Fratelli tutti: la politica come tenerezza e gentilezza. Un testo di Leonardo Boff

“Fratelli tutti” la nuova enciclica di Papa Bergoglio sta avendo una grande risonanza globale. Sempre più Papa  Francesco si sta confermando come un leader mondiale autorevole. Infatti è uno dei pochi a riflettere sul mondo post-covid. L’enciclica è l’esposizione di un grande progetto planetario della fraternità universale, da realizzare a partire dai poveri e con i poveri. Dedicheremo, a questa enciclica, altri interventi. Oggi iniziamo con un protagonista della teologia contemporanea, amico di Papa Francesco: il teologo della liberazione  Leonardo Boff. Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo, in una nostra traduzione dal portoghese, questo significativo testo del teologo brasiliano. Il testo è denso e ricco di spunti sul significato della politica nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.

La nuova enciclica di Papa Francesco, firmata sulla tomba di Francesco d’Assisi, nella città di Assisi, il 3 ottobre, sarà una pietra miliare nella dottrina sociale della Chiesa. È vasta e dettagliata nella sua tematica, cercando sempre di aggiungere valori, anche dal liberalismo che critica fortemente. Sarà certamente analizzata in dettaglio da cristiani e non cristiani poiché si rivolge a tutte le persone di buona volontà. Sottolineerò in questo spazio ciò che considero innovativo rispetto al precedente insegnamento dei Papi.

In primo luogo, deve essere chiaro che il Papa presenta un’alternativa paradigmatica al nostro modo di abitare la Casa Comune, che è soggetta a molte minacce. Fa una descrizione delle “ombre dense” che equivalgono, come lui stesso ha affermato in vari pronunciamenti, a “una terza guerra mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste un progetto comune per l’umanità (n. 18). Ma un filo conduttore attraversa tutta l’enciclica: “essere coscienti che o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (n32). Questo è il progetto nuovo, espresso con queste parole: “Consegno questa enciclica sociale come un umile contributo alla riflessione perché di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (n.6).

Dobbiamo capire bene questa alternativa. Siamo arrivati e siamo ancora all’interno di un paradigma che sta alla base della modernità. È antropocentrico. È il regno del dominus: l’essere umano come signore e padrone della natura e della Terra che hanno senso solo nella misura in cui sono subordinate a lui. Ha cambiato la faccia della Terra, ha portato molti vantaggi ma ha anche creato un principio di autodistruzione. È l’attuale impasse delle “ombre dense”. Di fronte a questa visione del cosmo, l’enciclica Fratelli tutti propone un nuovo paradigma: quello del fratello, la fraternità universale e dell’amicizia sociale. Sposta il centro: da una civiltà tecno-industrialista e individualista a una civiltà solidale, della preservazione e cura di ogni vita. Questa è l’intenzione originale del Papa. In questa svolta sta la nostra salvezza; supereremo la visione apocalittica della minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare rotta.

Per questo, dobbiamo alimentare la speranza. Dice il Papa: “vi invito alla speranza che ci parla di una realtà radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui si vive” (n.55). Qui risuona il principio della speranza, che è più della virtù della speranza, ma un principio, un motore interiore per proiettare sogni e visioni nuove, così ben formulato da Ernst Bloch. Enfatizza: “l’affermazione che gli esseri umani sono fratelli e sorelle, che non è un’astrazione ma che si fa carne e si concretizza, pone una serie di sfide che ci spiazzano, ci costringono ad assumere nuove prospettive e sviluppare nuove reazioni”(n.128). Come si deduce, si tratta di una nuova direzione, di una svolta paradigmatica.

Da dove cominciare? Qui il Papa rivela il suo atteggiamento di fondo, spesso ripetuto ai movimenti sociali: “Non aspettatevi niente dall’alto perché viene sempre più o meno lo stesso o peggio; cominciate da voi stessi”. Per questo suggerisce: “È possibile partire dal basso, da ciascuno, lottare per cose più concrete e locali, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo” (n.78). Il Papa suggerisce quella che oggi è la punta del discorso ecologico: lavorare nella regione, il bio-regionalismo che consente la vera sostenibilità e umanizzazione delle comunità e articola il locale con l’universale (n. 147).

Ci sono lunghe riflessioni sull’economia e sulla politica, ma mette in risalto: “la politica non deve sottomettersi all’economia e non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia” (n.177). Fa una franca critica al mercato: “Il mercato da solo non risolve tutto come vogliono farci credere nel dogma della fede neoliberista; si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette per qualsiasi sfida che si presenta; il neoliberismo si auto-riproduce come l’unico cammino per risolvere i problemi sociali”(n. 168). La globalizzazione ci ha resi più vicini ma non più fratelli (n.12). Crea solo soci ma non fratelli (n.101).

Mediante la parabola del buon Samaritano, compie un’analisi rigorosa dei vari personaggi che entrano in scena e li applica all’economia politica, culminando nella domanda: “con chi ti identifichi (con i feriti per strada, con il sacerdote, il levita o con il forestiero, il samaritano, disprezzato dagli ebrei)? Questa domanda è cruda, diretta e decisiva. A chi di loro assomigli ?”(n.64). Il buon Samaritano si fa modello di amore sociale e politico (n.66).

Il nuovo paradigma della fraternità e dell’amore sociale si dispiega nell’amore nella sua realizzazione pubblica, nella cura dei più fragili, nella cultura dell’incontro e del dialogo, nella politica come tenerezza e gentilezza.

Per quanto riguarda la cultura dell’incontro, ci prendiamo la libertà di citare il poeta brasiliano Vinicius de Moraes nel suo Samba da Bênção nel brano “Encontro Au bon Gourmet” del 1962 dove dice: “La vita è l’arte dell’incontro anche se ci sono così tante discrepanze nella vita ”(n.215). La politica non si riduce alla disputa per il potere e alla divisione dei poteri. Con sorpresa dice: “Anche in politica c’è posto per l’amore con tenerezza: per i più piccoli, i più deboli, i più poveri; loro devono capirci e avere il “diritto” di riempire i nostri cuori e le nostre anime; sì, sono nostri fratelli e come tali dobbiamo amarli e trattarli così”(194) E si chiede cos’è la tenerezza e risponde: “è l’amore che si fa prossimo e concreto; è un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani”(n.196). Questo ci ricorda la frase di Gandhi, una delle ispirazioni del Papa, accanto a San Francesco, Luther King, Desmond Tutu: la politica è un gesto d’amore verso le persone, la cura delle cose comuni.

Insieme alla tenerezza arriva l’amabilità che noi tradurremmo con gentilezza, ricordando il  profeta Gentileza che nelle strade di Rio de Janeiro ha proclamato a tutti i passanti “La gentilezza genera gentilezza” “Dio è gentilezza” come nello stile di San Francesco. Così definisce la gentilezza: “uno stato d’animo che non è aspro, rude, duro ma affabile, morbido, che sostiene e rafforza; una persona che possiede questa qualità aiuta gli altri a rendere più sopportabile la propria esistenza”(n.223). Ecco una sfida ai politici, rivolta anche ai vescovi e sacerdoti: fare la rivoluzione della tenerezza.

La solidarietà è uno dei fondamenti dell’umano e del sociale. Si “esprime concretamente nel servizio che può assumere forme molto diverse e prendere per sé il peso degli altri; in gran parte è prendersi cura della fragilità umana”(n.115). Questa solidarietà si è dimostrata assente e solo successivamente efficace nella lotta al Covid-19. Essa impedisce all’umanità di biforcarsi tra “il mio mondo” e gli “altri”, “loro” perché “molti non sono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano solo “loro”(n. 27). E conclude con un grande desiderio: “Spero che alla fine non ci saranno“gli altri” ma un solo “noi”(n.35).

Per questa sfida di incarnare il sogno di una fratellanza universale e di amore sociale, chiama tutte le religioni affinché “offrano un contributo prezioso alla costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società” (n. 271).

Alla fine rievoca la figura del fratellino di Jesus Charles de Foucauld che nel deserto del Nord Africa insieme alla popolazione mussulmana voleva essere “definitivamente il fratello universale”(n. 287). Facendo suo questo proposito, Papa Francesco osserva: “Solo identificandosi con gli ultimi è arrivato ad essere il fratello di tutti; che Dio ispiri questo sogno in ognuno di noi. Amen”(n.288).

