Il Vertice dei popoli originari:il Condor e l’Aquila

Leonardo Boff

Il celebre storico e pensatore culturale Emmanuel Todd, con tono deciso, denunciava già nel 2024 “La défaite de lOccidente” (La sconfitta dell’Occidente). Egli mostrava con ragione come l’Occidente fosse stato sconfitto da se stesso, per non essere riuscito a rigenerarsi a partire dalle proprie radici già necrotiche.

Ciò che Todd ha affermato dell’Occidente potrebbe essere detto dell’intera civiltà planetaria, forse con l’eccezione della Cina di Xi Jinping, che sta cercando di salvare le radici etiche e spirituali della tradizione ancestrale cinese. Ma il problema è la mancanza di libertà. La storia ci insegna che all’essere umano ripugna vedersi privato ​​di questo dono maggiore che è la libertà, con cui può plasmare il proprio destino ed esprimere la propria visione delle cose.

Se quasi la totalità della civiltà globalizzata è alla deriva, lo stesso non si può dire dei popoli nativi di Abya Yala, il nome Kuna per l’Amerindia, che significa “terra fertile”. Il nome è già stato incorporato da quasi tutti i gruppi etnici. È stato un lungo viaggio. Al Primo Congresso Indigeno Interamericano, tenutosi a Pátzcuaro (Messico) nel 1940, ancora si sosteneva la tesi colonialista dell’omogeneizzazione e dell’assimilazione dei popoli nativi nella cultura dominante, di stampo occidentale.

Tutto iniziò a cambiare a partire dagli anni ’60, quando emerse uno spirito libertario, soprattutto tra i giovani. In questo contesto, in tutti i paesi sudamericani, irruppe anche la coscienza indigena come indigena. I popoli nativi rifiutarono di essere chiamati “selvaggi” per essere distinti dai “civilizzati”. Volevano essere ciò che sono, veri popoli: Maya, Inca, Aztechi, Olmechi, Toltechi, Tupi-Guarani, Pataxó, Yanomami e decine di altri.

A partire al 1990 si sono svolti diversi incontri dei popoli nativi del Grande Sud e, anche, del Grande Nord. Si cercava un’identità unica che fosse qualcosa di comune. Ben presto si resero conto che era nella resistenza e nella salvaguardia della propria cultura che potevano trovare qualcosa in comune. Ma per avere forza, avevano bisogno di forgiare insieme un’articolazione che unisse tutti quelli del Nord con quelli del Sud. Uniti, avrebbero potuto affrontare il rullo compressore della cultura dominante, di stampo occidentale, che ha sempre cercato di assimilarli sacrificando la loro identità, cultura, religione, feste e miti ancestrali. E, per di più, rubandogli le terre.

In risposta a tutto questo, fu creato così nel 2007 il Vertice dei Popoli di Abya Yala. Molto importante è stato l’incontro di Porto Alegre nel 2012, quando decine di etnie e gruppi di sostegno hanno lanciato il “Manifesto dei Popoli Indigeni di Abya Yala“. Il cui sottotitolo specifica: “In difesa della Madre Terra, per il Bem Viver, la Vita Piena e contro la Mercificazione della Vita e della Madre Natura”.

Il testo è esplicito: “La nostra relazione con le nostre terre è la base della nostra esistenza in quanto popoli, la base del nostro Bem Viver e della nostra Vita Piena, in armonia con Madre Natura”.

Avevano capito che la cosiddetta “scoperta dell’America o del Brasile” era stata un’invasione e una conquista da parte degli europei che li colonizzarono con una violenza inaudita, appropriandosi delle loro terre, cercando soprattutto oro, argento e legnami pregiati. Oggi, tutti si uniscono intorno alla resistenza e al recupero delle loro identità, che implica la preservazione delle lingue, delle tradizioni, delle religioni e della saggezza degli anziani e degli sciamani.

Un’ombra li accompagna: lo sterminio dei loro antenati, inflitto dagli invasori europei. Si verificò uno dei più grandi genocidi della storia. Circa 60 milioni di integranti di questi popoli nativi furono uccisi da guerre di sterminio e dai lavori forzati o da malattie portate dai bianchi contro cui non avevano difese immunitarie.

