Una nuova alleanza tra scienza e religione?

Ogni epoca culturale stabilisce il suo dialogo con la natura. A tratti enfatizza il suo carattere imponderabile e, per questo, magico; a tratti capta la sua profonda simmetria e per questo la natura viene definita cosmos;  altre volte ancora il suo aspetto creativo, irriducibile alla logica lineare. Secondo Alessandro Coyré e Ilya Prigogine  (teorici della scienza) è il dialogo sperimentale che costituisce la pratica specifica della scienza moderna. Oggi al di là di essa,  sembra che sia  la pratica  olistica  quella che caratterizza l’approccio contemporaneo alla natura. Tutte le pronunce del mondo sono complementari e aiutano a decifrare quello che è più che un enigma della natura, vale a dire il suo vero  mistero.

Per la visione contemporanea, l’universo costituisce sempre una realtà  inconoscibile. Essa è continuamente sfidata a  conoscere in un processo che non ha fine. Per questa ragione è importante prendere sul serio le varie finestre che i distinti saperi a turno per la comprensione della natura. Da lì nasce il suo carattere olistico (totalizzanti e sintetico) ad ogni modo, la lettura del mondo appartiene al complesso culturale del tempo e si iscrive nel concerto delle rimanenti pratiche. Dal dialogare dell’essere umano con la natura nascono le varie cosmologie. Ogni cosmologia si orienta attraverso l’immagine del mondo risultante del più disparati saperi.

Curiosamente, ogni cosmologia suscita la questione di Dio e con ragione, dato che come diceva il grande fisico David Bohm (premio Nobel): “Le persone intuiscono una forma di intelligenza che ha organizzato, in passato, l’universo e l’hanno personalizzata chiamandola «Dio». La cosmologia antica vedeva il mondo nella metafora della piramide, che  si attagliava benissimo a Dio come apice di tutti gli esseri. Nella cosmologia moderna di  Newton e di Galileo Galilei, il mondo era visto come una macchina che funziona con le sue leggi deterministiche. Dio c’entra come l’architetto dell’universo che all’inizio ha messo in funzione la macchina. E non c’è più bisogno che l’accompagni. La cosmologia contemporanea considera il mondo come un gioco o una danza o una tela o una rete.

Già alcuni decenni or sono, si riconosce che l’universo costituisce un immenso insieme di forze in interazione una danza cosmica di particelle sempre interdipendenti, a formare campi di materia e di energia sempre più ordinati finché negli  esseri vivi vince la autoregolazione che sfugge alla seconda legge della termodinamica: l’entropia. La freccia del tempo, invece che portarci verso il disordine massimo e verso la morte termica, ci introduce a livelli sempre più alti di senso di creatività. E’  la visione di Ilya  Prigogine (premio Nobel) con le sue strutture dissipative.

Ciò che più affascina gli scienziati è la constatazione dell’armonia e della bellezza dell’universo. Tutto pare che sia stato montato affinché, dalle profondità abissali di un oceano di energia primordiale (il vuoto quantico), dovessero sorgere  il campo di Higgs, i bosoni, le particelle elementari, poi la materia ordinata, in seguito la materia complessa che è la vita e infine la materia in sintonia completa di vibrazioni che forma una suprema unità olistica: la coscienza (condensato Bose-Einstein di tipo Frohlich /Prigogine). Come dicono i formulatori del principio antropico (forte e debole, Brandon Carter, Hubert Reevese altri): se le cose non fossero avvenute come sono avvenute, noi non staremmo qui a parlare di loro. Cioè, perché noi potessimo star qui, è stato necessario che tutti i fattori cosmici in tutti i 13,7 miliardi di anni, si fossero articolati convergendo in modo tale che fossero possibili (ma non necessarie) la complessità, la vita e la coscienza. Caso contrario niente esisterebbe di quello che oggi esiste.

