Tornare alla “normalità” è condannarsi

Quando la pandemia di coronavirus sarà passata, non ci sarà permesso di tornare alla “normalità” come era prima. Perché questo significherebbe, innanzitutto, disinteresse per le migliaia di persone che sono morte a causa del virus e mancanza di solidarietà con le loro famiglie e i loro amici. In secondo luogo, sarebbe la dimostrazione che non abbiamo imparato nulla da quella che, più che una crisi, è stata una chiamata urgente a cambiare il nostro modo di vivere nel mondo, nostra unica Casa Comune. È stata una chiamata della stessa Terra vivente, quel super-organismo autoregolato del quale noi siamo la parte intelligente e cosciente.

Il sistema attuale minaccia le fondamenta (le basi) della vita

Ritornare alla precedente situazione del mondo, egemonizzato dal capitalismo neoliberale, incapace di risolvere le sue contraddizioni interne e il cui DNA è la sua voracità, con crescita illimitata a scapito dello sfruttamento eccessivo della natura e dell’indifferenza per la povertà e la miseria della grande maggioranza dell’umanità da essa prodotta, è dimenticare che questa struttura sta scuotendo le basi ecologiche che sostengono tutta la vita del pianeta. Ritornare alla precedente “normalità” (business as usual) vuol dire prolungare una situazione che potrebbe significare la nostra autodistruzione.

Se non facciamo una “radicale conversione ecologica”, secondo le parole di papa Francesco, la Terra vivente potrà reagire e contrattaccare con virus ancora più violenti in grado di far scomparire la specie umana. Questa non è solo un’opinione puramente personale, ma l’opinione di molti biologi, cosmologi ed ecologi che seguono sistematicamente il crescente degrado dei sistemi vitali e del sistema terrestre. Dieci anni fa (2010), come risultato della mia ricerca sulla cosmologia e sul nuovo paradigma ecologico, ho scritto il libro Proteger a Terra – Cuidar a vida: como escapar do fim do mundo ed. Record (Proteggere la Terra – Prendersi cura della vita: come sfuggire alla fine del mondo). Le previsioni che ho fatto allora sono state pienamente confermate dalla situazione attuale.

Il progetto capitalista e neoliberale è stato respinto

Una delle lezioni che abbiamo imparato dalla pandemia è questa: se gli ideali del capitalismo neoliberale – concorrenza, accumulazione privata, individualismo, il primato del mercato sulla vita e minimizzazione della presenza dello Stato – fossero stati completamente seguiti, la maggior parte dell’umanità sarebbe perduta. Ciò che ci ha salvato è stata la cooperazione, l’interdipendenza tra tutti e tutte, la solidarietà e uno Stato sufficientemente attrezzato per offrire la possibilità di trattamento del coronavirus a tutte le persone; nel caso del Brasile, il Sistema Unico della Salute (SUS).

Abbiamo fatto delle scoperte: abbiamo bisogno di un contratto sociale mondiale, perché siamo ancora ostaggi dell’obsoleta sovranità di ciascun Paese. I problemi globali richiedono una soluzione globale, concordata da tutti i paesi. Abbiamo visto il disastro nella Comunità Europea, dove ogni paese aveva un proprio piano, senza prendere in considerazione la necessaria cooperazione con gli altri paesi. È stata una devastazione specialmente in Italia e in Spagna, e recentemente negli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è totalmente privatizzato.

Un’altra scoperta è stata l’urgenza di avere un organismo di governo mondiale pluralistico per garantire alla intera comunità vivente (non solo, quindi, alla comunità umana ma alla comunità di tutti gli esseri viventi) il necessario per vivere decentemente. I beni e i servizi naturali sono scarsi e molti di essi non sono rinnovabili. Con questi dobbiamo soddisfare le esigenze fondamentali del sistema vitale, pensando anche alle generazioni future. È il momento di creare un reddito di base universale per tutte le persone, costante invito del coraggioso uomo politico ed economista brasiliano Eduardo Suplicy.

Una comunità di destino condiviso

I cinesi hanno visto chiaramente questa esigenza nel promuovere “una comunità dal destino condiviso per tutta l’umanità”, un testo incorporato nel rinnovato articolo 35 della Costituzione cinese. Questa volta, o ci salveremo tutti, o ci uniremo al corteo di coloro che vanno nella fossa comune. Per questo dobbiamo urgentemente cambiare il nostro modo di rapportarci con la natura e con la Terra, non come signori, cavalcando su di essa, dilapidandola, ma come parti consapevoli e responsabili, mettendoci al suo fianco e ai suoi piedi, custodi di tutta la vita.

Alla famosa TINA (There Is No Alternative), “non c’è (un’altra) alternativa” della cultura del capitale, dobbiamo confrontarci con un’altra TINA (There Is a New Alternative), “c’è una nuova alternativa”. Se nella prima alternativa la centralità era occupata dal profitto, dal mercato e dal dominio della natura e da altro (ad es. l’imperialismo), in questa seconda sarà la vita nella sua grande diversità, anche quella umana, con le sue molteplici culture e tradizioni, che organizzerà il nuovo modo di abitare la Casa Comune. Questo è imperativo e rientra nelle nostre possibilità umane: abbiamo la scienza e la tecnologia, abbiamo un fantastico accumulo di ricchezza monetaria, ma la stragrande maggioranza dell’umanità e, quel che è peggio, di capi degli Stati non hanno la consapevolezza di questa necessità né la volontà politica di attuarla. Forse, di fronte al rischio reale della nostra scomparsa come specie, avendo raggiunto per la Terra i limiti di sopportabilità, l’istinto di sopravvivenza ci renderà socievoli, fraterni e tutti collaborativi e solidali tra di noi. Il tempo della competizione è finito. Ora è il momento della cooperazione.

Inaugurazione di una civiltà biocentrica

Credo che inaugureremo una civiltà biocentrica, attenta e rispettosa della vita, “la terra della buona speranza”, come dicono alcuni. Sarà possibile realizzare il “bien vivir y convivir” dei popoli andini: l’armonia di tutti e tutte con tutti gli altri e tutte le altre, in famiglia, nella società, con gli altri esseri viventi, con le acque, con le montagne e persino con le stelle nel cielo.

Come ha giustamente detto l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, “avremo una scienza non al servizio del mercato, ma il mercato al servizio della scienza”, e io aggiungerei, con la scienza al servizio della vita.

Non usciremo dalla pandemia di coronavirus nel modo in cui ci siamo arrivati. Ci saranno sicuramente dei cambiamenti significativi, forse anche strutturali. Il noto leader indigeno, Ailton Krenak della Valle del Rio Doce (Brasile), ha giustamente detto: “Non so se usciremo da questa esperienza nello stesso modo in cui ci siamo entrati. È come una scossa per vedere ciò che conta davvero; il futuro è qui e ora, potremmo non essere vivi domani; speriamo di non tornare alla normalità” (giornale “O Globo” del 01/05/2020)

Logicamente, non possiamo immaginare che le trasformazioni avvengano da un giorno all’altro. È comprensibile che le fabbriche e le catene di produzione vogliano tornare alla logica precedente. Ma non saranno più accettabili. Dovranno subire un processo di riconversione in cui l’intero apparato della produzione industriale e agroindustriale dovrà acquisire il fattore ecologico come elemento essenziale. La responsabilità sociale delle imprese non è sufficiente. Dovrà essere imposta la responsabilità sociale ecologica.

Si cercheranno energie alternative ai combustibili fossili, con un minore impatto sugli ecosistemi. Si farà più attenzione all’atmosfera, alle acque e alle foreste. La protezione della biodiversità sarà fondamentale per il futuro della vita e del cibo, sia per l’uomo che per l’intera comunità degli essere viventi.

Che tipo di Terra vogliamo per il futuro?

