“Senza spiritualità non salveremo la vita sulla Terra”

Leonardo Boff

Confini

di Pierluigi Mele

spiritualità5

Pubblichiamo, per gentile concessione, questo intervento di Leonardo Boff, ecoteologo brasiliano, sulla spiritualità della Terra.
In tempi di grandi crisi, disastri naturali e ora con l’epidemia di Coronavirus, gli esseri umani lasciano emergere ciò che è nella loro essenza: solidarietà, cooperazione, cura reciproca e per l’ambiente circostante, e la spiritualità.
Abbiamo sentito Michail Gorbaciov agli incontri per l’elaborazione della Carta della Terra, proprio lui ex-capo di Stato e considerato ateo per essere comunista: “o svilupperemo una spiritualità con nuovi valori, centrata sulla vita e sulla cooperazione, oppure non ci sarà soluzione per la vita nella terra”.
Questa pandemia significa un appello a questa spiritualità salvifica. Come dice la Carta della Terra: “Come mai prima d’ora nella storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio.[…] Questo richiede una trasformazione del cuore e della mente, un rinnovato senso di interdipendenza globale e di responsabilità universale […]”. Solo così si raggiunge uno stile di vita sostenibile.
Viviamo in un’emergenza ecologica planetaria. La Laudato Sì di Papa Francesco giustamente ci ha avvertito: “Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. […] Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi […]” (n.161).
Questi avvertimenti rafforzano l’urgenza di una spiritualità della Terra. Essa richiede un nuovo paradigma, presentato da Papa Francesco nella sua ultima enciclica Fratelli tutti (2020): dobbiamo smettere di immaginarci padroni (dominus) della natura per essere di fatto fratelli e sorelle (frater, soror). Se non facciamo questo cammino, vale questo avvertimento: “nessuno si salva da solo, […] ci si può salvare unicamente insieme” (n. 32).
In funzione di questa comune missione, si è stabilita una collaborazione e articolazione tra due famiglie religiose con le loro tradizioni spirituali, amichevoli con il creato, la vita, i più indigenti: i francescani con il Servizio Inter-francescano per la Giustizia, Pace ed Ecologia della Conferenza della Famiglia Francescana del Brasile e i Gesuiti con l’Osservatorio Luciano Mendes de Almeida, la Rete di Giustizia socio-ambientale dei Gesuiti e il Movimento Cattolico Globale per il Clima, attraverso i programmi brasiliani MAGIS e FAJE.
Le spiritualità e i valori di ciascuna di queste due tradizioni possono ispirarci nuovi modi di prenderci cura dell’eredità sacra che l’evoluzione e Dio ci hanno donato, la Terra, la Magna Mater degli antichi, la Pachamama degli Andini e la Gaia dei moderni.
Nella sua enciclica sull’ecologia integrale Laudato Si, Papa Francesco presenta San Francesco come “l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani”. (n.10). San Francesco aveva un cuore universale. Per lui qualunque creatura era sorella, unita a lui da vincoli di affetto; per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste…finanche le erbe selvatiche che dovevano avere il loro posto nell’orto di ogni convento dei frati.
Per Sant’Ignazio di Loyola, grande devoto di San Francesco, questo essere povero significava più che un esercizio ascetico, ma una spoliazione di tutto per essere più vicini agli altri e costruire con loro la fraternità. Essere poveri per essere più fratello e sorella.
Per i primi compagni di Sant’Ignazio, la vita in povertà, individuale e comunitaria, ha sempre accompagnato la cura dei poveri, parte essenziale del carisma gesuita. E San Francesco viveva queste tre passioni: Cristo crocifisso, i più poveri e la natura. Chiamava tutte le creature, anche il lupo feroce di Gubbio, con il dolce nome di fratelli e sorelle.
Entrambi intravedevano Dio in tutte le cose. Come ha magnificamente espresso Sant’Ignazio: “Trovare Dio in tutte le cose e vedere che tutte le cose provengono dall’alto”. E diceva inoltre, in linea con lo spirito di San Francesco: «Non è il tanto sapere che sazia e soddisfa l’anima, quanto il sentire e assaporare le cose interiormente». Puoi assaporare tutte le cose interiormente solo se le ami veramente e ti senti unito ad esse. In San Francesco abbondano affermazioni simili.
Tali modi di vivere e relazionarsi sono fondamentali se vogliamo reinventare un modo amichevole, riverente e premuroso verso la Terra e la natura. Da lì nascerà una civiltà bio-centrica. Come afferma la Fratelli tutti, fondata su una “politica della tenerezza e della gentilezza”, “sull’amore universale e sulla fratellanza senza confini”, sull’interdipendenza tra tutti, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sulla cura per tutto ciò che esiste e vive, soprattutto con i più indifesi.
Il Covid-19 è un segno che la Madre Terra ci invia per assumere la nostra missione che il Creatore e l’universo ci hanno affidato: “proteggere e curare il Giardino dell’Eden”, cioè della Madre Terra (Gn 2,15). Se insieme, questi due Ordini, i francescani e i gesuiti, in associazione con altri, si proporranno di realizzare questo sacro proposito, daranno un segnale che non tutto del Paradiso terrestre è andato perduto. Ciò comincia a crescere dentro di noi e si espande fuori di noi, facendo veramente della Madre Terra la vera e unica Casa Comune in cui possiamo vivere insieme nella fraternità, nell’amore, nella giustizia, nella pace e nella gioiosa celebrazione della vita. Sono sogni? Sì, sono i Grandi Sogni, necessari, che anticipano la realtà futura.