C’è una minuziosa  calibratura di misure senza le quali le stelle mai sarebbero nate e mai sarebbe esplosa la vita nell’universo. Per esempio nel caso che l’interazione nucleare forte (quella che mantiene la coesione dei nuclei atomici) fosse soltanto dell’1% più forte, mai si sarebbe formato l’idrogeno che combinato con l’ossigeno ci avrebbe dato  l’acqua imprescindibile per gli  esseri viventi.  In ogni cosa troviamo il tutto, poiché il caos è creativo, tutte le forze interagiscono, si articolano le particelle e avviene la stabilizzazione della materia,  nascono aperture  per nuove relazioni è  la vita che crea ordini sempre più sofisticati e autocoscienti.

La verifica di questo ordine dell’universo fa nascere negli scienziati come Einstein, Heisenberg, Bohm, Prigogine, Swimme e altri un sentimento di timore e venerazione. Essa ci spalanca porte su spazi infiniti per l’umana scoperta: che cosa esisteva prima dell’esistenza dell’ordine dei temporale dell’universo? Perché esiste l’essere e non il nulla? Cos’è quella realtà che si presenta come ordinatrice e sostentattrice di tutti i fenomeni? Essa ha un nome, dalla nostra reverenza e della nostra religiosità. Un filosofo come J. Guitton poteva dire: “Non oso nominarla, perché qualsiasi nome è imperfetto per designare l’essere senza somiglianza”. Un teologo osa dire di più: la chiama Dio: l’energia di tutte le energie. E doppo tace.

Traduzione: Romano Baraglia
romanobaraglia@gmail.com

Una nueva alianza entre ciencia y religión?

 

Cada época cultural establece su diálogo con la naturaleza. Un día hace hincapié en su carácter imponderable y por eso mágico, otro día capta su simetría profunda y por lo tanto la naturaleza como cosmos, y otras veces incluso su aspecto creativo, irreductible a la lógica lineal. Según Alexandre Koyré e Ilya Prigogine, el diálogo experimental constituye la práctica específica de la ciencia moderna. Hoy más allá de ella, parece ser la práctica holística la que caracteriza el enfoque contemporáneo de la naturaleza. Todas las representaciones del mundo son complementarias y ayudan a descifrar aquello que es más que el enigma de la naturaleza, es decir, su verdadero misterio.

Para la visión contemporánea, el universo es cada vez más una realidad incognoscible. Ella está continuamente desafiada a conocer un proceso que no tiene fin. Por esta razón, es importante tomar en serio las distintas ventanas que los distintos saberes abren a la comprensión de la naturaleza. De ahí su carácter holístico (totalizador y sintético).

De todas formas, la lectura del mundo pertenece al complejo cultural del tiempo y se inscribe en el concierto de las demás prácticas. Del diálogo del ser humano con la naturaleza surgen varias cosmologías.  Y cada cosmología se orienta por una imagen del mundo resultante de los más distintos saberes.

Curiosamente, cada cosmología plantea la cuestión de Dios. Y con razón, porque como decía el gran físico David Bohm (Premio Nobel): “La gente intuye una forma de inteligencia que organizó, en el pasado, el universo, y la personalizaron llamándola Dios”.

La cosmología antigua veía el mundo a través de la metáfora de la pirámide. Dios ahí encajaba perfectamente, como la cumbre de todos los seres. En la cosmología moderna de A. Newton y G. Galilei el mundo era visto como una máquina que funciona con sus leyes deterministas. Dios entra como el arquitecto del universo que pone a funcionar la máquina al principio y ya no tendrá que acompañarla. La cosmología contemporánea ve el mundo como un juego o un baile o un tejido o una red. Desde hace décadas, se reconoce que el universo es un inmenso juego de las fuerzas en interacción, una danza cósmica de partículas siempre interdependientes, formando campos de materia y de energía cada vez más ordenados hasta adquirir en los seres vivos autorregulación, que escapa a la segunda ley de la termodinámica: la entropía. La flecha del tiempo, en lugar de conducirnos al desorden máximo y a la muerte térmica, nos lleva hacia niveles cada vez más altos de sentido y de creatividad. Es la visión de Ilya Prigogine (premio Nobel) con sus estructuras disipativas.