Sicuramente ci sarà un grande dibattito di idee su quale futuro vogliamo e su quale tipo di mondo vogliamo abitare; su quale sarà la struttura più appropriata per la fase attuale della Terra e dell’umanità stessa, la fase della pianificazione e della percezione sempre più chiara che non abbiamo un’altra casa comune da abitare se non questa. E che abbiamo un destino comune, felice o tragico. Per essere felici, dobbiamo occuparcene in modo che tutti, tutte e tutto possa starci bene dentro, inclusa la natura.

Alcuni temono un processo di radicale violenza da parte dei “padroni del potere economico e militare” per assicurare i loro privilegi e i loro capitali. Sarebbe una forma diversa di dispotismo perché sarebbe basato su cyber media e su intelligenza artificiale con i suoi complessi algoritmi, un sistema di sorveglianza su tutte le persone del pianeta. La vita sociale e le libertà potrebbero essere costantemente minacciate. Ma ogni potere avrà sempre un contropotere. Ci sarebbero grandi scontri e conflitti a causa dell’esclusione e della miseria di milioni di persone che, nonostante la sorveglianza, non si accontenterebbero delle briciole che cadono dalle tavole dei ricchi epuloni.

Non pochi propongono una glocalizzazione, cioè l’accento viene posto sul “locale”, ossia in ciascuna regione con le proprie specificità geologiche, fisiche, ecologiche e culturali ma aperta al “globale” che coinvolge tutta l’umanità. In questo bio-regionalismo si potrebbe realizzare un vero sviluppo sostenibile, sfruttando i beni e i servizi offerti localmente. Praticamente tutto avverrà nella regione, con aziende più piccole, con una produzione agroalimentare ecologica, senza la necessità di lunghi trasporti che consumano energia e inquinano. La cultura, l’arte e le tradizioni rivivranno come una parte importante della vita sociale. La governance sarà partecipativa, riducendo le disuguaglianze e rendendo minore la povertà, sempre possibile, nelle società complesse. Questa è la tesi che il cosmologo Mark Hathaway ed io difendiamo nel nostro libro comune Il Tao della Liberazione (2010) che è stato ben accolto nell’ambiente scientifico e tra gli ecologisti al punto che Fritjof Capra, fisico e ecologista norteamericano-austriaco, si è offerto di fare per noi un’interessante prefazione.

Altri vedono la possibilità di un eco-socialismo planetario, capace di realizzare ciò che il capitalismo, per la sua essenza competitiva ed escludente, è incapace di fare: un contratto sociale globale, egualitario e inclusivo, rispettoso della natura in cui il noi (spirito comunitario e sociale) e non l’io (individualismo) sarà l’asse portante delle società e della comunità mondiale. L’eco-socialismo planetario ha trovato nel franco-brasiliano Michael Löwy il suo enunciatore più brillante. Avremo, come riafferma la Carta della Terra e l’enciclica di Papa Francesco “sulla cura della Casa Comune”, uno stile di vita veramente sostenibile e non solo uno sviluppo sostenibile.

Alla fine, passeremo da una società industriale/consumista a una società che sostiene la vita con un consumo sobrio e solidale; da una cultura di accumulo di beni materiali a una cultura umanistico-spirituale in cui beni non materiali come la solidarietà, la giustizia sociale, la cooperazione, i legami affettivi e, non ultimi, l’amore e la logique du coeur saranno alla sua base.

Non sappiamo quale tendenza prevarrà. L’essere umano è complesso e indecifrabile, è mosso dalla benevolenza ma anche dalla crudeltà. È completo ma non ancora in construzzione. Imparerà, attraverso errori e successi, che la migliore struttura per la umana convivenza con tutti gli altri esseri viventi sulla Madre Terra deve essere guidata dalla logica dell’universo stesso: essa è strutturata, come ci dicono noti cosmologi e fisici quantistici, secondo complesse reti di interrelazioni. Tutto è relazione. Nulla esiste al di fuori della relazione. Ciascuno aiuta l’altro mutuamente a continuare ad esistere e a poter evolvere insieme. L’essere umano stesso è come un rizoma (bulbo di radici) di relazioni in tutte le direzioni.

Se posso esprimerlo in termini teologici: è l’immagine e somiglianza della Divinità che emerge come la relazione intima di tre Infiniti, ciascuno singolare (le singolarità non si sommano), Padre, Figlio e Spirito Santo, che esistono eternamente l’uno per l’altro, con l’altro, nell’altro e attraverso l’altro, costituendo una comunione divina di amore, bontà e bellezza infinita.

Tempi di crisi come il nostro, di passaggio da un tipo di mondo all’altro, sono anche tempi di grandi sogni e utopie. Sono questi che ci spingono verso il futuro, includendo il passato ma lasciando il nostro segno nel terreno della vita. È facile calpestare l’impronta lasciata dagli altri, ma non ci conduce a nessun cammino di speranza. Dobbiamo lasciare la nostra orma, contraddistinta dalla inesauribile speranza della vittoria della vita, perché il sentiero si fa camminando e sognando. Quindi, camminiamo.

*Leonardo Boff ecoteologo, filosofo, ha scritto: Proteger a Terra- cuidar da vida: como escapar do fim do mundo, Record, Rio 2010.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Homenagem ao corpo de enfermagem e médico

       Homenagem ao corpo de enfermagem e médico

                           Leonardo Boff

Hoje é um dia sagrado, o dia das enfermeiras e dos enfermeiros e assistentes. São aqueles operadores de saúde que junto com o corpo médico estão doando suas vidas, face ao ataque feroz do covid-19, para salvar outras vidas. São 12 milhões de enfermeiros/as, centenas afetados pelo vírus e muitos vitimados por ele.São fiéis ao juramento que fizeram,um dia, de que um médico,uma médica, uma enfermeira e um enfermeiro jamais abandonam seu paciente. Hoje mais que homenageá-las e homenageá-los é um dia de gratidão, de reverência e de devoção por tudo o que estão fazendo. Não tenho outras palavras senão o silêncio reverente. Lboff

        Como acontece a prática do cuidado?

Vera Regina Waldow, uma extraordinária enfermeira gaúcha que por sua prática e livros enfatizou o cuidado como a ética natural desta profissão/missão. Estudou esta questão em detalhe e discutindo com a melhor literatura nacional e internacional. Seu sonho é que “a enfermagem seja conhecida e reconhecida como prática de cuidado” (Cuidar, expressão humanizadora da enfermagem,Vozes 2004). Em suas palavras:

Cuidar consiste em uma forma de viver, de ser, de se expressar; é uma postura ética e estética frente ao mundo; é um compromisso com o estar-no-mudo e contribuir com o bem-estar geral, na preservação da natureza, na promoção das potencialidades, da dignidade humana e de nossa espiritualidade; é contribuir na construção da história, do conhecimento da vida (Cuidar,89).

Note-se a amplitude do conceito, especialmente abrindo-se para a preservação da natureza e para a espiritualidade, campos novos da diligência da medicina e da enfermagem.

Continua Waldow diz com experiência e acerto:

Os objetivos de cuidar envolvem, entre outros, aliviar, confortar, ajudar, favorecer, promover, restabelecer, restaurar, dar, fazer etc. O cuidado é imprescindível em todas as situações de enfermidade, incapacidades e durante o processo de morte; mesmo na ausência e alguma enfermidade e no cotidiano dos seres humanos, o cuidado é também imprescindível, tanto como uma forma de viver como de se relacionar (Cuidar, 89).

O cuidado é fundamental na Atenção Primária de Saúde (APS), pois a maioria dos casos de doença podem ser resolvidos por esta atenção sem chegar ao hospital. Se bem repararmos, o cuidado seja como desvelo, atenção, gesto amoroso seja como sentir-se afetivamente envolvido e preocupado pelo outro pelos laços que estabeleceu com ele, está ligado à vida e à sobrevivência e às relações com o outro, inclusive com a natureza cuja integridade e vitalidade é fundamental para a saúde pessoal e coletiva.

