Quale tipo di Papa? Tensioni interne della Chiesa attuale

Non mi propongo di presentare un bilancio del pontificato di Benedetto XVI cosa fatta da altri con competenza. Per i lettori è forse più interessante conoscere meglio una tensione sempre viva dentro la Chiesa e che segna il profilo di ciascun Papa. La questione centrale è questa: qual è la posizione e la missione della Chiesa nel mondo? Anticipo subito che una concezione equilibrata deve poggiare su due pilastri fondamentali: il Regno è il Mondo.

Il Regno è il messaggio centrale di Gesù, la sua utopia di una rivoluzione assoluta che riconcilia la creazione con se stessa e con Dio.

Il mondo è il luogo dove la Chiesa realizza il suo servizio al Regno e dove essa stessa si costruisce.

Se pensiamo la Chiesa come troppo legata al Regno si corre il rischio di spiritualismo e di idealismo; se troppo vicina al mondo, si rischia di cadere nella tentazione di mondanizzazione e politicizzazione. Quello che importa è saper articolare Regno-Chiesa-Mondo. La Chiesa appartiene al Regno e anche al mondo. Possiede una dimensione storica con le sue contraddizioni e una trascendente. Come vive questa tensione dentro al mondo e alla storia? Abbiamo a disposizione due modelli differenti e a volte in conflitto tra di loro: testimonianza e dialogo.

Il modello della testimonianza afferma con convinzione: abbiamo il deposito della fede, che contiene tutte le verità necessarie alla salvezza; abbiamo i sacramenti che comunicano la grazia; abbiamo una morale ben definita; abbiamo la certezza che la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo, l’unica vera; abbiamo il Papa che gode di infallibilità nelle questioni di fede e morale; abbiamo una gerarchia che governa il popolo dei fedeli; abbiamo la promessa dell’assistenza permanente dello Spirito Santo; questo va testimoniato a fronte di un mondo che non si sa dove va e che da solo mai arriverà alla salvezza. I cristiani di questo modello, dal Papa fino ai semplici fedeli, si sentono pervasi di una missione di salvezza unica. In questo sono fondamentalisti e poco dediti al dialogo. Perché dialogare? Abbiamo tutto. Il dialogo è per facilitare la comprensione è anche un gesto di civiltà.

Il modello del dialogo parte da altri presupposti. Il Regno è più ampio che la Chiesa e conosce pure una realizzazione non religiosa, sempre dove ci sono verità, amore e giustizia. Il Cristo risorto ha dimensioni cosmiche e spinge l’evoluzione verso il buon fine; lo Spirito sta sempre presente nella storia e nelle persone oneste; lui arriva prima del missionario, visto che stava già presente nei popoli sotto forma di solidarietà, amore e compassione. Dio non ha abbandonato i suoi e a tutti offre un’opportunità di salvezza perché gli altri al di fuori dal cuore un giorno potessero vivere felici nel Regno del liberti.

La missione della Chiesa consiste nell’essere segno di questa storia di Dio dentro alla storia umana e pure strumento della sua implementazione insieme ad altri cammini spirituali.

Se la storia, sia quella religiosa che quella secolare è impastata di Dio, dobbiamo dialogare tutti: scambiarsi, imparare l’uno dagli altri, rende il cammino umano verso la promessa felice più facile e sicuro.

Il primo modello di testimonianza è quello della Chiesa in Africa, Asia e in America Latina, fino ad essere complice delle decimazioni e della dominazione di molti popoli indigeni, africani e asiatici. Era il modello del papa Giovanni Paolo II, che percorreva il mondo impugnando la croce come testimonianza che da lì veniva la salvezza.

Era il modello, ancora più radicalizzato di Benedetto XVI
che negò il titolo di «chiesa» alle chiese evangeliche, offendendole duramente; attacò direttamente la modernità perché la vedeva negativamente como relativista e secolaristica. Logicamente non le negò tutti i valori, ma vedeva in essi, come fonte, la fede cristiana. Ridusse la Chiesa a una isola isolata o a una fortezza, circondata da tutte le parti da nemici contro i quali bisogna defendersi.