Lo que más fascina a los científicos es la constatación de la armonía y la belleza del universo. Todo parece haber sido montado para que de la profundidad abismal de un océano de energía primordial (vacío cuántico), surgiera el campo de Higgs, los bosones, las partículas elementales, después la materia ordenada, luego la materia compleja que es la vida y por último la materia en completa sintonía de vibraciones, formando una suprema unidad holística: la conciencia (condensado Bose-Einstein de tipo Fröhlich/ Prigogine).

Como dicen los formuladores del principio antrópico (fuerte y débil, Brandon Carter, Hubert Reeves y otros): si las cosas no hubieran ocurrido como ocurrieron, no estaríamos aquí para hablar de ellas. Es decir, para que nosotros pudiéramos estar aquí, fue necesario que todos los factores cósmicos en todos los 13,7 mil millones años se hayan articulado y hayan convergido de tal manera que fuese posible (aunque no es necesario) la complejidad, la vida y la conciencia. De lo contrario nada de lo que existe hoy en día existiría.

Ha habido un minucioso ajuste de las constantes fundamentales sin el cual nunca habrían surgido las estrellas ni eclosionado la vida en el universo. Por ejemplo, si la fuerza nuclear fuerte (la que mantiene la cohesión de los núcleos atómicos) hubiera sido un 1% más fuerte, jamás se habría formado el  hidrógeno, que combinado con el oxígeno nos da el agua, imprescindible para los seres vivos.

En cada cosa  encontramos el todo, el caos siendo creativo, las fuerzas interactuando, las partículas articulándose,  la estabilización de la materia sucediendo, la apertura a nuevas relaciones dándose, y la vida creando órdenes cada vez más sofisticados y autoconscientes.

La verificación de este orden del universo hace surgir en los científicos como Einstein, Heisenberg, Bohm, Prigogine, Swimme y otros, el sentimiento de asombro y reverencia.  Nos abre a los espacios infinitos de la indagación humana: ¿Qué existía antes de la existencia temporal del universo? ¿Por qué existe el ser y no la nada? ¿Qué esa Realidad que se presenta como la creadora y sustentadora de todos los fenómenos?

Ella tiene un nombre, el de nuestro respeto y nuestra devoción. Un filósofo como Jean Guitton podía decir, “no me atrevo a nombrarla, pues cualquier nombre es imperfecto para designar al Ser sin semejanza”. Un teólogo se atreve más: la llama Dios: Energía de todas las energías.

 

Leonardo Boff y Mark Hathaway son autores de El Tao de la Liberación (diálogo entre ciencia moderna y teología), Vozes 2012.

Che Papa dobbiamo sperare, che son sia un Benedetto XVII?

 

Intervista a Leonardo Boff che può essere riprodotta.

Come ha ricevuto la rinuncia di Benedetto XVI?

R. Fin dal principio mi faceva tanta pena, perché, per quello che io conoscevo, specialmente a causa della sua timidezza, immaginavo lo sforzo che doveva fare per salutare il popolo, salutare le persone, baciare bambini. Avevo la certezza che un giorno lui avrebbe approfittato di qualche occasione sensata, come i limiti fisici della sua salute e il minore vigore mentale per rinunciare.
Anche se ha dimostrato di essere un Papa autoritario, non era attaccato alla poltrona. Io mi sono sentito alleggerito perché la Chiesa era senza leadership spirituale che risveglia speranza e coraggio. Abbiamo bisogno di un diverso profilo di Papa più pastore che  professore, non un uomo della istituzione-Chiesa, ma un rappresentante di Gesù che ha detto: “se qualcuno viene da me io non  lo mando via” (Gv. 6,37), che sia omosessuale,prostituta, transessuale.

