Il caos della pandemia nasconde un nuovo ordine sulla Terra.Un testo di Leonardo Boff

Leonardo Boff (LaPresse)

Pubblichiamo, per gentile concessione, questo testo profondo, alla luce degli avvenimenti che stanno accadendo, del teologo brasiliano Leonardo BOFF. “La nostra missione è garantire la vita, la Madre Terra e noi stessi. Creare la Casa Comune dentro la quale tutti possano vivere in giustizia, pace e allegria. Questo modello dovrà uscire dalle viscere del caos attuale e fondare un nuovo inizio per l’umanità”. Un appello esigente quello di Boff. A questo riguardo ricordiamo che di Leonardo BOFF è stato appena pubblicato , dall’Editore Castelvecchi di Roma, il suo libro “Abitare la Terra. Quale via per la fraternità universale?”. Il saggio è una intensa riflessione, alla luce della Enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco e dell’ ecologia integrale ,su una possibile via per realizzare la fraternità universale. Il libro ha ricevuto, nel giro di pochi giorni, diverse recensioni molto qualificate di importanti testate italiane.

Raramente nella lunga storia della vita, si è verificata una situazione di caos planetario come nei giorni attuali. Eravamo abituati a un sistema regolare e ordinato, nonostante negli ultimi decenni avessimo sperimentato irregolarità con una frequenza crescente, come tsunami, tifoni, terremoti ed eventi estremi di caldo torrido e freddo polare. Tali fenomeni hanno portato gli scienziati a pensare e tentare di comprendere come all’interno dell’ordine dato potevano verificarsi situazioni caotiche.

Da qui nacque una scienza, quella del caos, tanto importante come le altre, al punto che alcuni arrivarono a dire che il secolo XX sarà ricordato per la teoria della relatività di Einstein, per la meccanica quantistica di Heisenberg/Bohr e per la teoria del caos di Lorenz/Prigogine.

L’essenza della teoria del caos risiede nel fatto che un cambiamento molto piccolo nelle condizioni iniziali di una situazione porta a effetti imprevedibili. È il famoso esempio dell’«effetto farfalla». Piccoli cambiamenti iniziali, casuali, come il battere di ali di una farfalla in Brasile, possono provocare cambiamenti atmosferici fino a culminare in una tempesta a New York. Il presupposto teorico è che tutte le cose sono interconnesse e vanno assumendo nuovi elementi, creando complessità nel corso della propria esistenza (in questo caso: calore, umidità, venti, energie terrestri e cosmiche) in un modo che la situazione finale è totalmente diversa da quella iniziale.

Il caos sta da tutte le parti, nell’universo, nella società e in ciascuna persona. Significa che l’ordine delle cose non è lineare e statico. È dinamico e sempre alla ricerca di un equilibrio che lo fa andare avanti.

L’universo si è originato da un immenso caos iniziale (big bang). L’evoluzione è stata ed è la modalità per mettere ordine in questo caos millenario. Ma qui nasce una novità: il caos non è solo caotico, contiene dentro di se – in gestazione – un nuovo ordine. Logicamente possiede il suo momento distruttivo, caotico, senza il quale il nuovo ordine non potrebbe irrompere. Il caos è generativo di questo nuovo ordine.

Chi analizzò nel dettaglio questo fenomeno fu il grande scienziato russo/belga Ilya Prigogine (1917-2003), premio Nobel per la Chimica nel 1977. Studiò particolarmente le condizioni che permettono l’emergenza della vita. Secondo questo grande scienziato, sempre che esista un sistema aperto (pertanto, in permanente dialogo e scambio con l’esterno) e sempre che ci sia una situazione di caos (pertanto, fuori dall’ordine e lontano dall’equilibrio) in cui prevale una non linearità, è la connettività tra le parti che genera un nuovo ordine, che sarebbe la vita.  (cf. Order out of Chaos,1984).

Questo processo conosce biforcazioni e fluttuazioni. L’ordine, pertanto, mai è dato a priori. Dipende da vari fattori che lo portano in una direzione o in altra, da ciò un’immensa biodiversità.

