Proposte fuorvianti e vere per la crisi planetaria

Leonardo Boff

È ormai un’ovvietà riconoscere che siamo immersi in una pericolosa crisi planetaria. Anche i negazionisti più convinti sentono sulla propria pelle gli effetti dell’attuale crisi (tifoni, inondazioni, nevicate inimmaginabili, gravi siccità, desertificazione, guerre e genocidi alla luce del sole e altri fenomeni). Il cambiamento climatico non risparmia nessuno, arrivando a oltre 40 gradi sotto zero nei paesi nordici e da noi, come a Rio de Janeiro, a 50 gradi con una percezione di 70 gradi sopra lo zero. Tali eventi non ammettono tergiversazioni. Molti si rendono conto di essere a bordo di una nave che affonda e cercano soluzioni di ogni tipo, alcune delle quali di grande perversità.

La prima è stata escogitata tra i miliardari (0,1% dell’umanità) che si incontrano ogni anno a Davos. Hanno progettato il Great Reset del capitalismo, cioè la grande e radicale ripresa del capitalismo portata all’estremo. Attraverso l’Intelligenza Artificiale, propongono una sorta di dispotismo cibernetico, attraverso il quale controllano ogni persona, un intero popolo, i cellulari e i computer spenti e perfino il dentifricio che sto utilizzando. Imporrebbero il loro tipo di produzione, distribuzione e consumo a tutta l’umanità. Questo progetto è talmente perverso che non ha alcuna possibilità di realizzarsi. A questo potere si opporrebbe un contro-potere dell’intera umanità che renderebbe irrealizzabile il suo proposito.

La seconda proposta è il capitalismo verde. Propone di riforestare tutte le aree devastate e di conservare tutte le aree verdi, il che sembra molto attraente. Ma il capitalismo è sempre capitalismo. Questo progetto non cambia il sistema che produce beni, puntando al profitto. Il verde non mette in discussione la perversa disuguaglianza sociale. Piuttosto, mercifica tutta la natura. Esempio: non solo guadagna dalla vendita del miele delle api, ma fa pagare anche per la sua capacità di impollinazione. Come dice giustamente Michael Löwy, direttore della ricerca sociologica presso la SNRS di Parigi, in un articolo sulla decrescita (vedere sul mio sito web): “Non esiste una soluzione alla crisi ecologica nel quadro del capitalismo, un sistema interamente dedicato al produttivismo, al consumismo e alla feroce lotta per le “quote di mercato”. La sua logica intrinsecamente perversa conduce inevitabilmente alla rottura dell’equilibrio ecologico e alla distruzione degli ecosistemi”.

Ma ci sono proposte promettenti, ammesso che abbiamo tempo per questo. Ne indicheremo solo alcune. Quella che si proietta di più verso il futuro è quell’economia che lavora il territorio (bioregionalismo). Definisce il territorio non attraverso la convenzionale divisione in municipi, ma attraverso la configurazione che la natura stessa offre: tipologia di fauna e flora, di bacini idrici, laghi, montagne e valli e tipo di popolazione. Sul campo è possibile costruire un’economia veramente sostenibile con l’uso razionale dei beni e dei servizi naturali, con reti di cooperative di produzione solidali, integrazione di tutta la popolazione, consentendo una democrazia veramente rappresentativa, valorizzazione dei beni culturali come le tradizioni e feste locali e la celebrazione di personaggi illustri che hanno vissuto nella regione. Poiché tutto è prodotto localmente, si evitano lunghi trasporti. Potremmo immaginare il pianeta Terra come un tappeto di milioni di territori con un’economia integrata e sostenibile, con più equità e reale riduzione della povertà.

Un altro modello si chiama economia solidale ed agroecologica. Come indica il nome, si tratta di cooperative che lavorano in modo solidale sulla base dell’agro-ecologia, in sintonia con i ritmi della natura, diversificando la produzione per consentire la rigenerazione del territorio. Si sono dispiegate [nelle aree urbane] con le ONG ‘Città Senza Fame’, orti urbani e scolastici. Si approfitta di spazi inutilizzati delle città o di interi terrazzi per la produzione di beni destinati al consumo locale, con la partecipazione di tutti. Non si presenta come un progetto totale, ma come un modo per garantire cibo sano alla popolazione. Il MST (Movimento dos Sem Terra) in Brasile ha dimostrato gli effetti benefici e complementari di questo tipo di economia solidale.

Un altro modello si presenta come economia circolare. Si basa sulla riduzione, sul riutilizzo, sul recupero e sul riciclo dei materiali e dell’energia. In particolare si riciclano imballaggi, vetri, plastiche (Pet, Pp) e carta. Si risparmiano le risorse naturali, si utilizza ciò che è già stato utilizzato. In questo modo si rompe l’attuale modello lineare di estrazione-produzione-eliminazione. Questo modello è ecologicamente interessante, ma non solleva le questioni dell’ecologia sociale, la quale mira a superare le disuguaglianze sociali. Pertanto, l’economia circolare ha una portata limitata.

Un modello vissuto da secoli dai popoli andini è il bem viver / conviver. È un’economia profondamente ecologica, poiché, parte dal presupposto che la  Madre Terra (Pacha Mama) produce tutto. L’essere umano, con il suo lavoro, l’aiuta quando manca l’abbondanza. Per loro il concetto-matrice è l’armonia che inizia nella famiglia e si estende alla natura, in cui ogni essere è portatore di diritti, sanciti anche dalla nuova costituzione di Bolivia ed Ecuador. La centralità non si pone nell’economia, ma nella convivenza pacifica e nella relazione amichevole con la natura, le acque, le foreste e le montagne. Chissà se un giorno l’umanità si risveglierà nella sua profonda appartenenza alla Terra e alla natura, e il bem viver / conviver sarà un ideale vissuto da tutti.

C’è anche il movimento dell’economia di Francesco e Chiara proposto da Papa Francesco. Dopo aver criticato ferocemente il sistema del capitale e la sua cultura consumistica, propone una fraternità universale. Ciò vale tra tutti gli esseri e tra gli umani, tutti fratelli e sorelle (sua enciclica Fratelli tutti). La centralità è occupata dalla vita in tutte le sue forme, soprattutto la vita umana, con particolare cura alla vita dei più vulnerabili. L’economia e la politica sarebbero in primo luogo al servizio della vita e solo dopo del mercato. È un ideale generoso, ancora in gestazione.

Certamente il progetto dell’eco-socialismo è quello che ha maggiori possibilità di realizzazione storica. Non ha nulla a che fare con il socialismo vissuto in stile sovietico, ma vuole realizzare l’ideale più grande del dare a ciascuno secondo i suoi bisogni e ricevere da ciascuno secondo le proprie possibilità. Questo progetto è il più avanzato e solido. Presuppone un contratto sociale globale con un centro plurale di governance per i problemi globali dell’umanità, come è stato nel caso del Coronavirus e ora con il cambiamento climatico. I beni e i servizi naturali appartengono a tutti e si propone un consumo dignitoso e sobrio che includa anche la comunità della vita che ha bisogno anche dei nutrienti necessari per la sua sostenibilità. Guadagnerebbe più slancio se questo progetto andasse oltre il suo socio-centrismo ecologico e incorporasse i dati più sicuri della nuova cosmologia e biologia che considerano la Terra e la vita umana come un momento del grande processo cosmogenico, biogenico e antropogenico. L’eco-socialismo ecologico sarebbe un’emergenza di questo processo globale.

Infine, qualsiasi modello che intenda affrontare la crisi planetaria dovrà riscattare ciò che un tempo avevamo e abbiamo perso ed è custodito dai popoli originari: la nostra profonda appartenenza e comunione con la Madre Terra e con tutte le sue creature. Questa visione ancestrale dei popoli originari, sarà, secondo il pensatore Ailton Krenak (cfr. Futuro Ancestral 2022), il nostro futuro, quello che ci garantirà di continuare su questo pianeta. Speriamo che i tempi della Terra ci siano generosi per permetterci di vivere questo sogno.

Leonardo Boff ha scritto Abitare la Terra, Castelvecchi Editore 2021.

Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

            Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche. Leonardo Boff ha scritto Habitare la Terra,Roma 2023; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023

Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

       Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche.

Leonardo Boff ha scritto Habitar a Terra, Vozes 2022;Roma 2022; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023.



































































































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       Leonardo Boff

 

Ci
troviamo
nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo
in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e
attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall
odio
razziale e ideologico. Inoltre, l
era della ragione scientifica ha
creato l
irrazionalità del principio di
autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, all
a
nostr
a vita e a gran parte,
se non all
intera, biosfera.

 

Non sono pochi gli
analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile
utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la
disputa su chi
comanda sullumanità e chi ha lultima
parola. Ha a che fare con il confronto tra l
unipolarità
sostenut
a dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla
Cina,
dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che
formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si
realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e
insieme
annienterebbero l’umanità e una
parte sostanziale della vita.

 

Date
queste circostanze
, ci troviamo a dover
tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perch
é,
se
nza freni si può
precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso
inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci,
secondo il detto di Don Chisciotte: prima di accettare la sconfitta,
dobbiamo combattere
tutte le battaglie”.
E noi
lo faremo.

 

Utilizzo
due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e
filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’
angoscia, e unaltra
del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans
Jonas (1903-1993), la
paura.

 

Langoscia
(
Il
concetto di angoscia
, SE
201
8) per Kierkegaard non è solo un
fenomeno psicologico, ma un
dato oggettivo
dell
esistenza umana. Per lui pastore e
teologo, oltre che
esimio filosofo, sarebbe
l
angoscia di fronte alla perdizione o
alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana.
Questa si presenta fragile e soggetta
a morire
in qualsiasi istante. Langoscia
non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni
per salvaguardare la vita.

 

Oggi
dobbiamo alimentare questo tipo di
angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che
gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che
appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

 

Hans
Jonas nel suo libro
Il principio di responsabilità
(
Einaudi, Torino 2009)
analizza la
paura di trovarci
sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente
.
Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta
più
di unetica
del progresso o del miglioramento. Ma
della
prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci
alla
morte. La paura qui è salutare e salvifica, poich
é ci
obbliga a unetica
d
ella responsabilità collettiva,
nel senso che tutti
debbano contribuire alla
preservazione della vita umana sulla Terra.

 

La
situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano
. Abbiamo
creato un
Intelligenza
Artificiale Autonoma che già
è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di
algoritmi,
gli impedisce di scegliere di distruggere lumanità?

 

In
primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la
responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema
vita
e al sistema
Terra, senza capacità di impedirlo
o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di
produzione globale è così ben oliato che non può n
é vuole
fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del
profitto individuale, concorrenza feroce e
super-sfruttamento
delle risorse della natura.

 

Inoltre,
è
importante responsabilizzarci anche per il
male che
, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e
spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che
stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l
erosione
della biodiversità.

 

La
paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che
possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo
desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

 

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica
vita umana sulla Terra;
oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non
siano distruttivi per la possibilità futura di
una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo
la continuità indefinita dell
umanità sulla Terra” (Op.cit. 2009).
Noi aggiungeremmo: non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità,
della natura e della Madre Terra
”.

 

Queste
riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli
esseri umani di cambiare, poich
é dispongono
di libero arbitrio e flessibilità.

 

Ma
poich
é il rischio è globale, si impone un’istanza globale e
plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei
popoli
originari, della saggezza popolare) per trovare una
soluzione globale.
Per questo dobbiamo
rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

 

Come
si può
osservare, le varie guerre che si svolgono oggi
riguardano i confini tra le nazioni, l
affermazione
de
i nazionalismi e la crescente
ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa
idea di un centro collettivo per il bene di tutta l
umanità.

 

Dobbiamo
riconoscere: questi conflitti sui
confini tra le
nazioni
, sono dissociati dalla
nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti
regressivi
e contrari al corso irresistibile della
storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta
vivente.

 

Siamo
una Terra
sola e un’Umanità sola da
salvare. E con urgenza p
oiché il
tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e
le nostre pratiche.

 

 

Leonardo
Boff ha scritto
Habitar a Terra, Vozes 2022; Terra madura: uma
teologia da vida
, Planeta 2023.