Il modello di dialogo è del Concilo Vaticano II, di Paolo VI, di Medellin e di Puebla in America Latina. Vedevano il cristianesimo non come un deposito, sistema chiuso con il rischio che rimanesse fossilizzato, ma come una fonte di acque vive cristalline che possono essere canalizzate attraverso molte condutture culturali, un luogo di apprendistato mutuo perché tutti sono portatori di Spirito Creatore e dell’essenza del sogno di Gesù.

Il primo modello, della testimonianza, ha spaventato molti cristiani che si sentivano infantilizzati e non valorizzati nei loro saperi di professionali; non sentivano più la Chiesa come un focolare spirituale e, sconsolati, si allontanavano dall’instituzione ma non dal cristianesimo come valore e utopia generosa de Gesù.

Il secondo modello, quello del dialogo, ha avvicinato molti perché si sentivano in casa, aiutandoli a costruire una chiesa-apprendista e aperta al dialogo con tutti. L’effetto era il sentimento di libertà e di creatività. Così vale la pena esse cristiani.

Questo modello di dialogo diventa urgente nel caso che l’istituzione-chiesa volesse uscire dalla crisi in cui si è messa e che ha raggiunto il punto d’onore: la moralità (pedofili) e la spiritualità (furto di documenti segreti e problemi gravi di trasparenza nella Banca vaticana).

Dobbiamo discernere con intelligenza quello che ora serve meglio al messaggio cristiano all’interno di una crisi ecologica e sociale con gravissime conseguenze. Il problema centrale non è la Chiesa ma il futuro della Madre Terra, della vita e della nostra civiltà. La Chiesa come aiuta in questa traversata? Solo dialogando e sommando le forze con tutti.

*Leonardo Boff è autore di Chiesa: carisma e potere, libro messo soto accusa dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger.

Traduzione: Romano Baraglia

romanobaraglia@gmail.com

Así Ratzinger condenó Boff al silencio: Juan Arias

Não publicaria nunca esta matéria se não soubesse que vem de um dos grandes vaticanólogos, que acompanhou João Paulo II e quase todas as viagens, sendo também um erudito teólogo, agora vivendo no Brasil. Sou-lhe grato por me ter animado, na noite antes de ser julgado pelo então Card. J. Ratzinger, em sua casa em Roma junto com outros jornalista, como o conta em seu artigo. Um pouco constrangido publico o texto porque é verdadeiro e reproduz exatamente o que ocorreu e tem a mim como o centro da questão. Mas é sua função de jornalista competente e extremamene afável.Lboff

Vientos de Brasil

Este blog pretende compartir con los lectores el Brasil en el que vivo, ese gigante económico americano hoy objeto de deseo en la escena mundial. El Brasil de la gente y no sólo el de la política. El Brasil que prefiere el diálogo a la pelea, la fe en algo a la incredulidad. El Brasil de las mil razas y culturas que conviven sin guerras.

Juan Arias

Así Ratzinger condenó a Boff al silencio

Por: Juan Arias | 13 de febrero de 2013

Boff (4)
Entiendo que el teólogo Leonardo Boff, tenga un cierto pudor en contar como se produjo, en 1985, el proceso
en el que entonces el cardenal Ratzinger, Prefecto de la Congregación de la Fe, heredera de la vieja Santa Inquisición, le condenó al silencio. Ratzinger sería el próximo papa, Benedicto XVI.

Yo, aquel día, estaba con Boff en Roma. Cenó la noche anterior en mi casa, donde había convidado a un puñado de periodistas amigos míos para arroparle. Boff, que tenía, 47 años, estaba nervioso y preocupado. No sabía como se iba a desarrollar el proceso contra él en el Vaticano. No le habían informado de nada. Sólo que estuviera allí a las nueve de la mañana. El teólogo, siempre amable, parecía un niño entre temeroso y emocionado. Nos enseñó una carpeta con miles de firmas en apoyo suyo. Nos preguntó si sería oportuno entregárselas a Ratzinger. Indagamos sobe aquellas firmas y nos dijo con candor: “De prostitutas cristianas brasileñas”.

Recuerdo la cara que pusimos. Nos miramos unos a otros y decidimos desaconsejarle mostrar aquella carpeta de firmas al cardenal.Le esperé la mañana siguiente a la puerta del palacio de la Congregación de la fe, situada a la izquierda de la plaza de San Pedro. El teólogo de la Liberación, que pertenecía a la Orden de Franciscanos Menores, llegó vestido de hábito. A las nueve en punto, le llamaron. Yo le esperé a la puerta durante las cuatro horas que duró el proceso contra él.

