Quando il coordinatore laico può celebrare la Cena del Signore

Il 18 giugno 2019, pensando al Sinodo Pan-amazzonico di ottobre, abbiamo scritto sul desiderio di papa Francesco di ordinare persone sposate, soprattutto indigene, in luoghi lontani dell’Amazzonia. Sarà un prete di stile indigeno, sicuramente diverso da quello tradizionale.

Nei luoghi senza l’assistenza dei sacerdoti ci sono i coordinatori delle comunità ecclesiali di base che già presiedono alle celebrazioni della Cena del Signore. Non sono ordinati ma nessuno dirà che Cristo non è presente nella Parola, nella comunità e nella sua celebrazione. Il problema non è solo interno alla chiesa cattolica, è anche ecumenico. Le Chiese che se ne sono andate con la Riforma, celebrano nelle loro comunità la Cena del Signore con pastori non ordinati. Qual è il valore di queste celebrazioni? Cristo è davvero presente lì sotto le specie del pane e del vino?

Cercheremo di rispondere in entrambi i casi positivamente, sulla base di una vasta documentazione storico-teologica che non può essere portata qui, ma che si può trovare nel libro Ecclesiogenesi: la reinvenzione della Chiesa, Editora Record 2008, p.165-188.

L’affermazione fondamentale, definita dal Concilio Vaticano II, è: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è il centro e il culmine di tutta la vita della comunità cristiana” (Christus Dominus, n. 30). I fedeli vogliono l’Eucaristia. Può essere negata perché non hanno un ministro ordinato in mezzo a loro? I coordinatori delle comunità fanno tutto ciò che una persona ordinata fa, perché non possono consacrare? La cosa normale sarebbe che fossero ordinati, ma non lo sono perché non sono celibi.

Una rigorosa ricerca sull’argomento ha concluso che ci sono state due fasi: nel primo millennio del cristianesimo la legge fondamentale era “chi presiede la comunità, presiede anche l’Eucaristia: potrebbe essere un vescovo, un prete, un profeta, un dottore, un confessore o un semplice coordinatore”. Era impensabile che una comunità sarebbe rimasta senza Eucaristia a causa della mancanza di un vescovo o di un prete. Allora interveniva il coordinatore della comunità, come succede nelle nostre comunità. La connessione era tra coordinatore della comunità e celebrazione dell’eucaristia.

Nel secondo millennio c’è stato un cambiamento. Le dispute tra l’Imperium e il Sacerdotium hanno spostato il tema della comunità a favore del soggetto del potere sacro. I papi rivendicavano il sacro potere sul potere imperiale. Questo sacro potere arriva attraverso il sacramento dell’Ordine. Il collegamento ora diventa tra chi ha il potere sacro e chi no. Solo coloro che sono ordinati hanno il potere di consacrare. Il laico è escluso anche se è un coordinatore. Attualmente la situazione che abbiamo è la condizione laicale e l’ordine sacerdotale.

Con riferimento alle celebrazioni eucaristiche delle Chiese cristiane non cattoliche, partiamo dal fatto che a celebrare la Cena del Signore sono dei ministri che sono accettati dalle rispettive comunità. La validità di questa celebrazione non proviene dal sacramento dell’Ordine, attraverso l’imposizione delle mani fatte dal vescovo sul fedele laico, che diventa poi sacerdote con il potere di consacrare. Per gli evangelici, il potere di celebrare deriva dalla fede e dalla fedeltà alla dottrina apostolica sulla presenza del Signore nella celebrazione della sacra Cena. Lo stesso si potrebbe dire delle celebrazioni nelle comunità ecclesiali di base: la fede apostolica nella presenza reale di Cristo nel pane e nel vino benedetti dal coordinatore o da un gruppo di coordinatori, conferirebbe il potere di consacrare. Cristo sarebbe presente lì.