              As atitudes de cuidado

Compendiando, sumariamente, as atitudes que o cuidado ao enfermo pede, podemos elencar as seguintes:

Compaixão: é a capacidade de colocar-se no lugar do outro e sentir com ele. Não dar-lhe a impressão que está só e entregue à sua dor

Toque da carícia essencial: tocar o outro é devolver-lhe a certeza de que pertence à nossa humanidade e o toque da carícia é uma manifestação de amor. Muitas vezes, a doença é um sinal de que o paciente quer se comunicar, falar e ser ouvido(Dahlke, A doença como linguagem da alma,Cultrix 2000). Sente enorme dificuldade de fazê-lo. Pelo toque se sente escutado e procura um sentido escondido atrás da doença que o enfermeiro ou a enfermeira ou médico podem ajudá-lo a descobrir (Paes Campos, Quem cuida do cuidador, Vozes, 2005,38; J.Y.Leloup. Uma arte de cuidar,Vozes 2007, 61-65).

Diz acertadamente uma enfermeira do Paraná Darci Aparecida Martins:

Quando te toco, te cuido, quando te cuido te toco…Se és um idoso te cuido quando estás cansado; te toco quando te abraço; te toco quando estás chorando; te cuido quando não estás mais andando (A enfermagem e a arte de cuidar, Paulus 2005,45-46).

Assistência judiciosa: O paciente precisa de ajuda e a enfermeira ou o enfermeiro deseja cuidar. A convergência destes dois movimentos gera a reciprocidade e a superação do sentimento de uma relação desigual. Criar-lhe um suporte que lhe permita manter relativa autonomia. A assistência deve ser judiciosa: tudo o que o paciente pode fazer, incentivá-lo a fazer e assisti-lo somente quando já não o pode fazer por si mesmo.

Devolver-lhe a confiança na vida: O que o paciente mais deseja é resgatar seu equilíbrio perdido, é voltar a ser saudável. Dai ser decisivo devolver-lhe a confiança na vida em suas energias interiores, físicas, psíquicas e espirituais pois elas atuam como verdadeiras medicinas. Incentivar gestos simbólicos, carregados de afeto. Não raro, os desenhos que a filhinha fez para o pai doente, suscita nele tanta energia e comoção que equivale a um coquetel de vitaminas.

Fazê-lo acolher a condição humana. Normalmente o paciente se interroga, perplexo: por que isso foi acontecer comigo, exatamente agora em que tudo na vida estava dando certo? Por que, jovem ainda, sou acometido desta grave doença? Por que sou arrancado das relações familiares, sociais e do trabalho por causa da contaminação do coronavírus? Tais questionamentos remetem a uma reflexão humilde sobre a condition humaine que é, em todo o momento, exposta a riscos e à vulnerabilidades inesperadas.Estas questões,penso, muitos que estão em quarentena ou mesmo internados estão colocando.

Quem é sadio sempre pode ficar doente. E toda doença remete à saúde que é o valor de referência maior. Mas não conseguimos saltar por cima de nossa sombra e não há como não acolher a vida assim como é: sadia e enferma, bem sucedida e fragilizada, ardendo por vida e tendo que aceitar eventuais doenças e, no limite, a própria morte. É nestes momentos em que os pacientes fazem profundas revisões de vida, não se contentam apenas com as explicações científicas (sempre necessárias), dadas pelos médicos, mas anseiam por um sentido que surge a partir de um diálogo profundo com seu Self ou da palavra sábia de um sacerdote, de um pastor ou de uma mãe de santo, ou de uma pessoa espiritual. Resgatam, então, valores cotidianos que antes sequer anotavam, redefinem seu desenho de vida e amadurecem. A palavra tranquila e serena da enfermeira ou do enfermeiro pode dar-lhe paz e sossego.Quem sai curado do coronavírus será seguramente muito diferente do que quando entrou, agradecido à  ao corpo de saúde, à vida e a seus pequenos detalhes.

Acompanhá-lo na grande travessia. Há um momento inevitável que todos, mesmos a pessoa mais idosa do mundo, devem morrer. É a lei da vida, sujeita à morte É uma travessia decisiva. Ela deve ser preparada por toda uma vida que se guiou por valores morais generosos, responsáveis e benfazejos.

Mas para a grande maioria, a morte é sofrida como um assalto e um sequestro diante dos quais se sente impotente. E dá-se conta de que, finalmente, deve se entregar.

A presença discreta, respeitosa da enfermeira ou do enfermeiro, pegando-lhe a mão, sussurrando-lhe palavras de conforto e de coragem, convidando-o a ir ao encontro da Luz e da Fonte da vida podem fazer que o moribundo saia da vida sereno e agradecido pela existência que viveu.

Sussurar-lhe ao ouvido, se possui uma referência religiosa, as palavras tão consoladoras de São João: Se teu coração te acusa, saiba que Deus é maior que teu coração”(3,20). Pode entregar-se tranquilamente a Deus cujo coração é de puro amor e de misericórdia infinita,

Aqui o cuidado se revela muito mais como arte que como técnica e supõe no operador de saúde densidade de vida, sentido espiritual e um olhar que alcança para além da vida e da morte(L.Boff, Vida para além da morte,Vozes 2008).

Atingir este estágio é uma missão a que o enfermeiro e enfermeira e também  os médicos e médicas devem buscar para serem plenamente servidores da vida.

Pode servir-lhe de inspiração as sábias palavras de Norman Cousins (1915-1990) jornalista e escritor, um dos maiores defensores do desarmamento nuclear e que no dia mesmo em que os americanos lançaram a primeira bomba atômica sobre Hiroshima a 6 de agosto de 1945 ousou escrever um editorial com o título:

“O homem moderno é obsoleto”. Ai manifestava profunda culpa por este ato de insanidade e concluía: A tragédia da vida não é a morte, mas aquilo que deixamos morrer dentro de nós enquanto vivemos. Quantos não sofrem por não poderem velar por seus entes queridos falecidos e ver como são levados sozinhos ao sepultamento, não raro, em valas comuns. Não há lágrimas suficientes para tanta dor.

Quem cuida do cuidador e da cuidadora?

As primeiras e mais ancestrais cuidadoras são nossas mães e avós que desde o início da humanidade cuidaram de sua prole. Caso contrário, ninguém de nós estaria aqui para falar de cuidado.

Não poderíamos, entretanto, concluir nossas reflexões sem fazermos uma menção ao arquétipo do cuidado na saúde que foi a enfermeira inglesa Florence Nithingale (1820-1910).          Humanista e profundamente religiosa, decidiu melhorar os padrões da enfermagem em seu pais. Com estudos em ciências, matemática, filosofia e línguas, primeiramente, visitou lugares onde se praticava uma enfermagem alternativa, voltada para o paciente como na Alemanha, em Roma e em Paris. Depois, resolveu pôr em prática sua visão de cuidado. Desenrolava-se cruel a guerra da Crimeia na Turquia, onde se aplicavam bombas de fragmentação que produziam muitos feridos.

Em 1854 com outras 28 companheiras Florence se deslocou para campo de guerra. Aplicando no hospital militar, estritamente a prática do cuidado em 6 meses reduziu de 42% para 2% o número de mortos. Esse sucesso granjeou-lhe notoriedade.

De volta a seu pais e depois nos USA criou uma rede hospitalar que aplicava o cuidado e, por escritos e palestras, anunciava que o cuidado deveria ser o eixo norteador da enfermagem e sua ética natural. Até os dias de hoje, mesmo com as mutações havidas e a flexibilização da disciplina que ela impunha, Florence Nithingale continua um referência inspiradora.

Há uma questão ligada ao cuidado que deve realisticamente ser abordada. O operador da saúde é por essência um curador. Cuida dos outros como missão e como opção ética. Mas quem cuida do cuidador se perguntava o médico dr. Eugênio Paes Campos num livro em que narra as experiências de uma unidade de cuidado, refletidas à luz das contribuições de R. W. Winnicott (Op.Cit.Vozes 2005).

