Cosa può succedere dopo il coronavirus?

Molti l’hanno predetto chiaramente: dopo il coronavirus, non sarà più possibile continuare il progetto del capitalismo come modo di produzione, né del neoliberismo come la sua espressione politica. Il capitalismo è buono solo per i ricchi; per il resto è un purgatorio o un inferno, e per la natura, una guerra senza tregua.

Ciò che ci sta salvando non è la concorrenza – il suo principale motore – ma la cooperazione, né l’individualismo – la sua espressione culturale – ma l’interdipendenza di tutti e tutte con l’umanità intera.

Ma andiamo al punto centrale: abbiamo scoperto che il valore supremo è la vita, non l’accumulo di beni materiali. L’apparato bellico che abbiamo, capace di distruggere più volte la vita sulla Terra, si è rivelato ridicolo di fronte a un invisibile nemico microscopico che minaccia tutta l’umanità. Potrebbe essere il Next Big One (NBO) che i biologi temono, “il prossimo grande virus” che distruggerà il futuro della vita? Non lo pensiamo. Speriamo che la Terra abbia ancora compassione per noi e ci stia dando solo una sorta di ultimatum.

Dato che il virus che ci minaccia proviene dalla natura, l’isolamento sociale ci offre l’opportunità di chiederci: qual è stato e quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la natura e, più in generale, con la Terra come Casa Comune? La medicina e la tecnica, anche se molto necessarie, non sono sufficienti. La loro funzione è quella di attaccare il virus fino allo sterminio. Ma se continuiamo ad attaccare la Terra vivente, “la nostra casa con una comunità di vita unica”, come dice la Carta della Terra (Preambolo), essa colpirà di nuovo con altre pandemie mortali, fino a quella che ci sterminerà.

Succede che la maggior parte dell’umanità e dei capi di Stato non si rendono conto che siamo alla sesta estinzione di massa. Finora non ci sentivamo parte della natura, e nemmeno come la sua parte cosciente. Il nostro rapporto con essa non è il rapporto che abbiamo con un essere vivente, Gaia, che ha un valore in sé e deve essere rispettato, ma di mero utilizzo secondo il nostro comodo e per il nostro arricchimento. Stiamo violentemente sfruttando la Terra al punto che il 60% del suolo è stato eroso, nella stessa proporzione le foreste umide, e causiamo una devastazione incredibile di specie, tra 70-100 mila all’anno. Questa è la realtà attuale dell’antropocene e del necrocene. Continuando questa strada incontreremo la nostra stessa scomparsa.

Non abbiamo altra alternativa che fare, secondo le parole dell’enciclica papale “sulla cura della Casa Comune”, una “radicale conversione ecologica”. In questo senso, il coronavirus non è una crisi come le altre, ma esprime la richiesta di un rapporto amichevole e attento con la natura. Come si può realizzare questo in un mondo che si dedica allo sfruttamento di tutti gli ecosistemi? Non ci sono progetti già pronti. Tutti li stanno cercando. La cosa peggiore che ci potrebbe capitare sarebbe, dopo la pandemia, tornare alla situazione di prima: le fabbriche che producono a pieno ritmo, anche se con un minimo di attenzione ecologica. Sappiamo che le grandi aziende si stanno organizzando per recuperare il tempo e i profitti perduti.

Ma bisogna riconoscere che questa conversione ecologica non può essere immediata, ma piuttosto graduale. Quando il presidente francese Macron ha detto che “la lezione della pandemia è che ci sono beni e servizi che devono essere tolti dal mercato”, ha provocato l’immediato intervento di decine di grandi organizzazioni ambientaliste, come Oxfam, Attac e altre, che hanno chiesto che i 750 miliardi di euro della Banca centrale europea destinati a rimediare alle perdite delle imprese, siano utilizzati per la riconversione sociale ed ecologica dell’apparato produttivo nell’interesse di una maggiore attenzione per la natura, per più giustizia e uguaglianza sociale. Logicamente, questo sarà fatto solo ampliando il dibattito, coinvolgendo tutte le realtà, dalla partecipazione popolare alla scienza, fino a quando non emerga una consapevolezza e una responsabilità collettiva.