Un altro punto focale da comprendere si fonda nel valore del battesimo, preso nel suo significato profondo. E’ dottrina comune che il battesimo sia la porta di tutti i Sacramenti e conterrebbe in germe tutti gli altri. Attraverso il battesimo tutti i fedeli partecipano all’unico sacerdozio veramente valido che è quello di Cristo. Il sacramento dell’Ordine non è il sacramento del vescovo o del sacerdote. È il sacramento della Chiesa come comunità di fedeli. Se qualcuno è ordinato nel sacramento dell’Ordine è per il servizio alla comunità, per il coordinamento e l’animazione spirituale. Non esiste nessuna contrapposizione: da un lato i fedeli, sacerdoti comuni, senza alcun potere sacramentale, e dall’altro il sacerdote ordinato con tutti i poteri. Quello che esiste è una comunità, tutta sacerdotale e profetica, che specifica le funzioni, senza che una sminuisca le altre, una di consacrare e coordinare, un’altra di interpretare i testi sacri, di assumere la responsabilità per il canti, la visita ai malati, eccetera.

È anche dottrina comune che, dopo il sacerdozio di Cristo, non ci possa essere nessun altro sacerdozio di per sé. Ecco perché è Cristo che consacra. Il sacerdote non consacra. Ha il potere di rappresentare, di rendere visibile il Cristo invisibile nella comunità. Lui non sostituisce Cristo. In una comunità ben organizzata c’è un sacerdote o un pastore con questa funzione. Ma quando c’è una mancanza di questa figura, e senza colpa della comunità, il coordinatore può assumere questo ruolo di rappresentare Cristo. Questa situazione oggi è abbastanza frequente, da qui l’importanza di riconoscere la validità delle celebrazioni dei pastori e dei coordinatori laici.

*Leonardo Boff è teologo, filosofo e scritore. Ha scritto: Chiesa: carisma e potere, saggio di ecclesiologia militante, Vozes 1982, Borla 1983, Record 2012.

Traduzione di M.Gavito & S.Toppi

Cidadania, Florestania: a Amazônia, titular de direitos

         Cidadania, Florestania: a Amazônia, titular de direitos

Leonardo Boff

Fenômenos novos exigem palavras novas. Assim cidadania se deriva de cidade e florestania, de floresta. Esta nova palavra, florestania, foi criada no Estado do Acre, sob o governo de Jorge Viana, representando conceito novo de desenvolvimento e de cidadania no contexto da floresta amazônica.

O propósito é implementar a cidadania dos povos da floresta, dos indígenas, dos seringueiros e dos ribeirinhos que se traduz por investimentos públicos na educação, na saúde e nas formas de produção extrativista, tendo como referência maior a floresta e sua derivação a florestania.

Floresta e ser humano vivem um pacto sócio-ecológico includente, onde o ser humano se entende parte da floresta e a floresta passa a ser um novo cidadão, respeitado em sua integridade, biodiversidade, estabilidade e luxuriante beleza junto com os outros cidadãos humanos. Ambos são beneficiados – povo e floresta – pois abandona-se a lógica antropocêntirca e utilitarista da exploração e se assume a lógica ecocêntrica, da mutualidade que implica respeito mútuo e sinergia.

Esta compreensão abre espaço para um enriquecimento possível do conceito de cidadania a partir da reflexão ecológica mais avançada. Agora trata-se da florestania não só como cidadania na floresta mas como cidadania da floresta. A floresta é considerada, pois, como um novo cidadão.

A compreensão que subjaz a esta afirmação e que entrou nas constituições do Equador e da Bolívia, reside no fato de a natureza e a Terra serem a condição necessária para a vida. Esta somente existe porque é sustentada pelos fatores físico-químico-ecológicos terrestres sem os quais não haveria vida. Se a vida tem dignidade, fato aceito por todos, ela engloba também a dignidade dos elementos que a tornam possível sobre o planeta.