Siamo di fronte a un uomo, Papa Francesco, che seguendo la sua fonte ispiratrice, Francesco di Assisi, è diventato anche un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più vulnerabili e invisibili del nostro mondo crudele e senza umanità. Lui suscita la speranza che possiamo e dobbiamo alimentare il sogno di una fraternità senza confini e di un amore universale.

Lui ha fatto la sua parte. Sta a noi non lasciare che il sogno sia solo un sogno, ma sia l’inizio seminale di un nuovo modo di vivere insieme, come fratelli e sorelle, più la natura, nella stessa Casa Comune. Avremo tempo e saggezza per questo salto? Le “ombre dense” continueranno sicuramente. Ma abbiamo una lampada con questa enciclica di speranza di Papa Francesco. Essa non dissipa tutte le ombre. Ma è sufficiente per immaginare il cammino che tutti devono intraprendere.

Leonardo Boff  è eco-teologo, filosofo e scrittore brasiliano. Autore de “Francesco d’Assisi, Francesco di Roma

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)


l principio di autodistruzione e la lotta contro il Covid-19

Dopo che le due prime bombe atomiche furono sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki, l’umanità si creò un incubo dal quale non è riuscita ancora a liberarsi. Invece, è diventata una realtà che minaccia la vita su questo pianeta e la distruzione di gran parte del sistema vitale. Sono state create armi nucleari, chimiche e biologiche molto più distruttive che possono porre fine alla nostra civiltà e influenzare profondamente la Terra viva.

Ancora peggio, abbiamo creato l’intelligenza artificiale autonoma. Con i suoi algoritmi che combinano miliardi di informazioni raccolte da tutti i paesi del mondo, potrebbe prendere decisioni a nostra insaputa. Eventualmente, in una coincidenza pazzesca, potrebbe, come abbiamo detto prima, penetrare negli arsenali delle armi nucleari o in altri di uguale o maggiore potenza letale e lanciare una guerra totale di distruzione di tutto ciò che esiste, compresa se stessa. E’ il principio di autodistruzione. Cioè, è nelle mani degli esseri umani porre fine alla vita visibile così come la conosciamo (che è solo il 5%, il 95% sono vite microscopiche invisibili).

Dobbiamo governare sulla morte. Può succedere in qualsiasi momento.

Si è già creata un’espressione per dare un nome a questa nuova fase della storia umana, una vera era geologica: l’antropocene, cioè l’essere umano come la grande minaccia per il sistema-vita e per il sistema-Terra. L’essere umano è il grande Satana della Terra, che può decimare, come un anticristo, se stesso e gli altri, i suoi simili, e liquidare i fondamenti che sostengono la vita.

L’intensità del processo letale è così grande che stiamo già parlando dell’era del necrocene, cioè dell’era della produzione in massa della morte. Siamo già dentro la sesta estinzione di massa. Ora è stata accelerata irrevocabilmente, vista la volontà di dominare la natura e i suoi meccanismi di aggressione diretta contro la vita e contro Gaia, la Terra vivente, in funzione di una crescita illimitata, di un assurdo accumulo di beni materiali fino al punto di creare un sovraccarico sulla Terra.

In altre parole, siamo arrivati a un punto in cui la Terra non può sostituire i beni e i servizi naturali che le sono stati estratti e comincia a mostrare un avanzato processo di degenerazione attraverso tsunami, tifoni, scongelamento delle calotte polari e permafrost, siccità prolungate, spaventose tempeste di neve e la comparsa di batteri e virus difficili da controllare. Alcuni di questi, come l’attuale coronavirus, possono portare alla morte di milioni di persone.

Tali eventi sono reazioni e possono essere rappresaglie della Terra davanti alla guerra che combattiamo contro di essa su tutti i fronti. Questa morte in massa si verifica in natura,  dove migliaia di specie viventi scompaiono in modo permanente ogni anno, e nelle società umane, dove milioni di persone soffrono la fame, la sete e ogni sorte di malattie mortali.

