Dove stiamo andando?

         Leonardo Boff

C’è una convergenza di innumerevoli crisi che affliggono l’intera umanità. Senza bisogno di menzionarli, mi limito a due, estremamente pericolose e perfino letali: una guerra nucleare tra le potenze militariste, sfidandosi per l’egemonia nel governo del mondo. Dato che la sicurezza non è mai totale, funzionerebbe la formula 1+1 = 0. Ovvero, l’uno distruggerebbe l’altro e insieme trascinerebbero nella distruzione l’intero sistema della vita umana. La Terra continuerebbe ad essere impoverita, piena di ferite, ma continuerebbe a girare ancora attorno al sole, non sappiamo per quanti milioni di anni. Questo Satana della vita che è l’essere umano squilibrato, sarebbe colui che ha perso la sua dimensione sapiente.

L’altro è il crescente cambiamento climatico che non sappiamo a quale grado Celsius si stabilizzerà. Un fatto è innegabile, affermato dagli stessi scienziati scettici: la scienza e la tecnologia sono arrivate tardi. Abbiamo superato il punto critico in cui potevano ancora aiutarci. Ora possono solo avvisarci degli eventi estremi che arriveranno e mitigarne gli effetti dannosi. I climatologi suggeriscono che, nei prossimi anni, il clima potrebbe stabilizzarsi, a livello globale, intorno ai 38-40 gradi Celsius. In altre regioni può raggiungere i 50°C circa. Ci saranno milioni di vittime, soprattutto tra i bambini e gli anziani che non riusciranno ad adattarsi alla mutata situazione sulla Terra.

Questi stessi scienziati hanno messo in guardia gli Stati dal fatto che milioni di migranti lasceranno le loro amate terre a causa del caldo eccessivo e della frustrazione dei raccolti alimentari. Possibilmente, ed è auspicabile, che ci sia una governance planetaria globale e plurale, fatta di rappresentanti dei popoli e delle classi sociali per pensare alla mutata situazione della Terra, non rispettando gli obsoleti limiti tra le nazioni. Si tratta di salvare non questo o quel paese, ma tutta l’umanità. Papa Francesco lo ha detto più volte realisticamente: questa volta non c’è l’arca di Noè che salva alcuni e lascia perire gli altri: “o ci salviamo tutti o non si salva nessuno”.

Come si vede siamo di fronte ad una situazione limite. La coscienza di questa urgenza è molto debole nella maggioranza della popolazione, intorpidita dalla propaganda capitalista per un consumo sfrenato e dagli stessi Stati, in gran parte controllati dalle classi dominanti. Questi guardano solo l’orizzonte davanti a loro, creduloni di un progresso illimitato verso il futuro, senza prendere sul serio che il pianeta è limitato e non può farcela e che abbiamo bisogno di 1,7 pianeti Terra per soddisfare i loro sontuosi consumi.

Esiste una via d’uscita da questo accumulo di crisi, di cui ci limitiamo a due? Credo che né il Papa né il Dalai Lama, né alcun saggio privilegiato possano prevedere quale sarà il nostro futuro. Se guardiamo alle malvagità del mondo, dobbiamo essere d’accordo con José Saramago che diceva: “Non sono un pessimista; è la situazione che è pessima”. Ricordo l’affascinante San Francesco d’Assisi che, incantato, vide il lato luminoso della creazione. Chiedeva, però, ai suoi confratelli: di non considerare troppo i mali del mondo per non avere motivi per lamentarsi di Dio. In un certo senso siamo tutti un po’ come Giobbe, che si lamentava pazientemente di tutti i mali che lo affliggevano. Anche noi ci lamentiamo perché non capiamo il perché di tanta malvagità e, soprattutto, perché Dio resta in silenzio e permette che, spesso, il male trionfi, come avviene adesso di fronte al genocidio dei bambini innocenti nella Striscia di Gaza. Perché non interviene per salvare i suoi figli e le sue figlie? Non è Lui “l’appassionato amante della vita” (Sapienza 11:26)?

A Freud, che non si considerava un uomo di fede, si attribuisce il merito di aver detto quanto segue: “se mi presento davanti a Dio, ho più domande da fargli di quante ne abbia lui con me, perché ci sono tante cose che non ho mai capito quando ero in Terra”.