Dobbiamo essere pienamente consapevoli di una cosa: con l’aumento del riscaldamento globale e l’aumento della popolazione mondiale, devastando gli habitat naturali, avvicinando così l’uomo agli animali, questi ultimi trasmetteranno più virus, ai quali non saremo immuni, che troveranno in noi nuovi ospiti. Questo porterà a pandemie devastanti.

Il punto essenziale e inalienabile è la nuova concezione della Terra, non più come un mercato globale che ci pone come suoi signori (dominus), al di fuori e al di sopra di esso, ma come una super entità vivente, un sistema, autoregolato e in grado di auto ricrearsi, del quale noi siamo la parte cosciente e responsabile, insieme agli altri esseri come fratelli (frater). Il passaggio dal dominus (proprietario) al frater (fratello) richiederà una nuova mente e un nuovo cuore, cioè riuscire a vedere la Terra in modo diverso e poter sentire con il cuore la nostra appartenenza ad essa e al Grande Universo. Insieme a questo dovremo avere anche il senso di interrelazione tutti e tutte con l’umanità intera e una responsabilità collettiva verso un futuro comune. Solo in questo modo arriveremo, come prevede la Carta della Terra, a “uno stile di vita sostenibile” ed a una garanzia per il futuro della vita e della Madre Terra.

L’attuale fase di distanziamento sociale può significare una specie di ritiro riflessivo e umanistico per pensare a queste cose e alla nostra responsabilità nei loro confronti. È urgente e il tempo è poco, non possiamo fare troppo tardi.

*Leonardo Boff ha scritto Como cuidar da Casa Comun (Come prendere cura della Casa Comune), Vozes 2018, e A opção Terra: a solução da Terra não cai do céu (Opzione Terra: la soluzione per la Terra non cade dal cielo), Record 2009.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Voltar à “normalidade” é auto-condenar-se

Quando passar a pandemia do coronavírus não nos é permitido voltar à “normalidade” anterior. Seria, em primeiro lugar,um desprezo pelos milhares que morreram sufocados pelo vírus e uma falta de solidariedade para com os parentes e amigos. Em segundo lugar, seria uma demonstração de que não aprendemos nada daquilo que é ou foi mais que uma crise, mas um chamado urgente para mudarmos a nossa forma de habitar a única Casa Comum. Temos a ver com um apelo da própria Terra viva, esse super-organismo que se auto-regula do qual somos sua porção inteligente e consciente.

         O atual sistema põe em risco as bases da vida

Voltar à conformação anterior do mundo, hegemonizado pelo capitalismo neoliberal, incapaz de resolver suas contradições internas e cujo DNA é sua voracidade por um crescimento ilimitado à custa da super-exploração da natureza e da indiferença face à pobreza e à miséria da grande maioria da humanidade produzida por ele, é esquecer que tal conformação está abalando os fundamentos ecológicos que sustentam toda a vida no planeta. Voltar à “normalidade”anterior  é prolongar uma situação que poderá significar a nossa própria auto-destruição.

Se não fizermos uma “conversão ecológica radical”, nas palavras do Papa Francisco, a Terra viva poderá reagir e contra-atacar com vírus ainda mais violentos, capazes de fazer desaparecer a espécie humana. Essa não é uma opinião meramente pessoal, mas de muitos biólogos, cosmólogos e ecologistas que sistematicamente acompanham a crescente degradação dos sistema-vida e do sistema-Terra. Dez anos atrás (2010), como fruto de minhas pesquisas em cosmologia e novo paradigma ecológico, escrevi o livro:Cuidar da Terra-proteger a vida: como evitar o fim do mundo”(Record). Os prognósticos que avançava, se viram plenamente confirmados pela atual situação.