I dati più recenti sono stati raccolti dall’educatrice Moema Viezer e dal sociologo e storico canadese residente in Brasile, Marcelo Grondin. Il libro, con prefazione di Ailton Krenak, descrive dettagliatamente, regione per regione, come avvenne l’uccisione sistematica di indigeni e persino di interi popoli, come accadde ad Haiti. Si intitola “Abya Yala: genocídio, resistência e sobrevivência dos povos originários das Américas” (Editora Bambual, Rio de Janeiro 2021).

Cosciente della tragedia accaduta ai suoi fratelli, un saggio della nazione Yanomami, lo sciamano Davi Kopenawa Yanomami, prevedendo il proseguimento di questo processo mortale, avvertì nel libro “A Queda do Céu” (La caduta del cielo) ciò che gli sciamani del suo popolo stavano percependo: “la corsa dell’umanità si sta dirigendo verso la sua fine” (Companhia das Letras, 2015).

Al termine di uno di questi incontri tra i popoli del Grande Sud con quelli del Grande Nord, uno sciamano si alzò e disse con voce forte e misurata: “Fratelli e sorelle, miei parenti. Ascoltate questa profezia, pronunciata da un anziano dei tempi antichi. Verrà un giorno in cui l’Aquila del Nord, che aveva scacciato il Condor del Sud, volerà qui. Incontrerà il Condor. Non lo perseguirà più. Lo inviterà a volare insieme. E di fatto, così fu. Aprendo entrambi le loro grandi ali, i due, il Condor e l’Aquila, iniziarono a volare insieme sopra quelle terre e quelle valli. E non si separarono mai più.”

(Non ho bisogno di chiarire che l’Aquila rappresentava gli Stati Uniti d’America e il Condor Abya Yala, l’Amerindia).

E lo sciamano concluse: “Questo giorno è arrivato: eccoci qui, provenienti da ogni parte, dal Nord e dal Sud. Siamo tutti parenti e abbiamo la Terra come nostra Grande Madre. Aiutiamo gli altri nostri fratelli e sorelle, di varie parti del mondo, ad amare, rispettare e rivitalizzare la nostra Grande Madre. Così potremo vivere tutti insieme nello stesso grande Villaggio Comune”. Parlò e disse.

Questa profezia si sta adempiendo tra i popoli nativi. Che si realizzi anche in noi finché abbiamo ancora tempo.

Leonardo Boff scrive per la rivista ICL LIBERTA

(https://www.revistaliberta.com.br). Ha anche scritto il libroCuidar da Casa comum: como protelar o fim do mundo, Vozes 2025 (https://www.leonardoboff.com).

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

O fracasso ético e moral da humanidade

Leonardo Boff

Nossa origem se encontra na África. Por isso somos todos africanos. O Vale do Rift que pode ser visto da Lua, com a extensão de  3 mil km, começando no norte da Síria e chegando ao centro de Moçambique é uma zona privilegiada. Nesse Vale se produziu uma grande divisão: de um lado,mais alto, ficaram as florestas nas quais nossos antepassados antropoides  e depois os símios  superiores como os gorilas e orangotangos viviam e tinham abundância de alimentos. Não precisavam evoluir para sobreviver.

Alguns ficaram na parte rebaixada do Vale do Rift tornada uma espécie de savana. Nossos ancestrais neste “nordeste seco” evoluíram em seu corpo, começaram a andar em pé e em seu cérebro com mais sinapses de seus neurônios, propiciando um pensamento inicial, no afã de buscar o necessário para a sobrevivência. Ecologicamente a vida  na savana não é tão abundante em meios de vida quanto as demais bioregiões. Em 1974 descobriu-se um fóssil bastante completo,  no deserto de Afar na Etiópia, datado de 3,18 milhões de anos. Parecia ser  de uma mulher. Por isso, foi chamada de “Lucy”, nome tirado de uma canção dos Beatles “Lucy in the Sky with Daimonds”.