Salió cansado, pero sereno. Me iba a contar lo más importante del proceso para este diario, EL PAÍS.

“¿Y entonces?”, le pregunté. Y Boff, calmo: “Entonces, hermano, el cardenal Ratzinger me ha condenado al silencio”.

Ello quería decir que el importante teólogo, autor de la obra polémica Iglesia, carisma y poder, no podría en adelante enseñar, predicar, escribir ni hablar en público.

Recuerdo hoy algunos de los detalles que me contó de aquel proceso. Estaban sólo Ratzinger y un secretario convertido en taquígrafo que fue recogiendo la conversación – debate entre los dos. Ningún otro testigo Boff había estudiado teología en Alemania en la misma Universidad en la que enseñaba Ratzinger, primero teólogo progresista en el Concilio y después obispo y cardenal conservador, crítico de aquel mismo Concilio que él había ayudado a desarrollarse.

Ya se conocían. Y Boff hablaba alemán, la lengua materna del cardenal Ratzinger, quién empezó a interrogarle en su lengua. Boff lo detuvo y le dijo que en ese caso él estaba en desventaja, ya que él, como alemán, dominaba mejor la lengua y a él le costaría más expresarse al defender sus tesis en una lengua que, aunque la había estudiado, no era la suya.
Decidieron que los dos hablarían en un idioma que no era el materno de ninguno de los dos: en italiano.
Ratzinger le mandó sentarse en frente de él y empezó el interrogatorio. Boff lo interrumpió de nuevo. “Eminencia, en Brasil, en nuestras comunidades cristianas, cuando empezamos algún trabajo importante, hacemos una oración a nuestro padre Dios para que nos ilumine. Me gustaría hacerlo también ahora”.

El cardenal, sin comentar su petición, se levantó y dijo: “Está bien, recitemos el Ven Espíritu Santo”. Y lo rezaron juntos. Ya más relajado, el cardenal observando que Boff estaba con el hábito franciscano que nunca usaba en Brasil donde vestía como los seglares, le comentó sonriendo: “¿Ve cómo usted está más elegante de hábito?”.

Boff (3)
Lo estaba. Boff era un cuarentón elegante como un actor, alto y el sayo franciscano le caía como si fuera de Valentino.

El teólogo entendió el mensaje de Ratzinger y le respondió: “Es posible, que de hábito esté más elegante, pero, eminencia, en Brasil, entre los pobres con los que trabajo, si me ven de hábito, por ejemplo en el autobús, se levantan y me dejan el asiento, porque el hábito es símbolo de poder. Por eso prefiero vestir como ellos, para ser tratado como uno más”.

Sin más preámbulo, Ratzinger, como si no le hubiese escuchado, comenzó su rosario de críticas y acusaciones contra la teología de Boff sobre todo contra la obra ya citada, Iglesia, carisma y poder, considerada herética por el Vaticano.

Una de las cosas que Boff siempre ha defendido, y que siempre me ha parecido sugestiva y creativa, es que todas las palabras, pronunciadas con deseo de decir la verdad, son tan sacramentales como las de los sacramentos oficiales de la Iglesia.

La teología católica defiende que las palabras de los sacramentos del bautismo, penitencia, eucaristía etc. son sacramentales porque realizan lo que dicen. Y que ello se da por la fuerza que les imprime el sacramento.

Boff defiende, y con él tantos teólogos, que toda palabra “verdadera”, pronunciada con sinceridad, es sacramental porque también realiza lo que expresa. Jesús decía a los suyos que si tuvieran fe y dijesen a una montaña que viniera, ella se movería. Es sacramental todo lo verdadero. Cuando digo de verdad a una persona que la amo o que la perdono, esa persona siente realmente mi amor en ella y mi perdón.

Boff no me contó todo el duro interrogatorio al que fue sometido por Ratzinger, pero quedaba claro de lo que me contó que el cardenal ya tenía tomada su decisión anteriormente y de poco sirvieron las aclaraciones del acusado.

El veredicto fue perentorio: condenado al silencio.

Hoy, Boff dice que existen dos Ratzinger, el del profesor de teología en Alemania, simpático, afable, que daba la mitad de lo que ganaba para que pudieran frecuentar la Universidad estudiantes pobres del Tercer Mundo, y el Ratzinger de después, obispo, cardenal y papa, duro con los teólogos de la Liberación, conservador en materia de costumbres y en el diálogo con la modernidad, intransigente con la nueva teología.