Abbiamo fatto tutta questa riflessione sommaria per aiutarci a capire meglio l’attuale caos pandemico. Innegabilmente viviamo in una situazione di completo caos, un caos distruttivo di milioni di vite umane. Nessuno può dire quando termina né in che direzione andiamo. Il virus si manifesta con molteplici varianti, avendo successo sulle nostre cellule. È innegabilmente caotico e sta terrorizzando l’intera umanità. Ci pone questioni fondamentali: cosa abbiamo fatto con la natura per essere castigati con un virus cosi letale? Dove abbiamo sbagliato? Che cambiamenti dobbiamo intraprendere in relazione con la natura per impedire che ci invii una gamma di altri virus?

Sappiamo che nascosto al suo interno esiste un ordine migliore e più alto. La cosa peggiore che potrebbe accaderci sarebbe la continuità o il ritorno al passato che ha creato il caos. Dobbiamo usare la nostra fantasia creatrice e, soprattutto, forgiare – dall’esperienza storica – un ordine più amico della vita, affettuoso, fraterno e giusto. Sarebbe il caos generativo.

Dobbiamo capire il contesto da cui è venuto il coronavirus. È un’espressione dell’antropocene, cioè della sistematica aggressione, da parte dell’essere umano, della natura, di Gaia, della Madre Terra. È la conseguenza di aver trattato il pianeta come una riserva inerte di risorse a nostra disposizione e non come una realtà viva che merita attenzione e rispetto.

A partire dalla rivoluzione industriale l’abbiamo sfruttata al punto che non riesce più ad auto-rigenerarsi e offrirci tutti i beni e servizi vitali. Dobbiamo inaugurare una relazione di sinergia e sostenibilità per e con la natura, sentendoci parte di Lei, responsabili per la sua continuità e non i suoi padroni e signori. Se non operiamo questa conversione ecologica potremmo conoscere catastrofi inimmaginabili.

Nel caso brasiliano, la prima cosa che dobbiamo fare è preservare l’immensa ricchezza ecologica ereditata dalla natura, in termini di foresta pluviale, abbondanza di acqua, di suoli fertili e di vastissima biodiversità.

Di seguito dobbiamo superare la marginalizzazione, l’odio vigliacco che rivolgiamo ai poveri. Il disprezzo e le umiliazioni commesse crudelmente contro le persone schiavizzate si sono trasferite nei confronti dei poveri. Tale disumanità ha lasciato cicatrici profonde nella popolazione.

Infine dobbiamo liquidare l’eredità perversa del “latifondismo in epoca coloniale” trasferito nella rendita e nel potere di pochi miliardari che controllano gran parte della finanza. Fanno fortune con la pandemia, senza alcuna empatia con i familiari che hanno perso i loro cari (in Brasile i morti per Covid superano il mezzo milione). Loro sono i sostenitori dell’attuale Governo necrofilo, il cui presidente è alleato del virus. Costituiscono il maggiore ostacolo per il superamento del caos installato a Brasilia.

Abbiamo bisogno di costruire un fronte ampio di forze progressiste e nemiche della neo-colonizzazione del paese per portare alla luce un nuovo ordine, sommerso nel caos attuale ma che vuole nascere. Dobbiamo fare questo parto anche se doloroso. In caso contrario continueremo a essere ostaggi e vittime di coloro che sempre hanno pensato “corporativamente” solo per sé, voltando le spalle al popolo e devastando la natura con il loro agro-business. Finendo per rafforzare l’impatto tra noi del coronavirus.