Ademais, a natureza e a Terra possuem valor em si mesmo, independente da existência humana, que irrompeu quase no final do processo cosmogênico. Tendo valor em si mesmo, Terra e natureza, devem ser respeitadas. O próprio ser humano há de se entender parte da natureza e da própria Terra, formando com elas uma grande e única entidade. Este é o o legado que os astronautas nos transmitiram de suas naves espaciais e da Lua: Terra, natureza e humanidade formam uma única e complexa entidade.

Nesta visão, mais e mais sustentada pela moderna biologia e cosmologia, a floresta como floresta, a natureza bem como a Terra são vistas como sujeitos e como cidadãos e como tais titulares de direitos.

Isso ficou mais claro quando a ONU numa sessão solene no dia 22 de abril de 2009 decidiu chamar a Terra de Mãe Terra, dando-lhe a ela o mesmo tratamento que devotamos às nossas mães: o respeito, o cuidado e a veneração.

Impõe-se, portanto, a ampliação da personalidade jurídica à floresta, aos ecosistemas e à Terra como Gaia. Bem disse o pensador Michel Serres: “A Declaração dos Direitos do Homem de 1789 teve o mérito de dizer ‘todos os homens têm direitos’ e o defeito de pensar ‘só os homens”. Os indígenas, os escravos e as mulheres tiverem que lutar para serem incluídos em ‘todos os homens”. E hoje esta luta inclui as florestas e outros seres da natureza também sujeitos de direitos e, por isso, novos membros da sociedade ampliada.

Por fim, há que se incluir a própria Terra, como Gaia, super-organismo vivo, no rol dos cidadãos. Ela seria aquela realidade cidadã que cria as condições para todos os outros tipos de seres, como seu valor intrínseco e sujeitos de cidadania.

As novas ciências, a astrofísica e a cosmologia nos asseguram que o universo não resulta da soma de todos os seres existentes e por existir, como se estivem justapostos uns aos outros. Todos eles se encontram inter-retro-conectados. O universo é o conjunto articulado das conexões de tudo com tudo em todos os pontos e momentos. Todos os seres não são apenas portadores de massa e de energia mas também de informação trocada, retrabalhada e estocada de um jeito singular e próprio a cada ser.

O fator relação e inter-dependência de todos com todos,o Papa Francisco em sua excepcional encíclica sobre ecologia integral “sobre o cuidado da Casa Comum”(2015) repetidas vezes enfatizou:”nenhuma criatura se basta a si mesma…tudo está interligado..tudo está relacionado”(nn.86, 118, 120).

Com efeito, depois de termos criado a ameaça de destruição da Terra-Gaia não podemos mais exclui-la do novo pacto social, como o fizeram Hobbes, Rousseau e Kant, no passado, e Habermas e Appel no presente. Estes davam e dão por descontado o futuro da Terra. Hoje não é mais assim. Devastada Gaia, não há mais base para nenhum tipo de cidadania e de direitos, pessoais, sociais e naturais. Se quisermos sobreviver juntos, a democracia tem de ser também biocracia e cosmocracia, numa palavra, uma democracia sócio-ecológica.

A partir disso admitem eminentes cientistas que o universo e cada ser são portadores de níveis diversificados de consciência e possuem algum tipo de subjetividade, fruto das inter-relaçãos que entretém entre todos. A diferença entre a subjetividade humana e aquela do universo ou das florestas ou de outros seres não é de princípio mas de grau.

Em nós, em grau altamente complexo e, por isso auto-consciente, no universo e na floresta amazônica num outro, menos complexo, mas igualmente com grau próprio de consciência e de subjetividade. Por isso a floresta interage, sente, sofre, se alegra, dá seus sinais, responde e nos dá lições, algumas sábias e outras duras. Mas mostra que ela quer ser escutada, atendida, respeitada e incluída no cuidado humano.