         Concluindo: a bioantropologia deixou claro que nós, seres humanos, derivamos de um ancestral comum. Não era um macaco como comumente se pensa, mas um primata primitivo que se bifurcou: por um lado deu origem aos grandes símios, acima referidos, e por outro as várias fases do ser humano,como o homo habilis, depois o homo erectus e, por fim, o homo sapiens, donde nós procedemos

A grande mudança começou com o homo habilis há mais de 2 milhões de anos. Ele já utilizava instrumentos como pedras pontiagudas, paus aguçados e ossos grossos com os quais intervinha na natureza e facilitava a caça de animais. Mas essa intervenção não era ainda destrutiva.

         Com a diferença de centenas de anos, surgiu o homo erectus, já bípede que utilizava instrumentos mais potentes a ponto de, em grupos coordenados, caçar bovinos e até elefantes. Usou pela primeira vez  o fogo introduzindo uma verdadeira revolução cultural passando do cru para o cozido, como foi estudado pelo antropólogo Claude Levy Strauss. Cresceu a intervenção na natureza atingindo animais maiores, como as grandes preguiças.

Depois de ter permanecido por milênios na África, migrando de um lugar ao outro,mas sempre dentro do continente africano, começou a grande migração do  homo erectus.Emigrou para a Eurásia, para a Ásia Central, chegando à Índia, à China até a Austrália. Mais tarde os seus descendentes o homo sapiens chegaram às Américas por volta de 20 mil  anos atrás e assim ocupar todo  o planeta.

Do emigrante  homo erectus chegamos ao homo sapiens de 100 mil anos atrás. Este introduziu há  10 mil anos talvez a maior revolução na história já realizada, a única universalizada, cujas consequências perduram e se aprofundaram até os dias atuais. É a revolução do neolítico. Os seres humanos ficaram sedentários: criaram vilas e cidades. A grande invenção foi a agricultura e a irrigação, especialmente junto aos grandes rios, Tigre, Eufrates, Nilo e Indo.

         Com a agricultura formou-se  um superavit de meios de vida.  Agora começa seu processo de violência e  agressão, não só contra a natureza como vinha fazendo crescentemente até esta data, mas  contra outros seres humanos. A produção agrícola produziu excedentes em boa quantidade. Isso possibilitou a guerra, pois havia reservas para alimentar os soldados. Foi nesse momento em que o historiador Arnold Toynbee em sua imensa obra  A Study of History viu o surgimento do fenômeno que jamais desapareceu da face da Terra: a guerra. Começou a verdadeira “abominação da desolação” como biblicamente se descreve o nível da destrutividade humana.

Mas a sistemática violência contra outros seres humanos e a natureza ganhou dimensões nunca vistas antes com o processo de colonização e escravização de África e da América Latina e de outras regiões a partir da Europa. Milhões foram sacrificados.Só nas Américas 61 milhões, no espaço de um século e meio. Foi o maior holocausto da história. Houve verdadeiros genocídios,atualizados nos dias atuais,como aquele da Faixa de Gaza contra os palestinos. A inauguração da industrialização moderna até a presente data com as formas mais sofisticadas de dominação de pessoas e da depredação de praticamente todos os ecossistemas, utilizando a IA, propiciou o auge do uso da violência. Até criarmos o princípio de autodestruição com todo tipo de armas mortais.

Devemos reconhecer que graças às ciências e às técnicas modernas o bem estar humano cresceu prodigiosamente.Tornou a vida mais cômoda e mais longeva,embora grande parte da humanidade seja condenada à exclusão desses benefícios.Indubitavelmente houve um progresso em todos os âmbitos,na saúde, da educação, na mobilidade e outras mil invenções. Mas não devemos nos orgulhar, pois como observou o geneticista francês André Langaney(*1942) as algas e as borboletas desenvolvera mais o DNA que nós. Em termos de massa, os vermes da terra a possuem mais do que a de toda a humanidade.

         Não obstante este desenvolvimento cultural,em termos morais (modos de organizar a vida) e éticos (os princípios que orientam a vida) estamos ainda na pré-história. Acompanhou-nos sempre  a maldade, a crueldade, a mentira intencionada e a falta de empatia como verificamos em nossos dias.Os escândalos de pedofilia e se abusos inomináveis a jovens meninas, atestados nos arquivos de Epstein,envolvendo o presidente Trump e outros nos testemunham o nível da degradação moral e ética.