Né la filosofia né la teologia sono riuscite finora a offrire una risposta convincente al problema del male. Si tratta tutt’al più di affermare che Dio, avvicinandosi a noi attraverso l’incarnazione – non per divinizzare l’essere umano – ma per umanizzare Dio – ha voluto dire che questo Dio ci accompagna nell’esilio, si fa carico del nostro dolore fino alla disperazione sulla croce. Questo è grandioso, ma non risponde al perché del male. Perché anche il Dio umano ha dovuto soffrire? «Pur essendo Figlio di Dio, imparò l’obbedienza dalle sofferenze patite» (Ebrei, 5,8). Questa proposta non fa scomparire il male. Esso resta come una spina nella carne.

Forse dobbiamo accontentarci dell’affermazione di San Tommaso d’Aquino che scrisse, certo, uno dei trattati più brillanti “Sul male” (De Malo). Alla fine egli si arrende all’impossibilità della ragione di rendere conto del male e conclude: “Dio è così potente che può trarre il bene dal male”. Questa è fede fiduciosa, non ragione raziocinante.

Ciò che possiamo dire con una qualche certezza: se l’umanità, soprattutto, il sistema del capitale con le sue grandi multinazionali globalizzate continua con la sua logica di sfruttamento fino all’esaurimento dei beni e dei servizi naturali in funzione della loro illimitata accumulazione, allora possiamo dire, secondo l’espressione di Sigmunt Bauman : “andiamo a ingrossare il corteo di coloro che si dirigono verso la propria tomba”.

Dopo aver commesso il peggior crimine mai perpetrato nella storia: l’omicidio giudiziario del Figlio di Dio, inchiodandolo alla croce, nulla è più impossibile. Come disse J.P.Sartre dopo i bombardamenti di Hiroshina e Nagasaki: “l’essere umano si è impossessato della propria morte”. E Arnold Toynbee, il grande storico, commentava: “non abbiamo più bisogno che Dio intervenga per porre fine alla sua creazione; spetta alla nostra generazione testimoniare la possibilità della propria distruzione”.

Pessimismo? No. Realismo. Ma appartiene anche alla nostra possibilità di compiere quell’atto di fede che si inscrive come possibile emergenza del processo cosmogenico: crediamo che il vero signore della storia e del suo destino non è l’essere umano, ma il Creatore che dalle rovine e dalle ceneri può creare un uomo nuovo e una donna nuova, un nuovo cielo e una nuova Terra. Là la vita è eterna e regnerà l’amore, la festa, l’allegria e la comunione di tutti con tutti e con la Realtà Suprema. Et tunc erit finis.

Leonardo Boff ha scritto: Cuidar da Terra-proteger a vida: como escapar do fim do mundo, Record, Rio de Janeiro 2010; A nossa ressurreição na morte, Vozes 2012.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Proposte fuorvianti e vere per la crisi planetaria

Leonardo Boff

È ormai un’ovvietà riconoscere che siamo immersi in una pericolosa crisi planetaria. Anche i negazionisti più convinti sentono sulla propria pelle gli effetti dell’attuale crisi (tifoni, inondazioni, nevicate inimmaginabili, gravi siccità, desertificazione, guerre e genocidi alla luce del sole e altri fenomeni). Il cambiamento climatico non risparmia nessuno, arrivando a oltre 40 gradi sotto zero nei paesi nordici e da noi, come a Rio de Janeiro, a 50 gradi con una percezione di 70 gradi sopra lo zero. Tali eventi non ammettono tergiversazioni. Molti si rendono conto di essere a bordo di una nave che affonda e cercano soluzioni di ogni tipo, alcune delle quali di grande perversità.

La prima è stata escogitata tra i miliardari (0,1% dell’umanità) che si incontrano ogni anno a Davos. Hanno progettato il Great Reset del capitalismo, cioè la grande e radicale ripresa del capitalismo portata all’estremo. Attraverso l’Intelligenza Artificiale, propongono una sorta di dispotismo cibernetico, attraverso il quale controllano ogni persona, un intero popolo, i cellulari e i computer spenti e perfino il dentifricio che sto utilizzando. Imporrebbero il loro tipo di produzione, distribuzione e consumo a tutta l’umanità. Questo progetto è talmente perverso che non ha alcuna possibilità di realizzarsi. A questo potere si opporrebbe un contro-potere dell’intera umanità che renderebbe irrealizzabile il suo proposito.

La seconda proposta è il capitalismo verde. Propone di riforestare tutte le aree devastate e di conservare tutte le aree verdi, il che sembra molto attraente. Ma il capitalismo è sempre capitalismo. Questo progetto non cambia il sistema che produce beni, puntando al profitto. Il verde non mette in discussione la perversa disuguaglianza sociale. