Os grandes figurantes da Rio+20

Três serão os grandes figurantes da Rio+20: os representantes oficiais dos Estados e governos, os Empresários e a Cúpúla dos Povos. Cada grupo é portador de um projeto e de uma visão de futuro.

Os representantes oficiais, a considerar o Borrador Zero, repropõem o desgastado desenvolvimento sustentável agora pintado de verde. Esquecem, entretanto, de confessar que ele fracasssou rotundamente. Diz Gorbachov: ”o atual modelo de crescimento econômico é insustentável; ele engendra crises, injustiça social e o perigo de catástrofe ambiental”(O Globo 8/6/2012). Os principais itens que sustentam a vida estão em degradação denunciou ainda em 2005 a Avaliação Sistêmica do Milênio o que foi repetido pelo recente relatório do PNUMA. O Borrador Zero da Rio+20 reconhece:”o desenvolvimento sustentável continua a ser um objetivo distante”(n.13). Mas parece não terem aprendido nada dos fatos. Em sua fé dogmática no desenvolvimento sustentável, que, no fundo, é crescimento material, continuam propondo mais do mesmo.

De forma contundente diz ainda Gorbacov: “vinte anos depois da Rio-92 estamos rodeados de cinismo e, para muitos, de desespero”. Não teriam os agentes do atual sistema mundial sofrido uma espécie de lobotomia? Não sentem a urgência da ameaça ambiental. Preferem salvar o sistema financeiro e os bancos que garantir a vida e proteger a Terra. Esta  já está com os faróis no vermelho e no cheque especial.

Os empresários, fortes figurantes, estão tomando consciência do limites da Terra, do aumento populacional e do aquecimento global. Não esperam pelos consensos quase impossíveis das reuniões da ONU e dos governos. Mais de cem lideranças empresariais já se reuniram no Rio, antes do evento  formal. Pretendem criar o  G-0 em oposição ao G-2, G-7 ou G-20. Com certo autoconvencimento chegam a dizer:”nós precisamos assumir o comando”. A agenda coletiva acertada vai na linha da economia verde, não como maquiagem”, mas como uma produção de baixo carbono e preservando o mais possível a natureza. Contudo, constituem apenas 1% da empresas com receita acima de US$ 1 bilhão como nos referiu recentecente o Financial Times. Dão-se conta de um problema ainda insolúvel dentro do atual  modelo: como articular sustentabilidade e lucro? Os acionistas não querem renunciar a seu lucro em nome da sustentabilidade. Esta acaba sendo tão frágil que quase  se esvai. Pelo menos, estes empresários viram o problema: ou mudam ou se afundam junto com os outros.

O terceiro figurante é a Cúpula dos Povos. Serão  milhares, vindos de todo o mundo: os altermundistas, aqueles que  querem mostrar o que estão fazendo com a economia solidária e o comércio justo, com a preservação das sementes creoulas, com o combate aos transgênicos, com a produção orgânica da economia familiar, com as ecovilas e as energias alternativas. Aqui se apresenta uma outra forma de produção e de consumo mais em consonância com os ritmos da natureza, fruto de um novo olhar sobre a Terra, com dignidade e direitos.

Para atalhar, diria: no primeiro grupo reina resignação, no segundo, inquietação e no terceiro, esperança. Estimo o seguinte resultado da Rio+20:

A reunião formal da ONU vai aprovar a economia verde, mantendo o mesmo modo de produção capitalista básico. Isso dará o aval para as empresas fazerem negócios com bens e serviços naturais. Criar-se-á uma Organização Mundial do Meio Ambiente, na linda da Organzação Mundial do Comércio.

Os empresários irão pressionar os governos a não interfirem nos negócios da economia verde. Querem o caminho livre pois se trata de uma economia de baixo carbono e, por isso, ecoamigável,  embora dentro do   modelo vigente.