Dobbiamo ispirarci nell’universo, nato dal caos primordiale, ma che evolvendo ha creato nuovi ordini sempre più complessi, fino a generare la specie umana. La nostra missione è garantire la vita, la Madre Terra e noi stessi. Creare la Casa Comune dentro la quale tutti possano vivere in giustizia, pace e allegria. Questo modello dovrà uscire dalle viscere del caos attuale e fondare un nuovo inizio per l’umanità.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti

Fonte;Rai News-Confini– Pierluigi Miele

l sogno di Leonardo e Francesco: “Abitare la terra”

Este pequeno texto publicado na Italia está sendo recebido com muitos comentarios, pois, se trata do Grande Sonho do Papa Francisco de uma fraternidade universal e de um amor social.Aparecerá em breve também em portugues e em espanhol. LBoff

Francesco Lauria

6 Agosto 2021

La visione del mondo come fraternità universale è al centro del piccolo libro, curato e introdotto da Pier Luigi Mele, che raccoglie tre scritti di Leonardo Boff. Ne emerge la profonda affinità tra il teologo brasiliano, già frate francescano, e papa Bergoglio che all’esempio di Francesco d’Assisi ha deciso di dedicare il suo pontificato, a cominciare dal nome prescelto per guidare in questi anni la chiesa. Fraternità universale che è cammino di liberazione

 Pierluigi Mele, apprezzato giornalista di Rai News 24, ha recentemente curato un utile libretto che raccoglie tre preziosi interventi del teologo brasiliano Leonardo Boff, noto come uno dei padri della teologia della liberazione, ma anche uno degli autori più apprezzati da Papa Francesco.

Il volume, edito da Castelvecchi, si intitola: Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale?

Il testo si apre, dopo l’affettuosa dedica dell’ex frate francescano al curatore, con un’introduzione di Pier Luigi Mele che mette subito in relazione le due figure di Boff e di papa Bergoglio, definiti “due fratelli universali”.

Mele parte da un evento che rimarrà per sempre nella storia e nella memoria collettiva: papa Francesco che, il 27 marzo 2020, sotto una pioggia scrosciante, prega da solo in una Piazza San Pietro deserta, durante l’esplodere della prima ondata della pandemia Covid-19. Una solitudine potentissima, ponte verso una moltitudine smarrita e impaurita e, allo stesso tempo, come scrive il giornalista di RaiNews, “assetata di vicinanza e di fiducia”. Il Papa che – ha scritto un vaticanista – “conosce l’odore della vita” non si limita a un “grido di preghiera”, ma, in un momento difficilissimo della storia del mondo globalizzato, invita l’umanità a una profonda “conversione”, a un cambiamento radicale di mentalità.

Il libro, anche nei testi di Boff (tradotti dal sindacalista-pacifista Gianni Alioti), non rinuncia a un dialogo serrato tra paura e speranza, quest’ultima intesa come fattore energetico, mobilitante; come entusiasmo fattivo, scriverebbe il filosofo tedesco Ernst Bloch, nell’attesa fervente dell’adempimento.

Il legame tra Francesco e Leonardo Boff, afferma Pierluigi Mele, sta proprio nel loro collocarsi nella corrente del dinamismo della storia umana, nella “corrente calda” della profezia che pone il pensiero vissuto come ideale storico concreto, inevitabilmente connesso ad una lotta di liberazione.

Ma di quale liberazione stiamo parlando?

L’orizzonte di papa Francesco e di Leonardo Boff è quello di una scelta tra una cosmologia della dominazione, della conquista, del potere, e una cosmologia della cura e della relazione. Sta qui il passaggio fondamentale tra l’enciclica Laudato si’ e l’enciclica Fratelli tutti, firmata ad Assisi e trasmessa all’umanità proprio nel tempo della pandemia.

La visione del mondo come fraternità universale, l’ecologia integrale di cui si nutre è non solo il sogno di Francesco di Buenos Aires e di Leonardo di Concordia, è un cammino sulla scia di Francesco d’Assisi. Neoliberismo e capitalismo sono, infatti, il contrario della cosmologia della cura, così come l’emergenza Coronavirus appare come un contrattacco e un avvertimento della Terra di fronte allo sfruttamento vorace delle risorse finite del Pianeta.

Il messaggio del libro non si ferma, però, alla denuncia dello stato delle cose. L’opportunità che si apre oggi – ci dicono Papa Francesco e Boff – non può essere sprecata perché, come ha scritto il sociologo polacco Zygmunt Bauman, è finito il “secolo degli spettatori”.