Se a florestania fôr assumida num sentido amplo como postulado aqui, enquanto cidadania na floresta e da floresta, assistiremos a algo inédito no mundo. Na região da maior biodiversidade do planeta, na floresta amazônica, se inaugurará um novo ensaio civilizatório, referência possível para as demais florestas tropicais da Terra, assumidas e respeitadas como cidadãos. E comprovar-se-á a realidade de um desenvolvimento não predatório, de um ser humano feito anjo bom da Terra e não o seu satã ameaçador.

O cuidado das pessoas, das sociedades, da natureza e da Casa Comum será a atitude mais adequada e imprescindível para a nova fase da história da humanidade e da própria Terra.

Leonardo Boff é eco-teólogo,filósofo e escritor e escreveu Saudade de Deus- A força dos pequenos, a sair pela Vozes.

“O Papa tem um espírito radical”confessa o sociólogo Michael Löwy

“O Papa tem um espírito radical” confessa Michael Löwy

Revista ihu on-line -18 Julho 2019

Michael Löwy já frequentou várias vezes este blog. É um sociólogo da religião brasileio-francês, grande conhecedor da Igreja da América Latina especialmente da Teologia da Libertação.Ele tem altamente apreciado a encíclica ecológica do Papa, mas mostrando também algumas limitações com referência sobre os sujeitos da transformação necessária na direção de um novo paradigma.O que não disse na encíclica, disse-o nos encontros com os movimentos sociais mundiais, dando centralidade a estes movimentos que vêm de baixo e que são os verdadeiros profetas do novo.Publicamos este texto pois é uma voz de fora do âmbito eclesiástico mas altamente positiva, sempre com um senso de equilíbrio e interessado nas mediações práticas que levam a transformações.  Lboff
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“O Papa Francisco, embora tenha suas raízes na cultura cristã da libertação latino-americana, combinado com a teologia católica progressista argentina da Teologia do Povo, em um certo momento, vai além, é mais radical, mais antissistêmico”, afirma Michael Löwy, neste diálogo realizado em seu apartamento, em Paris.

A reportagem-entrevista é de Emilce Cuda, publicada por Página|12, 09-07-2019. A tradução é do Cepat.

O autor de Cristianismo de Liberación. Perspectivas marxistas y ecosocialistas – livro que a editora El Viejo Topo acaba de publicar na Europa – não é apenas um dos principais intelectuais do marxismo atual, mas também coautor e promotor do Manifesto Ecossocialista Internacional.

Este homem que define o Papa com a frase: “esse homem tem um espírito radical”, não concorda com a ideia de que a religião é o baluarte do obscurantismo, conforme a viram Marx e Engels. Mantém contato próximo com o Cristianismo da Libertação, categoria a qual dá preferência em relação à Teologia da Libertação. Afirma que a diferença mostra outra perspectiva de crença religiosa no campo político. Segundo Löwy, na América Latina, a religião em vez de entorpecer, desperta. É o mesmo argumento usado pelo teólogo da libertação Gustavo Gutiérrez, em defesa própria, frente a Roma, conforme disse no encontro de Boston sobre a teologia latino-americana, em 2017.

Em seu livro, o sociólogo francês diz aceitar a posição marxista segundo a qual a religião pode ser um narcótico, mas apenas quando se trata de “seitas religiosas que nada mais são do que uma combinação fraca de manipulação econômica, lavagem cerebral obscurantista e anticomunismo fanático”. Seria o caso da nova Teologia da Prosperidade que abona o discurso fascista na América Latina. No entanto, Michael Löwy explica que “embora a religião tenha sido até o século XVII o espaço simbólico no qual forças antagônicas disputavam, na América Latina, a relação se dá ao contrário. Lá, a religião da periferia é revolucionária contra um materialismo absolutista “. Esse é o ambiente social a partir do qual Francisco lê.