A Cúpula dos Povos irá lançar uma alternativa à Economia Verde com a Economia Solidária. Criarão articulações globais contra a mercantilização dos bens e serviços vitais como água, sementes, solos, florestas, oceanos e outros, entendidos como Bens Comuns  da Humanidade.

O salto rumo a um novo paradigma de sociedade planetária não se dará por ora. Mas será obrigatório face às crises socio-ambientais que se aproximam. O sofrimento coletivo nos dará amargas lições. Todos aprenderemos, a duras penas, o amor e  o cuidado à vida, à Humanidade e à Mãe Terra, condições para o futuro que queremos.

Atteggiamento crítico costrutivo rispetto alla Rio+20

Credo che dobbiamo sviluppare tre atteggiamenti di fronte alla Rio +20.

Il primo è coscientizzare coloro che prendono decisioni e tutta l’umanità intorno ai rischi a cui sono sottoposti il sistema-Terra, il sistema-vita e il sistema-civiltà. Le guerre attuali, la paura del terrorismo e la crisi economico-finanziaria nel cuore dei paesi centrali stanno facendoci dimenticare l’urgenza della crisi ecologica generalizzata. Gli esseri umani e il mondo naturale stanno in una pericolosa rotta di collisione. Non serve a niente garantire uno sviluppo sostenibile e verde se non garantiamo innanzitutto la sostenibilità del pianeta vivo e della nostra civiltà. Questa coscientizzazione deve essere fatta a tutti i livelli, dalla scuola elementare all’università, dalla famiglia alla fabbrica, dalla campagna alle città.

Il secondo atteggiamento ha a che fare con uno spostamento e un’implicazione che bisogna fare. È necessario spostare la discussione dal tema dello sviluppo al tema della sostenibilità. Se si resta nello sviluppo rimaniamo presi nelle maglie della sua logica che consiste nel crescere sempre di più per offrire sempre più numerosi prodotti di consumo per l’arricchimento di pochi al costo del super sfruttamento della natura e della emarginazione della maggioranza dell’umanità. Una ricerca seria nell’Istituto Federale Svizzero di Ricerca Tecnologica (ETH) del 2011, ha rivelato la tremenda concentrazione di ricchezza e di potere in pochissime mani: sono 737 corporazioni che controllano l’80% del sistema corporativo mondiale, mentre lo zoccolo duro di 147 controlla il 40% di tutte le corporazioni a maggioranza finanziaria. Insieme a questo potere economico viene il potere politico (influenza i destini di un paese) e il potere ideologico (impone idee e comportamenti). L’impronta ecologica della Terra ci fa sapere che questa ha già oltrepassato del 30% i suoi limiti fisici. Forzarli significa obbligarla a difendersi. E lo fa con tsunami, inondazioni, siccità, eventi estremi, terremoti e il riscaldamento globale. E anche con le crisi economico-finanziarie comprese  nel sistema-Terra viva. Il tipo di sviluppo vigente è insostenibile. Vani sono gli aggettivi che gli possiamo aggiungere: umano, verde, responsabile e altri. Portarli avanti a qualsiasi costo, come ancora propone il testo base dell’Onu, ci avvicina all’abisso senza ritorno.

Spostarsi sul tema della sostenibilità significa creare meccanismi e iniziative che garantiscano la vitalità della Terra, la continuità della vita, la soddisfazione delle necessità umane delle presenti e delle future generazioni, di tutta la comunità di vita e la garanzia che potremo preservare la nostra civiltà. Questo concetto di sostenibilità è più vasto del concetto di sviluppo semplice e duro.

Per raggiungere tale proposito, è necessario un nuovo sguardo sulla Terra, un re-incantamento del mondo e un nuovo sogno. Questo significa inaugurare un nuovo paradigma. Se anteriormente, il paradigma era di «conquista» e di «espansione», adesso, a causa degli alti rischi che corriamo, dovrà essere di «cura» e di «responsabilità» globale. Abbiamo bisogno di assimilare una visione della Carta della Terra che propone tali atteggiamenti nel quadro di una visione olistica dell’universo e della Terra. Questa vede il nostro pianeta come vivo, con una comunità di vita unica. È frutto di un vasto processo di evoluzione che dura ormai da 13,7 miliardi di anni. L’essere umano appare come un’espressione avanzata della sua complessità e interiorizzazione. Questo ha la missione di curare e preservare la sostenibilità della natura e dei suoi esseri.