       O projeto capitalista e neoliberal foi refutado

Uma lição que eruimos da pandemia é esta: se tivéssemos seguido o ideário do capitalismo neoliberal, – competição, acumulação privada, individualismo, primazia do mercado sobre a vida e a minimilização do Estado – a maioria da humanidade estaria perdida. O que nos tem salvado foi a cooperação, a interdependência de todos com todos, a solidariedade e um Estado suficientemente apetrechado para ofeecer a chance universal de tratamento do coranovírus, no caso do Brasil, o SUS (Sistema Único de Saúde).

Fizemos algumas descobertas: precisamos de um contrato social mundial, pois somos ainda reféns do ultrapassado soberanismo de cada país. Problemas globais exigem uma solução global, concertada entre todos os países. Vimos o desastre na Comunidade Europeia, na qual cada país tinha seu plano, sem considerar a cooperação necessária de outros países. Foi uma devastação generalizada na Itália,na Espanha e ultimamente nos USA onde a medicina é toda privatizada.

Outra descoberta foi a urgência de um centro plural de governança global para garantir à toda a comunidade de vida (não só a humana mas de todos os seres vivos) o suficiente e decente para viver. Os bens e serviços naturais são escassos e muitos não renováveis. Com eles devemos atender as demandas básicas do sistema-vida, pensando ainda nas futuras gerações. Aqui é o lugar de se criar uma renda universal mínima para todos, pregação persistente do valoroso e digno político Eduardo Suplicy.

            Uma comunidade de destino compartilhado

Os chineses viram com clareza esta exigência ao impulsionar “uma comunidade de destino compartilhado para toda a humanidade”,texto incorporado no renovado artigo 35 da Constituição Chinesa. Desta vez, ou nos salvamos todos ou todos engrossaremos o cortejo dos que rumam em direção da sepultura coletiva. Por isso temos que mudar urgentemente o nosso modo de nos relacionar com a natureza e com a Terra, não como senhores ( domini) montados sobre ela, delapidando-a mas como partes conscientes e responsáveis, colocando-nos junto e ao pé dela, como irmãos (fratres) cuidadores de toda a vida.

Ao famoso TINA (There Is No Alternative), “não há outra alternativa” da cultura do capital, devemos contrapor outra TINA (There Is a New Alternative) “há uma nova alternativa”. Se na primeira alternativa a centralidade era ocupada pelo lucro, pelo mercado e pela dominação da natureza e dos outros (imperialismo), nesta segunda será a vida em sua vasta diversidade, também humana com suas muitas culturas e tradições que organizará a nova forma de habitar a Casa Comum. Isso é possível e está dentro das possibilidades humanas: temos ciência e tecnologia, temos uma acumulação fantástica de riqueza monetária, mas falta à grande maioria da humanidade e, pior, dos chefes de Estado a consciência desta necessidade e a vontade política de implementá-la. Talvez, face a um risco real de nosso desaparecimento como espécie, porque atingimos os limites insuportáveis da Terra, o instinto de sobrevivência nos fará sociáveis, fraternos e todos colaboradores e solidários uns para com os outros. O tempo da competição passou. Agora é o tempo da cooperação.

           A inauguração de uma civilização biocentrada

Creio que iremos inaugurar uma civilização biocentrada, cuidadosa, amiga da vida e como dizem alguns, “a Terra da boa esperança”. O “bien vivir e convivir” dos andinos terá condições de realizar-se: a harmonia de todos com todos, na família, na sociedade, com os demais seres da natureza, com as águas, com montanhas e até com as estrelas do firmamento.

Como bem disse o Nobel de economia Joseph Stiglitz: “teremos uma ciência não a serviço do mercado, mas o mercado à serviço da ciência”e eu acrescentaria, e a ciência à serviço da vida.

