La discriminación de los afrodescendientes continúa

Una consecuencia de la campaña electoral de 2018, antidemocrática y marcada por un sinnúmero de fake news (falsas noticias), fue el fortalecimiento del racismo ya existente contra indígenas, quilombolas y particularmente contra negros y negras. Según el último censo, el 55,4% se declararon pardos o negros. Es decir, después de Kenia somos la mayor nación negra del mundo. La mayoría tiene en su sangre la herencia africana. Además, todos, blancos, negros, amarillos y otros, somos africanos, pues fue en África donde irrumpió el proceso de la antropogénesis hace millones de años.

Como nuestra historia ha sido escrita por manos blancas, muchos historiadores intentaron suavizar la esclavitud. El hecho es que la esclavitud deshumanizó a todos, señores y esclavos. Ambos vivieron la esclavitud en un permanente síndrome de miedo, de revueltas, de envenenamientos, de asesinatos de patrones, de hijos, de asaltos a sus mujeres. Los señores, para contener a los negros y aplicar la violencia contra ellos, tuvieron que reprimir su sentido de humanidad y de compasión. Por eso, las clases dominantes, herederas del orden esclavista, viven hasta hoy llenas de prejuicios de que los negros, los mulatos deben ser tratados con violencia y dureza. Son considerados perezosos cuando, en realidad, ellos fueron los que construyeron nuestras iglesias y edificios coloniales.

Los esclavos eran casi siempre mucho más numerosos que los blancos. En Salvador y en la capitanía de Sergipe, hacia 1824 eran 666 mil esclavos y 192 mil blancos libres (Clovis Moura, Sociología del negro, 1988, p. 232). En 1818, el 50,6% de la población brasilera era de negros esclavos (Beozzo, Iglesia y esclavitud, 1980, p. 259). Y actualmente como acabamos de mencionar son el 55,4% de la población.

La esclavitud deshumanizó mucho más a los negros. Darcy Ribeiro, en su extraordinario libro El pueblo brasilero (1995) resume bien la condición esclava:

Sin amor de nadie, sin familia, sin sexo que no fuese la masturbación, sin ninguna identificación posible con nadie –su capataz podía ser un negro, sus compañeros de infortunio, un enemigo–, malvestido y sucio, feo y apestoso, llagado y enfermo, sin ningún gozo u orgullo del cuerpo, vivía su rutina. Esta era sufrir todos los días el castigo de los latigazos sueltos, para trabajar atento y tenso. Semanalmente venía un castigo preventivo, pedagógico, para no pensar en la fuga, y, cuando llamaba la atención, recaía sobre él un castigo ejemplar, en forma de mutilación de dedos, perforación de los senos, quemaduras con tizón, todos los dientes rotos concienzudamente, o de azotes en la picota, trescientos latigazos de una vez para matar, o cincuenta latigazos diarios para sobrevivir. Si huía y era capturado, podía ser marcado con hierro, o quemado vivo en días de agonía en la boca del horno, o arrojado de una vez dentro de él para arder como leña oleosa (p. 119-120).

A causa de este tipo de violencia, los esclavos internalizaron dentro de sí al opresor. Para sobrevivir, tuvieron que asumir la religión, las costumbres y la lengua de sus opresores. Desarrollaron la estrategia del “jeitinho” para nunca decir no y al mismo tiempo poder alcanzar un objetivo que de otra forma jamás alcanzarían.

Pero hace ya mucho tiempo surgió una fuerte conciencia de la negritud con la determinación de rescatar su identidad, su religión y su forma de estar en el mundo. Se trata de establecer el sujeto de la liberación, las negras y los negros, contra su inserción forzada en la inicua historia de la barbarie blanca.

La historia contada por la mano negra no es sólo una historia contra el blanco; es una historia propia, que no se confunde con la historia de los opresores y esclavócratas, aunque está ligada dialécticamente a ella. Y está haciendo su curso libremente.

La abolición de los esclavos en 1888 no significó la abolición de la mentalidad esclavócrata, presente en la cultura dominante, que sigue manteniendo a centenares de trabajadores con una relación análoga a la de los esclavos. En enero de 2019 había 204 empresarios cometiendo ese crimen. Basta leer la reciente obra distribuida en 2019 “Estudios sobre las formas contemporáneas de trabajo esclavo”(Maud) en la que colaboraron cuarenta y cuatro investigadores, cubriendo gran parte del área nacional, organizada, junto con otros, por el conocido especialista, Ricardo Rezende Figueira. La impresión final es estremecedora.
¿Cómo puede existir todavía hoy la pérfida inhumanidad de seres humanos esclavizando a otros seres humanos?