Questa visione sarà effettiva se sarà più che uno spostamento di modi di vedere. La scienza non produce saggezza ma solo informazioni. Cioè, non offre una visione globale e integrante della realtà interiore e esteriore (saggezza) che motivi verso la trasformazione. Per questo deve venire accompagnata da impegno di una emozione fondamentale. È necessario fare una lettura emozionale dei dati scientifici, perché è l’emozione, la passione, la ragione sensibile cordiale che si muoveranno all’azione. Non basta prendere conoscenza. Abbiamo bisogno di coscientizzare noi stessi, nel senso di Paolo Freire, armarsi di indignazione e di compassione e mettere mano all’opera.

Pertanto, insieme alla ragione intellettuale, indispensabile, che ha predominato per secoli, ci tocca riscattare la ragione sensibile e emozionale che era stata relegata ai margini. E essa e la nicchia dell’etica e dei valori. Ci fa sentire il dolore della Terra, la passione dei poveri e l’appello della coscienza per superare queste situazioni con un’altra forma di produrre, di distribuire e di consumare.

Il terzo atteggiamento è di lavoro critico e creativo «dentro al sistema». Già è stato detto: i vecchi dei (la conquiste e il dominio) non sono ancora morti e i nuovi (cura e responsabilità) non sono ancora nati. Siamo obbligati a vivere in una nicchia del tempo: con un piede dentro al vecchio sistema, lavorare e guadagnare la nostra vita nell’ambito delle possibilità che ci vengono offerte; e con l’altro piede dentro al nuovo che stava spuntando da tutte le parti e che assumiamo come il nostro. Ci sono molti ricettivi che possono essere implementate e che additano il nuovo.

Fondamentalmente è necessario ricomporre il «contratto naturale». La Terra è la nostra grande madre, come è stato approvato all’Onu il 22 aprile 2009. Essa ci dà tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere. La contropartita da parte nostra dovrebbe essere il ringraziamento nella forma di cura, venerazione e rispetto. Oggi abbiamo bisogno di reimparare a rispettare l’insieme della Terra, gli ecosistemi e ogni essere della natura, dato che possiedono valore intrinseco e indipendentemente dall’uso che faremo di loro come risalta dalla Carta della Terra. Questo atteggiamento è quasi inesistente nelle pratiche produttive e nei comportamenti umani. Ma possiamo risuscitare questo senso di amore, di autolimitazione della nostra voracità e di rispetto per tutto quello che esiste e vive. Esso diminuirebbe l’aggressione alla terra e farebbe dei nostri atteggiamenti qualcosa di più amichevole.

Difendere la dignità e diritti della terra, i diritti della natura, degli animali, della flora e della fauna, dato che tutti formiamo una grande comunità terrestre.
Appoggiare il movimento internazionale per un patto sociale mondiale intorno a quello che può unire tutti perché tutti dipendono da lui: l’acqua, come bene comune naturale, vitale è insostituibile. Creare una cultura dell’acqua, non sciuparla (solo lo 0,7% di lei e accessibile all’uso umano) e renderla un diritto inalienabile per tutti gli esseri umani e per la comunità di vita.

Rinforzare l’agroecologia, l’agricoltura familiare, la permacultura, le eco-città, le piccole e piccolissime imprese di alimenti, senza pesticidi e materiale transgenico.

Cercare in forma crescente energie alternative alle fossili, come l’idroelettrica la eolica, la solare, la biomassa e altre. Insistere nel riconoscimento dei beni comuni della Terra e della umanità. Tra questi si contano l’aria, l’atmosfera, l’acqua, i fiumi, gli oceani, i laghi, le falde acquifere, la biodiversità, le sementi, i parchi naturali, le molte lingue, i paesaggi, la memoria, le conoscenze, Internet, le informazioni genetiche e altre.