Si tratta quindi di agire e di fare presto, senza farsi ingannare dal maquillage, dal grande trucco del Green Wash di un capitalismo truccato, fintamente “verde”.

Se la globalizzazione, come scrive Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, “ci ha resi più vicini, ma non più fratelli”, la risposta, la speranza, si sviluppa attraverso il ruolo liberatorio e coscientizzante della fraternità nella sua realizzazione pubblica. Una fraternità evangelica, capace di diventare, scrive ancora Mele nell’introduzione, “amore politico” e per la quale anche  il dialogo interreligioso può fare molto.

Senza costruire alibi per gli Stati e i potenti della Terra, l’attenzione di Boff e di papa Francesco non può non rivolgersi soprattutto alle comunità locali (ecclesiali e non), ad un protagonismo dal basso che è condizione necessaria proprio per andare oltre “il secolo degli spettatori”. Un protagonismo che si nutre, certamente, di una profonda, inclusiva spiritualità e di esempi che ci parlano attraverso il linguaggio della profezia, ma anche dell’impegno concreto.

È così che Francesco e Leonardo, sulla scia del santo universale di Assisi, incontrano nelle pagine curate da Mele, tra gli altri, Charles de Foucauld, il grande islamista francese Luis Massignon, il “sindaco santo” Giorgio La Pira, la dimensione planetaria di padre Ernesto Balducci, un testo fondamentale anche se in parte ingiustamente dimenticato come la “Carta della Terra” (anno 2000), il naturalista francese Theodore Monod, il poeta brasiliano Vinicius De Morales, Gandhi, lo psicologo Carl Gustav Jung, Marthin Luther King, Desmond Tutu, l’imam Al Azhar Al Tayyeb, e, infine, uno dei più grandi conoscitori di Francesco d’Assisi: Eloi Le Clerc, sopravvissuto all’inferno dei campi di sterminio nazisti di Buchenwald e Dachau.

In mezzo all’agonia il testo ci ricorda, citando il Cantico delle Creature, ma anche la tentazione di San Francesco tra carisma e potere, che una presenza diversa nel mondo, una fraternità umana sono possibili.

“Abitare la terra” è, lo scopriranno meglio i lettori, un libro sui sogni. Sogni che non rappresentano esercizi ascetici o “notturni”, ma che vengono immaginati e perseguiti nella consapevolezza di essere accanto e non sopra a tutti gli esseri della natura, formando, insieme, come ci ha ribadito anche la pandemia, una comunità di destino.

Un sogno-scommessa, insomma, quello di papa Francesco e Leonardo Bof,f che solo se verrà percorso sino in fondo, e insieme, potrà salvarci da una minaccia terribile.

Un sogno che ci rinfranca, proprio come il salmo che Boff pone alla fine del volume e che dovremmo recitare insieme, forse ogni giorno: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”.

 Francesco Lauria

Roma, 2021 (a cura di Pierluigi Mele)

Fonte: Costituzione Concilio Cittadinanza

Qual é a verdadeira Maria Madalena dos evangelhos?

                                    Prof.dr.Fernando  Altemeyer Jr.

O professsor Fernando Altemeyer Jr é um teólogo da PUC-SP que se especializou particularmente em recolher os dados mais seguros das várias igrejas, não só romano-católica, dos síndos e concilios do passado e do presente. É um exímio pesquisador. Neste artigo tira a limpo a complexa figura de Maria Madalena. É a pecadora que ungiu os pés de Jesus com um perfume precioso? É aquela que por primeiro viu o Jesus ressuscitado? É uma do grupo de mulheres que o seguiam fascinadas por sua mensagem? Quem é ela, finalmente? Altemeyer nos ajuda a tirar a limpo esta questão. LBoff

Desde tempos antigos foi feito um amálgama das três mulheres discípulas de Jesus em torno do único nome Madalena. Isso a faz viver a polaridade entre santa e pecadora como um pêndulo que ora valoriza um lado, ora outro. Quiçá sem revelar o grande amor que ela carregava em seu coração.  