*Leonardo Boff es investigador y ha escrito “Conciencia negra y proceso de liberación”, en La voz del arcoiris, Sextante, Rio 2004, pp. 88-106.

Traducción de Mª José Gavito Milano

La discriminazione degli afrodiscendenti continua

Una conseguenza della campagna elettorale del 2018 antidemocratica e segnata da un incalcolabile numero di fake news, è stata un rafforzamento di un razzismo già esistente: contro gl’indigeni, contro gli abitanti dei quilombos e particolarmente contro negri e negre. Secondo l’ultimo censimento, 55,4 % dei cittadini brasiliani si sono dichiarati o pardos o neri. Cioè, dopo il Kenia siamo la maggior nazione nera del mondo. La maggioranza ha nel suo sangue l’eredità africana. D’altra parte, bianchi, neri e gialli e di altri colori siamo africani, perché è stato in Africa che milioni di anni fa ha fatto irruzione il processo di antropogenesi.

Siccome la nostra storia è stata scritta da mani bianche, molti storici hanno tentato di annacquare la storia della schiavitù. Il fatto è che la schiavitù ha disumanizzato tutti, padroni e schiavi. L’uno e l’altro hanno vissuto la schiavitù in una permanente sindrome di paura, di rivolta, di avvelenamenti, di assassinii di padroni, di figli, di aggressione alle loro donne. I signori per poter contenere e usare la violenza contro i neri dovettero reprimere il loro senso di umanità e di compassione. Per questo, fino ad oggi le classi dominanti, eredi dell’ordine dettato dalla schiavitù, sono intrise dal preconcetto che i neri, e i mulatti devono essere trattati con violenza e durezza. Sono considerati pigri, mentre, in realtà, sono stati loro a costruire le nostre chiese e gli edifici coloniali.

Gli schiavi erano quasi sempre più numerosi dei bianchi. A Salvador e nella Capitania del Sergipe, intorno agli anni 1824, si contavano 666 mila schiavi e 192 mila bianchi liberi (Clovis Moura, sociologia del nero 1988, p.232). Nel 1818 in tutto il Brasile, 50,6 % della popolazione era di neri schiavi (Beozzo, chiesa e schiavitù, 1980, p. 259). E attualmente, come abbiamo riferito sopra sono 55,4 % della popolazione.

La schiavitù ha disumanizzato i negri molto più che gli altri. Darcy Ribeiro nel suo straordinario Il Popolo Brasiliano (1995) riassume bene la condizione di schiavitù:

Senza amore di nessuno, senza famiglia, senza sesso per non contare la masturbazione, senza nessuna identificazione possibile con nessuno –il loro capataz poteva essere un nero compagno di sventura, un nemico–, straccione e sudicio, schifoso e puzzolente, rognoso o malato, senza poter ricavare piacere o orgoglio dal proprio corpo. Vivevano una loro routine: che consisteva nel patire tutti i giorni il castigo quotidiano di scudisciate abbondanti perché imparassero a lavorare con attenzione e impegno.

Ogni settimana, c’era un castigo preventivo, pedagogico per non far loro pensare alla fuga e, quando richiamava l’attenzione sulla fuga piombava su di lui un castigo esemplare, nella forma di mutilazione di dita, di perforazione dei seni, di bruciature con tizzoni, di ritrovarsi tutti i denti spaccati metodicamente o di bastonate o a rimanere in piazza alla gogna; intorno alle 300 scudisciate in un colpo solo, per uccidere, o 50 scudisciate per sopravvivere. Se fuggiva e veniva preso poteva essere marcato con un ferro rovente, essere bruciato vivo, con tanti giorni di agonia, all’imbocco di una fornace oppure in una botta sola buttato dentro per bruciare come una torcia resinosa.” (p.119-120).

A causa di questo tipo di violenza, gli schiavi hanno interiorizzato il loro oppressore. Per sopravvivere, hanno dovuto accettare religione, costumi e lingua dei loro oppressori. Hanno sviluppato la strategia del “jeitinho” per non dire mai di no e al tempo stesso poter raggiungere un obiettivo che in altro modo mai avrebbero raggiunto.

Già da molto tempo è nata una robusta coscienza della negritudine con la determinazione di riscattare l’identità loro propria, le loro religioni e il loro modo di stare nel mondo. Si tratta di stabilire il soggetto della liberazione e negri e le nere, contrastando il loro inserimento forzato nella iniqua storia della barbarie bianca.