La cosa più importante tuttavia, è formare una coalizione di forze con il maggior numero possibile di gruppi, movimenti, chiese, e istituzioni intorno al valore dei principi collettivamente condivisi, come quegli espressi nella Carta della Terra, nelle Mete del Millennio, nella dichiarazione delle culture originarie delle Americhe. Infine abbiamo bisogno di essere coscienti che il tempo dell’abbondanza materiale è finito, fatto sulla pelle e a dispetto dei limiti del pianeta, e senza solidarietà e pietà per le vittime di un tipo di sviluppo predatorio, individualista e ostile alla vita. La crescita economica non può essere fine a sé stante. Sta a servizio del pieno sviluppo dell’essere umano, delle sue potenzialità intellettuali, morali e spirituali. La economia verde inclusiva, la proposta brasiliana per Rio+20, non muta la natura dello sviluppo in corso perché non mette in discussione la relazione con la natura, con il modo di produzione, il livello di consumo dei cittadini e le grandi diseguaglianze sociali. Una crescita illimitata non è sostenibile da un pianeta limitato. Dobbiamo cambiare rotta, nella mente e nel cuore. Caso contrario, il destino dei dinosauri potrà essere il nostro destino.

Infine, la mia percezione del mondo mi dice che non siamo davanti a una tragedia annunziata, ma davanti a una gravissima generalizzata crisi di civiltà. Contiene molti rischi, ma, se noi vorremo, saranno evitabili. Potrebbe essere l’annunzio dei dolori del parto di un nuovo paradigma e il prezzo da pagare a una civiltà più rispettosa della Terra, più rispettosa della vita, più amica degli esseri umani e più sorella di tutti gli altri esseri della natura.

* Teologo, filosofo, attivo nella commissione Iniziativa della Carta della Terra, autore di: Proteggere la Terra, aver cura della vita: come evitare la fine del modo, Record 2011.

Tradotto da Romano Baraglia

Economia Verde: sim e não

A grande proposta que, seguramente, sairá da Rio+20 no nível oficial da Encontro dos representantes dos povos é a economia verde. A intenção é promissora:”economia verde no contexto do desenvolvimento sustentável e da erradicação da pobreza”. Analisando o texto oficial, calcado sobre um documento do PNUMA Iniciativa de Economia Verde, se percebe que não difere nas metas e nos processos do clássico desenvolvimento sustentável. No fundo, se trata da mesma coisa. O documento da ONU evita o desenvolvimento sustentável como tema central pois tem a consciência da banalização e do desgaste desta expresão. Como denunciava recentemente Gorbachov: ele se revelou insustentável, “engendra crises, injustiça social e o perigo de catástrofe ambiental”(O Globo, 09/06/2012). A expressão mais adequada e menos ambígua seria uma economia  de baixo carbono.

Já fizemos críticas desta versão da economia, o caráter ideológico do mesmo  capitalismo que já conhecemos, agora com a máscara de verde. Mas já que se impôs a expressão economia verde vamos tentar desentranhar o que de positivo possa existir nele. Como qualquer outra realidade, também o gênio do capitalismo sempre criativo em suas adaptações, pode conter algum elemento aproveitável.

Partimos de um pressuposto teórico que convem revelar:  o teorema de Gödel, segundo o qual, por toda parte reina sempre a incompletude. Nada é rotundamente perfeito. Luz e sombras acolitam as práticas humanas. Mesmo os propósitos mais puros encerram imperfeições e os mais problemáticos, dimensões  aceitáveis. Nunca podemos praticar um mal absoluto como também realizar um bem absoluto. Vivemos numa ambiguidade originária. Ela não é um defeito mas uma marca da condição humana e da própria estrutura do universo, feita de caos e cosmos e de ordens e desordens sempre coexistindo simultaneamente.