Ahora estamos ante el tercer Ratzinger, el del papa que renuncia al poder para retirarse él esta vez voluntariamente “al silencio”, a aquel silencio al que años atrás había condenado al teólogo franciscano.

Para no condenarse al ostracismo, Boff pidió más tarde salir de la Congregación y dejó el sacerdocio. Cuando le preguntaron si había dejado también a la Iglesia, respondió sonriendo: “No, es la Iglesia la que se ha salido de ella misma, del carisma de su fundación evangélica, yo sigo en la Iglesia de Jesús que era la de los pobres, enfermos, endemoniados y leprosos, de  todos los arrinconados y despreciados por el poder”.

El teólogo brasileño, catedrático emérito de la Universidad de Rio, es hoy el defensor de la Teología de la Tierra, a la que estamos empobreciendo, violentando y destruyendo, según él afirma.

Boff (2)

Sobre el autor

es periodista y escritor traducido en diez idiomas. Fue corresponsal de EL PAIS 18 años en Italia y en el Vaticano, director de BABELIA y Ombudsman del diario. Recibió en Italia el premio a la Cultura del Gobierno. En España fue condecorado con la Cruz al Mérito Civil por el rey Juan Carlos por el conjunto de su obra. Desde hace 12 años informa desde Brasil para este diario donde colabora tambien en la sección de Opinión.

 

Teologia da libertação por um de seus fundadores

Em 1970 sem que um conhecesse o outro, Gustavo Gutiérrez no Peru, Hugo Asmann no exílio na Bolivia, Juan Luis Segundo no Uruguai e eu no Brasil começamos a escrever sobre teologia da libertação ao invés da teologia do desenvolvimento. Havíamos entendido já que o nosso desenvolvimento era desenvolvimento do subdesenvolvimento, não sem as contribições teóricas de Faleto e do Prof. Fernando Henrique Cardoso. Ainda em 1969 Rubem Alves escrevia nos USA sua tese “Para uma teologia da libertação”. O editor achou que isso não teria mercado e lhe deu como título Teologia da Esperança. Em todos nós, agora 40 anos após o percebemos, agia uma força maior que nos inflamava a escrever estes textos para animar os cristãos comprometidos com as mudanças sociais na América Latina. Apresento aqui uma contribição simples e direta  com palavras de Gustavo Gutiérrez que fala como surgiu essa teologia a partir do amor aos pobres, do Cristo pobre e do serviço necessário que a Igreja deve fazer aos pobres. Paulo Freire nos ensinou a fazer de modo que os pobres fossem sujeitos de sua libertação da pobreza e não mais beneficiários do assistencialismo  das Igrejas e das pessoas de boa vontad. Publico agora este texto porque não são poucos os que nos twitter e blogs atacam esta teologia sem nunca terem, talvez, lido algo consistente e direto dos próprios iniciadores deste tipo de teologia. Como este Papa renunciante se confrontou com ela, através de dois documentos, um apresentando os riscos (nunca a condenou) e outro positivo mostrando sua importância nos paises em condições de opressão é a ocasião de publicarmos este testemunho de Gustavo Gutiérrez de 84 anos, homem extremamene inteligente, espirituoso, simples e amigo de seus irmãos indígenas (ele é mestiço, mais quéchua que espanhol), incompreendido mas sempre fiel a sua causa que ele,  como eu, entendemos estar vinculada a causa de Jesus: o Reino da justiça para os  humilhados e ofendidos e da ternura para com os simples e humildes da Terra. Lboff

********************************

Ele avançou um pouco cansado, apoiou na mesa a sua bengala preta que ele nunca abandona, e se sentou. De passagem por Paris, por ocasião do 50º aniversário do Comitê Episcopal França-América Latina (Cefal), Gustavo Gutiérrez, considerado o “pai” da teologia da libertação, já se encontrou com missionários, estudantes e professores do Institut Catholique de Paris, responsáveis pelo Secours Catholique, parceiro do CCFD [Comitê Católico contra a Fome e pelo Desenvolvimento].