La storia raccontata da mano nera non è soltanto una storia contro il bianco; è una storia loro propria, che non si confonde con la storia degli schiavisti, anche se ad essa sta legata dialetticamente, e con essa sta facendo il suo libero corso.

L’abolizione degli schiavi del 1888 non significò l’abolizione della mentalità schiavista, presente nella cultura dominante che continua a mantenere centinaia di lavoratori con una relazione analoga a quella degli schiavi. Nel gennaio del 2019, c’erano 204 imprenditori colpevoli di questo crimine. Basta leggere la recente opera distribuita nel 2019 “Studi sopra la forma contemporanea di lavoro schiavo” (Maud) con la collaborazione di 44 ricercatori che hanno coperto nel loro studio gran parte dell’area nazionale, organizzata dal noto socialista, insieme ad altri, Riccardo Rezende Figueira. L’impressione finale è spaventosa. Come ancora oggi persiste la perfida disumanità di esseri umani che schiavizzano altri esseri umani?

*Leonardo Boff è ricercatore e ha scritto Coscienza negra e processo di liberazione, in “A voz do arco-iris, Sextante ,Rio 2004,pp.88-106.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

A escravidão. Uma reflexão histórica no contexto das eleições presidenciais e 2018: E. Hoornaert

Eduardo Hoornaert é conhecido neste blog. É um historiador e pesquisador muito sério de nossa história e a da Igreja do Brasil. É atento às consequências que a vergonhosa escravidão se fazem presentes nas nossas práticas cotidianas. Os dados estatísticos nos revelam que 55,4% da população se declara  de negros e mulatos. A escravidão proclamada em 1888 não terminou. Ganhou novas formas, como por exemplo, pelo trabalho escravo a modo de escravidão que afeta centenas e centenas de pessoas . Uma razão a mais para sempre voltarmos para esta chaga que nunca se fecha e para a nossa responsabilidade de aboli-la verdadeiramente para não sermos tão maus uns para com os outros.Lboff

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A escravidão. Uma reflexão histórica no contexto das eleições presidenciais e 2018

                Eduardo Hoornaert

Em seu livro ‘A elite do atraso, da escravidão à Lava Jato’ (Leya, Rio de Janeiro, 2017), o sociólogo e historiador Jessé Sousa faz uma impiedosa anatomia da história do Brasil, como comprova o subtítulo do trabalho: ‘um livro que analisa o pacto dos donos do poder para perpetuar uma sociedade cruel, forjada na escravidão’. Para muitos, imagino, as palavras de Jessé Sousa soam ofensivas e até brutais. Mas, será que elas são falsas e devem ser rejeitadas sem mais nem menos? Eis o que pretendo considerar com você no texto que se segue.

1. O modo em que Jessé Sousa se expressa pode ser chocante, mas se baseia em séria pesquisa histórica. Dizer que a sociedade brasileira continua fundamentalmente marcada pela escravidão é uma afirmação de inconfundível veracidade histórica. Durante quatro séculos, os colonizadores portugueses se apoderaram de milhões de habitantes da África e os transportaram ao Brasil (os números comumente avançados são de aproximadamente 4.000.000 de pessoas) para se aproveitar de seus serviços em diversos projetos econômicos (cana de açúcar, minas de ouro, café etc.) e serviços domésticos.. Em consequência disso, a ‘escravidão’ (como Jessé Sousa costuma dizer) se tornou constitutiva do modo brasileiro de se viver em sociedade. Ela se perpetua até hoje, dos mais variados modos, malgrado determinados gestos formais como a Abolição da Escravatura no ano 1888, a Declaração dos Direitos Humanos em 1948 ou a mui tardia e ocultada condenação da escravatura pela Igreja Católica em 1965 (numa passagem nos documentos do Concílio Episcopal Vaticano II). Pode-se dizer que ela continua sendo a ‘marca registrada’ do Brasil. O que escrevo aqui pode parecer estranho, mas basta observar atentamente a vida diária para detectar comportamentos que só se explicam recorrendo à herança constitutiva da escravidão na formação do país. As empregadas domésticas, por exemplo, bem cedo de manhã, enchem os ônibus nas cidades brasileiras. Enfim, estamos diante de uma escravidão comumente ocultada e silenciada.