A primeira expressão quer identificar Madalena com a pecadora anônima que ao final da ceia na casa do fariseu Simão, inunda de perfume os pés de Jesus, secando-os com os próprios cabelos, como lemos no relato de São Lucas 7,36-50.

A segunda mulher foi Maria de Betânia, irmã de Marta e de Lázaro, íntima de Jesus, recebendo-o em sua casa e pedindo que Jesus o fizesse retornar à vida.

A terceira mulher é propriamente Maria de Magdala, terapeuticamente curada por Jesus de muitos demônios que a habitavam, como lemos também no Evangelho de Lucas 8,2. Ela está presente na Crucifixão de Jesus e quando ele é colocado na tumba, e é ela que participa da primeira aparição do Cristo Ressuscitado no Jardim e ouve a palavra do Vivente: não me detenhas!

Ao final da idade Média e início da Idade Moderna, os teólogos discutiram se havia três mulheres distintas ou uma única mulher nos relatos dos Evangelhos ao redor da mulher de Magdala. Para os pobres, Maria Madalena sempre permanecerá pelos séculos como santa extremamente popular e próxima da vida dura das mulheres. Com o passar dos séculos, é acrescida uma quarta nova faceta: Maria, a egípcia.

Diz a legenda dos santos que após a Ascensão de Cristo aos céus, Maria Madalena, com Marta e Lázaro se dirigem para a região da Provence, na França, onde os três irmãos converteram inúmeras comunidades. Ela então se retira do mundo para fazer penitência em uma gruta em Sainte-Baume, onde permaneceu por trinta anos. Teria morrido em Aix-em-Provence, e recebido a derradeira comunhão eucarística diretamente dos anjos. Mais tarde, suas relíquias foram transferidas para a Bourgogne. Embora não existem provas documentais ou históricas de todo o seu percurso vital, é significativo que uma narrativa dos monges de Vezelay foi difundida a partir do século onze, para justificar uma vigorosa peregrinação às relíquias existentes em seu mosteiro.

O culto de Maria Madalena não ficou restrito a Provence e Bourgogne, mas se expandiu para toda a Europa. A Contrareforma contribuiu ainda mais para tal difusão, ao personificar em Maria Madalena o protótipo de quem busca o sacramento da penitência, reforçando a imagem de uma pecadora arrependida e santificada pelo amor de Jesus.

Torna-se assim a protetora e padroeira das prostitutas. Também protetora dos perfumistas e dos cabelereiros. Também patrona dos jardineiros, vinculando a aparição do Ressuscitado no Jardim.

Representações artísticas

A arte sempre mostra Madalena com sua rara beleza e cabelos longos e soltos (assemelhando-a a Maria, a egípcia). Antes de seu arrependimento diante de Jesus, ela é apresentada como mulher sedutora, próxima das imagens da deusa Vênus. Depois do conversão, é apresentada, ao contrário, em sua pobreza, vestida de forma simples e rude, ou apenas com os próprios cabelos (por exemplo, Donatello, 1455, no batistério de Florença, Itália). Sempre com as lágrimas escorrendo sobre sua face. Uma mulher nua vestida de seus cabelos perfumados. 

O atributo mais frequente e mais antigo é sempre um frasco de perfume com o qual ungiu os pés de Jesus na casa de Simão e posteriormente no Sepulcro. Posteriormente é acrescido um espelho, um crânio diante do qual ela medita na caverna de Sainte-Baume e uma coroa de espinhos. 

Maria Madalena sempre está presente nas cenas da vida e da Paixão de Cristo. Na ceia com Simão. Na visita na casa de Marta e Maria. Em ambas as cenas ela sempre está ajoelhada aos pés de Jesus. Também apresentada aos pés da Cruz. Ela faz parte das mulheres que acompanham o corpo do Jesus morto para a tumba e depois na abertura do Santo Sepulcro, em diálogo com os anjos.