2. Com’è la personalità dei Benedetto 16º, visto che lei ha vantato una certa amicizia con lui?

R. Ho conosciuto Benedetto 16º nei miei anni di studio in Germania tra il 1965-1970. Sono andato a sentire molte conferenze sue ma io non sono stato suo alunno. Lui ha letto la mia tese di dottorato: “ Il posto della Chiesa nel mondo secolarizzato” e gli è piaciuta  al punto che ha trovato un’editrice disposta a pubblicarla, un pesta lardo di più di 500 pagine. In seguito abbiamo lavorato insieme nella rivista internazionale “Concilium”. Gli editori si riunivano tutti gli anni la settimana di Pentecoste  in qualche posto in Europa. Io curavo le edizioni in portoghese. Tra il 1975-1180. Mentre gli altri facevano la siesta, io e lui si passeggiava e si conversava discutendo temi di teologia, oppure si parlava della fede in America Latina, o si commentava San Bonaventura e Sant’Agostino, materie in cui lui è specialista e io a tutt’oggi li consulto spessissimo.  Dopo, dal 1984, siamo entrati in un momento conflittuale. Lui come mio giudice al processo dell’ex Santo Uffizio, mosso contro il mio libro «Chiesa: carisma e potere» (Vozes, 1981). Lì dovetti sedermi sul seggiolino dove Galileo Galilei e Giordano Bruno tra gli altri si erano seduti.

Mi impose un periodo di “silenzio rispettoso”; dovetti lasciare la cattedra mi si proibì di pubblicare qualsiasi cosa.

Come persona è ‘finissimo’ timido e estremamente intelligente.

3. Lui come cardinale è stato il suo inquisitore dopo essere stato suo amico: come vedeva questa situazione?

R. Quando lui è stato nominato presidente della Congregazione per la dottrina della fede (ex Santo Offizio), io ne fui profondamente felice. Pensavo tra me e me: finalmente avremo un teologo alla guida di una istituzione che ha la fama più brutta che si possa immaginare. Quindici giorni dopo mi rispose, ringraziando e disse: vedo qui nella Congregazione varie pendenze a suo riguardo e dobbiamo risolverle subito.

Il fatto è che praticamente a ogni libro che pubblicavo venivano da Roma domande di chiarificazione alle quali io tardavo a rispondere. Nulla viene da Roma se prima non è stato inviato a Roma. Avevamo qui dei vescovi conservatori e persecutori di teologi della liberazione che inviavano le lamentele della loro ignoranza teologica a Roma col pretesto che la mia teologia poteva far male ai fedeli. A questo punto io mi resi conto: ormai gli lui è stato contaminato dal bacillo romano che fa sì che tutti quelli che lavorano lì in Vaticano rapidamente trovano mille  ragioni per essere moderati e persino conservatori. Così rimasi più che sorpreso, veramente deluso.

4. Lei come ha ricevuto la punizione del “silenzio rispettoso”?

R. Dopo l’interrogatorio e la lettura della mia difesa scritta che sta come appendice nella nuova edizione di «Chiesa: carisma e potere (Record), 2008» sono 15 cardinali che opinano e decidono. Ratzinger è soltanto uno di loro. Dopo sottomettono la decisione al Papa. Credo che fu un voto a favore perché conosceva altri libri miei di teologia, tradotti in tedesco e mi aveva detto che gli erano piaciuti, finché, una volta, davanti al Papa in una udienza a Roma fece un riferimento e li elogiò.

Io ricevetti il “silenzio rispettoso” come un cristiano legato alla Chiesa farebbe: con tutta calma lo accolsi. Ricordo che disse: “È meglio camminare con la Chiesa che  con la mia  teologia, ma da solo”. Per me fu relativamente facile accettare l’imposizione perché la presidenza della CNBB mi aveva sempre appoggiato e due cardinali, Dom Aloysio Lorscheider e Dom Paolo Evaristo Arns mi accompagnarono a Roma e parteciparono, in un scondo tempo, al dialogo con il cardinale Ratzinger e con me. Eravamo tre contro uno. Qualche volta mettemmo cardinale Ratzinger a disagio perché i cardinali brasiliani lo rassicuravano che le critiche contro la teologia della liberazione che lui aveva fatto in un documento uscito recentemente erano l’eco dei detrattori non un’analisi obiettiva. E chiesero un nuovo documento positivo; raccolse l’idea è realmente lo fece due anni dopo. E persino chiesero a me e al mio fratello teologo  Clodovis, che stava a Roma, che scrivessimo uno schema e lo consegnassimo alla Sacra Congregazione. In un giorno e una notte lo scrivemmo e lo consegnammo.