2. A história multimilenária da escravidão, desde os antigos impérios dos caldeus, assírios, babilônicos, persas, egípcios, helenistas e romanos, até os sistemas modernos oriundos da colonização europeia, demonstra que a escravidão tanto vitima os escravos quanto seus amos. É relativamente fácil detectar a vitimação dos primeiros na falta de autoestima, na obediência serviçal, na mentalidade de submissão e na quase impossibilidade de lutar por direitos humanos básicos. Resulta mais difícil perceber que os beneficiados pelo sistema igualmente atingidos em sua dignidade, autoestima e sua capacidade de encarar a realidade como ela é. Mesmo espíritos que, no passado, se destacaram por sua inteligência, experimentavam dificuldades em visualizar a escravidão com objetividade. Platão se limita a escrever que ‘uns nascem livres, outros escravos’, Aristóteles fala em ‘escravos por natureza’ e mesmo o grande teólogo cristão Agostinho afirma que a escravidão é ‘fruto do pecado’. Nos raros textos antigos alusivos à escravidão, o tema da inferioridade ‘congênita’ do escravo aparece invariavelmente. Aqui chamo a atenção, de passagem, para a originalidade da postura de Jesus de Nazaré que, vivendo numa sociedade escravocrata, não só toma partido pelos escravos mais os exorta a lutar por seus direitos (As ‘bem-aventuranças’).

3. É nessa história de longa duração que o Brasil se insere. Os ‘explicadores do Brasil’, desde os pioneiros dos anos 1930 (Gilberto Freyre) até os mestres professores dos anos 1930-1940 (Caio Prado Júnior, Sérgio Buarque de Holanda, Paulo Prado e outros), abordam, como não podia deixar de ser, a temática da escravidão. Eles apresentam saídas, e vale a pena averiguar em que elas consistem. O primeiro grande explicador do Brasil é o pernambucano Gilberto Freyre, que em 1936 publica o livro ‘Casa Grande e Senzala’. O valor do livro consiste em confrontar o brasileiro com a identidade binária que caracteriza sociedades escravocratas: Casa Grande e Senzala. Esse brasileiro contempla o mundo a partir da Casa Grande ou a partir da Senzala. Não há meio termo. A narrativa de Freyre penetra fundo. Assim, por exemplo, o autor observa que o sistema só se sustenta por uma sutil combinação entre ‘bondade’ e crueldade. A paz, no domínio, só é garantida quando o Senhor da Casa Grande consegue, ao mesmo tempo, ostentar bondade e tranquilidade e reprimir impiedosamente qualquer sinal de revolta por parte da Senzala. A revolta na Senzala ameaça o desabamento do sistema todo. Daí se compreende que o ódio ao escravo é constitutivo da estrutura política e social do Brasil, como bem entendeu o abolicionista pernambucano Joaquim Nabuco (final do século XIX) quando escreveu: ‘a bondade dos senhores não é outra coisa senão a submissão dos escravos’. A explicação de Gilberto Freyre ainda hoje é atual. Ela descreve a vida no país de modo simples e convincente.

De outro lado, o mestre pernambucano se embrulha quando pretende apontar uma saída no sentido de ‘conciliar’ Casa Grande e Senzala. Ele tira da manga o slogan ‘democracia racial’. O abismo entre senhores e escravos se elimina por meio de um modo originalmente brasileiro de ‘democracia’, uma democracia entre raças e culturas, uma ‘miscigenação’. Aqui, em contraste do que se observa nos Estados Unidos, brancos não convivem pacificamente com negros? O Brasil não é um país em que os conflitos sociais inexistem, por força da mestiçagem e da peculiaridade de uma ‘civilização luso-tropical’? O Brasil não é um país que desconhece revoluções e movimentos violentos? Um país pacífico por natureza?

Hoje, as tensões políticas e culturais desmentem a tese freyriana da ‘democracia racial’. O celebrado autor pernambucano, ao querer solucionar o dilema brasileiro, nada mais fez que varrer o potencial violento do pais em baixo do tapete.Vinte anos após Gilberto Freyre surge em São Paulo uma nova escola de ‘explicadores do Brasil’, desta vez na prestigiosa Universidade de São Paulo (USP), modelo inconteste, durante décadas, do ensino superior brasileiro. O ponto de partida é a ideia do ‘desenvolvimento’, em franca ascensão por todo o Ocidente nos anos das descolonizações, cuja plausibilidade se assenta em duas premissas. De um lado, ela tranquiliza os antigos colonizadores (os europeus), e do outro lado apresenta uma saída plausível aos países que se libertaram da colonização e que agora se tornam ‘subdesenvolvidos’ ou, num linguajar mais elegante, ‘em vias de desenvolvimento’. A partir dos anos 1950 e por longas décadas, a ideologia desenvolvimentista ganha corações e mentes. Acolhido pelos intelectuais da USP, ele suscita uma nova geração de explicadores do Brasil, como Caio Prado Júnior, Sérgio Buarque de Holanda, Paulo Prado e outros, cujas ‘explicações’ entram que nem uma luva no modo em que 20 % dos brasileiros (os capacitados a se ‘desenvolver’) gostam de ver o mundo. Enquanto isso, não se tem nada a oferecer aos 80 % da população, a imensa maioria que não tem a mínima condição de participar da festa do desenvolvimento por falhas básicas em termos de conhecimento, condição financeira, capacidade de investir em algum negócio produtivo e lucrativo, etc.

Os professores da USP, afinal, terminam se metendo no mesmo impasse em que Gilberto Freyre já se meteu décadas antes, no momento em que procuram responder à pergunta: como se opera a convivência entre classes sociais tão divididas economica e culturalmente? Sérgio Buarque de Holanda, autor do famoso livro ‘Raízes do Brasil’ (1936), avança a imagem do ‘homem cordial’, na realidade uma reedição e adaptação do tema da ‘democracia racial’ de Gilberto Freyre: o brasileiro é ‘cordial’, supera os problemas por sua capacidade de comunicação para além de fronteiras sociais, econômicas e culturais, sua empatia e simpatia. Como Gilberto Freyre nos anos 1930, Sérgio Buarque, nos anos 1936-1960, varre o problema em baixo do tapete, tapa o buraco por meio de uma expressão ambigua: ‘o homem cordial’. Ele se deu conta da contradição que essa expressão encerra. Cordial vem de coração do qual, diz Sérgio Buarque de Holanda, pode vir a inimizade e o amor. A inimizade e o ódio também são “cordiais”. Mas ele não explora esta contradição, aplicada à sociedade brasileira. Antes,valoriza o lado luminoso da “cordialidade”.

4.A atual agitação em torno da eleição presidencial de 2018 demonstra que o brasileiro não é tão ‘cordial’ como Sérgio Buarque diz, nem tão ‘democrata’ como Gilberto Freyre supõe. Não há mais como varrer problemas não resolvidos em baixo do tapete. Eis o sentido histórico desta eleição. Hoje fica claro: há de se enfrentar os problemas que o país enfrenta, sem subterfúgios.

Talvez esteja na hora de aprender com a experiência de outras nações que, embora em situações bem diferentes das brasileiras, passaram ou passam por dificuldades de convivência.

O historiador alemão Eugen Rosenstock-Huessi (1888-1973, veja Internet) tirou uma importante conclusão dos sofrimentos que afetou inúmeras pessoas na época do surgimento do nazismo nos anos 1930. Ele chegou a afirmar que o sofrimento constitui um componente fundamental da aprendizagem humana. Numa conferência por ele pronunciada em 1967, ele afirmou de modo bastante radical: ’o ser humano aprende sofrendo. O sofrimento é a única fonte de sabedoria, não o cérebro’. E argumentou: ‘Descartes resolveu escrever por causa dos horrores da Guerra dos Trinta Anos, Kant se tornou filósofo sob o impacto da Guerra dos Sete Anos, Schopenhauer passou a refletir nos campos de batalha de Napoleão e Nietzsche emergiu como pensador durante a guerra entre a França e a Prússia’. A partir de considerações desse tipo, Rosenstock escreveu um ensaio intitulado ‘As revoluções europeias e o caráter das nações’, no qual defendeu a tese que um país só se torna um bom lugar para se viver após ter praticado ‘sua revolução’. Ele citou exemplos como o da Inglaterra do século XIV, quando se resolveu criar, ao lado da tradicional ‘House of Lords’ (parlamento dos donos das terras), a ‘House of Commons’ (parlamento de gente comum). A Inglaterra se tornou um país onde era bom viver a partir do momento em que os senhores das terras começaram a dialogar com seus trabalhadores. A França fez sua famosa revolução republicana no final do século XVIII, quando o ‘tiers état’ quebrou a tradicional hegemonia da nobreza aliada ao clero. Na Alemanha, a imensa catarse provocada pela Segunda Guerra Mundial fez com que o lema ‘Deutschland über alles’ (Alemanha acima de tudo) fosse substituído por ‘Wir schicken das’ (‘nós resolvemos isso’: palavras recentes de Ângela Merckel diante do problema da imigração).