Não sairemos da pandemia do coronavírus como entramos. Seguramente far-se-ão mudanças significativas, quem sabe, até estruturais. Acertadamente disse a liderança indígena muito conhecida, Ailton Krenak, da etnia krenak, do vale do Rio Doce:”Não sei se vamos sair dessa experiência da mesma maneira que entramos. É como um tranco para olharmos o que realmente importa; o futuro é aqui e agora, podemos não estar vivos amanhã; tomara que não voltemos à normalidade”(O Globo,01/05/2020, B 6).

Logicamente, não podemos imaginar que as transformações se farão de um dia para o outro. É compreensível que as fábricas e as cadeias produtivas vão querer retomar a lógica anterior. Mas não serão mais aceitáveis. Deverão submeter-se a um processo de reconversão no qual todo o aparato produtivo industrial e agroindustrial deverá incorporar como elemento essencial o fator ecológico. Não basta a responsabilidade social das empresas. Impor-se-á uma responsabilidade sócio-ecológica.

Buscar-se-ão energias alternativas às fósseis, menos impactantes sobre os ecossistemas. Cuidar-se-á mais da atmosfera, das águas e das florestas. A salvaguarda da biodiversidade será fundamental para o futuro da vida e da alimentação humana e de toda a comunidade de vida.

            Que tipo de Terra queremos para o futuro?

Seguramente haverá uma grande discussão de ideias sobre que futuro queremos e que tipo de Terra na qual queremos habitar. Qual será a conformação mais adequada à atual fase da Terra e da própria humanidade, a fase da planetização e da percepção cada vez mais clara de que não temos outra Casa Comum para habitar senão esta. E que temos um destino comum, feliz ou trágico. Para que seja feliz, importa cuidar dela para que todos possam caber dentro, a natureza incluída.

Há o risco real de uma polarização de modelos binários: por um lado movimentos de integração de cooperação geral e por outro, a reafirmação das soberanias nacionais com seu protecionismo. Por um lado o capitalismo “natural” e verde e por outro o comunismo reinventado e de terceira geração como prognosticam Alain Badiou e Slavoy Zizek.

Outros temem um processo de radical brutalização por parte dos “donos do poder econômico e militar” para garantir seus privilégios e seus capitais. Seria um despotismo de forma diferente pois contaria com os meios cibernéticos e a inteligência artificial com seus complexos algoritmos, um sistema de vigilância sobre todas as pessoas do planeta. A vida social e as liberdades estariam permanentemente ameaçadas. A todo poder sempre emerge um anti-poder. Surgeriram grandes confrontos e conflitos por causa da exclusão e da miséria de milhões que, apesar da vigilância, não se contentarão com as migalhas que caírem das mesas dos ricos epulões.

Não são poucos que propõem uma glocalização vale dizer, o acento será colocado no local, na região com suas especificidades geológicas, físicas, ecológicas e culturais mas aberta ao global que a todos envolve. Nesse bioregionalismo poder-se-ia realizar de fato um real desenvolvimento sustentável, aproveitando os bens e serviços locais. Praticamente tudo se realizará na região, com empresas menores, com uma produção agroecológica, sem precisar de longos transportes que consomem energias e poluem. A cultura, as artes e as tradições serão reanimadas como parte importante da vida social. A governança será participativa, diminuindo as desigualdades e tornando menor a pobreza, sempre possível, nas sociedades complexas. É a tese que o cosmólogo Mark Hathaway e eu defendemos em nosso livro comum O Tao da Libertação (2010) que teve boa acolhida no meio científico e entre os ecologistas a ponto de Fritjob Capra ter se oferecido a fazer um instigante prefácio.

Outros veem a possibilidade de um ecosocialismo planetário, capaz de realizar aquilo que o capitalismo, por sua essência competitivo e excludente se mostra incapaz de fazer: um contrato social mundial, igualitário e inclusivo, respeitador da natureza no qual o nós (o comunitário e societário) e não o eu (individualismo) será o eixo estruturador das sociedades e da comunidade mundial. Ele encontrou no franco-brasileiro Michael Löwy o seu mais brilhante formulador. Teremos em fim como reafirma a Carta da Terra bem como a encíclica do Papa Francisco “sobre o cuidado da Casa Comum” um modo realmente sustentável de vida e não apenas um desenvolvimento sustentável.