Pessoalmente temos sustentado a tese que o ser humano é, por sua natureza e essência, um ser de cuidado. Sente a predisposição de cuidar dos outros e sente a necessidade de ser ele também cuidado. Cuidar e ser cuidado são existenciais (estruturas permanentes) indissociáveis.

Constata-se com frequência que a atitude de cuidado que envolve afetivamente o operador da saúde e o enche de preocupações para com o paciente é muito exigente. Especialmente se o cuidado constitui, como deve ser, não um ato esporádico mas uma atitude permanente e consciente. Esse é o caso no Brasil e no mundo inteiro contra o ataque avassalador do coronavírus.

Desponta então no operador/a de saúde a vulnerabilidade humana. Não dispomos da onipotência divina. Somos mortais, sujeitos ao cansaço, ao estresse e à vivência de pequenos fracassos e decepções. Sentimo-nos sós. Precisamos ser cuidados, caso contrário, nossa vontade de cuidar se enfraquece. Que fazer então?

Logicamente, cada pessoa precisa enfrentar com sentido de resiliência (saber dar a volta por cima) esta situação dolorosa. Mas esse esforço não substitui o desejo de ser cuidado. É então que a comunidade de base do cuidado, os demais operadores de saúde, médicos e o corpo de enfermagem devem entrar em ação.

Esta comunidade deve ser previamente estabelecida, fundada na comum vontade de assumir a postura do cuidado, de trabalhar articulada, respeitando-se, apoiando-se e, se for necessário, a se cuidarem reciprocamente.

O enfermeiro ou a enfermeira sente necessidade de ser novamente bebê que é cuidado pela mãe. A pessoa precisa se sentir acolhida e revitalizada, exatamente, como uma criança sente quando é cuidada pela mãe. Outras vezes sente necessidade do cuidado como suporte, sustentação e proteção, coisa que o pai proporciona ao seu bebê.

Alguém do grupo assume estas funções de mãe e de pai cuidadores. Cria-se então o “holding”do psicólogo  inglês W.R. Winnicott, quer dizer, aquele conjunto de cuidados e fatores de animação oferecidos pelo pai e pela mãe. Estas funções de pai-mãe e bebê são sustentadas pelo cuidado. O cuidado é revitalizado por esta circularidade, assumida pela comunidade de base de cuidado e volta então o estímulo para continuar no cuidado pelos pacientes ( C. Berriel Veronezze e Tania Mara Silva Benfica, Grupos terapêuticos, 2010, 65-78).

Quando esta comunidade existe e reinam relações horizontais de confiança e de mútua cooperação, se superam os constrangimentos, nascidos da necessidade de ser cuidado. Há que aceitar como dado de realidade que quem cuida precisa ser cuidado. E deve-se aprender a fazê-lo, para que ninguém se sinta humilhado ou diminuído, ao contrário, ajude a estreitar os laços e criar o sentimento de uma comunidade não só de trabalho mas uma comunidade de destino.

Feliz é o hospital e bem-aventurados são aqueles pacientes que podem contar com uma comunidade de base de cuidadores. Não haverá operadores de saúde “prescrevedores” de receitas e aplicadores de fórmulas mas “cuidadores” de vidas enfermas que buscam saúde. Ai seguramente há muito mais energia que flui e que influencia enormemente na cura dos pacientes.

Hoje sob a situação mundial dramática do ataque feroz do covid-19, devemos apoiar, sustentar e, por que não, rezar ao Espírito Criador de toda vida para as mantenha saudáveis, a elas e aos médicos e médicas e sempre corajosas e corajosos em amor aos outros acometidos pelo vírus.

Leonardo Boff, é teólogo, filósofo e escreveu: O cuidado necessário, na vida e na saúde, Vozes 2013.

 

 

 

 

 

Iris Boff: MÃE É ….

Hoje,domingo de maio, é convencionalmente o dia das mães. Todos os dias são dias das mães, pois elas estão presentes na vida e no coração de todas as pessoas. Esse dia é para reconhecer sua existência sem a qual ninguém no mundo existiria. Não há humanidade sem mães. Elas como mulheres são mais da metade da humanidade. E são as irmãs ou as mãe da outra metade, dos homens. Não são, portanto,pouca coisa. Foi dito pela FAO, organismo da ONU que cuida da alimentação do mundo: “Se não dermos mais poder de decisão às mulheres, não garantiremos um futuro da vida. Pois são elas que geram e entendem a vida”. Não se fala de participação pois elas sempre participaram e participaram, mas no patriarcado nunca puderam decidir. Agora que a vida corre risco de ser atacada letalmente com o coronavírus e eventntualmente ser eliminada por nossa irresponsabilidade, recorremos à sua capacidade de decisão, pois elas geram e sabem o que é a sacralidade da vida.Aqui vai um pequeno poema para dizer nas palavras de uma mãe de sete filhos o que é ser Mãe em suas múltiplas facetas, em sua missão irrenunciável no percurso de vida de cada pessoa. L.Boff

                                        MÃE É :                                         

 Mãe tem um endereço certo. É aquele lugar no coração do qual nunca saímos.

Ela é o PARAISO que nunca perdemos.

 A longa história da Humanidade se repete no ventre da Mãe em apenas 9 meses

       Mãe é a MEMÓRIA do mundo.

Carregando uma bomba atômica vital, o ventre da Mãe é capaz de transformar em pouco tempo uma minúscula célula num ser humano perfeito e completo.

       Mãe é o LABORATÓRIO da Vida.

 O ritual que uma Mãe faz ao esperar , preparar, parir, cuidar e educar uma criança faz dela verdadeira SACERDOTIZA.

A devassa, ou prostituta se transforma em Madona de Michelangelo, quando tem uma criança no colo. A maternidade lhe confere uma auréola de luz. Ela vira Nossa Senhora.

       Mãe é sempre uma SANTA.

 A Revolução , pacífica e silenciosa das Consciências, começa no ventre da mulher

       Toda a Mãe é uma GUERREIRA sem armas.

Em meio a exigências, disputas e uma guerra contínua de nervos, A Mãe é o PARTIDO MAIS PACIFISTA do mundo.

Numa cultura machista , o filho bem sucedido carrega o nome do pai e o fracassado é o FILHO DA MÃE.

Bandido, delinqüente, criminoso, tem sempre a causa ganha e o perdão irrestrito para aquela que diz: É MEU FILHO.

O vínculo do casal pode ser provisório, mas o do PAI E DA MÃE é para sempre

A maternidade não é só biológica, ela é também consciente. Primeiro se é mãe das bonecas, sobrinhos, afilhados, mãe da própria mãe. Mãe de uma causa, de um movimento, de uma obra.

       TODA A MULHER É MÃE.

 O cuidado, delicadezas e minúcias , com que uma Mãe toca seu bebê, a magia de suas mãos e o esmero em lidar com fios, tintas, comidas, remédios, roupas, livros, máquinas, tecidos, teclas, volantes, cantando e dançando, rindo e chorando, rezando e xingando, fazem dela uma ARTISTA, FIANDEIRA, FEITICEIRA, BRUXA E XAMÃ.

Em momentos de aflição e catástrofe: “MINHA MÃE “ é a primeira invocação.

Mãe é a portadora das virtudes teologais FÉ , ESPERANÇA E CARIDADE .

Ela é a primeira Religião, a primeira Divindade. Ela é a DEUSA.

MÃE É UMA SÓ.

Iris Boff é educadora, poeta, mãe de sete filhos homens e de inúmeros netos,guerreira ao apoiar e participar de movimentos sociais populares que buscam vida, justiça e libertação.É minha irmã.

 

 

 

Pós-Covid-19: que visão de mundo e que valores desenvolver?

         Pós-Covid-19: que visão de mundo e que valores desenvolver?                                    