C’è una crescente percezione generale che la situazione dell’umanità non sia sostenibile. Se questa logica perversa continua, si costruisce un percorso che porta alla nostra sepoltura. Facciamo un esempio: in Brasile viviamo sotto la dittatura dell’economia ultra neoliberale, con una politica di estrema destra, violenta e crudele per le grandi maggioranze povere. Perplessi, abbiamo visto i mali che sono stati fatti, annullando i diritti dei lavoratori e internazionalizzando la ricchezza nazionale che sostiene la nostra sovranità come popolo.

Coloro che nel 2016 hanno compiuto il colpo di Stato contro la presidenta Dilma Rousseff hanno accettato la ricolonizzazione del Paese, divenuto vassallo della potenza dominante, gli Stati Uniti, e condannato ad essere solo un esportatore di commodities e un alleato minore e subordinato al progetto imperiale.

Quello che si sta facendo in Europa contro i rifugiati, rifiutando la loro presenza in Italia e in Inghilterra e peggio ancora in Ungheria e nella cattolicissima Polonia, raggiunge livelli di disumanità di grande crudeltà. Le misure del presidente degli Stati Uniti, Trump, strappando i figli dai loro genitori migranti e mettendoli in gabbia, denotano la barbarie e l’assenza di ogni senso di umanità.

È già stato detto: “nessun essere umano è un’isola… non chiedere mai per chi suonano la campane. Suonano per te, per me, per tutta l’umanità”. Se grandi sono le tenebre che abbassano i nostri spiriti, ancora maggiori sono i nostri desideri di luce. Non lasciamo che la suddetta pazzia abbia l’ultima parola.

La più grande e ultima parola che grida in noi e ci unisce a tutta l’umanità è di solidarietà e compassione per le vittime, è per la pace e il buon senso nei rapporti tra i popoli. Le tragedie ci danno la dimensione della disumanità di cui siamo capaci, ma permettono anche di far emergere l’umano che è in noi, al di là delle differenze di etnia, ideologia e religione. L’umano che è in noi ci fa preoccupare insieme, mostrare solidarietà insieme, piangere insieme, asciugare insieme le lacrime, pregare insieme, cercare insieme la giustizia sociale mondiale, costruire insieme la pace e rinunciare insieme alla vendetta e a ogni tipo di violenza e di guerra.

La sapienza dei popoli e la voce del nostro cuore lo confermano: non è uno Stato che è diventato terrorista, come gli Stati Uniti sotto il presidente Bush, che sconfiggerà il terrorismo. Né è l’odio per gli immigrati latini, diffuso da Trump, che porterà la pace. Un dialogo instancabile, un negoziazione aperta  e un trattamento equo elimineranno le basi di qualsiasi terrorismo e troveranno la pace. Le tragedie che ci hanno colpito nel profondo del cuore, in particolare la pandemia virale che ha colpito l’intero pianeta, ci invitano a ripensare i fondamenti della convivenza umana nella nuova fase planetaria, e come prendersi cura della Casa comune, la Terra, come chiede papa Francesco nella sua enciclica di ecologia integrale “sulla cura della Casa Comune” (2015).

Il momento è urgente. E questa volta non c’è un piano B che ci possa salvare. Dobbiamo essere salvati tutti, perché formiamo una comunità di destino Terra-Umanità. Per questo dobbiamo abolire la parola nemico. La paura crea il nemico. Esorcizziamo la paura quando trasformiamo il lontano in un vicino e il vicino in un fratello e in una sorella. Scacciamo la paura e il nemico quando iniziamo a dialogare, a conoscerci, ad accettarci, a rispettarci, ad amarci, in una parola, a prenderci cura l’uno dell’altro.

Prendersi cura del nostro modo di vivere insieme in pace, solidarietà e giustizia; prendersi cura del nostro ambiente affinché sia un ambiente completo, senza distruggere gli habitat dei virus che provengono da animali o dagli arborovirus che si trovano nelle foreste, un ambiente in cui sia possibile riconoscere il valore intrinseco di ogni essere; prendersi cura della nostra cara e generosa Madre Terra.

Se ci prendiamo cura di noi stessi come fratelli e sorelle, le cause della paura scompaiono. Nessuno ha bisogno di minacciare nessuno. Possiamo camminare per le nostre strade di notte senza paura di essere derubati e aggrediti. Questa cura sarà efficace solo se accompagnata dalla giustizia necessaria a soddisfare i bisogni dei più vulnerabili, se lo Stato sarà presente con misure sanitarie (quanto importante è stato il Sistema Sanitario Unificato in Brasile,  di fronte al Covid-19), con le scuole, con la sicurezza e con spazi di convivenza, di cultura e di tempo libero.