Na manhã do dia 24, na sala da casa provincial dos sulpicianos onde ele se hospedava, ele evocou de novo aquela teologia que marcou profundamente a Igreja latino-americana. Falar de si mesmo não é um de seus hábitos. Mas, nessa manhã em que a primavera [europeia] clareava as velhas paredes da sala, esse pequeno homem, simples, amável, aceitava fazer o relato da sua vida. O encontro durou quase três horas. Também poderia ter continuado. Gustavo Gutiérrez não estava mais cansado.

Ele nasceu em Lima, no Peru. Com apenas 12, por causa de uma osteomielite, ficou preso à cama durante vários anos. “Não havia antibióticos. Eu era aluno dos Irmãos Maristas. Tive que abandonar a escola”. Estudava em casa, jogava xadrez, lia. “Meu pai era um grande leitor”, lembra. “Seguramente, ele me influenciou. Dele também herdei o senso de humor, que ele sempre mostrava, apesar das nossas dificuldades”.

Aos 15 anos, descobriu Pascal, que o marcou permanentemente. E, pouco tempo depois, a História de Cristo, de Giovanni Papini, que o tocou profundamente. Interessou-se também por filosofia e psicologia através dos escritos de Karl Jaspers e de Honorio Delgado. O desejo de se tornar padre, que ele tivera no início da doença, o deixara. No entanto, entrou aos 14 anos na Ordem Terceira Franciscana. “A pobreza já estava presente na minha vida de filho de família modesta, marginalizado pela doença, e nas minhas escolhas”, observa.

Aos 18 anos, pôde finalmente ir para a universidade estudar medicina (com o desejo de se tornar psiquiatra) e filosofia. “Membro do movimento universitário católico, eu participava ativamente da vida política da universidade”, lembra. “Foi então que ouvi na minha vida perguntas que questionavam a minha fé. Aos 24 anos, eu escolhi me tornar padre. O bispo de Lima, considerando-me muito velho para o seminário, me mandou para a Europa”.

Em Leuven, aprendeu francês, escreveu uma tese sobre Como Freud chegou à noção de conflito psíquico. Depois, se transferiu para Lyon para estudar teologia. “Era um período difícil na Igreja francesa, mas muito rico”, diz, “que me permitiu encontrar Albert Gelin (cujos trabalhos sobre os ‘Pobres de Javé’ orientaram as minhas pesquisas), Gustave Martelet e dominicanos (como Marie-Dominique Chenu, Christian Duquoc… e também aqueles da minha geração, como Claude Geffré). Muitos anos depois, quando eu tomaria a decisão de entrar na Ordem dos Pregadores, um dos meus amigos de então, padre Edward Schillebeeckx, dominicano flamengo, me escreveria uma carta que começava assim: ‘Finalmente!'”.

Viver em solidariedade com os pobres
Enquanto isso, ordenado sacerdote, Gustavo Gutiérrez voltou ao Peru. Nomeado a uma paróquia do bairro pobre de Rimac, em Lima, e capelão dos movimentos cristãos, ele se dedicou ao seu trabalho pastoral, dando aulas também na universidade católica. Mas já havia um problema que o atormentava: como dizer ao pobre que Deus o ama?

Em maio de 1967, dois anos depois do Concílio, do qual participou, ele abordará essa questão diante dos estudantes da Universidade de Montreal, distinguindo pela primeira vez três dimensões da pobreza. A pobreza real de todos os dias: “Ela não é uma fatalidade”, explica, “mas sim uma injustiça”. A pobreza espiritual: “Sinônimo de infância espiritual, consiste em colocar a própria vida nas mãos de Deus”. A pobreza como compromisso: “Ela leva a viver em solidariedade com os pobres, a lutar com eles contra a pobreza, a anunciar o Evangelho a partir deles”.

Para explicar a ideia, ele se concede um pouco mais de tempo, atento a não pular alguma etapa. “No ano seguinte, eu ainda tinha que dar uma conferência em Chimbote, no Peru. Haviam-me pedido para falar sobre a teologia do desenvolvimento. Expliquei que uma teologia da libertação era mais apropriada”. Essa linguagem teológica, que leva em consideração o sofrimento dos pobres, inspiraria os bispos reunidos em Medellín (Colômbia) para a segunda Conferência do Episcopado Latino-americano (Celam).