 L’urgenza di un umanesimo minimo

                          Leonardo Boff

Il mio sentimento del mondo mi dice che forse mai nella storia degli ultimi tempi abbiamo vissuto, a livello universale, tanta disumanità. Quando parlo di disumanità voglio esprimere il totale disprezzo per il valore dell’essere umano nei confronti di un altro essere umano che è diverso, sia esso per etnia (nero, indigeno, palestinese), sia politico (fondamentalisti, conservatori), sia religioso (musulmani, animisti), sia di genere (donne e LGBT+). Per un paio di scarpe da ginnastica qualcuno è morto. Una piccola disputa stradale può finire con un omicidio a colpi di arma da fuoco.

Per non parlare della guerra Russia-Ucraina (dietro ci sono gli USA e la Comunità Europea). La più spaventosa disumanità è vista apertamente dall’umanità intera, attraverso i media digitali: la decimazione di un intero popolo, i palestinesi della Striscia di Gaza e le migliaia di bambini innocenti sacrificati dalla furia vendicativa dell’attuale primo ministro israeliano di estrema destra, Banjamin Netanyahu. Il suo ministro della Difesa ha dichiarato esplicitamente che i palestinesi nella Striscia di Gaza (soprattutto il ramo militare di Hamas che ha perpetrato un atto terroristico contro Israele il 7 ottobre 2023 con più di mille vittime) sono come animali, sono subumani e dovrebbero essere così trattati, possibilmente, sterminati.

Circondati da ogni parte, come in un campo di sterminio, gli abitanti della Striscia di Gaza sono costantemente attaccati giorno e notte dal cielo, da terra e dal mare dalle forze di guerra del governo israeliano. Molti muoiono di sete, di fame, sotto le macerie e per le ferite riportate, perché tutto è stato loro negato.

Nemmeno lontanamente si alimenta l’idea che siamo tutti umani, della stessa specie di esseri e, quindi, che esiste un innegabile legame di fratellanza tra tutti. Tutti respirano, tutti mangiano, tutti camminano sullo stesso terreno, tutti ricevono gli stessi raggi del sole e le stesse gocce di pioggia. Tutti, non importa quanto sia alta la loro posizione sociale, devono soddisfare i bisogni della natura. Il re d’Inghilterra non può dire al suo servitore: vai a fare pipì al mio posto. In questo caso regna la democrazia più radicale, a grado zero, che comprende re, regine, papi, milionari, gente semplice del popolo, uomini e donne, bambini e anziani.

Perché non siamo in grado di trattarci a vicenda umanamente? Cioè accogliendoci come membri della stessa specie homo, rispettandoci reciprocamente nei diversi modi di organizzare la vita sociale e personale, nelle abitudini, nelle tradizioni, nelle espressioni religiose e nelle pratiche sessuali. Cosa c’è in noi che ci rende nemici gli uni degli altri, omicidi, fratricidi, etnocidi e, ultimamente, biocidi? C’è chi sostiene che l’uomo di Neanderthal, anch’egli uomo pensante, sarebbe stato sterminato dall’homo sapiens.

È già stato osservato dai bio-antropologi che siamo una specie estremamente attiva, irrequieta, violenta e forse di breve durata su questo pianeta. D’altra parte, genetisti e neurologi confermano che appartengono al nostro DNA (cfr. Watson, Crik, Maturana) l’amore, la solidarietà e il sentimento di appartenenza. Esistono modi per mettere sullo stesso piano questi dati apparentemente contraddittori? Perché abbiamo raggiunto gli attuali livelli di disumanità?

Non conosco alcuna risposta soddisfacente. Ciò che possiamo dire, come hanno sostenuto tanti pensatori, è che l’essere umano, per la sua condizione esistenziale, è contemporaneamente sapiens e demens. È mosso da impulsi contraddittori che convivono nella stessa persona, uno di distruzione e l’altro di costruzione. Ho lavorato con due categorie: la dimensione sim-bolica dell’essere umano (ciò che unisce e aggrega) e la dimensione dia-bolica (ciò che disunisce e disaggrega). Entrambe coesistono, si confrontano e portano dinamismo alla storia.