Ao longo de sua carreira, Löwy chegou a distinguir com clareza entre um catolicismo intransigente, que se torna um cristianismo social capaz de criticar os excessos do capitalismo liberal, sem realmente se opor à ordem política e econômica de seu tempo – próprio da teologia progressista europeia -, e um cristianismo de libertação que se opõe ao sistema e se organiza para mudar imediatamente as estruturas, próprio da Teologia da Libertação latino-americana. Isto lhe permite descobrir que “a teologia do Papa é outra coisa”, porque “não vem da cúpula para a base como a progressista, nem tampouco da base para a cúpula como na libertação”. Ao contrário, “vai da periferia para o centro”.

A entrevista revela que, segundo o autor, o discurso do atual pontífice “não é propriamente Teologia do Povo“. O argumento é: “Enquanto essa criticava o sistema por sua injustiça social, enfatizando o cultural sobre o econômico, a Laudato Si’ é uma encíclica muito crítica ao sistema econômico, uma crítica radical que vai além da Teologia do Povo, uma encíclica antissistêmica, inclusive anticapitalista, embora a palavra “capitalismo” não apareça”.

No entanto, diz, “o que falta na Laudato Si’ é indicar qual é o sujeito da mudança, porque o Papa não fala sobre isso no documento”. Concorda com Francisco que “temos que mudar”, mas se pergunta “quem irá implementar essa mudança”. Segundo Löwy, o próprio Francisco dá a resposta nas reuniões com os movimentos sociais, “muitos deles, muito radicais”. Vê que ali “o Papa identifica claramente o sujeito da mudança, diz que eles são os que vão mudar as coisas, que têm que assumir essa tarefa e que a mudança está em suas mãos”. O sujeito da mudança não são os de cima, nem os de baixo, mas está nas margens, de acordo com a interpretação que Löwy faz do discurso de Francisco. A mudança vem de fora para o centro. Por isso, afirma que com esse gesto “Francisco aponta que vai além da Teologia do Povo“.

O que leva o Papa a ir além da Teologia do Povo? Löwy supõe que Bergoglio, “quando era bispo e cardeal, defendeu a linha do Vaticano, mas no momento em que é eleito Papa, já não tem que prestar contas a ninguém, exceto para Deus, e isso lhe dá uma espécie de campo aberto, ou seja, fazer o que parece justo sem ter que prestar contas ou se justificar”. Isso explica, por exemplo, segundo este autor, a decisão de Francisco de realizar um encontro de diálogo, em Roma, entre cristãos e pensadores da esquerda marxista, do qual Michael Löwy fez parte. Conta que “ali aconteceu algo surpreendente, novo”.

A partir desse encontro, Löwy observa que “a esquerda tem mais empatia com o Papa do que boa parte dos católicos”. De acordo com sua experiência nesse diálogo, “os católicos que apoiam o Papa não podem segui-lo em sua radicalidade”. Neste contexto, conta que os marxistas diziam: “Veja o que disse o Papa! Tomavam a iniciativa. Os católicos não marxistas só se referiam a Francisco, se os marxistas o mencionavam antes”.

Sua impressão é que Francisco está realmente na vanguarda, alguns passos à frente da Igreja, porque “a Igreja tem um setor reacionário que tenta fazer de tudo para frear o Papa e o expulsar o mais rápido possível, e outro setor que o segue pela a legitimidade que tem. Há uma minoria que, sim, assume sua radicalidade, e realmente está disposta a pensar em termos de Laudato Si”.

Sua reflexão me provoca a lhe perguntar se considera que o Papa tem conhecimento da teoria marxista. Löwy responde que “não se vê entre as suas supostas fontes uma literatura de esquerda, salvo algum teólogo da libertação”. Em relação a isso, destaca que Massimo Borghesi – autor da Biografia intelectual de Francisco -, “apesar de localizar todas as fontes que Bergoglio leu, não levou em conta seu contato social com líderes sindicais, sociais e políticos”.