Tentemos aplicar esse entendimento à ecologia verde e ver o que nela é resgatável e o que não é. Ela pode significar várias coisas.

Em primeiro lugar, pode se propor a recuperação das áreas verdes, desmatadas ou resultantes da degradação e da erosão dos solos e manter em pé  florestas ainda existentes. É um propósito positivo e deve ser realizado com urgência. São as manchas verdes que garantem a água para o sistema da vida e que sequestram o dióxido de carbono, diminuindo o aquecimento global. A economia verde neste sentido é desejável.

Em segundo lugar pode sinalizar a valorização econômica das assim chamadas externalidades como água, solos, ar, nutrientes, paisagens, vale dizer, dimensões da natureza (verde) etc. Estes elementos não entravam na avaliação de preço dos produtos. Eram simplesmente bens gratuitos oferecidos pela natureza que cada um podia se apropiar. Hoje, entretanto, com a escassez de bens e serviços, especialmente, de água, nutrientes, fibras e outros começam a ganhar valor. Este deve entrar na composição do preço do produto. Não se trata ainda de mercantilizar tais bens e serviços mas de inclui-los como parte importante do produto. O mesmo vale para os resíduos produzidos que acabam poluindo águas, envenenando os solos e contaminando o ar. Os custos de sua transformação ou eliminação devem outrossim entrar nos custos finais dos produtos.

Assim, por exemplo, para cada quilo de carne bovina precisam-se de 15.500 litros de água, para um hamburguer de carne, 2.400 litros, para um par de sapatos 8.000 litros e até para uma pequena xícara de café, 140 litros de água. O capital natural usado deve ser incluido no capital humano e na economia de mercado.

Há cálculos macro-econômicos que calcularam o valor dos serviços prestados à humanidade pelo conjunto dos eco-sistemas que formam o capital natural. Utilizo um dado de 1977, já antigo, mas que serve  como referência válida, embora hoje as cifras sejam muito mais altas. Os cálculos foram realizados por um grupo de ecologistas e de economistas sensíveis às questões ambientais. Estimaram que naquele então eram 33 trilhões dólares/ano o valor da contribuição do capital natural para a vida da humanidade. Isso representava quase duas vezes o produto mundial bruto que era em 1977 da ordem de 18 trilhões de dólares. Em outras palavras: se a humanidade quisesse substituir o capital natural por recursos artificiais, precisaria acrescentar ao PIB mundial 33 trilhões de dólares, sem dizer que esta substituição seria praticamente impossível. Pela economia verde se pretende tomar em consideração  o valor estimativo do capital natural, já que está em alto grau de degradação e de crescente escassez.

Nesse sentido a economia verde possui uma validade aceitável.

Em terceiro lugar, economia verde, na compreensão do PNUMA que a formulou, deve “produzir uma melhoria do bem estar do ser humano, a equidade social, ao mesmo tempo que  reduz significamente os riscos ambientais e a escassez ecológica”. Tal propósito implica um outro modo de produção que respeita o mais possível o alcance e os limites de um determinado bioma (caatinga, cerrado, amazônico, pampa e outros) e avalia que tipo de intervenção pode ser feita sem estressá-lo a ponto de não poder se refazer. Demos alguns exemplos. Trata-se de buscar energias alternativas às fósseis, altamente poluentes, energias que se baseiam nos bens e serviços da natureza que menos poluem como a energia  hidrelétrica, a eólica, a  solar  a das marés, a da geotérmica e a de base orgânica. Sabemos que nunca haverá energia totalmente pura. Mas seu impacto negativo sobre a biosfera pode ser grandemente diminuido.