Leonardo Boff*

Causa séria preocupação o ataque sistêmico que a natureza mediante um pequeníssimo e invisível vírus está movendo contra a humanidade, levando milhares à morte. Entretanto, fundamental é também a nossa reação frente à pandemia. Que lição ela nos passa? Que visão de mundo e que espécie de valores ela nos leva a desenvolver? Seguramente devemos aprender tudo o que devíamos ter aprendido e não aprendemos. Devíamos ter aprendido que somos parte dela e não os seus “senhores e donos” (Descartes). Vigora uma conexão umbilical entre ser humano e natureza. Viemos do mesmo pó cósmico como todos os demais seres e somos o elo consciente da corrente da vida.

             A erosão da imagem do “pequeno deus na terra”

O mito dos modernos de que nós somos “o pequeno deus” na Terra e que podemos dispor dela ao nosso bel-prazer pois ela é inerte e sem propósito foi desfeito. Um dos pais do método científico moderno Francis Bacon dizia que devemos tratar a natureza como os esbirros da inquisição tratam suas vítimas, torturando-as até que ela entreguem todos os seus segredos       .

Pela tecnociência levamos este método até o extremo alcançando o coração da matéria e da vida. Isso se implementou com um furor inaudito ao ponto de termos destruído a sustentabilidade da natureza e assim do planeta e da vida. Desta forma, rompemos o pacto natural que existe com a Terra viva: ela nos dá tudo o que precisamos para viver e em contrapartida nós devíamos cuidá-la, preservar seus bens e serviços e dar-lhe descanso para repor tudo o que lhe tiramos para a nossa vida e progresso. Nada disso fizemos.

Por não termos observado o preceito bíblico de “guardar e cuidar do Jardim do Éden(da Terra: Gn 2,15) e ameaçado as bases ecológicas que sustentam toda vida, ela nos contra-atacou com uma arma poderosa,o coronavírus 19. Para enfrentá-lo retornamos ao método da Idade Média que superou suas pandemias mediante o isolamento social rigoroso. Para fazer o povo, amedrontado, sair à rua, na prefeitura de Munique (Marienpltatz) se construiu um engenhoso relógio com dançarinos e cucos para todos acorrerem para apreciá-lo o que é feito até os dias atuais.

A pandemia que é mais que uma crise mas uma exigência de mudança de visão de mundo e de incorporação de novos valores nos coloca esta questão: queremos verdadeiramente evitar que a natureza nos envie vírus ainda mais letais que até podem dizimar a espécie humana? Esta seria uma entre as dez que desaparecem definitivamente a cada dia. Queremos correr esse risco?

             A inconsciência generalizada do fator ecológico

Já em 1962 a bióloga e escritora norte-americana Rachel Carson, autora de “Primavera Silenciosa”(Silient Spring) advertiu:” É pouco provável que as gerações futuras tolerem nossa falta de preocupação prudente pela integridade do mundo natural que sustenta toda a vida…A questão consiste em saber se alguma civilização pode levar adiante uma guerra sem tréguas contra a vida, sem se destruir a si mesma e sem perder o direito de ser chamada de civilização”.

Parece uma profecia da situação que estamos vivendo a nível planetário. Temos a impressão de que a maioria da humanidade e mesmo os líderes políticos não demonstram uma consciência suficiente dos perigos que estamos correndo com o aquecimento global, com a demasiada proximidade de nossas cidades e principalmente do agronegócio massivo da natureza virgem e das florestas sendo desmatadas. Festa forma destruímos os habitats dos milhões de vírus e bactérias que acabam se transferindo para os seres humanos.

É imperioso que abandonemos o velho paradigma da vontade de poder e de dominação sobre tudo (o punho cerrado) na direção de um paradigma do cuidado de tudo o que existe e vive (a mão estendida) e da corresponsabilidade coletiva. Escreveu Eric Hobsbown na última frase de seu livro A era dos extremos (1995):

Uma coisa é clara. Se a humanidade quer ter um futuro reconhecível, não pode ser pelo prolongamento do passado ou do presente. Se tentarmos construir o terceiro milênio nesta base, vamos fracassar. O preço do fracasso, ou seja, a alternativa para a mudança da sociedade é a escuridão” (p.506).

Isto significa que não podemos voltar simplesmente à situação anterior ao coronavírus.Nem pensar numa volta ao passado pré-iluminismo como quer o atual governo brasileiro e outros de extrema-direita.

            O pós-pandemia: o novo ou a radicalização do antes?

Não são poucos os analistas que prognosticam que o pós-pandemia poderá significar uma radicalização extrema da situação anterior, uma volta ao sistema do capital e ao neoliberalismo, procurando dominar o mundo com o uso da vigilância digital (big data) sobre cada pessoa do planeta, coisa aliás que já está em curso na China e nos USA. Aí entraríamos na era das trevas, com o risco, aventado por Raquel Carson da nossa autodestruição. Daí a exigência de uma radical conversão ecológica, cuja centralidade deverá ser ocupada pela Terra, pela vida e pela civilização humana: uma biocivilização. Caso quisermos sobreviver.

Sigmund Freud respondendo a uma carta de Albert Einstein de 1932 que perguntava se era possível superar a violência e a guerra, deixava aberta a questão. Respondeu ponderando que não podia afirmar qual instinto iria prevalecer: se o instinto de morte (thánatos) ou se o instinto de vida (éros). Eles estão sempre se tensionando sem termos a certeza de quem no final triunfará. Termina resignado:”Esfaimados pensamos no moinho que tão lentamente mói que poderemos morrer de fome antes de receber a farinha”.

Há uma opinião nada otimista de um dos maiores intelectuais norte-americanos e crítico severo do sistema imperialista, Noham Chomsky. Diz ele:” «O coronavírus é algo sério o suficiente, mas vale lembrar que há algo muito mais terrível se aproximando, estamos correndo para o desastre, algo muito pior que qualquer coisa que já aconteceu na história da humanidade e Trump e seus lacaios estão à frente disso, na corrida para o abismo. Há duas ameaças imensas que estamos encarando. Uma é a crescente ameaça de guerra nuclear, exacerbada pela tensão dos regimes militares e a outra, é claro, pelo aquecimento global. Ambas podem ser resolvidas, mas não há muito tempo e o coronavírus é terrível e pode ter péssimas consequências, mas será superado, enquanto as outras não serão. Se nós não resolvermos isso, estaremos condenados”.

Chomsky tem asseverado que o presidente Trump é suficientemente insano para deflagar uma guerra nuclear, sem se importar com o que pode acontecer para toda a humanidade.

Não obstante esta visão dramática do prestigiado linguista e pensador, nossa esperança é que se a humanidade for posta sob grave risco de realmente se autodestruir, o instinto de vida irá prevalecer. Mas à condição de termos construído uma forma diferente de habitar a Casa Comum sobre outras bases que não sejam nem do passado nem do presente.

            Reinventar a humanidade e remodelar a Terra

O coronavírus nos obrigará a nos reinventar como humanidade e remodelar de forma sustentável e includente a única Casa Comum que temos. Se prevalecer o que dominava antes, ainda exacerbado ao extremo, aí sim poderemos nos preparar para o pior. Entretanto, cabe recordar que o sistema-vida passou por várias grandes dizimações (estamos dentro da sexta) mas sempre sobreviveu.

Ela pareceria – me permito uma metáfora singular – uma “praga” que ninguém até hoje conseguiu exterminar. Porque é uma “praga”bendita, ligada ao mistério do cosmogênese e daquela Energia de Fundo, misteriosa e amorosa que preside a todos os processos cósmicos e também os nossos.