Somos os últimos dos seres portadores de inteligência reflexa a entrar no processo da evolução. No derradeiro minuto antes da meia-noite, se reduzirmos a idade do universo (13,7 bilhões de anos) ao calendário de um ano.Será que ainda temos a chance de fazer predominar a bondade sobre a brutalidade, o cuidado sobre a destrutividade de nosso modo de viver? Um insano como o Presidente Donald Trump ameaça usar seu poder militar para submeter todos os países, com o risco de eliminar por uma guerra nuclear, a vida humana.Ou por sua incontida vontade de poder destrutivo seria aquele, o inimigo da vida, representante do Anti-Cristo, que poria fim à saga humana? A Terra continuará a girar por milênios ao redor do sol, mas sem nós ou apenas com os trilhões de trilhões micro-organismos no subsolo que sobreviverão. O destino está em nossas decisões,em nossas mãos. Como salvar a nós e a vida fazendo do amor,do cuidado e da empatia os eixos estruturadoras de um novo tipo de civilização? Sem isso não teremos futuro.

Leonardo Boff é ecoteólogo, filósofo e escritor e escreve para a revista LIBERTA do Instituto Conhecimento Liberta (ICL: (https://www.revistaliberta.com.br); A nova visão do universo:de onde viemos? Animus-Anima,Petrópolis 2025; site:www.leonardoboff.org

Das ethische und moralische Versagen der Menschheit

Leonardo Boff

Unsere Ursprünge liegen in Afrika. Deshalb sind wir alle Afrikaner. Der vom Mond aus sichtbare Ostafrikanische Grabenbruch(Rieft Valley) erstreckt sich über 3.000 km, von Nordsyrien bis ins Zentrum Mosambiks, und ist ein privilegiertes Gebiet. In diesem Tal gab es eine große Trennlinie: Auf der einen Seite, höher gelegen, befanden sich die Wälder, in denen unsere menschenähnlichen Vorfahren und später die höheren Affen wie Gorillas und Orang-Utans lebten und reichlich Nahrung fanden. Sie mussten sich nicht weiterentwickeln, um zu überleben.

Einige blieben im tiefer gelegenen Teil des Rift Valley, der sich zu einer Art Savanne entwickelt hatte. Unsere Vorfahren in diesem „brasilianischen trockenen Nordosten“ entwickelten sich körperlich weiter, begannen aufrecht zu gehen, und ihr Gehirn bildete mehr Synapsen aus, was erste Denkprozesse im Streben nach dem Überleben ermöglichte. Ökologisch gesehen ist das Leben in der Savanne nicht so ressourcenreich wie in anderen Bioregionen. 1974 wurde in der Afar-Wüste in Äthiopien ein recht vollständiges Fossil entdeckt, das auf ein Alter von 3,18 Millionen Jahren datiert wurde. Es schien das einer Frau zu sein. Daher wurde sie „Lucy“ genannt, nach dem Beatles-Song „Lucy in the Sky with Diamonds“.

Zusammenfassend lässt sich sagen, dass die Bioanthropologie eindeutig belegt hat, dass wir Menschen von einem gemeinsamen Vorfahren abstammen. Dieser war nicht, wie oft angenommen, ein Affe, sondern ein primitiver Primat, der sich in verschiedene Gruppen aufspaltete: Einerseits brachte er die oben genannten Menschenaffen hervor, andererseits die verschiedenen Entwicklungsstufen der Menschheit, wie Homo habilis, dann Homo erectus und schließlich Homo sapiens, und soäter der Homo sapiens sapiens von dem wir abstammen.

Der große Wandel begann mit dem Homo habilis vor mehr als zwei Millionen Jahren. Schon damals nutzten sie Werkzeuge wie zugespitzte Steine, Stöcke und dicke Knochen, mit denen sie die Natur bearbeiteten und die Jagd auf Tiere erleichterten. Doch diese Eingriffe waren noch nicht zerstörerisch.

Jahrhunderte später erschien der Homo erectus, bereits zweibeinig und mit leistungsfähigeren Werkzeugen ausgestattet, sodass er in organisierten Gruppen Rinder und sogar Elefanten jagte. Er nutzte als Erster das Feuer und leitete damit eine wahre kulturelle Revolution ein, indem er von roher zu gekochter Nahrung überging, wie der Anthropologe Claude Lévi-Strauss untersuchte. Sein Eingriff in die Natur intensivierte sich und erstreckte sich auch auf größere Tiere wie Riesenfaultiere.