Em fim, passaremos de uma sociedade industrialista/consumista para uma sociedade de sustentação de toda a vida com um consumo sóbrio e solidário; de um cultura de acumulação de bens materiais para uma cultura humanístico-espiritual na qual os bens intangíveis como a solidariedade, a justiça social, a cooperação, os laços afetivos e não em último lugar a amorosidade e a logique du coeur estarão em seus fundamentos.

Não sabemos qual tendência predominará. O ser humano é complexo e indecifrável, é movido por benevolência mas também por boçalidade. É completo mas não está ainda totalmente pronto. Irá aprender, por erros e acertos, que a melhor conformação para a convivência humana junto com todos os demais seres da Mãe Terra deve se orientar pela lógica do próprio universo: este está estruturado, como nos dizem notáveis cosmólogos e físicos quânticos, por redes complexas de inter-retro-relações. Tudo é relação. Na existe fora a da relação. Todos se entre-ajudam para continuar existindo e podendo co-evoluir. O próprio ser humano é um rizoma (bulbo de raízes) de relações em todas as direções.

Se me é permitido dizer em termos teológicos: é a imagem e semelhança da Divindade que emerge como a íntima relação de três Infinitos, cada um singular (as singularidades não se somam) de Pai, Filho e Espírito Santo que eternamente existem um para o outro, com o outro, no outro e através do outro, constituindo um Deus-comunhão de amor, de bondade e de infinita beleza.

Tempos de crise como o nosso, de passagem de um tipo de mundo para outro, são também tempos de grande sonhos e utopias. São elas que nos movem na direção do futuro, incorporando o passado, mas fazendo a própria pegada no chão da vida. É fácil pisar na pegada deixada por outros. Mas ela não nos leva mais a nenhum caminho esperançador. Devemos fazer a nossa própria pegada, marcada pela inarredável esperança da vitória da vida, pois o caminho se faz caminhando e sonhando. Então caminhemos.

Leonardo Boff é ecoteólogo, filósofo e escreveu:Cuidar da Terra-proteger a vida: como escapar do fim do mundo, Record, Rio 2010.

 

 

 

 

 

 

 

 

Pedro Ribeiro de Oliveira :1º de Maio: dia de olhar para frente

Pedro A. Ribeiro de Oliveira é conhecido neste blog. Sociólogo com boa formação teológica,da Coordenação Nacional do Movimento Fé e Política, autor de vários livros e artigos de análise de conjuntura e sobre a situação religiosa do Brasil.Esse artigo nos reforça na esperança de que não haverá uma volta ao antes, com todos os impasses ecológicos e sociais que dilaceravam a nossa sociedade. Deixa claro que quem vai impedir a volta ao antes é a própria Terra que,se ocorrer,   nos dará novamente duras lições até aprendermos a conviver com justiça, mais igualdade e fraternidade na Casa Comum. É uma contribuição à esperança tão necessária.  Lboff

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Primeiro de Maio: Dia de Olhar para Frente

Neste 1º de maio foram publicadas pelo menos duas significativas notas de animação para a luta das classes trabalhadoras: uma, da Comissão Episcopal Pastoral para a Ação Sociotransformadora, da CNBB, e outra da Comissão de Pastoral Operária, da Arquidiocese de Campinas-SP. São manifestações importantes, que retomam os grandes temas do Ensino Social da Igreja e palavras da Escritura para estimular os e as militantes em sua reivindicação dos direitos hoje sequestrados pelo capital. Senti falta, porém, de uma análise da realidade a ser enfrentada, porque o que hoje se delineia é muito desfavorável às classes trabalhadoras.