Hoje, a Alemanha é um dos países mais democráticos do mundo. Na Bélgica, os flamengos, de língua e cultura germânica, têm de conviver com os valões, de língua e cultura latina. Queiram ou não queiram, pois não há outro jeito. Na Espanha, Bascos e Catalães passam atualmente pela dura prova de uma convivência nacional em torno de Madrid, pois sabem que o separatismo não resolve nada. E assim por diante.

Cada país tem seus problemas é só se torna um lugar bom de se viver quando enfrenta honestamente seus problemas e encaminha racionalmente uma solução, embora, diga-se de passagem, essa sempre seja de caráter provisório. Em outras palavras, segundo o modo de pensar de Rosenstock: há de se optar por sofrer menos, ou seja, por resolver os problemas do país com um mínimo possível de sofrimento. Infelizmente, a história demonstra que a humanidade nem sempre se mostra capaz de optar pelo menor sofrimento.

A história da Europa, nos últimos trezentos anos, que o diga: após a Guerra dos Trinta Anos veio a Guerra dos Sete Anos, depois a Guerra franco-prussiana, a Primeira Guerra Mundial e logo em seguida a Segunda Guerra Mundial.

5. Hoje, no Brasil, não dá mais para ocultar o sol com a peneira. As fórmulas mágicas de um passado recente (‘homem cordial’, ‘democracia racial’, ‘Brasil não violento’, ‘Deus é brasileiro’, ‘país do futuro’) não funcionam mais. Os donos do poder, por meio de seus instrumentos comunicativos, espalham apreensões e temores, preconceitos e mentiras, ódios e repulsas, simpatias e antipatias, com o intuito de lançar as pessoas num labirinto de opiniões e sentimentos donde não conseguem mais sair. Um labirinto de mensagens confusas, frequentemente contraditórias, emanadas de sistemas de comunicação em massa que que têm como finalidade conseguir que as pessoas não consigam ver com seus próprios olhos e pensar com sua própria cabeça. Pessoas ingênuas, confusas, cheias de ‘verdades’.

De outro lado, a própria tensão política do momento parece indicar que o Brasil esteja iniciando um ‘processo civilizador’. Não escrevo ‘civilizatório’, que é coisa bem diferente, como se explica no livro ‘O Processo civilizador’, da autoria de Norbert Elias, cuja leitura aconselho vivamente. Para além de atitudes, opiniões e explicações tradicionais, esse processo repousa sobre uma dinâmica positiva na mente humana, que a impulsa à melhor convivência e vida mais satisfatória em sociedade. Uma dinâmica que, no caso do Brasil, impulsiona a convivência entre os 80 % e os 20 % dos quais falei acima.

Ora, processos civilizadores são demorados, pois não se muda um modo de pensar e de agir de um dia para o outro. Além disso, um processo civilizador procede na base da sociedade, pois passa inevitavelmente pela observação livre e desimpedida da cotidianidade. Uma observação capaz de mudar um determinado modo de se encarar o mundo e de libertar a pessoa do labirinto em que se encontra. Afinal, olhar livremente é só olhar, pensar livremente é só pensar.

Nesse sentido, penso que os anos vindouros, na sociedade brasileira, não serão fáceis, mas ao mesmo tempo podem abrir nova perspectivas. Uma sociedade tão dramaticamente dividida entre os que têm e os que não têm, não se transforma de um dia para outra, com vara de condão. Importa a vontade de sair do labirinto em que os grandes meios de comunicação teimam em nos meter e de adquirir uma postura livre e aberta diante do mundo em que vivemos. Na impossibilidade de invisibilizar, esquecer, reprimir ou mesmo eliminar (segundo um discurso brutal, em voga nos dias de hoje) a maioria da população, resta-nos a aprendizagem de uma convivência capaz de resultar numa vida mais satisfatória para a maioria da população.