Nachdem der Homo erectus Jahrtausende lang in Afrika geblieben war und innerhalb des afrikanischen Kontinents immer wieder umhergewandert war, begann die große Migration. Er wanderte nach Zentralasien und erreichte schließlich Indien, China und Australien. Später, vor etwa 20.000 Jahren, besiedelten seine Nachkommen, der Homo sapiens sapiens, Amerika und damit den gesamten Planeten.

Vom eingewanderten Homo erectus gelangten wir vor 100.000 Jahren zum Homo sapiens sapiens. Diese Art brachte vor 10.000 Jahren die vielleicht größte Revolution der Geschichte hervor, die einzige, die sich weltweit durchsetzte und deren Folgen bis heute fortwirken und sich vertieft haben: die neolithische Revolution. Die Menschen wurden sesshaft und gründeten Dörfer und Städte. Die bedeutendste Erfindung war die Landwirtschaft mit Bewässerung, insbesondere an den großen Flüssen Tigris, Euphrat, Nil und Indus.

Die Landwirtschaft hatte einen Ressourcenüberschuss geschaffen. Nun begann ein Prozess der Gewalt und Aggression, nicht nur gegen die Natur, wie sie es bis dahin zunehmend getan hatte, sondern auch gegen andere Menschen. Die landwirtschaftliche Produktion brachte beträchtliche Überschüsse hervor. Dies ermöglichte Kriege, da Reserven zur Versorgung der Soldaten vorhanden waren. In diesem Moment erkannte der Historiker Arnold Toynbee in seinem monumentalen Werk „A Study of History“ das Entstehen eines Phänomens, das nie von der Erde verschwunden ist: den Krieg. Der wahre „Gräuel der Verwüstung“, wie die Bibel das Ausmaß menschlicher Zerstörungswut beschreibt, begann.

Doch die systematische Gewalt gegen andere Menschen und die Natur erreichte mit der Kolonisierung und Versklavung von Personen aus Afrika, Lateinamerika und anderer Regionen Europas ein beispielloses Ausmaß. Millionen wurden geopfert. Allein in Amerika 61 Millionen innerhalb von anderthalb Jahrhunderten. Es war der größte Holocaust der Geschichte. Es gab regelrechte Völkermorde, die bis heute fortbestehen, wie beispielsweise der Völkermord im Gazastreifen an den Palästinensern. Die moderne Industrialisierung bis heute, mit ihren hochentwickelten Formen der Beherrschung von Menschen und der Zerstörung praktisch aller Ökosysteme mithilfe von KI, hat den Höhepunkt der Gewaltanwendung erreicht. Bis hin zur Entstehung des Prinzips der Selbstzerstörung durch alle Arten tödlicher Waffen.

         Wir müssen anerkennen, dass das menschliche Wohlbefinden dank moderner Wissenschaft und Technologie enorm zugenommen hat. Es hat das Leben komfortabler und länger gemacht, obwohl ein großer Teil der Menschheit von diesen Vorteilen ausgeschlossen bleibt. Zweifellos gab es Fortschritte in allen Bereichen: Gesundheit, Bildung, Mobilität und unzählige andere Erfindungen. Doch wir sollten nicht stolz sein, denn wie der französische Genetiker André Langaney (*1942) feststellte, haben Algen und Schmetterlinge mehr DNA entwickelt als wir. Regenwürmer besitzen, gemessen an der Masse, mehr Masse als die gesamte Menschheit.

Trotz dieser kulturellen Entwicklung befinden wir uns in moralischer (Lebensgestaltung) und ethischer Hinsicht (Lebensprinzipien) noch immer in der Vorgeschichte. Boshaftigkeit, Grausamkeit, bewusste Lügen und ein Mangel an Empathie begleiten uns seit jeher, wie wir auch heute noch beobachten. Die in den Epstein-Akten dokumentierten Skandale um Pädophilie und unbeschreiblichen Missbrauch junger Mädchen, in den auch Präsident Trump und andere verwickelt waren, zeugen vom Ausmaß des moralischen und ethischen Verfalls.