5. Lei ha lasciato la Chiesa nel 1992. Ha conservato qualche dispiacere di tutto questo affaire in Vaticano?

R. Io non ho mai lasciato la Chiesa. Ho lasciato una funzione dentro ad essa, quella di prete. Ho continuato come teologo e professore di teologia in varie cattedre qui e fuori del paese. Coloro che comprendono la logica di un sistema autoritario e chiuso, che poco si apre al mondo, e non coltiva il dialogo e lo scambio (i sistemi viventi vivono nella misura in cui si aprono e scambiano) sanno che se  qualcuno, come me, non si allinea totalmente a tale sistema, sarà vigilato, controllato e eventualmente punito. Somiglia al regime di Sicurezza Nazionale che abbiamo conosciuto in America latina sotto i regimi militari, in Brasile, in Argentina, in Cile e in Uruguay. Dentro questa logica l’allora presidente della Congregazione della Dottrina della Fede (ex-Santo Uffizio, ex-Inquisizione), il cardinale J.Ratzinger condannò, obbligò al silenzio, privò della cattedra o trasferì più di 100 teologi. In Brasile siamo stati due: la teologa Ivone Gebara e io. Per intendere la suddetta logica, e lamentela, so che quelli sono condannati a fare quello che fanno con la maggiore volontà. Ma come diceva Biagio Pascal: “Mai il male viene fatto così bene come quando si fa con buona volontà”. Solamente che questa buona-volontà non è buona, perché crea vittime. Io non conservo nessuna amarezza e nessun risentimento, anzi ho provato compassione e misericordia per quelli che si muovono dentro questa logica, che a mio modo di vedere dista anni luce  dalla pratica di Gesù. Tra l’altro son cose del secolo passato, già passato. E cerco di evitare di tornare indietro a quel tempo.

6. Lei come valuta il pontificato di Benedetto 16º? Ha saputo governare le crisi interne ed esterne della Chiesa?

R. Benedetto 16º è stato un eminente teologo ma un Papa frustrato. Non aveva il carisma per dirigere, e animare la comunità, come invece l’aveva Giovanni Paolo II. Purtroppo sarà marchiato, informa  riduttiva, come il Papa dove proliferavano i pedofili, quando gli omosessuali non erano riconosciuti e le donne erano umiliate come negli Stati Uniti, con la negazione di cittadinanza a una teologia fatta partire dal genere. E anche e in generale nella storia come il Papa che ha censurato pesantemente la Teologia della Liberazione, interpretata alla luce dei suoi detrattori, e non alla luce delle pratiche pastorali  liberatrici di vescovi, preti, teologi, religiosi, religiose e laici che avevano fatto una seria opzione per i poveri contro la povertà e a favore della vita e della libertà per questo motivo giusto e nobile furono incompresi dai loro fratelli nella fede, e molti di loro furono presi, torturati e uccisi dagli organi di sicurezza dello Stato militare. Tra loro c’erano vescovi come Dom Angelelli, in Argentina e Dom Oscar Romero a El Salvador. Dom Helder fu il martire che non ammazzarono. Ma la Chiesa è maggiore che non i suoi papi ed essa continuerà, tra ombre e luci, a prestare un servizio all’umanità, nel senso di mantenere viva la memoria di Gesù, di offrire una fonte possibile di senso della vita, che va al di là di questa vita.