Leonardo Boff, ecoteologo della famiglia francescana (Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

O princípio compaixão e o Covid-19

                                            Leonardo Boff

Através do Covdi-19 a Mãe Terra está movendo um contra-ataque à humanidade como reação ao avassalador ataque que vem sofrendo já há séculos.Ele simplesmente está se defendendo. O Covif-19  é igualmente um sinal e uma advertência que nos envia: não podemos fazer-lhe uma guerra como temos feito até agora, pois está destruindo as bases biológicas que a sustenta e sustenta também todas as demais formas de vida, especialmente, a humana. Temos que mudar, caso contrário nos poderá enviar vírus ainda mais letais, quem sabe, até um indefensável contra o qual nada poderíamos. Então estaríamos como espécie seriamente ameaçados. Não é sem razão que o Covid-19 atingiu apenas os seres humanos, como aviso e lição. Já  levou  milhões à morte, deixando uma via-sacra de sofrimentos a outros milhões e uma ameaça letal que pode atingir a todos os demais.

Os números frios escondem um mar de padecimentos por vidas perdidas, por amores destroçados e por projetos destruídos. Não há lenços suficientes para enxugar as lágrimas dos familiares queridos ou dos amigos mortos, dos quais não puderam dizer um último adeus,nem sequer celebrar-lhes o luto e acompanhá-los à sepultura.

Como se não bastasse o sofrimento produzido para grande parte da humanidade pelo sistema capitalista e neoliberal imperante, ferozmente competitivo e nada cooperativo. Ele permiitu que 1%  dos mais ricos possuísse pessoalmente 45% de toda a riqueza global enquanto os 50% mais pobres ficasse com menos de 1%, segundo relatório recente do Crédit Suisse. Ouçamos aquele que mais entende de capitalismo no século XXI, o francês Thomas Piketty referindo-se ao caso brasileiro. Aqui, afirma, verifica-se a maior concentração de renda do mundo; os milionários brasileiros, entre o 1% dos mais ricos, ficam à frente do milionários do petróleo do Oriente Médio. Não admira os milhões de marginalizados e excluídos que esta nefasta desigualdade produz.

Novamente os números frios não podem esconder a fome, a miséria, a alta mortandade de crianças e devastação da natureza, especialmente na Amazônia e em outros biomas, implicada nesse processo de pilhagem de riquezas naturais.

Mas nesse momento, pela intrusão do coronavírus, a humanidade está crucificada e mal sabemos como baixá-la da cruz. É então que devemos ativar em todos nós uma das mais sagradas virtudes do ser humano: a compaixão. Ela é atestada em todos  os povos e culturas: a capacidade de colocar-se no lugar do outro, compartilhar de sua dor e assim aliviá-la. 

O maior teólogo cristão, Tomás de Aquino, assinala na sua Suma Teológica que a compaixão é a mais elevada  de todas as virtudes, pois não somente abre a pessoa para a outra pessoa senão que a abre para a mais fraca e necessitada de ajuda. Neste sentido, concluía, é uma característica essencial de Deus.

bReferimo-nos ao princípio compaixão e não simplesmente à compaixão. O princípio, em sentido mais profundo (filosófico) significa uma disposição originária e essencial, geradora de uma atitude permanente que se traduz em atos mas nunca se esgota neles.Sempre está aberta a novos atos. Em outras palavras, o princípio tem a ver com algo pertencente à natureza humana. Porque é assim podia dizer o economista e filósofo inglês Adam Smith (1723-1790) em seu livro sobre a Teoria dos Sentimentos Éticos: até a pessoa mais brutal e anticomunitária não está imune à força da compaixão.