Wir sind die letzten Wesen mit reflexiver Intelligenz, die in den evolutionären Prozess eintreten. Wenn wir in der letzten Minute vor Mitternacht das Alter des Universums (13,7 Milliarden Jahre) auf ein Kalenderjahr reduzieren, haben wir dann noch eine Chance, das Gute über die Brutalität, die Fürsorge über die Zerstörungswut unserer Lebensweise siegen zu lassen? Ein Wahnsinniger wie Präsident Donald Trump droht, seine militärische Macht zur Unterwerfung aller Länder einzusetzen und riskiert damit die Auslöschung der Menschheit durch einen Atomkrieg. Oder wird er, der Feind des Lebens, der Repräsentant des Antichristen, durch seinen ungezügelten Zerstörungswillen die Menschheitsgeschichte beenden? Die Erde wird sich noch Jahrtausende um die Sonne drehen, aber ohne uns oder nur mit den Abermillionen von Mikroorganismen im Erdreich, die überleben werden. Unser Schicksal liegt in unseren Entscheidungen, in unseren Händen. Wie können wir uns und das Leben retten, indem wir Liebe, Fürsorge und Empathie zu den tragenden Säulen einer neuen Zivilisation machen? Ohne dies haben wir keine Zukunft.

Leonardo Boff ist Ökotheologe, Philosoph und Autor. Er schreibt unter anderem für die Zeitschrift LIBERTA des Instituto Conhecimento Liberta (ICL: https://www.revistaliberta.com.br) und veröffentlichte das Buch „Die neue Vision des Universums: Woher kommen wir?“ (Animus-Anima, Petrópolis 2025). Weitere Informationen finden Sie auf seiner Website: http://www.leonardoboff.org

La disumanità dei proprietari di schiavi ieri e oggi

Leonardo Boff*

La parola schiavo deriva dal latino slavus, un nome generico per designare gli abitanti della Slavia, una regione dei Balcani, nella Russia meridionale e sulle rive del Mar Nero, un importante fornitore di schiavi per tutto il Mediterraneo. Erano bianchi, biondi e con gli occhi azzurri. I soli ottomani di Istanbul importarono circa 2,5 milioni di questi schiavi bianchi tra 1450-1700.

Nel nostro tempo, le Americhe sono state le grandi importatrici di persone dall’Africa che furono schiavizzate. Tra 1500-1867 il numero è spaventoso: 12.521.337 persone attraversarono l’Atlantico, di cui 1.818.680 morirono durante il viaggio e furono gettate in mare. Il Brasile fu il campione della schiavitù. Da solo importò, a partire dal 1538, circa 4,9 milioni di africani ridotti in schiavitù. Dei 36 mila viaggi transatlantici, 14.910 erano destinati ai porti brasiliani.

Queste persone schiavizzate erano trattate come merce, chiamati “pezzi”. La prima cosa che faceva l’acquirente per “portarli ben addomesticati e disciplinati” era castigarli “con frustate, catene e ceppi”. Gli storici dello schiavismo hanno creato la leggenda secondo cui la schiavitù qui [in Brasile] era mite, quando in realtà fu estremamente crudele.

Farò due esempi terrificanti:

Il primo: l’olandese Dierick Ruiters, di passaggio a Rio nel 1618, racconta: “Un negro affamato rubò due pani di zucchero. Il padrone, avendolo saputo, ordinò che fosse legato a faccia in giù a una tavola e ordinò a un negro di fustigarlo con una frusta di cuoio; il suo corpo rimase con una ferita aperta dalla testa ai piedi, e le parti risparmiate dalla frusta furono lacerate con un coltello; dopo la punizione, un altro negro versò sulle sue ferite un vaso contenente aceto e sale… Ho dovuto assistere – racconta l’olandese – alla trasformazione di un uomo in carne salata; e come se non bastasse, gli versarono pece fusa sulle ferite; lo lasciarono tutta la notte, in ginocchio, legato per il collo a un ceppo, come un miserabile animale” (Cfr. L. Gomes, Slavery vol. I, 2019, p. 304). Sotto tali castighi, l’aspettativa di vita di una persona ridotta in schiavitù era nel 1872 di 18,3 anni.