Segundo Michael Löwy, o Papa “dialoga com os movimentos sociais e ali há um discurso do qual se apropriou”. Diz que “um pensador não é apenas a soma de suas fontes, mas alguém que com esse material cria algo novo, e Bergoglio criou algo novo com toda essa leitura, mais sua experiência social”. Acrescenta que “para além de todas as fontes, o Papa está criando um novo discurso, uma nova teologia sem precedentes, algo que tem a ver com João XXIII – o único precedente semelhante -, mas acredito que ele vai mais longe”.

Frente aos que opinam que a religião não deve se envolver em política, aos 81 anos, Löwy está convencido de que na América Latina “a teologia tem um papel muito importante politicamente”. Tomando o caso concreto do Brasil, argumenta que “não teria existido o PT, nem os sindicatos mais progressistas, nem o movimento campesino MST, sem o trabalho do Cristianismo de Libertação, que é muito mais que a teologia”.

Segundo o autor, “se no próximo período histórico a esquerda conseguir mudar a correlação de forças, será porque esses militantes, ou seja, o povo da pastoral, das comunidades de base, os teólogos, desempenharão um papel muito importante”. Sem eles, nada vai acontecer”. Intui que o movimento social cristão de libertação “terá uma oportunidade histórica, porque agora com Francisco tem um apoio importante”.

Durante millones de años el Amazonas fluía hacia el Pacífico

         Durante millones de años el Amazonas fluía hacia el Pacífico
Leonardo Boff*

En función del Sínodo Panamazónico continuemos profundizando la historia del ecosistema amazónico. Euclides da Cunha (1866-1909), un clásico de las letras brasileras, fue también un apasionado investigador de la región amazónica, y escribía en 1905: «La inteligencia humana no soportaría el peso de la realidad portentosa de la Amazonia; tendrá que crecer con ella, adaptándose e ella para dominarla» (Um paraíso perdido, reunión de ensayos amazónicos, Petrópolis 1976,15). Tal constatación muestra la exuberante riqueza de este ecosistema inconmensurable.

Paradójicamente la Amazonia es también el lugar que sufre más violencia. Si queremos ver la cara brutal del sistema capitalista depredador, visitemos la Amazonia. Ahí emerge el gigantismo del espíritu de la modernidad, la racionalización de lo irracional y la lógica implacable del sistema anti-naturaleza.

El Estado brasileiro, las empresas nacionales y las multinacionales formaron un gran trío y dieron origen a lo que se ha llamado “el modo de producción amazónico” (cf. Mires, F., Discurso de la naturaleza: ecología y política en América Latina, DEI, San José 1990, 119-123). Es un modo que se define como una forma de producción/destrucción terriblemente depredadora, con la aplicación intensiva de tecnología contra la naturaleza, declarando la guerra a los árboles, exterminando poblaciones originarias y adventicias, superexplotando la fuerza de trabajo, incluso a modo de esclavitud, en vistas a la producción para el abastecimiento del mercado mundial.

La Amazonia continental comprende 6,5 millones de km cuadrados, que cubren dos quintos del área latinoamericana: mitad de Perú, un tercio de Colombia y gran parte de Bolivia, Venezuela, Guyana, Guayana Francesa y Surinam y 3,5 millones de km cuadrados del área brasilera.

Geológicamente el proto-Amazonas durante todo el paleozoico (hace entre 550-230 millones de años) formaba un gigantesco golfo abierto hacia el Pacífico. América del Sur estaba todavía unida a África. En la era cenozoica, al comienzo del período terciario hace 70 millones de años, empezaron a surgir los Andes y durante todo el plioceno y el pleistoceno y a lo largo de miles y miles de años bloquearon la salida de las aguas hacia el Pacífico. Toda la depresión amazónica quedó convertida en un paisaje acuoso hasta encontrar una salida hacia el Atlántico como ocurre actualmente. (cf.Soli,H., Amazônia, fundamentos da ecologia da maior região de florestas tropicais, Vozes, Petrópolis 1985, 15-17).