Solidariedade aos presidiários e seus familiares no Ceará

No Ceará  houve gravíssimos ataques a dezenas de cidades, além da capital Fortaleza,com prejuízos incalculáveis e pavor difundido na população, ataques estes praticados pelas facções criminosas a partir de dentro das prisões. O fato é de uma maldade espantosa, incontrolável apenas com as forças policiais do estado do Ceará. Foram convocadas as forças especiais nacionais e de vários estados para enfrentar esta calamidade, ainda em curso. No entanto, no afã de debelar esta verdadeira insurreição das facções criminosas, forças do estado e nacionais transferiram aprisionados de 70 instituições penais para outro lugar. Isso foi feito à custa do desrespeito dos direitos fundamentais humanos, deixando os familiares, as esposas, os filhos e outros desesperados por não saberem para onde foram levados nem em que endereço poderiam encontrá-los e visitá-los. Em razão disto, condenando peremptoriamente os ataques criminosos das facções, saimos em defesa dos direitos irrenunciáveis dos presidiários e de seus familiares. Um estado democrático de direito não pode usar meios que desrespeitam os direitos dos cidadãos, mesmo em situação prisional e em consideração das angústias e dos sofrimentos dos familiares. Muitas são as subscrições de pessoas de diferentes áreas, todas comprometidas com a dignidade humana, especialmente neste momento em que nossa democracia sob uma administração central discricionária e ameaçadora dos direitos dos trabalhadores, dos indígenas, dos quilombolas, dos negros e dos LGBTI são diretamente ameaçados. LBoff

                  SOLIDARIEDADE AOS PRESIDIÁRIOS E SEUS FAMILIARES NO CEARÁ

O Espírito do Senhor está sobre mim.

 Enviou-me para proclamar a libertação aos presos”

(Lc 4,18)

Com essa afirmação, Jesus explica a sua missão e interpela a todas as pessoas que querem segui-lo como discípulos e discípulas. Não podemos assistir passivamente ao que está acontecendo nas prisões brasileiras, como se isso nos fosse indiferente.

Qualquer pessoa que conhece a realidade sabe que o sistema prisional brasileiro está falido e desestruturado. Segundo dados oficiais, o Brasil tem a terceira maior população carcerária do mundo. Dos presos, mais da metade é constituída por jovens menores de 30 anos, em sua maioria pobres e negros e com baixo grau de instrução escolar. Quase a metade está em situação provisória, constituída de pessoas que ainda não foram julgadas ou nem sequer ouvidas e indiciadas.

Nesses dias, as autoridades penitenciárias do Ceará removeram abruptamente os presos de mais de 70 cadeias do interior do Estado e os levaram, sem que as famílias saibam exatamente para onde nem até quando irá durar essa transferência. Os que têm problema de saúde e tomam remédio controlado sequer puderam levar seus medicamentos. Ninguém sabe nada nem tem a quem apelar. Sem falar que os presídios do Estado já estavam superlotados antes dessas transferências. É uma situação que desrespeita os direitos humanos dos presos e de suas famílias que se sentem ainda mais divididas e abandonadas à própria sorte. E tudo isso com o silencio e cumplicidade da mídia e dos órgãos de justiça. Verdadeiro estado de exceção.

Diante disso, quem é cristão, além de lutar pacificamente pela justiça e pelo cumprimento dos direitos humanos, denuncia que toda essa estrutura social é iníqua e que essa política de segurança atenta contra os direitos humanos. Acreditamos na possibilidade de organizar a sociedade a partir de outras bases de convivência e de humanidade. Defendemos a Justiça restaurativa que, num trabalho educativo, possibilite a pessoa que errou reconstruir a própria vida, na medida do possível, reparar o mal que praticou e pedir perdão às vítimas dos seus atos. O Estado não pode ser refém do crime organizado, mas, em nome do combate ao crime organizado, não pode violar os direitos humanos dos presos e seus familiares sem se transformar num estado criminoso.

Por isso, dirigimo-nos às autoridades penitenciárias e ao próprio governo do Ceará, bem como às autoridades de Brasília pedindo que revejam sua postura autoritária e contrária às leis brasileiras e internacionais. Elas garantem aos presidiários o direito à assistência por advogados e a visita da família e dos que lhe são próximos, bem como o acompanhamento de organismos de direitos humanos e grupos religiosos. É isso que nessa conjuntura brasileira esperamos de um governo estadual, eleito em nome da Democracia e dos Direitos Humanos, bem como das autoridades de Brasília.

A paz e a segurança social nunca ocorrerão através de simples medidas repressivas. Como já afirmava o profeta Isaías: “A paz é fruto da justiça” (Is 32). Estamos convencidos de que quando aceitamos ser desumanos com as pessoas mais frágeis, os primeiros prejudicados somos nós mesmos. A dureza que usamos com os outros nos desumaniza e nos priva do melhor que existe dentro de nós mesmos.

Toda nossa solidariedade aos presidiários e seus familiares, bem como à pastoral carcerária, aos organismos de Direitos Humanos e aos grupos e pessoas que estão empenhados da defesa de seus direitos.