Solo in questo modo godremo di una pace che può essere raggiunta quando c’è un minimo di buona volontà generale e un senso di solidarietà e benevolenza nelle relazioni umane. Questo è il desiderio incrollabile della maggior parte degli umani. Questa è la lezione che l’intrusione del Covid-19 in noi ci sta dando e che dobbiamo assumere nelle nostre abitudini nei tempi post-coronavirus.

*Leonardo Boff è ecoteologo, filosofo e ha scritto La Madre Terra colpisce l’umanità: avvertenze del Covid-19, di prossima pubblicazione dalla editora Vozes.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

Covid-19: un attacco della Terra contro di noi

Fino ad oggi, la preoccupazione per Covid-19 si è concentrata sulla medicina, sulla tecnica e su tutto quello che evita la contaminazione degli operatori sanitari. Si cerca urgentemente un vaccino efficace. Nella società, l’isolamento sociale ed evitare l’affollamento delle persone. Tutto questo è fondamentale. Tuttavia, non possiamo considerare il coronavirus come un fatto isolato. Deve essere visto nel contesto che ha permesso la sua apparizione.

Il virus è venuto dalla natura. Ebbene, come dice papa Francesco nella sua enciclica “sulla cura della Casa comune”: “Non abbiamo mai maltrattato e ferito la nostra Casa comune come negli ultimi due secoli” (n. 53). È stato il processo industriale a ferirla: il socialismo reale (fin quando è esistito) e soprattutto il sistema capitalistico ormai globalizzato. Questo è il Satana della Terra che la sta devastando e che la sta portando ad ogni tipo di squilibrio.

È il principale (non l’unico) responsabile delle varie minacce al sistema-vita e al sistema-Terra: dal possibile olocausto nucleare, al riscaldamento globale, alla carenza di acqua potabile, all’erosione della biodiversità. Faccio eco alle parole del noto geografo americano David Harley: “COVID-19 è la vendetta della natura per più di quarant’anni di maltrattamenti e abusi per mano di un estrattivismo neoliberale violento e non regolamentato”.

Isabelle Stengers, chimica e filosofa della scienza che ha lavorato a lungo in collaborazione con il premio Nobel Ilya Prigogine, sostiene la tesi che sottoscrivo anch’io: “il coronavirus sarebbe un’intrusione della Terra-Gaia nelle nostre società, una risposta all’antropocene”.

Sapevamo di altre intrusioni: la peste nera (la peste bubbonica) che proveniva dall’Eurasia ha decimato un totale stimato di 75-200 milioni di persone. In Europa, tra il 1346 e il 1353, causò la morte di gran parte della sua popolazione, che passò da 475 a 350 milioni di abitanti. Ci sono voluti 200 anni per riprendersi. È stata la più devastante mai conosciuta nella storia. Anche l’influenza spagnola è stata notevole. Originaria probabilmente negli Stati Uniti, tra il 1918-1920 ha contagiato 500 milioni di persone e causato 50 milioni di morti, tra cui il presidente eletto di Brasile Rodrigues Alves nel 1919.

Ora, per la prima volta, un virus ha attaccato l’intero pianeta, causando migliaia di morti senza poterlo fermare a causa della sua rapida diffusione, poiché viviamo in una cultura globalizzata con un grande movimento di persone che viaggiano in tutti i continenti e possono essere portatori dell’epidemia.

La Terra ha già perso il suo equilibrio e ne sta cercando uno nuovo. E questo nuovo potrebbe significare la devastazione di parti importanti della biosfera e di una parte significativa della specie umana.

Questo accadrà, anche se non sappiamo nè quando né come, dicono biologi famosi. Se arriva il temuto NBO (The Next Big One), il prossimo grande virus devastante, potrebbe, secondo il ricercatore dell’USP Prof. Eduardo Massad, portare alla morte circa due miliardi di persone, riducendo l’aspettativa di vita generale da 72 a 58 anni. Altri temono addirittura la fine della specie umana.