A água doce será um dos bens mais escassos da natureza. Construir prédios que captam água da chuva para múltiplos usos pode aliviar a falta da gota d’água. Obrigar que todas as construções novas montem captadores de energia solar. Reusar e reciclar tudo que seja possível. Como contrapartida aos subsídios concedidos pelo governo, obrigar as montadoras a construir carros que economizem mais energia e diminuam a poluição. Subsídios e empréstimos às empresas devem ser condicionados à observância de itens ambientais ou ao resgate de regiões degradadas. Obrigar os supermercados a não utilizar sacolas de plástico na embalagem dos produtos e encaminhar para reciclagem garrafas plásticas. Ou fábricas de produtos eletrônicos devem assumir a reciclagem de aparelhos usados. Diminuir o mais possível o uso de pesticidas na agroindústria e favorecer a agroecologia e a economia solidária, até diminuindo a carga de impostos na venda de seus produtos. E assim poderíamos multiplicar indefinidamente os exemplos.

A pressuposição é que este tipo de economia verde represente uma transição para uma verdadeira sustentabilidade econômica até hoje ainda não alcançada.

Cabe, entretanto, observar, que o aquecimento global incontido, a entrada de milhões e milhões de novos consumidores, especialmente da China e da India e também do Brasil irão onerar mais ainda o capital natural já em descenso. Crescerão enormemente as emisões de gases de efeito estufa. Por ano cada pessoa emite quatro toneladas de dióxido de carbono e a totalidade da humanidade cerca de trinta bilhões de toneladas, nos informa J. Sachs da Universidade de Columbia dos USA. Como a Terra digerirá esta carga venenosa? Os desastres naturais mostram a incapacidade de manter seu equilíbrio. I. Ramonet no Le Monde Diplomatique (13/05/2012) afirma que em 2010, 90% dos desastres naturais resultaram do aquecimento global. Causaram a morte de 300.000 pessoas e uma prejuízo econômico de cem bilhões de Euros.

Esse tipo de  economia verde é aceitável na medida em que for mais a fundo em sua formulação para, então, apresentar um outro paradigma de relação para com a Terra, onde não a economia, mas a sustentabilidade geral do planeta, do sistema-vida, da Humanidade e de nossa civilização devem ganhar centralidade. Em razão deste propósito há que organizar a base material econômica em sinergia com as possibilidades da Terra. Cumpre que nós nos sentamos parte dela e comissionados a cuidá-la para que nos passa dar tudo o que precisamos para viver junto com a comunidade de vida.

Em quarto lugar, a economia verde pode representar uma vontade altamente perversa da voracidade humana, especialmente, das grandes corporações, de fazer negócios com o que há de mais sagrado na natureza que são os bens comuns da Terra e da Humanidade cuja propriedade deve ser coletiva. Entre eles se contam em  primeiríssimo lugar, a água, os aquíferos, os rios e os oceanos, a atmosfera, as sementes, os solos, as terras comunais, os parques naturais, as paisagens, as linguas, a ciência, a informação genética, os meios de comunicação, a internet, a saúde e a educação entre outros.  Como estão intimamente ligados à vida não podem ser transformados em mercadoria e entrar no circuito de compra e venda. A vida é sagrada e intocável.

Pôr preço aos bens e serviços  que a natureza nos dá gratuitamente, privatizá-los com a intenção de lucro é a suprema insensatez de uma sociedade de mercado. Ela já havia operado a perversidade de passar de uma economia de mercado para uma sociedade de mercado. Nem tudo pode ser objeto da ganância humana privatista e acumuladora a serviço dos interesses de poucos à custa do sofrimento da maioria. A vida, por ser sagrada, reagirá, possivelmente nos colocando um obstáculo que poderá liquidar grande parte da própria humanidade. Esse tipo de economia verde é inaceitável.

Por fim não podemos deixar que as coisas corram de tal forma que o caminho ao abismo seja irreversível. Então nem teremos filhos e netos para chorar o nosso trágico destino. Porque eles também não existirão mais.

 

Leonardo Boff é autor de Proteger a Terra e cuidar da vida: como evitar o fim do mundo, Record 2010.

 

The Lack onf a New Vision in Rio+20

The fundamental defect in the UN’s document for Rio+20 is the total absence of a new vision or new cosmology that would create the hope of the «future that we want», the motto of the great gathering. As such, it belies a promising future.