Nasce a teologia da libertação
Em maio de 1969, Gustavo Gutiérrez foi para o Brasil, que vivia então as horas mais escuras da ditadura militar. Ali encontrou estudantes, militantes da Ação Católica, padres cujo testemunho enriqueceriam a sua reflexão que desembocou na sua obra fundamental: Teologia da Libertação. “Antes do Concílio”, especifica, “João XXIII havia anunciado: a Igreja é e quer ser a Igreja de todos, e particularmente a Igreja dos pobres”. Os padres conciliares, preocupados com o problema da abertura ao mundo moderno, esqueceram-no um pouco. Na América Latina, essa intuição foi retomada. Os pobres começavam a se fazer sentir. “Muitos de nós víamos neles um sinal dos tempos que era preciso perscrutar, como pede a constituição Gaudium et Spes. Por causa da minha idade, da minha presença no Concílio e em Medellín, eu é que fiz um trabalho de teólogo. Mas poderia ter sido outro”.

A libertação da qual Gustavo Gutiérrez fala não é um programa político. Ela se situa em três níveis que se cruzam. O nível econômico: é preciso combater as causas das situações injustas. O nível do ser humano: não basta mudar as estruturas, é preciso mudar o ser humano. O nível mais profundo, teologal: é preciso se libertar do pecado, que é a recusa de amar a Deus e ao próximo. 

Quanto à teologia, ela é o meio para fazem com que o compromisso com os pobres seja uma tarefa evangélica de libertação, uma resposta aos desafios que a pobreza coloca diante da linguagem sobre Deus. Essa teologia se revela contagiosa. Nos Estados Unidos, na minoria negra, na África, na Ásia, teologias desses “terceiros mundos” se despertam, impulsionadas por um novo fôlego.

Uma vida pelos pobres
Mas essa teologia também se choca com oposições. As mais violentas vêm dos poderes econômicos, políticos e militares da América Latina, assim como nos EUA. Mas também vêm de católicos que a acusam de fazer referência, ao analisar certos aspectos da pobreza, à teoria da dependência, que usava noções provenientes da análise marxistas. 

Na conferência do Celam em Puebla (1979), que confirma a visão de Medellín e fala da “opção preferencial pelos pobres”, manifestam-se resistências também dentro da Igreja latino-americana. “Medellín”, reconhece Gustavo Gutiérrez, “foi uma voz muito profética que provocou compromisso e resistências. Mas quando uma Igreja é capaz de ter entre os seus membros pessoas que dão a sua vida pelos pobres, como Dom Oscar Romero e muitos outros, há algo de importante que acontece nessa Igreja”.

A teologia da libertação também sofreria por causa das posições do Vaticano. Em 1984, ela foi severamente criticada pela Congregação para a Doutrina da Fé, da qual o cardeal Ratzinger era então prefeito. Gustavo Gutiérrez, assim como outros, teria que dar explicações. Em 2004, ao término de um processo de “diálogo” de 20 anos, o mestre da Ordem dos Dominicanos recebeu uma carta em que o cardeal Ratzinger “rende graças ao Altíssimo pela satisfatória conclusão desse caminho de esclarecimento e aprofundamento”.

“Durante aqueles anos, eu podia, mesmo assim, pregar o Evangelho na minha paróquia”, conta Gustavo Gutiérrez, que se dedicava naquela época às suas pesquisas sobre Bartolomeu de Las Casas – “um gênio espiritual”, diz, “que soube ver no índio o pobre segundo o evangelho” -, continuando a sua obra teológica e acompanhando de perto “a nova presença das mulheres, depois dos índios, na cena da história, do pensamento, da que estavam ausentes”.

Teologia como poesia
Hoje, ele reside no convento dos dominicanos de Lima. Divide o seu tempo entre o seu trabalho pastoral, os retiros que prega, os cursos de teologia na Universidade de Notre Dame (Indiana, EUA) e no Studium Dominicano de Lille (França). Mas, incansavelmente, ele continua a sua obra teológica, lendo muito, até mesmo poetas. “A poesia é a melhor linguagem do amor”, confidencia. “Fazer teologia é também escrever uma carta de amor a Deus, à Igreja que eu sirvo e ao povo a que eu pertenço”.