A cena que teve um número grande de representações é a da aparição do Ressuscitado face-a-face para Maria Madalena. Ela o reconhece, quer tocá-lo, mais Jesus, o Cristo, ordena para que ela não o retenha (noli me tangere).

Da legenda provençal, os artistas normalmente apresentam os três santos em Marselha, em um barco sem velas nem leme. Também a penitencia de Madalena na gruta de Saint-Baume (santo creme) em geral nua coberta somente por seus cabelos, e em extase místico e visões do ceu (sete vezes por dia, anjos a transportavam para o paraíso para que ela pudesse ouvir os coros celestiais), enfim, o quadro de sua ultima comunhão eucarística recebendo a hóstia das mãos do bispo de Aix, monsenhor Maximino ou dos anjos, diretamente.

Atributos pessoais nas artes: Cabelos longos e soltos. Coroa de espinhos. Espelho. Caveira. Frasco de perfume.

Ela é proclamada como apóstola dos apóstolos.

É a que vigorosamente anuncia a rebelião da vida.

É a subversiva que nega o império da morte.

É aquela que crê no amor pessoal e uterino que vence a mentira e o medo.

Há um evangelho apócrifo com seu nome. Evangelho segundo Maria Madalena publicado pela Editora Vozes.

Dia 22/07/21 – Festa litúrgica de Santa Maria Madalena, discípula de Cristo, canonizada pelas Igrejas Católica, Ortodoxa e Anglicana. Festa principal proclamada pelo papa Francisco. Ela é a primeira a levar aos apóstolos a notícia da ressurreição de Jesus. É a primeira testemunha ocular qualificada a ver ao Jesus Ressuscitado. ο πρώτος εκφωνητής – a primeira anunciadora. É considerada a “Apóstola dos Apóstolos”, pois recebe a ordem do Senhor: “…vai ter com os meus irmãos e diz-lhes que vou subir para meu Pai, para meu Deus e vosso Deus”. A tradição oriental a colocou ao lado da Virgem Maria e de São João Evangelista, acompanhando-a a Éfeso. 

A igreja nasce do testemunho pascal de uma mulher. Deus seja louvado por essa escolha uterina e erótica!

Fonte bibliografica: La Bible et les saints – Guide iconographique, Flammarion. 1990.

Es preferible un ateo ético a un cristiano indiferente a los sufridores de las periferias

Leonardo Boff*

Esta frase no es mía. La ha repetido varias veces el Papa Francisco al ver cómo cristianos rechazan a refugiados famélicos y desesperados que buscan en Europa salvar sus vidas. Quien tiene a Dios en los labios pero está lejos de la sensibilidad humana y de la justicia mínima, está lejos de Dios y su Dios es más un ídolo que el Dios amante de la vida y de la ternura de los oprimidos.

Quien vive los valores de la justicia, de la solidaridad, de la compasión y del cuidado de unos a otros, incluyendo a la naturaleza, está más próximo a Dios que el piadoso que frecuenta la iglesia, hace sus rezos y comulga, pero pasa de largo ante los pobres que encuentra en la calle.

El presidente norteamericano Busch Jr usaba frecuentemente a Dios así como Bin Laden. En nombre de su Dios hicieron guerras y promovieron atentados aterradores. Era un Dios belicoso, enemigo de la vida y destructor despiadado de ciudades enteras con innumerables víctimas, particularmente niños inocentes.

Entre nosotros el presidente Jair Bolsonaro pone a Dios por encima de todo, pero en la práctica lo niega en todo momento con su odio a los negros, a los quilombolas, a los indígenas, a los homoafectivos y a sus adversarios políticos, a los que transforma de adversarios en enemigos a quienes se debe perseguir y difamar. Se ha acostumbrado a la mentira directa, a las fake news hasta el punto de que nunca sabemos cuándo dice la verdad o simplemente está diciendo otra mentira.