Il fatto è che siamo già dentro la sesta estinzione di massa. Secondo alcuni scienziati, abbiamo inaugurato una nuova era geologica, quella dell’antropocene e della sua espressione più dannosa, il necrocene. L’attività umana (antropocene) è responsabile della produzione in massa della morte (necrocene) degli esseri viventi.

I diversi centri scientifici che monitorano sistematicamente lo stato della Terra confermano che, anno dopo anno, i principali elementi che perpetuano la vita (acqua, suolo, aria pulita, semi, fertilità, clima e altro) si stanno deteriorando giorno dopo giorno. Quando finirà tutto questo?

Il giorno di superamento della Terra (The Earth Overshoot day) si è verificato il 29 luglio 2019. Ciò significa che in quella data tutte le risorse naturali disponibili e rinnovabili per quell’anno erano state già consumate. La Terra è andata in rosso, con un assegno scoperto.

Come fermare questo esaurimento delle risorse? Se insistiamo nel mantenere il livello di consumo attuale, soprattutto il consumo dispendioso, dobbiamo esercitare più violenza contro la Terra, costringendola a darci ciò che non ha più o non può più sostituire.

La reazione della Terra si è manifestata mediante eventi estremi, come la flortissima tempesta di vento di Santa Catarina alla fine di giugno (in Brasile) e mediante gli attacchi di diversi tipi di virus conosciuti: zika, chicungunya, ebola, Sars, l’attuale coronavirus e altri. Dobbiamo anche includere la crescita della violenza sociale, poiché la Terra e l’umanità costituiscono un’unica entità relazionale.

O cambiamo il nostro rapporto con la Terra viva e con la natura o dovremo fare i conti con nuovi e più potenti virus che potrebbero annientare milioni di vite umane. Il nostro amore per la vita, la saggezza umana dei popoli e il bisogno di cura non sono mai stato così urgenti.

*Leonardo Boff è ecoteologo e scrittore. Ha scritto il libro O Covid-19: A Mãe Terra contra-ataca a Humanidade, che sarà pubblicato dalla Editora Vozes quest’anno.

Traduzione di Mª José Gavito e Stefano ToppiLeia mais »

In omaggio agli indigeni uccisi dal Covid-19

Sono molti i nostri fratelli e sorelle indigeni che stanno morendo a causa del Covid-19 e della mancanza di attenzione per le politiche genocide ed etnocide dell’attuale governo.

Voglio dedicare loro questo bellissimo mito-storia dei popoli amazzonici sul significato della morte e sull’ingresso nella felicità suprema. Penso anche ai parenti delle migliaia di persone che sono morte a causa del coronavirus. Per tutti la nostra solidarietà e le nostre parole di conforto.

Ci chiediamo sempre: come fanno i morti ad arrivare in paradiso? C’è la convinzione tra i popoli che tutti devono fare un viaggio. E in quel viaggio ci sono delle prove da superare. Secondo questa storia dei popoli amazzonici, ognuno deve purificarsi, diventare luce, per potersi immergere in quel mondo di gioia e di festa dove sono tutti gli antenati e i parenti morti.

A causa della mancanza di attenzione da parte delle autorità che disprezzano e persino odiano le popolazioni indigene, molti pajé stanno morendo, vittime dei Covid-19. Con loro scompare un’intera biblioteca di conoscenze che hanno ereditato, arricchito e sempre trasmesso alle nuove generazioni. Con la loro morte c’è una dolorosa rottura con questa tradizione. Loro e noi soffriamo e siamo più poveri. Per tutti loro la nostra profonda solidarietà e compassione, noi soffriamo il dolore che soffrono loro: L.Boff.

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In molte tribù amazzoniche si crede che i morti si trasformino in farfalle. Durante il tempo necessario alla purificazione, ciascuna assume una forma adeguata. Quelle che si purificano presto sono molto leggere, con poche ore di vita e con colori bianchi. Penetrano direttamente nel mondo della felicità.

Quelle che hanno bisogno di più tempo sono più piccole, più leggere e più colorate. E quelle che hanno bisogno di molto tempo sono più grandi, più pesanti e di colore più scuro.