A reflexão moderna nos ajudou a resgatar o princípio compaixão. Foi ficando cada vez mais claro para o pensamento crítico que o ser humano não se estrutura somente sobre a razão intelectual-analítica, necessária para darmos conta da complexidade de nosso mundo. Vigora em nós, algo mais profundo e ancestral, surgido há mais de 200 milhões de anos quando irromperam na evolução os mamíferos: a razão sensível e cordial.Ela significa  a capacidade de sentir, de afetar e ser afetado, de ter empatia, sensibilidade  e amor.

Somos seres racionais mas essencialmente sensíveis. Na verdade, construimos o mundo a partir de laços afetivos.Tais laços  fazem com que as pessoas e as situações sejam preciosas e portadoras de valor. Não apenas habitamos o mundo pelo trabalho senão pela empatia, o cuidado e a amorosidade. Este é o lugar da compaixão.

Quem trabalhou melhor que nós ocidentais foi o budismo. A compaixão (Karuná) se articula em dois movimentos distintos e complementares: o desapego total e o cuidado essencia. Desapego significa deixar o outro ser, não enquadrá-lo, respeitar sua vida e destino. Cuidado por ele, implica nunca deixá-lo só em seu sofrimento, envolver-se afetivamente com ele para que possa viver melhor carregando mais levemente sua dor.

O terrível do sofrimento não é tanto o sofrimento em si, mas a solidão no sofrimento. A compaixão consiste em não deixar o outro só. É estar junto com ele, sentir seus padecimentos e angústias, dizer-lhe palavras de consolo e dar-lhe um abraço carregdo de afeto.

Hoje os que sofrem, choram e se desalentam com o destino trágico da vida, precisam desta compaixão e desta profunda sensibilidade humanitária que nasce da razão sensível e cordial. As palavras ditas que parecem corriqueiras ganham outro sonido, reboam dentro do coração e trazem serenidade e suscitam um pequeno raio de esperança de que tudo vai passar. A partida foi trágica mas a chega em Deus é bem-aventurada.

A tradição judaico-cristã testemunha a grandeza da compaixão. Em hebraico é “rahamim” que significa “ter entranhas”, sentir o outro com profundo sentimento.Mais que sentir é identificar-se com o outro.O Deus de Jesus e Jesus mesmo mostram-se especialmente misericoridios como se revela nas parábolas do bom samaritano (Lc 10,30-37) e do filho pródigo(Lc 15,11-32).Curiosamente, neste parábola, a virada se dá não no filho pródigo que volta mas no pai que se volta para o filho pródigo.

Mais no que nunca antes, face a devastação feita pelo Covid-19 em toda a população,sem exceção, faz-se urgente viver a compaixão com os sofredores como o nosso lado mais humano, sensível e solidário.

 Leonardo Boff escreveu com Werner Müller o livro Princípio compaixão&cuidado, Vozes 2009; Covid-19 A Mãe Terra contra-ataca a humanidade, Vozes 2020.

Die Wiedervereinigung des Adlers und des Kondors:die Genocid in Süd und Nord-Amerika

Der Planet Erde befindet sich aufgrund der systematischen Aggressionen der letzten Jahrhunderte in einem deutlichen und gefährlichen Niedergang. Das Eindringen von Covid-19, das den gesamten Planeten und ausschließlich die menschliche Spezies direkt betrifft, ist eines der ernsten Zeichen, die uns die lebendige Erde sendet: unsere Lebensweise ist zu zerstörerisch und führt zum Tod von Millionen von Menschen und Naturwesen. Wir müssen unsere Art zu produzieren, zu konsumieren und im einzigen Gemeinsamen Haus zu leben, ändern, sonst droht uns ein ökologisch-soziales Armageddon.

Seltsamerweise treten im Gegensatz zu diesem Prozess, den manche als Eintritt in ein neues geologisches Zeitalter – das Anthropozän und das Nekrozän – sehen, also die systematische Zerstörung von Leben durch den Menschen selbst, die einheimischen Völker in Erscheinung, Träger eines neuen Bewusstseins und einer Vitalität, die jahrhundertelang verdrängt wurde. Sie sind dabei, sich biologisch neu zu erschaffen und als historische Subjekte aufzutreten. Ihre Art, mit der Natur und Mutter Erde freundschaftlich in Beziehung zu treten, ist zu unseren Meistern und Ärzten geworden. Sie fühlen sich mit diesen Realitäten so verbunden, dass sie sich selbst verteidigen, indem sie sie verteidigen.