Atualmente, ele está terminando um livro dedicado à opção preferencial pelos pobres. “A teologia da libertação pode até desaparecer”, afirma, “mas, se restar a preferência pelos pobres, nós teremos vencido algo importante, profundamente ligado à Revelação”. Depois, acrescenta, com uma expressão de clara gravidade no rosto: “A pobreza e as suas consequências são sempre o grande desafio do nosso tempo na América Latina e em muitos outros lugares do mundo. Praticar a justiça, trabalhar pela libertação dos seres humanos é falar de Deus. É um ato de evangelização”.

Instituto Humanitas – Unisinos- São Leopoldo, antes publicado na França no La Croix.

Avaliação crítica do Pontificado de Bento XVI

Queremos oferecer aos leitores, especialmente àqueles que se interessam pelos destinos da Igreja Católica, elementos de análise que venham de grupos sérios. Eles nos ajudam a entender o por quê um Papa foi levado à renúncia. Certamente por limites de saúde, mas agravados por uma crise interna da Cúria Romana, perpassada de intrigas reveladas pelo Vatileaks e também por uma crise externa provocada por decisões oficiais que  pareciam conflitar com a linha traçada pelo Concilio Vaticano II ao qual todos os cristãos, do Papa aos leigos e leigas deveriam sentir-se ligados dado o caráter ecumênico e por isso, surgido do consenso universal dos bispos.Lbogg

******************************

PRONUNCIAMIENTO DEL OBSERVATORIO ECLESIAL

ANTE LA RENUNCIA DEL PAPA BENEDICTO XVI

Balance y temas pendientes del papado

La reciente renuncia de Benedicto XVI a su cargo como obispo de Roma, y por tanto al papado que ejerció desde el 19 de abril del 2005 y dejará el próximo 28 de febrero, ha provocado muchas y muy diversas reacciones en todo el mundo, por inédita al menos en los últimos 700 años de la historia de la iglesia católica.

En voz del propio papa, esta dimisión se nos presenta como resultado de un discernimiento libre y personal que tiene como principal argumento la incapacidad física y espiritual del actual pontífice para encarar los retos que el mundo de hoy presenta a la iglesia. Frente a ello, no pocos han elogiado el valor de Benedicto XVI al tomar esta decisión, mientras otros afirman que no pudo tomarla en el mejor momento, dado que deja a la institución católica en una situación de tranquilidad tras fuertes problemas que enfrentó en su interior y escándalos al exterior.

Sin embargo, desde diversas personas y organizaciones de fe, consideramos necesaria una valoración más profunda, transparente y crítica de este acontecimiento que tendrá implicaciones importantes para la vida de la iglesia y de la sociedad. Por ello ofrecemos un primer balance del pontificado del papa Joseph Ratzinger, un análisis de la situación actual de la iglesia y los retos que enfrenta, y la agenda de temas pendientes que consideramos no debe eludir el próximo papa, si quiere detener la involución eclesial que ha acaecido en el catolicismo las últimas décadas.

 

Balance del pontificado de Benedicto XVI

Cuando empiezan a surgir los primeros intentos de beatificación en vida del papa, característicos de toda transición papal, invitamos a no olvidar quién fue Benedicto XVI y cuál fue el saldo de su papado y de dos décadas al frente de la Congregación para la Doctrina de la Fe, que han dejado a la iglesia en deplorable situación frente al mundo moderno y al interior con tremendas luchas de poder.

¿Qué recordaremos de este papa?

· Que durante su función como prefecto de la congregación para la doctrina de la fe combatió acérrimamente las manifestaciones de la iglesia latinoamericana de liberación, la iglesia de los pobres, las comunidades eclesiales de base, el compromiso social y político de las y los cristianos, la pastoral indígena, el liderazgo de las mujeres; excomulgando y/o silenciando a un sin número de teólogos y teólogas en América Latina y el mundo, cerrando centros teológicos con vientos de renovación en muchos países de nuestro continente, atacando a los obispos que caminaron al lado de los pobres.

· Que todo ese tiempo y también durante su pontificado, tuvo conocimiento y encubrió múltiples y gravísimos casos de pederastia en la iglesia, permitiendo con ello la reproducción exponencial de este cáncer eclesiástico, en detrimento de la vida y dignidad de miles de niños y niñas abusados por sacerdotes. Aún cuando las pruebas eran irrefutables e inocultables, nunca actuó con la fuerza que ameritaba, no hizo justicia, no hubo una sola palabra de petición de perdón a las víctimas, no hubo reparación.