Como expressão de solidariedade a todos os trabalhadores e trabalhadoras que estão sofrendo a perda de direitos, mas ainda assim arriscam sua vida em defesa de quem mais sofre – penso nos Povos Indígenas, desprotegidos em seu território tradicional e covardemente atacados por grupos acobertados por este governo – trago aqui minha contribuição para percebermos a realidade social e econômica que virá pela frente.

Imersos na pandemia do covid-19, neste ano em nenhum lugar do mundo os trabalhadores e trabalhadoras podem sair às ruas para comemorar o seu dia. Aliás, desde o triunfo do neoliberalismo, há mais de vinte anos, essa festa vinha perdendo força apesar da vitória de Lula em 2002 ter renovado as esperanças por dias melhores. Os últimos cinco anos, porém, foram só sofrimento: direitos corroídos enquanto o desemprego aumentou. O golpe final foi a precarização do trabalho e o esvaziamento dos sindicatos. Passada a pandemia, restará uma crise econômica (queda na produção) e financeira (falências e ausência de investimentos) a ser atravessada. Como ficará a vida de quem só vive do que produz com seu trabalho? Como encarar essa realidade num 1º de maio?

Ainda é cedo para esboçar o cenário que teremos pela frente, mas com certeza o mundo será bem diferente do que foi até agora. A crise econômico-financeira, agravada pelo clima de guerra entre as potências emergentes e decadentes, trará um novo modo de produção e consumo capaz de renovar o capitalismo, provavelmente a partir do planejamento estatal e da informática (como desponta na China). Nesse capitalismo de 5ª geração as classes trabalhadoras serão as grandes perdedoras e dificilmente terão seus direitos assegurados… Nada de otimismo!

Esse cenário, porém, ignora o que a Terra está preparando para a espécie homo sapiens/demens e que tem na atual pandemia um sinal de alerta: a catástrofe climática e ambiental. O modo de produção e consumo capitalista nada pode fazer diante dela, porque para ele o que conta são as empresas – pessoas jurídicas – e não as pessoas reais, com carne, osso e espírito. Seu impulso de sobrevivência vai intensificar o uso de todos os instrumentos da tecnociência mais avançada, mas nem ela conseguirá dobrar a disposição da Terra em livrar-se do mal que nossa espécie lhe tem feito.

Diante dessa catástrofe que já desponta no horizonte, podemos vislumbrar duas possibilidades opostas e extremas: (i) manter o atual processo econômico impulsionado pela miragem do crescimento sem fim, ou (ii) operar uma verdadeira conversão da Humanidade em direção a uma civilização planetária, respeitosa dos Direitos da Terra e de toda a comunidade de vida. A primeira significa dar ainda mais força ao mercado e às empresas, ainda que isto represente a redução da espécie humana a um pequeno número de pessoas vivendo em bolhas tecnológicas. A segunda implica o retorno à vida frugal, onde a economia baseada na cooperação, solidariedade e reciprocidade, assegure o necessário à vida sem ultrapassar os limites dos recursos ecológicos renováveis de cada território. Para quem vive dos rendimentos de capital, isso é impensável. Mas para as classes trabalhadoras, essa economia que só garante o necessário é parte de sua experiência vivida: não precisa ser rico para ser feliz. Alimentar, na prática diária, a experiência da solidariedade, da cooperação, e do colocar tudo em comum, e preparar o processo de desapropriação privada dos meios de produção é o desafio que os trabalhadores e trabalhadoras têm pela frente, para sairmos da crise pelo caminho da vida.

Neste 1º de maio de 2020, tendo chegado a uma situação-limite de opressão, estamos aptos a enxergar o modo de produção e consumo capitalista sem ilusões. Percebendo que nele a nossa espécie não tem lugar para realizar-se como Humanidade nem como culminância da grande comunidade de vida, vamos pensar grande: um outro mundo, onde reine a Paz com Justiça, é possível e não está tão distante quanto parece! Por isso, como Zé Vicente, cantemos

“Animados pela Fé e bem certos da vitória,
vamos fincar nosso pé e fazer a nossa história

Pedro A.Oliveira – Leigo católico, nascido em 1943, doutor em sociologia, foi professor nos PPGs em Ciência/s da Religião da UFJF e PUC-Minas, e é membro de Iser-Assessoria e da Coordenação do Movimento Nacional Fé e Política.