Oggi sappiamo da Vatileaks che dentro alla curia romana si ingaggia una feroce disputa per il potere, specialmente tra l’attuale segretario di Stato Bertone e l’emerito ex-segretario Sodano. Tutti e due hanno i loro alleati. Bertone, approfittando dei limiti del Papa, ha praticamente messo in piedi un governo parallelo. Gli scandali dei documenti segreti trafugati dalla scrivania del Papa e della Banca vaticana, usata dai miliardari italiani, alcuni mafiosi, per lavare denaro sporco e mandarlo all’estero, hanno scosso molto il Papa. Lui è andato a poco a poco isolandosi sempre di più. La sua rinuncia è dovuta ai limiti dell’età e agli acciacchi ma aggravata da queste crisi interne che lo hanno indebolito e che lui non ha saputo o potuto stroncare a tempo.

7. Il papa Giovanni XXIII disse che la Chiesa non può diventare un museo, ma deve essere una casa con porte e finestre aperte. Lei pensa che Benedetto 16º non ha tentato ancora una volta di trasformare la Chiesa in qualcosa come un museo?

R. Benedetto XVI è un nostalgico della sintesi medievale. Lui ha reintrodotto il latino nella messa, ha scelto  paramenti e guardaroba su modelli rinascimentali  e di altri periodi del passato, ha mantenuto abiti e cerimonie di palazzo; a quelli a cui dava la comunione, offriva innanzitutto l’anello papale da baciare e dopo dava l’Ostia cosa che non si faceva più da tempo. La sua visione era di tipo restaurativo e nostalgico di una sintesi tra cultura e fede come esiste molto visibile nella sua terra natale, la Baviera, cosa che esplicitamente commentava. Quando nell’università dove lui ha studiato, e io pure, a Monaco, vide un manifesto che annunciava me come professore visitatore per fare lezioni sulle nuove frontiere della teologia della liberazione chiese al rettore che rimandasse sine die l’invito già accettato. I suoi idoli teologici sono Sant’Agostino e San Bonaventura che mantennero sempre una sfiducia su tutto quello che veniva dal mondo, contaminato dal peccato e  bisognoso di essere riscattato dalla Chiesa. È una delle ragioni che spiegano la sua opposizione alla modernità che la vede sotto l’ottica del secolarismo e del relativismo e fuori dal campo dell’influenza del cristianesimo che ha aiutato a formare l’Europa.

8. La Chiesa cambierà, secondo lei, la dottrina sull’uso del preservativo e in generale la morale sessuale?

R. La Chiesa dovrà mantenere le sue convinzioni, alcune che  stima irrinunciabili come la questione dell’aborto e della non manipolazione della vita. Ma dovrebbe rinunciare allo status di esclusività come se fosse l’unica portatrice di verità. E egli deve intendersi dentro lo spazio democratico, nel quale la sua voce si fa sentire insieme ad altre voci. E le rispetta e perfino si dispone a imparare da loro. E quando viene sconfitta nei suoi punti di vista, dovrebbe offrire loro la sua esperienza e tradizione per migliorare fin dove possibile e rendere più leggero il peso dell’esistenza. In fondo essa , la su voce, ha bisogno di essere più umana, umile e avere più fede, nel senso di non avere paura. Quello che si oppone alla fede non è l’ateismo, ma la paura. La paura paralizza e isola le persone dalle altre persone. La Chiesa ha bisogno di camminare insieme all’umanità perché l’umanità è il vero popolo di Dio. Essa lo mostra più coscientemente ma non se ne appropria con esclusività.

9. Che cosa dovrebbe fare un futuro papa per evitare l’emigrazione di tanti fedeli verso altre chiese, specialmente verso le pentecostali?