Die europäischen Invasoren machten einen großen Fehler, als sie sie “Indianer” nannten, als ob sie Bewohner einer Region in Indien wären, die jeder suchte, aber in Wirklichkeit gaben sie sich selbst mehrere Namen: Tawantinsuyo, Anauhuac, Pindorama u. a. Es setzte sich der Name Abya Yala durch, der vom Volk der Kuna im Norden Kolumbiens und Panamas vergeben wurde und “reifes Land, lebendiges Land, blühendes Land” bedeutet. Es gab Völker mit Namen wie Taínos, Tikunas, Zapoteken, Azteken, Mayas, Olmeken, Tolteken, Mexikaner, Aymara, Inkas, Quechua Tapajos, Tupis, Guaranis, Mapuches und Hunderte von anderen.

Die Annahme des gemeinsamen Namens Abya Yala ist Teil der Konstruktion einer gemeinsamen Identität in der Vielfalt ihrer Kulturen und Ausdruck der Verbindungen, die sie in einer immensen Bewegung vereinen, welche vom Norden bis zum Süden des amerikanischen Kontinents reicht. Im Jahr 2007 gründeten sie den Abya Yala-Volksgipfel.

Doch über ihnen lastet ein gewaltiger Schatten, nämlich die Ausrottung durch die europäischen Invasoren. Es fand einer der größten Völkermorde der Geschichte statt. Etwa 70 Millionen Vertreter dieser Völker wurden durch Vernichtungskriege oder durch von den Weißen eingeschleppte Krankheiten, gegen die sie keine Immunität hatten, durch Zwangsarbeit und Zwangskreuzungen getötet.

Die zuverlässigsten Daten wurden von der Soziologin und Pädagogin Moema Viezzer und dem in Brasilien lebenden kanadischen Soziologen und Historiker Marcelo Grondin zusammengetragen. Das Buch mit einem Vorwort von Ailton Krenak trägt den Titel “Abya Yala: Genozid, Widerstand und Überleben der ursprünglichen Völker beider Amerikas” (Editora Bambual, Rio de Janeiro 2021). Darin werden die Daten über den Völkermord in den beiden Amerikas gesammelt. Wir geben hier eine kurze Zusammenfassung:                                                                                                  

In der Karibik gab es im Jahr 1492, als die Kolonisatoren ankamen, vier Millionen Ureinwohner. Jahre später gab es keine mehr. Sie wurden alle umgebracht, vor allem in Haiti.

In Mexiko gab es im Jahr 1500 25 Millionen indigene Völker (Azteken, Tolteken u. a.).

In den Anden gab es 1532 15 Millionen Indianer, nach wenigen Jahren lebte davon nur noch eine Million.

In Mittelamerika gab es 1492 in Guatemala, Honduras, Belize, Nicaragua, El Salvador, Costa Rica und Panama zwischen 5,6-13 Millionen Indigene. Von ihnen wurden 90% getötet.

In Argentinien, Chile, Kolumbien und Paraguay starben im Durchschnitt etwa eine Million Indianer, in manchen Ländern mehr, in anderen weniger.

Auf den Kleinen Antillen wie auf den Bahamas, Barbados, Curaçao, Grenada, Guadeloupe, Trinidad und Tobago und den Jungferninseln geschah die gleiche fast vollständige Vernichtung.

In Brasilien gab es, als die Portugiesen in dieses Land kamen, etwa 6 Millionen ursprüngliche Völker aus Dutzenden von ethnischen Gruppen mit ihren Sprachen. Das gewaltsame Ungleichgewicht reduzierte sie auf weniger als eine Million. Heute setzt sich dieser Sterbeprozess aufgrund der Nachlässigkeit der Behörden leider fort in Form von Opfern des Coronavirus. Ein weiser Mann des Yanomami-Volkes, der Schamane Davi Kopenawa Yanomamy, berichtet in seinem Buch “The Fall of Heaven”, was die Schamanen seines Volkes ahnen: Die Rasse der Menschheit steuert auf ihr Ende zu.