El río Amazonas, según las investigaciones más recientes, es el río más largo del mundo con 7.100 kilómetros, cuyas nacientes se encuentran en Perú, entre los montes Mismi (5.669 m) y Kcahuich (5.577 m) al sur de la ciudad de Cuzco. Es también con mucho el más caudaloso, con un caudal medio de 200.000 metros cúbicos por segundo. Solamente él contiene de 1/5 a 1/6 de la masa de agua que todos los ríos de la Tierra lanzan conjuntamente a los océanos y mares. El lecho principal del río tiene un promedio de ancho de 4-5 km con una profundidad que varía de 100 m en Obidos a 4 m en la desembocadura del río Xingú.

En la Amazonia se ofrece el mayor patrimonio genético. Como decía uno de nuestros mejores estudiosos Eneas Salati: «En pocas hectáreas de la selva amazónica existe un número de especies de plantas y de insectos mayor que toda la flora y la fauna de Europa» (Salati, E., Amazônia: desenvolvimento, integração, ecologia, Brasiliense/CNPq, S.Paulo 1983; cf. Leroy, J.-P., Uma chama na Amazônia, Vozes/Fase, Petrópolis 1991,184-202; Ribeiro, B., Amazônia urgente, cinco séculos de história e ecologia, Itatiaia, B.Horizonte 1990, 53). Pero no nos debemos engañar: esta selva exuberante es extremadamente frágil, pues se yergue sobre uno de los suelos más pobres y lixiviados de la Tierra como escribimos en el artículo anterior.

En la selva amazónica precolombina vivían según el historiador Pierre Chaunu 2 millones de habitantes y en toda América del Sur unos 80-100 millones, 5 millones de ellos en Brasil.

Desarrollaron un sutil manejo de la selva, respetando su singularidad, pero, al mismo tiempo, modificando el hábitat para estimular aquellos vegetales útiles para el uso humano. Como afirma el antropólogo Viveiros de Castro: «la Amazonia que vemos hoy es la que resultó de siglos de intervención social, así como las sociedades que allí viven son el resultado de siglos de convivencia con la Amazonia» (“Sociedades indígenas y naturaleza”, en Tempo e Presença, n.261, 1992, 26). E. Miranda es todavía más enfático: «Queda poca naturaleza intocada y no alterada por los humanos en la Amazonia» (Quando o Amazonas corria para o Pacífico, Vozes, Petrópolis 2007, 83).

En el Brasil pre-cabralino había cerca de 1.400 tribus, el 60% de ellas en la parte amazónica. Se hablaban lenguas pertenecientes a 40 troncos subdivididos en 94 familias diferentes, fenómeno fantástico, que llevó a la etnóloga Berta Ribeiro a afirmar que «en ninguna otra parte de la Tierra se encontró una variedad lingüística semejante a la observada en la América del Sur tropical» (Amazônia urgente, op.cit. 75).

Conviene señalar que en el interior de la selva amazónica, 1.100 años antes de la llegada de los europeos se formó un espacio inmenso (diría que casi un “imperio”) de la tribu tupí-guaraní. Esta ocupó territorios que iban desde los contrafuertes andinos, formadores del río, hasta la cuenca del Paraguay y del Paraná, llegando después al Norte y al Nordeste, para bajar hasta el Pantanal y las pampas gauchas.

Prácticamente todo el Brasil florestal, excepto algunas partes, fue conquistado por los tupí-guaraní (cf.Miranda, E., Quando o Amazonas corria para o Pacífico, op.cit.92-93). Se creó un “proto-estado” con animado comercio con los Andes y el Caribe.

De esta forma se deshace la creencia del carácter salvaje de la Amazonia y de su vacío civilizatorio.

*Leonardo Boff es eco-teólogo y ha escrito Ecología: grito de la Tierra-grito de los pobres, Vozes 2015.

Traducción de Mª José Gavito Milano