R. Benedetto XVI ha frenato il rinnovamento della Chiesa incentivato dal concilio Vaticano secondo. Lui non accetta che nella Chiesa ci siano rotture. Così ha preferito una visione lineare, rinforzando la tradizione. Ma avviene che la tradizione a partire dal secolo 18º e 19ºsi oppose a tutte le conquiste moderne, della democrazia, della libertà religiosa e di altri diritti. Lui ha tentato di ridurre la Chiesa ha una fortezza contro queste modernità. E vedeva nel Vaticano secondo il cavallo di Troia attraverso il quale poteva sarebbero potuti entrare. Lui non ha rinnegato il Vaticano II  ma lo ha interpretato alla luce del Vaticano I completamente centrato sulla figura del Papa con un potere monarchico, assolutista e infallibile. Così si è prodotto una grande centralizzazione di tutto a Roma sotto la direzione del Papa che poveraccio, deve dirigere una popolazione cattolica della grandezza della Cina. Tale opzione ha portato grande conflitto nella Chiesa e perfino tra interi episcopati come quello tedesco e francese e ha contaminato l’atmosfera interna della Chiesa con sospetti, creazioni di gruppi, emigrazione di molti cattolici dalla comunità e con accuse di relativismo e di magistero parallelo. In altre parole nella Chiesa non si viveva più la fraternità franca e aperta, un focolare spirituale comune a tutti.

Il profilo del prossimo Papa, nel mio a mio modo di vedere, non dovrebbe essere di un uomo di potere o dell’istituzione. Dove c’è potere non esiste amore e sparisce la misericordia. Dovrebbe essere un pastore, vicino ai fedeli e a tutti gli esseri umani, poco importa la sua situazione morale e etnica e politica. Dovrebbe prendere come motto la frase di Gesù che ho già citato prima: «se qualcuno viene da me, io non lo manderò via», perché accoglieva tutti, da una prostituta come Maddalena fino al teologo come Nicodemo. Dovrebbe essere un uomo dell’Occidente che ormai è visto come un accidente nella storia. Ma un uomo del vasto mondo globalizzato che sente la passione dei sofferenti e il grido della terra devastata dalla voracità consumista. Non dovrebbe essere un uomo di certezze ma uno che stimolasse tutti a cercare i migliori sentieri.

Logicamente si rientrerebbe con il Vangelo ma senza spirito di far proseliti, con la coscienza che lo spirito arriva sempre prima del missionario e il verbo illumina tutti coloro che vengono a questo mondo, come dice l’evangelista San Giovanni. Dovrebbe  essere un uomo profondamente spirituale e aperto a tutti i sentieri religiosi per mantenere viva tutti insieme la fiamma sacra che esiste in ogni persona: la misteriosa presenza di Dio. E infine un uomo di profonda bontà, sullo stile di papa Giovanni 23º, con tenerezza verso gli umili e con fermezza profetica per denunciare chi promuove l’accertamento e fa della violenza e della guerra strumenti di dominazione degli altri e del mondo.

Che negli accordi stipulate dai cardinali in conclave e nelle tensioni  delle tendenze prevalga un nome con un simile profilo. Come agisca lo spirito Santo lì dentro è un mistero. Lui non ha nessuna voce e nessun’altra testa che quella  dei cardinali. Che lo Spirito non venga loro a mancare.

Traduzione: Romano Baraglia

O resgate da categoria “espírito”

Na cultura atual a palavra “espírito” é desmoralizada em duas frentes: na cultura letrada e na cultura popular.

Na cultura letrada dominante, “espírito” é o que se opõe à matéria. Materia sabemos mais ou menos o que é, pois pode ser medida, pesada, manipulada e transformada, enquanto “espírito” cai no campo do intangível, indefinido,  e até  nebuloso. A matéria é a palavra-fonte de valores axiais da experiência humana dos útimos séculos. A ciência moderna se construiu sobre a investigação e a dominação da matéria. Penetrou até as suas últimas dimensões, às partículas elementares, até o campo Higgs no qual se teria dado a primeira condensação da energia originária em matéria: os tão buscados bósons e hádrions e a chamda “partícula de Deus”. Einstein comprovou que matéria e energia são equipolentes. Matéria não existe. É energia altamente condensada e um campo riquíssimo de interações.