 

Michael Lowy:Isto se chama genocídio,neofascista Bolsonaro diante do vírus

             O neofascista Bolsonaro diante da pandemia

Por Michael Löwy já conhecido em nosso blog, um brasileiro, professor em Paris, no Centro Nacional de Pesquisa Científica, sociólogo da religião e grande conhecedor da realidade brasileira. Vive entre a França e o Brasil, onde aqui é muito solicitado a palestras e cursos. Publicamos este artigo pois nos parece esclarecedor do risco que significam  as políticas sanitárias negacionistas do atual Presidente que poderão custar a vida de milhares até de milhões de brasileiros: Lboff

29/04/2020

 

Um dos fenômenos mais inquietantes dos últimos anos é a espetacular ascensão, no mundo inteiro, de governos de extrema direita, autoritários e reacionários, em alguns casos com traços neofascistas: Shinzo Abe (Japão), Modi (Índia), Trump (USA), Orban (Hungria) e Bolsonaro (Brasil) são os exemplos mais conhecidos. Não é surpreendente que vários deles reagiram à pandemia do coronavírus de forma absurda, negando ou subestimando dramaticamente o perigo.

Foi o caso de Donald Trump nas primeiras semanas, e de seu discípulo inglês, Boris Johnson, que chegou a propor que se deixasse o conjunto da população se infectar com o vírus, para assim “imunizar coletivamente” toda a nação – claro, com o custo de algumas centenas de milhares de mortes… Mas diante da crise, os dois tiveram de recuar, no caso de Boris Johnson, sendo ele mesmo gravemente atingido.

O caso do Brasil torna-se assim especial, porque o personagem do Palácio da Alvorada persiste em sua atitude “negacionista”, caracterizando o coronavírus como uma “gripezinha”, definição que merece entrar nos anais, não da medicina, mas da loucura política. Mas esta loucura tem sua lógica, que é a do “neofascismo”.

O neofascismo não é a repetição do fascismo dos anos 1930: é um fenômeno novo, com características do século 21. Por exemplo, não toma a forma de uma ditadura policial, respeita algumas formas democráticas: eleições, pluralismo partidário, liberdade de imprensa, existência de um Parlamento, etc. Naturalmente, trata, na medida do possível, de limitar ao máximo estas liberdades democráticas, com medidas autoritárias e repressivas. Tampouco se apoia em tropas de choque armadas, como o eram as SA alemãs ou o Fascio italiano.

Isto vale também para Bolsonaro: ele não é nem Hitler nem Mussolini, e não tem nem mesmo como referência a versão brasileira do fascismo nos anos 1930, o integralismo de Plínio Salgado. Enquanto que o fascismo clássico propugnava a intervenção massiva do Estado na economia, o neofascismo de Bolsonaro é totalmente identificado com o neoliberalismo, e tem por objetivo impor uma política socioeconômica favorável à oligarquia, sem nenhuma das pretensões “sociais” do fascismo antigo.

Um dos resultados desta versão fundamentalista do neoliberalismo é o desmantelamento do sistema de saúde pública brasileira (SUS), já bastante fragilizado pelas políticas de governos anteriores. Nestas condições, a crise sanitária decorrente da disseminação do coronavírus pode ter consequências trágicas, sobretudo para as camadas mais pobres da população.

Outra característica própria ao neofascismo brasileiro é que, apesar de sua retórica ultranacionalista e patrioteira, ele é completamente subordinado ao imperialismo americano, do ponto de vista econômico, diplomático, político e militar. Isto se manifestou também na reação ao coronavírus, quando se viu Bolsonaro e seus ministros imitar Donald Trump, culpando os chineses pela epidemia.