In den Vereinigten Staaten von Amerika gab es 1607 etwa 18 Millionen Ureinwohner, und bald darauf überlebten nur noch zwei Millionen.

In Kanada gab es 1492 zwei Millionen Ureinwohner, und 1933 waren es nur noch 120.000.

Das Buch berichtet nicht nur von der unermesslichen Tragödie, sondern vor allem vom Widerstand und, in unserer Zeit, von den verschiedenen organisierten Gipfeltreffen zwischen diesen Ureinwohnern aus dem Süden und dem Norden Amerikas. Dabei stärken sie sich gegenseitig, retten die uralte Weisheit der Schamanen, die Traditionen und die Erinnerungen.

Eine Legenden-Prophezeiung drückt die Wiedervereinigung dieser Völker aus: die zwischen dem Adler, der Nordamerika repräsentiert, und dem Kondor, der Südamerika repräsentiert. Beide wurden von der Sonne und dem Mond gezeugt. Sie führten ein glückliches Leben und flogen gemeinsam. Doch das Schicksal trennte sie. Der Adler beherrschte die Räume und führte fast zur Ausrottung des Kondors.

Doch dasselbe Schicksal wollte, dass in den 1990er Jahren, als die großen Gipfeltreffen zwischen den verschiedenen Urvölkern aus dem Süden und dem Norden stattfanden, der Kondor und der Adler sich wieder trafen und begannen, gemeinsam zu fliegen. Aus ihrer Liebe entstand der mittelamerikanische Quetzal, einer der schönsten Vögel der Natur, ein Vogel aus der Kosmovision der Maya, der die Vereinigung von Herz und Verstand, Kunst und Wissenschaft, männlich und weiblich ausdrückt. Es ist der Beginn einer neuen Zeit, der großen Versöhnung der Menschen untereinander, als Brüder und Schwestern, als Hüter der Natur, vereint durch das gleiche schlagende Herz, der auf der selben großzügigen Pachamama, der Mutter Erde, lebt.

Wer weiß, vielleicht ist diese Prophezeiung inmitten der Bedrängnisse der heutigen Zeit, in der unsere Kultur an ihre unüberwindlichen Grenzen stößt und sich zu einem Kurswechsel gedrängt sieht, die Vorwegnahme eines guten Endes für uns alle. Wir werden noch gemeinsam fliegen, der Adler des Nordens mit dem Kondor des Südens unter dem segensreichen Licht der Sonne, die uns den besten Weg zeigen wird.

Leonardo Boff Ökotheologe und  Schriftsteller: Hrsg. von: “Haus aus Himmel und Erde. Erzählungen der brasilianischen Urvölker” Gesammelt von Leonardo Boff. Aus dem Portugiesischen übersetzt und für die deutsche Ausgabe bearbeitet von Horst Goldstein.

Ubersetzt von Bettina Gold-Hartnack

Sin espiritualidad no salvaremos la vida en la Tierra

Leonardo Boff*

En momentos de grandes crisis, de desastres naturales y ahora con la epidemia del coronavirus, los seres humanos dejan salir a la superficie aquello que está en su esencia como humanos: la solidaridad, la cooperación, el cuidado de unos a otros y de su entorno y la espiritualidad.

En los encuentros para la elaboración de la Carta de la Tierra oímos de boca de Mijaíl Gorbachov, justamente de él considerado ateo por ser comunista y jefe de Estado: o desarrollamos una espiritualidad con nuevos valores, centrados en la vida y en la cooperación o no habrá solución para la vida en la Tierra.

Esta pandemia es un llamamiento a esa espiritualidad salvadora. Como dice la Carta de la Tierra: “Como nunca antes en la historia, el destino común nos convoca a un nuevo comienzo… Esto requiere un cambio en la mente y en el corazón; requiere un nuevo sentido de interdependencia global y de responsabilidad universal… solo así se llega a un modo sostenible de vida” (Conclusión).

Estamos viviendo una emergencia ecológica planetaria. Acertadamente nos alertó la Laudato Sì del Papa Francisco (2015): “Las previsiones catastróficas ya no se pueden mirar con desprecio e ironía. El ritmo de consumo, de desperdicio y de alteración del medio ambiente ha superado las posibilidades del planeta, de tal manera que el estilo de vida actual, por ser insostenible, sólo puede terminar en catástrofes” (n.161).