Per un certo periodo, per molteplici ragioni che non possiamo qui discutere, ha prevalso la dimensione sim-bolica. Cosi emerge una società di convivenza pacifica e collaborativa. In un altro prevale la dimensione dia-bolica, che lacera il tessuto sociale, produce violenza e perfino guerre. Temo che attualmente siamo sotto il predominio del dia-bolico, poiché prevalgono il pensiero fondamentalista, fascista e l’uso della violenza per risolvere i problemi umani.

Non basta descrivere questa fenomenologia della dualità. Dobbiamo scavare più a fondo. Credo che la causa principale della disumanità attuale e storica risieda nell’erosione della Matrice Relazionale (Relational Matrix). Ovvero, nel corso della storia, lentamente ma alla fine in modo completo, abbiamo rotto la sensazione che siamo tutti interconnessi, che si stabiliscono relazioni tra tutti gli esseri, formando il grande insieme della natura, della Terra e perfino del cosmo.

Con l’irruzione della ragione e il suo utilizzo come potere di dominio, abbiamo rotto con la Matrice Relazionale. Ci siamo considerati signori e padroni delle cose. Possiamo usarle senza scrupoli a nostro beneficio, con il falso presupposto che esse non abbiano valore in sé e, quindi, siano prive di scopo, compreso il pianeta Terra. Così è stato fondato il paradigma della modernità.

Questa rottura si mostra oggi estremamente dannosa, poiché la natura, o la Terra, si sta rivoltando contro di noi, inviandoci eventi estremi, una serie di virus letali e, negli ultimi tempi, il riscaldamento globale ormai diventato irreversibile. Ha introdotto una nuova e pericolosa fase del pianeta Terra e della storia umana.

La rottura della Matrice Relazionale con gli esseri della natura ha portato alla rottura con la sua origine, con il Creatore di tutte le cose. Quella che è stata chiamata “la morte di Dio” significa che abbiamo perso quel Legame che dava coesione e senso di pienezza alla nostra vita e all’esistenza di un Senso ultimo della vita e della storia. La proclamazione della morte di Dio (la sua assenza nella nostra coscienza personale e collettiva) ha dato origine a esseri umani sradicati e immersi in una profonda solitudine. L’opposto di una visione umanistico-spirituale del mondo che sostiene che la vita ha un senso e che la storia non finisce nel vuoto, non è il materialismo o l’ateismo. È lo sradicamento e il sentimento di essere soli nell’universo e perduti, cosa che una visione umano-spirituale del mondo impediva.

Oggi dobbiamo ritornare alla nostra essenza per rifondare un umanesimo minimo. Cioè, ponendo come linee guida della nostra esistenza e convivenza su questo pianeta la cura reciproca e per con la comunità di vita, l’amore come la più grande forza aggregante e umanizzante di tutte le relazioni, facendo emergere interiormente la nostra forza di solidarietà soprattutto con quelli che restano indietro, un’opzione collettiva per la corresponsabilità per il destino comune e, infine, l’aprirci a quell’Energia potente e amorevole che intuiamo nel nostro proprio essere come ragione e sostegno di tutta la realtà. Possiamo dargli mille nomi o nessuno. Le religioni lo chiamano Dio, i cosmologi lo chiamano Abisso che nutre tutti gli esseri, o come preferisco, “quell’Essere che fa esistere tutti gli esseri”. Dimentichiamo i nomi e concentriamoci su questa Energia Intelligente e Suprema che sostiene ed è alla base di tutti gli esseri e fenomeni. È una visione umano-spirituale delle cose.

Su questi presupposti potremo fondare un umanesimo minimo, con il quale tutti si riconosceranno come compagni dello stesso viaggio su questo pianeta, come fratelli e sorelle di tutte le cose (poiché abbiamo la stessa base genetica) reciprocamente. Per essere realistici, il dato sim-bolico e dia-bolico saranno presenti, ma sotto la reggenza del sim-bolico.

In questo modo costruiremo una convivenza umana nella quale non sarà tanto difficile accoglierci reciprocamente e nella quale potrà fiorire la solidarietà essenziale e l’amore “che muove il cielo, tutte le stelle” e i nostri cuori. O faremo questo passo oppure ci divoreremo a vicenda.

Leonardo Boff ha scritto Terra madura: uma teologia da vida, São Paulo, Planeta 2023. (traduzione dal portoghese di Gianni