleares, trazendo o temor apocalíptico do fim da espécie humana.

Nesse cenário como celebrar a maior festa da cristandade que é a Páscoa, a ressurreição do Crucificado, Jesus de Nazaré? Ressurreição não deve ser entendida como  a reanimação de um cadáver como o de Lázaro. Ressurreição, nas palavras de São Paulo representa a irrupção do “novissimus Adam (1Cor 15,45), vale dizer, do ser humano novo, cujas infinitas virtualidades presentes nele (somos um projeto infinito) afloram totalmente. Desta forma comparece como uma revolução na evolução, uma antecipação do fim bom da vida humana. O Ressuscitado ganhou uma dimensão cósmica, nunca mais deixou o mundo e enche todo o universo.

Nesse sentido a ressurreição não é a memória de um passado, mas a celebração de um presente, sempre presente a nos suscitar alegria, o suave sorriso na certeza de que a morte matada de Jesus de Nazaré, a sexta-feira santa, é só uma passagem para uma vida, livre da morte e plenamente realizada: a ressurreição. O horizonte sombrio se desanuviou e o irrompeu o Sol da esperança.

Pensando em termos do processo cosmogênico que tudo engloba, a ressurreição não está fora dele. Ao contrário, é uma emergência nova da cosmogênese e daí seu valor universal, para além do salto da fé. A ressurreição é a síntese da dialética, de onde Hegel tirou sua dialética, da vida (tese), da morte (antítese) e da ressurreição (síntese).Esta é o termo de tudo, agora antecipado para nossa alegria.  É o gênesis verdadeiro, não do começo, mas do fim já alcalçado.

Considero a versão do evangelho de São Marcos sobre a ressurreição a mais realista e verdadeira.Ele termina se texto com Jesus ressuscitado,dizendo às mulheres:”ide dizer aos apóstolos e a Pedro que ele (o Ressuscitado) vos precede na Galiléia. Lá o vereis com vos disse”(Mc 16,7). E assim termina. As aparições relatadas, é covicção dos estudiosos, seria um acréscimo posterior. Quer dizer: todos estamos a caminho da Galiléia para encontrar o Ressuscitado. Ele pessoalmente ressuscitou mas sua ressurreição não se completou enquanto seus irmãos e irmãs e a inteira natureza ainda não ressuscitaram.Estamos a caminho, esperados pelo Ressuscitado que ainda não se mostrou totalmente. Por esta razão, o mundo fenomenoligicamente continua o mesmo ou pior, com guerras e momentos de paz, com bondades e perversidades, como se não tivesse havido a ressureição como sinal de superação desta realidade ambigua.

Mesm assim depois que Cristo ressuscitou não podemos mais ficar tristes: o fim bom está garantido.

Boa festa de Páscoa para todos os que puderem realizar este percurso e também para aqueles que não o podem realizar.

Leonardo Boff escreveu: A ressurreição de Cristo e a nossa na morte, Vozes 1972 várias edições.