· Que dedicó su ministerio en El Vaticano a frenar todos los vientos de renovación eclesial propuestos por el Concilio Vaticano II en todos los ámbitos de la iglesia, cerrando las puertas de la iglesia frente al mundo, regresando a las viejas prácticas y ritos de la cristiandad, retrocediendo significativamente en el diálogo ecuménico e interreligioso y apartando en general la vida eclesial de las preocupaciones políticas, sociales, económicas y culturales de la época.

· Que siguiendo la estrategia de su predecesor, se ocupó de conformar episcopados nacionales conservadores, con obispos que, como en México, velan más por los intereses de las grandes personalidades políticas y económicas del país, que por el bien de su feligresía y del pueblo en general. En este sentido, se desentendió de la sangre de miles de mártires que ayer murieron por su fe a manos de gobiernos dictatoriales y hoy lo siguen haciendo a manos de un sistema económico neoliberal injusto y excluyente.

 

Los retos de la iglesia católica frente a la realidad actual.

La iglesia católica enfrenta hoy una profunda crisis de credibilidad ante la sociedad y una igual crisis de identidad frente a sí misma. Decrece aceleradamente en número de fieles y sus estructuras y propuestas pastorales son cada vez más rígidas y retrógradas. La responsabilidad de esto cae sobre los hombros de Benedicto XVI y será un enorme reto para su sucesor.

Desde los sectores creyentes, pero también desde quienes profesan otras religiones o no profesan ninguna, crecen importantes demandas que, de buena fe, esperamos que el próximo papa esté dispuesto a escuchar y llevar adelante, rompiendo siglos de silencio e indiferencia. Por ello las enunciamos a continuación, esperando también que de éstas se hagan eco muchas gentes en todo el orbe:

1.   Que la institución católica ponga fin a la política de encubrimiento de abuso sexual en su interior, reconozca su responsabiilidad públicamente frente a las víctimas, modifique los mecanismos internos que posibilitan estas prácticas criminales.

2.   Que la iglesia reconozca a mujeres y hombres como iguales en dignidad, y que fomente con acciones concretas la erradicación de la violencia y la discriminación de la que son objeto fuera y dentro de la institución eclesial.

3.   Que reconozca la autonomía de las iglesias para organizarse, elegir a sus pastores y adaptar su praxis a las circunstancias concretas en que viven; que haya más democracia en la iglesia en la toma de decisiones.

4.   Que se reforme el celibato obligatorio, haciéndolo opcional y se abra al interior de la iglesia un amplio debate sobre el sacerdocio de las mujeres, que permita avanzar en la superación de la discriminación que viven en la vida de las iglesias.

5.   Que deje de atacarse la libertad de pensamiento y de reflexión teológica en la iglesia.

6.   Que la iglesia asuma el compromiso de ser iglesia pobre y con los pobres, como intuyó el Concilio Vaticano II, despojándose del poder que no le permite acompañar a los pueblos en sus luchas de justicia y dignidad; que sea una iglesia cada vez más profética que denuncie las muchas injusticias que se viven en el mundo y deje de ser cómplice de ellas.

7.   Que se apliquen las directrices emanadas del Concilio Vaticano II hacia una conversión y renovación profunda de la iglesia, para lo cual se convoque a un nuevo concilio donde todas y todos, y no sólo los obispos, tengan representación.

 

Somos conscientes que los escenarios de la próxima elección papal no nos son favorables, y que probablemente se siga perpetrando el retroceso eclesiástico y eclesial con el nuevo pontífice; porque creemos que la solución la haremos todos y todas, pueblo y jerarquía. Por ello convocamos a las y los creyentes y a todas las personas de buena voluntad, a participar activamente en esta transición eclesial católica realizando foros de análisis y reflexión sobre el rumbo de la iglesia, llevando a cabo amplias consultas sobre estos y otros retos urgentes, y haciendo llegar estas voces hasta las altas jerarquías católicas, con la esperanza de que nuestros gozos y esperanzas, tristezas y angustias no encuentren un corazón de piedra, sino un corazón de carne en los obispos próximos a elegir al sucesor de Benedicto XVI.

 

OBSERVATORIO ECLESIAL

 

Contacto:

Gabriela Juárez

Secretaría Ejecutiva del OE

5530598485

observatorioeclesial@gmail.com