To those who drafted it, the future depends on the economy. There is little value in the adjectives they attach to it: sustainable or green. The green economy in particular constitutes a great assault on the last bastion of nature: transforming into merchandise and putting a price on everything that is common, natural, vital and indispensable to life, such water, the soil, fertility, jungles, genes, etcetera. That which pertains to life is sacred and must not be passed to the sphere of business. Instead, it becomes part of the market place, under the categorical imperative: take all you want, make business with everything, especially with nature and with her goods and services.

This is the supreme egocentrism and arrogance of the human being, or, as it is also called, anthropocentrism. Human beings see the Earth as a warehouse of resources only for them, without realizing that we are not the only ones who inhabit the Earth, nor do we own her; we do not feel that we are part of nature, but outside and above her, as her «lords and masters». We forget, however, that there exists a whole visible community of life (5% of the biosphere) and quadrillions of quadrillions of invisible microorganisms (95%) that guarantee the vitality and fecundity of the Earth. They all belong to the Earth/condominium and have the right to live and coexist with us. Without interdependent relationships with them, we could not even exist. The Rio+20 document does not take any of this into account. We can then safely say that with that document there is no salvation. It opens a path towards the abyss. So long as we have time, it is urgent that we avoid it.

Our present vision or cosmology is one of conquering the world and of unlimited growth. It is characterized by being mechanical, deterministic, atomized and reductionist. Thanks to that vision, 20% of the world population controls and consumes 80% of all the natural resources, half of the great jungles have been destroyed, 65% of available arable lands ruined, 27,000 to 100,000 species of living beings disappear each year (Wilson) and more than 1,000 synthetic chemical agents, mostly toxic, are being released into nature. We build weapons of mass destruction, capable of eliminating all human life. The final effect is the dis-equilibrium of the Earth-system, as seen in global warming. With the gasses already accumulated, by 2035 we are destined to see a rise of 3-4° C, that will make life as we know it practically impossible.

The present economic-financial crisis, that is plunging whole nations into misery, obscures the danger and works against any needed change of course.

On the other hand, there has appeared the potentially redeeming vision or cosmology of caring and universal responsibility. It is best expressed in The Earthcharter. It places our reality within the cosmogenic, that immense process of evolution that began some 13.7 billion years ago. The universe is expanding, self-organizing, and continuously self-creating. In the universe everything is related through networks, and nothing exists outside these relationships. That is why all beings are inter-dependent and must cooperate among themselves to guarantee the equilibrium of all factors. The human mission resides in caring and maintaining that symphonic harmony. We need to produce not for private accumulation and enrichment, but what is enough and decent for all, respecting the limits and cycles of nature.

Behind all beings throbs the background Energy that gave origin to and sustains the universe, allowing new emergences. The most spectacular of all is the living Earth and human beings, the conscious part of the Earth, with the mission of caring and of being responsible for her.

This new vision would guarantee the «future that we want». Otherwise, we will inevitably be pushed into collective chaos, with disastrous consequences. This vision is inspiring. Instead of making business with nature, we put ourselves in her womb, in profound harmony and synergy, respecting her limits and seeking the «good living», that is the harmony with all and with Mother Earth. This new cosmology is characterized by caring rather than domination, and by the recognition of the intrinsic value of all beings and not its mere utilization by man, by respect for all life and for the rights of nature instead of her exploitation, and by the marriage of ecological and social justice.

This vision is more in tune with real human needs and with the logic of the universe itself. If the Rio +20 document were to adopt it as background, it would create the opportunity of a planetary civilization, in which caring, cooperation, love, respect, joy and spirituality would be central. Such an option would lead not to the abyss but towards the future that we want: a real hope for a bio-civilization.

Cf. L.Boff and M.Hathaway, The Tao of Liberation– Exploring the Ecology of Transformtion, Orbis Books, N.Y. 2011.