L’altro, non meno orribile, proviene dall’antropologo Darcy Ribeiro, che dipinge un quadro generale della schiavitù: “Senza l’amore di nessuno, senza famiglia, senza sesso se non la masturbazione, senza alcuna possibile identificazione con nessuno – il suo controllore poteva essere un nero, i suoi compagni di sventura nemici – cencioso e sporco, brutto e puzzolente, dolorante e malaticcio, senza alcun piacere o orgoglio per il suo corpo, viveva la sua routine. Questa consisteva nel subire ogni giorno il castigo quotidiano delle frustate sciolte, affinché lavorasse con attenzione e tensione. Settimanalmente, c’era una punizione preventiva, pedagogica, per non pensare alla fuga e, quando attiravano l’attenzione, su di lui ricadeva un castigo esemplare, sotto forma di mutilazione delle dita, di foratura dei seni, di ustioni con la brace, di rottura meticolosa di tutti i denti, o delle frustate alla gogna, trecento frustate in una volta per ucciderlo o cinquanta frustate al giorno, facendolo sopravvivere. Se fuggiva e veniva catturato poteva essere marchiato a fuoco, essere bruciato vivo, lasciato giorni in agonia alla bocca della fornace, oppure, all’improvviso, gettato dentro per bruciare come un ramoscello oleoso” (Cfr. Darcy Ribeiro, O Povo Brasileiro, Compagnia Das Letras, 1995, pp. 119-120).

Il gesuita André João Antonil disse: “Per lo schiavo sono necessarie tre P, vale a dire: pau, pão e pano“. Pau (bastone) per bastonare, Pão (pane) per non farlo morire di fame e Pano (stoffa) per nascondergli le vergogne. In generale la storia dei neri schiavizzati è stata scritta dalla mano bianca.

È sempre attuale il grido lacerante di Castro Alves in “Vozes d’Africa” ​​: “Oh Dio, dove sei che non rispondi? In quale mondo, in quale stella ti nascondi/ Avvolto nei cieli? Da duemila anni ti ho inviato il mio grido/ Che invano, da allora, percorre l’infinito… / Dove sei, Signore Dio?”. Quanto fa male! Jessé de Souza, nella sua opera, ha dimostrato che quello che i proprietari di schiavi hanno fatto ai neri, la maggioranza dell’attuale classe dominante lo traduce oggi in termini di disprezzo e odio per i neri.

Parlo da teologo: misteriosamente Dio è rimasto in silenzio, proprio come è rimasto in silenzio nel campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, cosa che ha portato Papa Benedetto XVI, mentre era là, a chiedersi: “Dov’era Dio in quei giorni? Perché Egli è rimasto in silenzio? Come ha potuto permettere tanto male?

E pensare che i principali proprietari di schiavi furono cristiani. La fede non li ha aiutati a vedere in queste persone “immagini e somiglianze di Dio”, tanto meno “figli e figlie di Dio”, nostri fratelli e sorelle. Come è stata possibile la crudeltà nelle camere di tortura dei vari dittatori militari di Brasile, Argentina, Cile, Uruguay ed El Salvador, che si definivano cristiani o cattolici? E l’ex presidente, condannato per tentato colpo di Stato, Jair Bolsonaro, ha pubblicamente difeso la tortura come mezzo per affrontare gli oppositori.

Quando la contraddizione è così grande da trascendere ogni razionalità, che incontra qui il suo limite, restiamo semplicemente in silenzio. È il mysterium iniquitatis, il mistero dell’iniquità a cui fino a oggi nessun filosofo, teologo o pensatore ha trovato una risposta. Anche Cristo sulla croce ha gridato e sentito la “morte” di Dio. Ciononostante, vale la pena scommettere che tutte le tenebre insieme non possono spegnere una piccola luce di bontà che brilla nella notte umana. È la nostra speranza contro tutta la speranza.

Leonardo Boff è un filosofo e teologo che scrive per la rivista LIBERTA della ICL (https://www.revistaliberta.com.br) e ha scritto il libro Paixão de Cristo-paixão do mundo, Vozes 2009.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)