De todos os modos, o coronavírus nos mostrou de que não somos “pequenos deuses” que pretendem poder tudo; somos frágeis e limitados; que a acumulação de bens materiais não salva a vida; que a globalização financeira sozinha, nos moldes competitivos do capitalismo, impede de criar, como propõem os chineses “uma comunidade de destino comum para toda a humanidade”; que temos que criar um centro global e plural para gestionar os problemas globais; que a cooperação e a solidariedade de todos com todos e não o individualismo, constituem os valores centrais de uma geosociedade; que se deve reconhecer e respeitar os limites do sistema-Terra que não tolera um projeto de crescimento ilimitado; que devemos cuidar da natureza, como cuidamos de nós mesmos, pois somos parte dela e é ela que nos fornece todos os bens e serviços necessários para a vida; que devemos buscar uma economia circular que realiza os famosos três erres (R): reduzir, reutilizar e reciclar tudo que entrou no processo produtivo; que a economia seja de subsistência digna e universal e não da acumulação de alguns à custa de todos os outros e da natureza; que este tipo de economia da subsistência diminui as necessidades para dar lugar à sobriedade e assim reduzir enormemente as desigualdades sociais; que a nova ordem econômica não se regeria pelo lucro mas por uma racionalidade econômica com sentido social e ecológico;que seria altamente racional e humanitário criar uma renda universal mínima; que a assistência a saúde é um direito humano universal (One World-One Health); que não podemos dispensar, antes favorecer, a ciência e a técnica feitas com consciência e destinadas a servir à vida e não ao mercado; que é importante garantir um Estado regulador do mercado, impulsionador do desenvolvimento necessário e apetrechado para atender demandas coletivas, seja sanitárias seja de calamidades naturais; que devemos incentivar o capital humano-espiritual, sempre ilimitado, fundado no amor, na solidariedade, na busca da justa medida, na fraternidade, na compaixão, no encantamento do mundo e na busca incansável da paz.

Estas são algumas lições, entre outras, que o coronavírus nos permite tirar. Citando a Carta da Terra, um dos documentos oficiais (UNESCO) mais inspiradores para a transformação do nosso modo de ser no planeta Terra,”são necessárias mudanças fundamentais nos nossos valores, instituições e modos de vida…Nossos desafios ambientais, econômicos, políticos,sociais e espirituais estão interligados e juntos podemos forjar soluções includentes”(Preâmbulo c).

       Que visão de mundo e que valores incorporar?

Saber e tomar conhecimento dos dados da realidade não é ainda fazer. O que nos move a agir? Que visão de mundo e que valores devemos incorporar? Orienta-nos um importante texto da parte conclusiva da Carta da Terra,de cuja redação também participei.

”Como nunca antes na história, o destino comum nos conclama a buscar um novo começo. Isto requer uma mudança na mente e no coração; demanda um novo sentido de interdependência global e de responsabilidade universal. Devemos desenvolver e aplicar com imaginação a visão de um modo de vida sustentável aos níveis local, nacional, regional e global”(O caminho adiante)

Observemos: não se trata de apenas melhorar o caminho andado. Esse nos levará às crises cíclicas que já conhecemos e eventualmente ao desastre. Mas se trata de “buscar um novo começo”. Vale dizer, somos desafiados a remontar a “Terra, nosso lar, que está viva com uma comunidade de vida única”(CT, Preâmbulo a). Enganoso seria cobrir as feridas da Terra com band-aids, pensando assim curá-la. Temos que revitalizá-la e refaze-la para ser a Casa Comum.

“Isto requer uma mudança de mente”. A mudança de mente significa um novo olhar sobre a Terra assim como a nova cosmologia e biologia a apresentam. Ela é um momento do processo evolucionário que já possui 13,7 bilhões e anos e a Terra, 4,3 bilhões de anos. Depois do big bang, todos os elementos físico-químicos se forjaram ao longo de uns três bilhões de anos no coração das grandes estrelas vermelhas. Ao explodirem, jogarem para todas as direções estes elementos que formaram as galáxia, as estrela como o Sol, os planetas e a Terra.

Ela é viva com uma vida que irrompeu há 3,8 bilhões de anos, um super-organismo sistêmico que se auto-organiza e continuamente se auto-cria. Num momento avançado de sua complexidade, cerca de 8-10 milhões de anos atrás, uma porção dela começou a sentir, pensar, amar e venerar. Surgiu o ser humano, homem e mulher. Ele é Terra consciente e inteligente, por isso se chama homo, feito de húmus.

Esta visão muda a nossa concepção da Terra. A ONU em 22 de abril de 2009 oficialmente a reconheceu como Mãe Terra, pois tudo gera e nos dá. Por isso a Carta da Terra afirma:”Respeitar a Terra e a vida em toda a sua diversidade e cuidar da comunidade de vida com compreensão, compaixão e amor”(CT 1 e 2). Terra como solo podemos comprar e vender, cavar e fazer tantas coisas. Mãe, no entanto, nós não compramos nem vendemos; nós a amamos e veneramos. Tais atitudes devem ser transferidas para a Terra, nossa Mãe. Essa é a nova mente que importa incorporar.

“Requer uma mudança no coração”. O coração é a dimensão do sentimento profundo, da sensibilidade, do amor, da compaixão e dos valores que orientam nossa vida. Especialmente no coração reside o cuidado que é uma forma amigável e afetuosa de se relacionar com a natureza e os seus seres. Temos a ver com a razão sensível ou cordial, com o cérebro límbico, que emergiu há 220 milhões de anos quando irromperam na evolução os mamíferos. Todos eles, como o ser humano, têm sentimentos, amor e cuidado para com sua cria. Esse é o pathos, a capacidade de afetar e ser afetado, a dimensão mais profunda do ser humano.

A razão (o logos), a mente da qual nos referimos anteriormente, surgiu há apenas 8-10 milhões de anos com o cérebro neocortical e na forma avançada como homo sapiens (o homem atual) há cerca de cem mil anos. Ele, na modernidade, foi desenvolvido de forma exponencial, dominando nossas sociedades e criando a tecnociência, os grandes instrumentos de dominação e de transformação da face da Terra, inclusive criando uma máquina de morte com armas nucleares e outras que podem pôr fim à vida humana e da natureza.

O excesso da razão, o racionalismo, criou uma espécie de lobotomia: o ser humano tem dificuldade de sentir o outro e o seu sofrimento. Precisamos completar a inteligência racional, necessária para dar conta das necessidades de sobrevivência da nossa vida mas há que completá-la com a inteligência emocional e sensível para sermos mais completos e assumirmos com paixão a defesa da Terra e da vida.

Valem-nos as palavras do Papa Francisco em sua encíclica de ecologia integral “Sobre o cuidado da Casa Comum”: “Devemos alimentar uma paixão pelo cuidado do mundo. Não é possível empenhar-se em coisas grandes apenas com doutrinas, sem uma mística que nos anima, sem uma moção interior que impele, motiva, encoraja e dá sentido à ação pessoal e comunitária”(n.216) E acrescenta:”Implica ainda a consciência amorosa de não estarmos separados das outras criaturas, mas de formarmos com os outros seres do universo uma esplêndida comunhão universal”(n.220).

Portanto, é o coração que nos leva a ouvir simultaneamente o grito da Terra e o grito do pobre e nos leva a socorrê-los, mudando a forma como nos relacionamos com eles, como produzimos e como consumimos, com esse ideal formulado pelo primeiro ministro chinês XI Jinping: “criar uma sociedade moderadamente abastecida” ou como nós dizemos: uma sociedade com um consumo sóbrio e solidário.

Segue ainda o texto da Carta da Terra: “Requer-se um novo sentido de interdependência global”. A relação de todos com todos e por isso a interdependência global representa uma constante cosmológica. Tudo no universo é relação. Nada e ninguém estão fora da realação. O cosmos é constituído pelo conjunto das redes de relação mais do que do número inumerável dos corpos celestes. É também um axioma da física quântica segundo o qual todos os seres são inter-retro-relacionados. Nós mesmos, seres humanos, somos um rizoma (bulbo com raízes) de relações voltado para todas as relações. Isso implica entender que todos os problemas ecológicos, econômicos, políticos e espirituais têm a ver uns com os outros. Tocando num tocamos na rede toda das relações. A ação que fizermos afeta toda a rede de ações.