Os valores espirituais, na acepção moderna convencional, situam-se na super-estrutura e não cabem nos esquemas científicos. Seu lugar é o mundo da subjetividade, entregues ao arbítrio de cada um ou a grupos religiosos. Exprimindo-o de uma maneira um tanto grotesca, mas nem tanto, podemos dizer com José Comblin, grande especialista no tema:“quando se fala em ‘valores espirituais’, todo mundo imagina que está falando um burguês numa reunião do Rotary ou dos Lions Club depois de uma abundante ceia regada a bons vinhos e servida com comidas finas; para o povo em geral ‘valores espirituais’ equivale a ‘palavras belas mas ocas”. Ou então pertence ao repertório do discurso eclesiástico moralizante, espiritualizante e em relação hostil com o mundo moderno.

Em razão disso, a expresão “valores espirituais” surge com mais frequência na boca de padres e de bispos de viés conservador. Deles se ouve amiúde que a crise do mundo contemporâneo reside fundamentalmente no abandono do mundo espiritual:  a não frequência da missa ou de qualquer referência explícita à Igreja hierárquica.

Mas com os escândalos havidos nos últimos tempos com os padres pedófilos e com os escândalos financeiros ligados ao Banco do Vaticano, o discurso oficial dos “valores espirituais” se desmorlizou. Não perdeu valor, mas a instância oficial que os anuncia conta com muito pouca audiência.

Na cultura popular, a palavra “espírito” possui grande vigência. Ela traduz certa concepção mágica do mundo à revelia da racionalidade aprendida na escola. Para grande parte do povo, especialmente os influenciados pela cultura afrobrasileira e indígena, o mundo é habitado por bons e maus espíritos que  afetam as distintas situações da vida como a saúde e as doenças, a vida afetiva. os sucessos e os fracassos, a boa ou a má sorte. O espiritismo, codificou esta visão de mundo pela vida da reencarnação. Possui mais adeptos do que se suspeita.

No entanto, os últimos decênios nos demos conta de que o excesso de racionalidade em todas as esferas e o consumismo exacerbado geraram saturação existencial e também muita decepção. A felicidade não se encontra na materialidade das coisas mas em dimensões ligadas ao coração, ao afeto, às relações de amor,  de solidariedade e de compaixão.

Por toda as partes, buscam-se experiências espirituais novas, quer dizer, sentidos de vida que vão além dos interesses imediatos e da luta cotidiana pela vida. Eles abrem uma perspectiva de iluminação e de esperança no meio do mercado de idéias e de propostas convencionais, veiculadas pelos meios de comunicação e também pelas assim chamadas “instituições do sentido” que são as religiões, as igrejas e as filosofias de vida. Elas ganharam força através dos programas de TV e dos grande shows religiosos que obedecem à lógica da espetacularização massiva e que, por isso mesmo, se afastam do caráter reverente e sagrado de toda religiosidade. Numa sociedade de mercado, a religião e a  espiritualidade se transformaram também em mercadorias à disposição do consumo geral. E rendem muito dinheiro.

Não obstante a referida mercantilização do religioso, o mundo espiritual começou a ganhar fascínio embora, na maioria das vezes, na forma de exoterismo e de literatura de auto-ajuda. Mesmo assim ele abriu uma brecha na profanidade do mundo e no caráter cinzento da sociedade de massa. Nos meios cristãos emergiram as Igrejas pentecostais, os movimentos carismáticos  e a centralidade da figura do Espírito Santo.

Estes fenômenos supõem um resgate da categoria “espírito” num sentido positivo e até anti-sistêmico. O “espírito” constitui uma referência consistente e não mais colocada sob suspeita pela crítica da modernidade que somente aceitava o que passava pelo crivo da razão. Ocorre que a razão não é tudo nem  explica tudo. Há o irracional e aracional. No ser humano há o universo da paixão, do afeto e do sentimento que se expressa pela inteligência cordial e emocional. O espírito não se recusa à razão, antes, precisa dela. Mas vai além, englobando-a num patamar mais alto que tem a ver com a inteligência, a contemplação e o sentido superior da vida e da história. Em termos da nova cosmologia ele seria tão ancentral quanto o universo, este tambem portador de espírito. A era do espírito?

A sair pela Vozes, do autor: Fogo do céu: o Espirito Santo no universo, na humanidade, nas Igrejas e religiões 2013.