Subscrevem:

Francisco Aquino Júnior – Padre, teólogo, professor da Faculdade Católica de Fortaleza e da Universidade Católica de Pernambuco (Limoeiro do Norte – CE)

Afonso Murad – Irmão marista, teólogo, professor da FAJE: Faculdade Jesuita de Filosofia e Teologia (Belo Horizonte – MG)

Benedito Ferraro – Padre, teólogo, assessor da Pastoral Operária de Campinas e da articulação continental das Cebs (Campinas – SP)

Frei Betto – Frade dominicano e escritor, assessor de movimentos pastorais e sociais (São Paulo – SP)

Aurelina Cruz  Carias – Educadora e coordenadora do Museu Vivo do São Bento (Rio de Janeiro – RJ)

Celso Pinto Carias – Teólogo, assessor nacional das CEBs (Rio de Janeiro – RJ)

Cesar Kuzma – Teólogo, professor de teologia da PUC-Rio (Rio de Janeiro – RJ)

Chico Alencar – Deputado federal, professor de historia da UFRJ e escritor (Rio de Janeiro – RJ)

Edson Fernando de Almeida – Pastor emérito da Igreja Cristã de Ipanema, professor da UFJF (Juiz de Fora – MG)

Edward Guimarães – Professor e secretário  executivo do Observatório da Evangelização – PUC Minas (Belo Horizonte – MG)

Ivo Lesbaupin – Sociólogo, professor aposentado da UFRJ, coordenador do Iser Assessoria (Rio de Janeiro – RJ)

Maria Tereza Bustamante Teixeira – Médica sanitarista (Juiz de Fora – MG)

Faustino Teixeira – Professor no Programa de Pos-Graduação em Ciência da Religião da UFJF (Juiz de Fora – MG)

José Oscar Beozzo – Padre, teólogo, coordenador geral do CESEEP: Centro Ecumênico de Serviços à Evangelização e Educação Popular (São Paulo – SP)

Marcia Miranda – Centro de Defesa dos Direitos Humanos (Petrópolis – RJ)

Leonardo Boff – Teólogo, escritor, membro da Iniciativa Internacional da Carta da Terra (Petrópolis – RJ)

Lúcia Ribeiro – Socióloga, membro do Iser Assessoria (Rio de Janeiro – RJ)

Luiz  Alberto G. de Souza – Sociólogo e escritor (Rio de Janeiro – RJ)

Manfredo Araújo de Oliveira – Padre, filósofo, professor da UFC (Fortaleza – CE)

Maria Clara Bingemer – Teóloga, professora de Teologia da PUC-Rio (Rio de Janeiro – RJ)

Einardo Bingemer – Advogado, administrador de empresas, coordenador de três projetos de terceiro setor (Rio de Janeiro – RJ)

Maria Helena Arrochellas – Centro Alceu Amoroso Lima (Petrópolis – RJ)

Magali do Nascimento Cunha – Igreja metodista, jornalista (Rio de Janeiro – RJ)

Claudio Ribeiro – Pastor evangélico metodista (Rio de Janeiro – RJ)

Marcelo  Barros – Monge beneditino, assessor das Cebs e de movimentos sociais (Recife – PE)

Maria Tereza Sartório – Educadora popular, secretária do Movimento Nacional Fé e Política (Juiz de Fora – MG)

Pedro Ribeiro de Oliveira – Sociólogo, professor universitário aposentado, membro da coordenação do Movimento Nacional Fé e politica (Juiz de Fora – MG)

Rosemary Fernandes da Costa – Teóloga, professora da PUC-Rio (Rio de Janeiro – RJ)

Rosileny Schwantes – Psicóloga e professora de psicologia clinica da Uninove/SP (São Paulo – SP)

Sinivaldo S. Tavares – Teólogo, professor da FAJE (Belo Horizonte – MG)

Tereza Cavalcanti – Teóloga, professora de teologia da PUC-Rio, assessora das Cebs e cursos bíblicos (Rio de Janeiro – RJ)

Teófilo Cavalcanti – Economista (Rio de Janeiro – RJ)

Mathilde Cecchin – Militante de movimentos populares (Porto Alegre – RS)

Olinto Pegoraro – Filosofo e escritor (Rio de Janeiro – RJ)

Violaine de Santana – Tradutora (Genebra – Suíça)

Júlio de Santana – Teólogo metodista (Genebra – Suíça)

Luiz Carlos Susin – Teólogo, professor de teologia da PUC – Rio Grande do Sul, secretário geral do Fórum Mundial Teologia e Libertação (Porto Alegre – RS)