Esta compreensão holística supera a atomização dos saberes e fragmentação das atividades humanas. Só salvaremos a vida se nos alinharmos à esta lógica universal que é lógica da natureza com sua esplêndida diversidade. Todos os seres se entre-ajudam, até os mais débeis, pois também estes possuem um valor em si mesmo e comunicam alguma mensagem do universo.

Segue o texto da Carta Terra:” requer-se uma responsabilidade universal”. Responsabilidade significa dar-se conta das consequências de nossas ações, se são benéficas ou maléficas para o conjunto dos seres. Hans Jonas escreveu um livro clássico sobre o “Princípio Responsabilidade”. Ele inclui o princípio de prevenção e o de precaução. Na prevenção podemos calcular os efeitos quando interviermos na natureza. O princípio de precaução não nos permite medir as consequência e por isso não devemos arriscar com certas ações e intervenções porque podem produzir efeitos altamente danosos para a vida.

A responsabilidade deve ser universal, de todos. Não é assim que um grupo ou uma empresa assumam sua responsabilidade socioecológica, protegem o ar e garante a pureza das águas, enquanto outras não cuidam destes efeitos danosos e os consideram simplesmente como exterioridades (coisas que não entram na contabilidade dos negócios). Ou todos assumem uma atitude responsável, por isso universal, e assim praticamos comportamentos ecologicamente benéficos ou então seguiremos acumulando problemas para a vida e o futuro de nossa existência.

Mais ainda diz a Carta da Terra: “desenvolver e aplicar com invenção a visão (de um modo sustentável de vida). Nada de grande neste mundo sem fez sem a invenção do imaginário que projeta novos mundos e novos modos de ser. É aqui o lugar das utopias viáveis. Toda utopia alarga o horizonte e nos torna inventivos. O próprio ser humano emerge como um ser utópico, pois é um projeto infinito e um ser habitado pelo desejo, cuja natureza, segundo os antigos e Freud, é ilimitado. A utopia nos leva de horizonte a horizonte, fazendo-nos sempre caminhar na feliz expressão de Eduardo Galeano.

Para superar o modo costumeiro de habitar a Casa Comum, sem sequer tê-la descoberto (isso ocorreu somente a partir das viagens espaciais), explorando seus ecossistemas, descuidando das florestas, das águas, do ar puro e da fertilidade dos solos e de relações justas e fraternas nas sociedades, precisamos da invenção que nasce de uma utopia ou de um sonho. Toda utopia é, por natureza, irrealizável. Mas existem as utopias viáveis, aquelas que podemos juntos trazer para a realidade. Assim que precisamos sonhar com o planeta como “A Terra da Boa Esperança”(Ignace Sachs) antes de pôr as mãos no seu fazimento. Essa utopia é realizável pela humanidade, quando despertar de seu sono de um mundo de mão a mão e abri-se ao grande sonho possível de outro mundo possível e necessário.

Mais ainda afirma a Carta da Terra:”uma visão de um modo sustentável de vida. Estamos acostumados à expressão que está em todos os documentos oficiais e na boca da ecologia dominante “desenvolvimento sustentável”. Todas as análises sérias têm mostrado que o nosso modo de produzir, distribuir e consumir é insustentável. Vale dizer não consegue manter o equilíbrio entre o que tiramos da natureza e que lhe deixamos para sempre poder se reproduzir e co-evoluir. Nossa voracidade tornou o planeta insustentável, pois se os países ricos quisessem universalizar seu bem-estar à toda a humanidade, precisaríamos, pelo menos, de três Terras iguais a esta, o que é absolutamente impossível.

O atual desenvolvimento que significa crescimento econômico medido pelo Produto Interno Bruto (PIB) revela espantosas desigualdades a ponto de a grande ONG Oxfam no seu informe de 2019 nos revelar que 1% da humanidade possui a metade da riqueza do mundo e que 20% controla 95% desta riqueza (do 1%) enquanto os restantes 80% têm que contentar-se com apenas 5% da riqueza. Tais dados revelam a completa insustentabilidade do mundo em que vivemos.

A Carta da Terra não se rege pela economia mas pela vida. Dai o grande desafio consiste em criar um modo sustentavel de vida e todos os âmbitos, pessoal, familiar, social, nacional e internacional. Para isso se impõem a necessidade de “um novo começo” e não apenas de melhorias, mantendo o sistema desigual.

Por fim, este modo sustentável de vida deve realizar-se no nível local, nacional, regional e global. Evidentemente se trata de um projeto global que deverá se realizado com prazos, na medida em que cresce a consciência ecológica e nos dermos conta de nossa responsabilidade pelo futuro comum Terra e humanidade. Hoje o ponto mais avançado na busca da sustentabilidade se realiza no nível local e regional. Fala-se então do bioregionalismo como a forma realmente viável de concretizar a sustentabilidade. Tomando-se a região como referência, não segundo as divisões arbitrárias ainda persistentes, mas aquelas que a própria natureza fez com os rios, as montanhas, as florestas e outras que configuram um ecossistema regional. Dentro deste quadro pode realizar-se uma autêntica sustentabilidade, incluindo os bens naturais, a cultura e tradições locais, as personalidades que marcaram aquela história, com o favorecimento de pequenas empresas e uma agricultura orgânica, com a participação maior possível, num espírito democrático. Desta forma se propiciará um “bem viver e conviver”(o ideal ecológico andino) suficiente, decente e sustentável com a diminuição das desigualdades.

Esta visão formulada pela Carta da Terra é grandiosa e factível. O que mais precisamos é de boa-vontade, a única virtude que para Kant não possui nenhum defeito e limitação, pois se tiver, deixará de ser boa. Essa boa-vontade impulsionaria as comunidades e, no limite, a inteira humanidade a realmente realizar “um novo começo”.

         Virtudes para um outro mundo possível

Esse modo sustentável de vida se traduz por práticas virtuosas que tornam real o modo sustentável de viver. São muitas as virtudes para um outro mundo possível. Serei breve, pois sobre isso publiquei três volumes com esse mesmo título “Virtudes para um outro mundo possível”(Vozes 2005-2006). Enumero 10 sem detalhar-lhes o conteúdo, o que nos levaria longe.

A primeira é o cuidado essencial. Chamo de essencial pois segundo uma tradição filosófica que nos vem dos romanos, atravessou os séculos e ganhou sua forma maior entre vários autores especialmente no núcleo central de Ser e Tempo de Heidegger. Ai se vê o cuidado como da essência do ser humano. Ele é a pré-condição para o conjunto de fatores que permitem a emergência da vida. Sem o cuidado a vida jamais irromperia e subsistiria. Alguns cosmólogos como Brian Swimme e Stephan Hawking viram no cuidado como a dinâmica mesma do universo. Se as quatro energias fundamentais não tivessem o sutil cuidado de atuarem sinergeticamente, não teríamos o mundo que temos. Todo ser vivo depende do cuidado. Se nós não tivéssemos o infinito cuidado de nossas mães, não saberíamos como deixar o berço e buscar o nosso alimento, dado que somos seres biologicamente carentes, sem nenhum órgão especializado. Precisamos do cuidado de outros. Tudo o que amamos também cuidamos, tudo o que cuidamos também amamos. Face à natureza significa uma relação amigável, não agressiva e respeitosa de seus limites.

A segunda virtude é o sentimento de pertença à natureza, à Terra e ao universo. Somos partes de um grande Todo que nos desborda por todos os lados; somos a parte consciente e inteligente da natureza, somos aquela porção da Terra que sente, pensa, ama e venera. Esse sentimento de pertença nos enche de respeito, de encantamento e de acolhimento.