Tutte volano di fiore in fiore, succhiando il nettare e diventando più forti per portare il proprio peso quando si alzano verso il cielo, dove vivranno felici con tutti gli antenati e i parenti, che sono soltanto dall’altra parte della vita.

Per alleviare la saudade infinita per il marito, Coaciaba camminava quando poteva lungo la riva del fiume, guardando le farfalle, o vicino ai campi lavorati, dove svolazzavano anche i colibrì e molti insetti.

Da tanta tristezza, Coaciaba finì per morire. Non solo si muore di malattia, di vecchiaia o di un virus maligno della natura. Si muore anche di saudade della persona amata.

Guanambi, sua figlia, rimase completamente sola. Inconsolabile, piangeva molto, soprattutto all’ora in cui sua madre la portava a fare una passeggiata. Anche se era piccola, voleva solo visitare la tomba di sua madre. Non voleva più vivere. Chiedeva a lei e agli spiriti di venire a prenderla e portarla con la sua madre.

Da tanta tristezza, Guanambi languiva giorno dopo giorno e anche lei finì per morire. I suoi parenti erano molto addolorati per le tante disgrazie che avevano colpito la stessa famiglia.

Ma curiosamente il suo spirito non si è trasformato in farfalla come negli altri indiani della tribù. Rimane imprigionato dentro un bellissimo fiore di lillà, molto vicino alla tomba di sua madre. Così poteva stare con la madre, come aveva chiesto agli spiriti.

La madre, Coaciaba, il cui spirito si era effettivamente trasformato in farfalla, volava di fiore in fiore succhiando il nettare per rafforzarsi e prepararsi al suo viaggio verso il cielo.

Un giorno, al tramonto, zigzagando di fiore in fiore, atterrò su un bellissimo fiore di lillà. Mentre succhiava il nettare, sentì un pianto triste e dolce. Il suo cuore tremò e quasi svenne dall’emozione. Aveva riconosciuto da dentro il fiore la piccola voce della sua amata figlia Guanambi; come poteva essere imprigionata lì? Si rimise dell’emozione e disse:

“Bimba mia, mamma è qui con te. Stai tranquilla che vado liberarti perché possiamo volare insieme verso il cielo”.

Ma ben presto si rese conto che si trattava di una farfalla molto leggera e non aveva la forza di aprire i petali, spezzare il fiore e liberare la sua amata bambina. Così si è raccolta in un angolo e, in lacrime, ha implorato lo Spirito Creatore e tutti gli antenati della tribù:

“Per l’amore di mio marito, guerriero coraggioso, morto in difesa di tutti i suoi parenti, per la compassione di mia figlia orfana, Guanambi, prigioniera nel cuore del fiore di lillà, ti imploro, Spirito di bontà, e tutti voi anziani della nostra tribù: trasformatemi in un uccello veloce e agile, dotato di un becco appuntito per rompere il fiore di lillà e liberare la mia cara bambina”.

Tale fu la compassione suscitata dalla Coaciaba che lo Spirito Creatore e gli anziani della tribù risposero prontamente alla sua richiesta. La trasformarono in un bellissimo, leggero, agile colibrì, che atterrò immediatamente sul fiore di lillà. Gli sussurrò con una voce piena di tenerezza:

“Bambina mia, sono io, tua madre. Niente paura. Sono stata trasformata in un colibrì per venire a liberarti”.

Con il suo becco appuntito, tirò fuori con cura un petalo dopo l’altro fino ad aprire il cuore del fiore. Lì c’era Guanambi che sorrideva, allungando le braccia alla madre.

Purificate e abbracciate, volarono verso l’alto, sempre più in alto, fino a raggiungere insieme il cielo.

Da allora, c’è un’usanza tra molti indigeni amazzonici: ogni volta che una creatura orfana muore, si ricopre il suo piccolo corpo di fiori di lillà, come se fosse dentro un grande fiore, nella certezza che la madre, in forma di colibrì, verrà a cercarla per volare abbracciate al cielo, dove saranno eternamente insieme e felici con tutti i loro antenati e tutti gli altri parenti.

*Leonardo Boff ha riscritto miti-storie dei nostri popoli indigeni: Il matrimonio tra cielo e la Terra, Mar de ideias, Rio de Janeiro 2014.

Traduzione di Maria José Gavito e Stefano Toppi