Esta advertencias refuerzan la urgencia de una espiritualidad de la Tierra. Ella demanda un nuevo paradigma, presentado por el Papa Francisco en su última encíclica Fratelli tutti (2020): debemos dejar de imaginar que somos los dueños (dominus) de la naturaleza para poder ser de hecho hermanos y hermanas (frater, soror). Si no hacemos esta transformación habra que tener presente esta advertencia: “nadie se salva solo, únicamente es posible salvarse juntos” (n. 32).

En función de esa misión común se ha establecido una colaboración y una articulación entre dos familias religiosas, con sus tradiciones espirituales, amigables con la creación y la vida de los más destituidos: los franciscanos con el Servicio Interfranciscano de Justicia, Paz y Ecología de la Conferencia de la Familia Franciscana de Brasil y los jesuitas con el Observatorio Luciano Mendes de Almeida, la Red de Justicia socioambiental de los Jesuitas y el Movimiento Católico Global por el Clima, sumándoseles como compañeros el centro juvenil MAGIS, y la Facultad Jesuita de Filosofía y Teología (FAJE).

Las espiritualidades y los valores de cada una de estas dos tradiciones nos podrán inspirar nuevas formas de cuidar la herencia sagrada que la evolución y Dios nos han entregado, la Tierra, la Magna Mater de los antiguos, la Pachamama de los andinos y la Gaia de los modernos.

En su encíclica de ecología integral Laudato Si, el Papa Francisco presenta a San Francisco “como el ejemplo por excelencia de todo lo que es débil y de una ecología integral, vivida con alegría y autenticidad. Es el santo patrono de todos los que estudian y trabajan en torno a la ecología, amado también por muchos que no son cristianos” (n.10). Y dice todavía más: “Corazón universal, para él cualquier criatura era una hermana, unida a él con lazos de cariño. Por eso se sentía llamado a cuidar todo lo que existe… hasta de las hierbas silvestres que debían tener su lugar en el huerto” de cada convento de los frailes (n.11.12).

Para San Ignacio de Loyola, gran devoto de San Francisco, ser pobre significaba más que un ejercicio ascético, un despojamiento de todo para estar más próximo a los otros y construir con ellos fraternidad. Ser pobre para ser más hermano y hermana.

Para los primeros compañeros de San Ignacio la vida en pobreza, individual y comunitaria, siempre acompañó el cuidado de los pobres, parte esencial del carisma jesuítico. Y San Francisco vivía estas tres pasiones: a Cristo crucificado, a los pobres más pobres y a la naturaleza. Llamaba a todas las criaturas, hasta al feroz lobo de Gubbio, con el dulce nombre de hermanos y hermanas.

Ambos vislumbraban a Dios en todas las cosas. Como lo expresó bellamente San Ignacio: “Encontrar a Dios en todas las cosas y ver que todas las cosas vienen de lo alto”. Y decía más, muy en la línea del espíritu de San Francisco: “No es el mucho saber lo que sacia el alma, sino el sentir y saborear internamente as cosas”. Sólo puede saborear internamente todas las cosas si las ama verdaderamente y se siente unido a ellas. En San Francisco abundan afirmaciones semejantes.

Tales modos de vida y de relacionarse son fundamentales si queremos reinventar una forma amigable, reverente y cuidadosa de la Tierra y la naturaleza. De ahí nacerá una civilización biocentrada. Como afirma la Fratelli tutti, fundada en una “política de la ternura y de la gentileza”, “en el amor universal y en la fraternidad sin fronteras”, en la interdependencia entre todos, en la solidaridad, la cooperación y el cuidado de todo lo que existe y vive, especialmente de los más desprotegidos.

La Covid-19 es una señal que la Madre Tierra nos envía para que asumamos la misión que nuestro Creador y el universo nos han confiado de “proteger y cuidar el Jardín del Éden”, es decir, de la Madre Tierra (Gn 2,15). Si juntos, estas dos Órdenes de los franciscanos y los jesuitas, asociados a otros, se proponen realizar este sagrado propósito, darán una señal de que no se ha perdido todo del Paraíso terrenal. Él empieza a crecer dentro de nosotros y se expande hacia fuera de nosotros, haciendo, de verdad, de la Madre Tierra, la verdadera y única Casa Común en la cual podremos vivir juntos en fraternidad, amorosidad, justicia y paz y alegre celebración de la vida. ¿Son sueños? Sí, son los Grandes Sueños, necesarios, que anticipan la realidad futura.

*Leonardo Boff, ecoteólogo, por parte de la familia franciscana.

Traducción de Mª José Gavito Milano