A terceira virtude é a solidariedade e a cooperação. Somos seres sociais que não apenas vivem mas convivem com outros. Sabemos pela bioantropologia que foi a solidariedade e a cooperação de nossos ancestrais antropoides que ao buscar o alimento e traze-lo para o consumo coletivo, lhes permitiu deixar para trás a animalidade e inaugurar o mundo humano. Hoje, no caso do caronavírus, o que nos está salvando é a solidariedade e a cooperação de todos com todos. Esta solidariedade deve começar pelos últimos e invisíveis sem o que, ela deixa de ser inclusiva de todos.

A quarta virtude é a responsabilidade coletiva. Já temos exposto o seu sentido acima. É o momento da consciência em que cada um e uma inteira sociedade se dão conta dos efeitos bons ou ruins de suas decisões e atos. Seria absolutamente irresponsável o desmatamento desenfreado da Amazônia pois desequilibraria o regime de chuvas de vastas regiões e eliminaria a biodiversidade indispensável para o futuro da vida. Nem precisamos nos referir a uma guerra nuclear cuja letalidade eliminaria toda a vida especialmente a humana .

A quinta virtude é a hospitalidade como dever e como direito. O primeiro a apresentar a hospitalidade como dever e como direito foi Immanuel Kant no seu famoso texto “Em vista da paz perpétua”(1795). Entendia que a Terra é de todos, pois, Deus não deu título de propriedade de algum pedaço dela a ninguém. Ela pertence a todos os habitantes que podem andar por todas as partes. Ao encontrarem alguém o dever de todos é oferecer a hospitalidade, como sinal de pertença comum à Terra e todos têm o direito de serem acolhidos, sem qualquer distinção. Para ele, junto com o respeito dos direitos humanos constituiriam as pilastras para uma república mundial (Weltrepublik). Esse tema é atualíssimo dado o número de refugiados e as muitas discriminações por vários títulos. Talvez seja uma das virtudes mais urgentes no processo de planetização embora uma das menos vividas.

A sexta virtude é a convivência de todos com todos. A convivência é um dado primário, pois todos viemos da convivência que nossos pais tiveram. Nós somos seres de relação que é o mesmo que dizer, não vivemos simplesmente mas de forma diuturna convivemos. Participamos da vida dos outros, de suas alegrias e angústias. Especialmente custa a muitos a conviver com os diferentes, seja de etnia, de religião, de partido político. O importante é estar aberto à troca. O diferente sempre nos traz algo novo que nos enriquece ou desafia. O que jamais podemos fazer é transformar a diferença numa desigualdade. Podemos ser humanos de muitas formas diferentes, na forma brasileira, italiana, japonesa, yanomami. Mas cada forma é humana e possui a sua dignidade.     Hoje pelos meios de comunicação cibernéticos abrimos janelas para todos os povos e culturas. Saber conviver com essa diferença abre novos horizontes e entramos numa espécie de comunhão com todos. Esta convivência implica também a natureza, conviver com com as paisagens, com as florestas, com os pássaros e animais. Não apenas olhar para o céu estrelado, mas entrar em comunhão com as estrelas, pois delas viemos e formamos um grande Todo. Por fim, formamos uma comunidade de destino comum junto com a totalidade da criação.

A sétima virtude é o respeito incondicional. Cada ser, por menos que seja, possui valor em si mesmo, independentemente do uso humano. Quem desenvolveu o tema em profundidade foi Albert Schweitzer, grande médico suiço que foi ao Gabão na África para atender a hanseniamos. Para ele o respeito é a base mais importante da ética, pois comporta acolhida, solidariedade e amor. Devemos começar com o respeito a nós mesmos, ao manter atitudes e modos dignos que suscitam o respeito dos outros. Importa respeitar todos os seres da criação, pois valem por eles mesmos; existem ou vivem e merecem existir ou viver. Mais que tudo, vale o respeito diante de cada pessoa humana, pois é portadora de dignidade, de sacralidade e de direitos inalienáveis, pouco importa sua procedência. Respeito supremo devemos ao Sagrado e a Deus, o mistério íntimo de todas as coisas. Só diante dele podemos cair de joelhos e reverenciar, pois só a Ele cabe esta atitude.

A oitava virtude é justiça social e igualdade fundamental de todos. A justiça é mais que dar a cada um o que é seu ; entre os humanos, a justiça é o amor o respeito mínimo que devemos devotar aos outros. A justiça social é garantir os mínimos a todas as pessoas, não criar privilégios e respeitar seus direitos em pé de igualdade, pois todos somos humanos e merecemos ser tratados humanamente. Desigualdade social significa injustiça social e, teologicamente, uma ofensa ao Criador e a seus filhos e filhas. Talvez ela seja a maior perversidade hoje existente que deixa milhões na miséria e condenados a morrer antes do tempo. Neste tempo de coronavírus se mostrou a violência da desigualdade social e da injustiça. Enquanto uns podem viver sua quarentena em casas ou apartamentos adequados, a grande maioria pobre é exposta à contaminação e, não raro, à morte.

A nova virtude é a busca incansável da paz. A paz é um dos bens mais ansiados, pois vivemos, por causa do tipo de sociedade que construimos, em permanente concorrência, apelos ao consumo e à exaltação da produtividade. A paz não existe em si, pois, ela é consequência de valores que devem ser vividos anteriormente e que têm como resultado a paz. Uma das mais pertinentes compreensões da paz nos vem da Carta da Terra, na qual se diz: “a paz é a plenitude que resulta de relações corretas consigo mesmo, com outras pessoas, com outras culturas, com outras vidas, com a Terra e com o Todo maior do qual somos parte”(n.16 f). Como se depreende, a paz é consequência de relações adequadas e é o fruto da justiça social. Sem estas relações e a justiça só conheceremos tréguas mas nunca uma paz permanente.

A décima virtude é o cultivo do sentido espiritual da vida. O ser humano possui uma exterioridade corporal com a qual nos relacionamos com o mundo e as pessoas; temos uma interioridade psíquica onde se aninham,na estrutura de desejo, nossas paixões, os grandes sonhos e nossos anjos e demônios que devemos controlar estes últimos e cultivar amorosamente os primeiros. Só assim gozaremos de um equilíbrio necessário para a vida.

Mas possuímos também a profundidade, aquela dimensão onde habitam as grandes interrogações da vida: quem somos, de onde viemos, para onde vamos, o que podemos esperar depois desta vida terrena? Qual é a Energia Suprema que sustenta o firmamento e conserva nossa Casa Comum ao redor do Sol e a mantém sempre viva para nos permitir viver? É a dimensão espiritual do ser humano feita de valores intangíveis como o amor incondicional, a confiança na vida, a coragem de enfrentar as agruras inevitáveis. Damo-nos conta de que o mundo está repleto de sentidos, que as coisas são mais que coisas, pois são mensagens e possuem um outro lado invisível. Intuímos que há uma Presença misteriosa que perpassa todas as coisas. As tradições religiosas e espirituais chamaram a esta Presença de mil nomes, sem contudo poder decifrá-la totalmente. É o mistério do mundo que remete ao Mistério Abissal que faz ser tudo aquilo que é. Cultivar este espaço nos humaniza, nos torna mais humildes e nos enraíza numa realidade transcendente, adequada ao nosso desejo infinito.

         Conclusão:  ser simplesmente humanos

A conclusão que tiramos destas longas reflexões a propósito do coronavírus 19 é: devemos ser simplesmente humanos, vulneráveis, humildes, ligados uns aos outros, parte da natureza e a porção consciente e espiritual da Terra com a missão de cuidar da herança sagrada que recebemos, a Mãe Terra, para nós e para as futuras gerações.

Inspiradoras são as últimas frases da Carta da Terra:”Que o nosso tempo seja lembrado pelo despertar de uma nova reverência face à vida, pelo compromisso firme de alcançar a sustentabilidade mediante a intensificação da luta pela justiça e pela paz, na alegre celebração da vida”

*Leonardo Boff é eco-teólogo e escreveu Virtudes para um outro mundo possível (3 vol.) Vozes 2005-2006.