Lo más grave, sin embargo, es que el Dios que tiene continuamente en sus labios no le ha movido a tener un gesto de solidaridad con los miles de familias que lloran a sus seres queridos, parientes y amigos. Nunca ha visitado un hospital para ver la dramática situación de la falta de oxígeno y la muerte por asfixia de cientos de personas, como ocurrió en Amazonas. Si por lo menos hiciese una obra de misericordia que es visitar a los enfermos. Su práctica niega a Dios y le convierte en un ateo práctico, anti-ético y perverso.

El odio que destila, la falta de respeto y veneración ante la sacralidad de la vida incorpora rasgos que las Escrituras atribuyen al anti-Cristo. Es propio del anti-Cristo usar el nombre de Dios y de Jesús para engañar y seducir a las personas hacia el camino de la perversidad. Marca del anti-Cristo es su desprecio por la vida y su pulsión por la muerte.

Pero ese Dios es un ídolo porque no es posible que Dios vivo y verdadero quiera lo que él quiere. El ateísmo ético tiene razón al negar este tipo de religión con su Dios que justificó en otro tiempo las cruzadas, la caza de brujas, laInquisición, el colonialismo, la Shoah judaica y actualmente el genocidio provocado por la Covid-19, particularmente entre los indígenas y los pobres, sin protección en las grandes periferias de las ciudades.

¿Es posible aún creer en Dios en un mundo que manipula a Dios para atender a intereses perversos del poder? Sí, es posible, a condición de que seamos ateos de muchas imágenes de Dios que entran en conflicto con el Dios de la experiencia de los practicantes religiosos sinceros y consecuentes y de los puros de corazón.

Entonces la cuestión hoy es: ¿Cómo hablar de Dios, sin pasar por la religión? Porque hablar religiosamente como Jair Bolsonaro y antes Bin Laden y Busch hablaron es blasfemar de Dios.

Pero podemos hablar secularmente de Dios sin mencionar su nombre. Como bien decía el gran profeta ya fallecido, Don Casaldáliga: si un opresor dice Dios, yo le digo justicia, paz y amor, pues estos son los verdaderos nombres de Dios que él niega. Si el opresor dice justicia, paz y amor, yo le digo Dios, pues su justicia, paz y amor son falsos.

Podemos hablar secularmente de Dios a partir de un fenómeno humano que, analizado, remite a la experiencia de aquello que llamamos Dios. Pienso en el entusiasmo. En griego, entusiasmo se deriva de enthusiasmós. Esta palabra se compone de tres partes: en (en) thu (abreviación de theós=Dios), y mos (terminación de sustantivos). Entusiasmo significa, pues, tener un Dios dentro, ser tomado por una Energía singular que nos hace luchar por la vida, por los derechos y por los empobrecidos. 

Es una fuerza misteriosa que está en nosotros pero que es también mayor que nosotros. Nosotros no la poseemos, es ella la que nos posee. Estamos a merced de ella. El entusiasmo es eso, el Dios interior. Viviendo el entusiasmo, en este sentido radical, estamos vivenciando la realidad de aquello que llamamos Dios.

Esta representación es aceptable porque Dios se ha vuelto íntimo y dentro de nosotros, aunque también siempre más allá de nosotros. Bien decía Rumi, el mayor místico del Islam: “Quien ama a Dios, no tiene ninguna religión, a no ser Dios mismo”. Dios mismo no tiene religión.

En estos tiempos de idolatría oficial hay que recuperar este sentido originario y existencial de Dios. Su nombre es amor, es justicia, es solidaridad, es gratuidad, es capacidad de renunciar para el bien del otro, es tener compasión e infinita misericordia. Quien vive en esta atmósfera de valores, está sumergido en Dios. Somos habitados por el Dios interior a través del entusiasmo que da sentido a nuestras luchas. 

Sin pronunciar su nombre, lo acogemos reverentemente como entusiasmo que nos hace vivir y nos permite la alegre celebración de la vida.

Leonardo Boff es teólogo y ha escrito Experimentar a Dios hoy: la transparencia de todas las cosas, Vozes 2010.

Traducción de Mª José Gavito Milano