O que Bolsonaro tem em comum com o fascismo clássico é o autoritarismo, a preferência por formas ditatoriais de governo, o culto do Chefe (“Mito”) Salvador da Pátria, o ódio a esquerda e ao movimento operário. Mas não consegue organizar um partido de massas, nem tropas de choque uniformizas. Tampouco tem condições, por enquanto, de estabelecer uma ditadura fascista, um Estado totalitário, fechando o Parlamento e colocando fora da lei sindicatos e partidos de oposição.

O autoritarismo de Bolsonaro se manifesta no seu “tratamento” da pandemia, tentando impor, contra o Congresso, os governos estaduais e seus próprios ministros uma política cega de recusa das medidas sanitárias mínimas, indispensáveis para tentar limitar as dramáticas consequências da crise (confinamento, etc). Sua atitude tem também traços de social-darwinismo (típico do fascismo): a sobrevivência dos mais fortes. Se milhares de pessoas vulneráveis – idosos, pessoas de saúde frágil – virem a falecer, é o preço a pagar, afinal, “o Brasil não pode parar!”.

Um aspecto específico do neofascismo bolsonarista é seu o obscurantismo, o desprezo pela ciência, em aliança com seus apoiadores incondicionais, os setores mais retrógrados do neopentecostalismo “evangélico”. Esta atitude, digna do terraplanismo, não tem equivalente em outros regimes autoritários, mesmo aqueles que têm como ideologia o fundamentalismo religioso como é o caso do Irã. Max Weber distinguia religião, baseada em princípios éticos, e magia, a crença nos poderes sobrenaturais do sacerdote. No caso de Bolsonaro e seus amigos pastores neopentecostais (Malafala, Edir Macedo, etc) se trata mesmo de magia ou de superstição: parar a epidemia com “orações” e “jejuns”…

Embora Bolsonaro não tenha conseguido impor o conjunto de seu programa mortífero, uma parte dele – por exemplo, um relaxamento do confinamento – talvez se imponha, por meio de imprevisíveis negociações do presidente com seus ministros, militares ou civis.

Apesar do comportamento delirante do sinistro personagem atualmente instalado no Palácio da Alvorada, e da ameaça que ele representa para a saúde publica, uma parcela importante da população brasileira ainda o apoia, em maior ou menor medida. Segundo sondagens recentes, só 17% dos eleitores que votaram nele se mostram arrependidos de seu voto.

O combate da esquerda e das forças populares brasileiras contra o neofascismo ainda esta no começo; será preciso mais do que alguns simpáticos protestos de caçarolas para derrotar esta formação política teratológica. Certo, mais cedo ou mais tarde o povo brasileiro vai se libertar deste pesadelo neofascista. Mas qual será o preço a pagar, até lá?

Post Scriptum: Em 20 de abril Bolsonaro fez uma declaração significativa. Disse que cerca de “70% da população vai ser contaminada pelo Covid-19, isto é inevitável”. Claro, seguindo a lógica da “imunização de grupo” (proposta inicial de Trump e Boris Johnson, depois abandonada), isto talvez pudesse acontecer. Mas só seria “inevitável” se Bolsonaro conseguisse impor sua política de recusa das medidas de confinamento: “o Brasil não pode parar”.

Quais seriam as consequências? A taxa de mortalidade do Covid 19 no Brasil atualmente é de 7% das pessoas contaminadas. Um pequeno cálculo aritmético levaria à seguinte conclusão: (1) Se 70% da população brasileira fosse contaminada seriam 140 milhões de pessoas. (2) 7% de mortalidade de 140 milhões dá uns 10 milhões. (3) Se Bolsonaro conseguisse impor sua orientação, o resultado seriam dez milhões de brasileiros mortos.

Isto se chama, na linguagem penal internacional, genocídio. Por um crime equivalente, vários dignitários nazistas foram condenados à forca pelo Tribunal de Nuremberg.

Michael Lowy é diretor de pesquisas, na França, do Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS)

*Publicado originalmente em ‘A Terra é Redonda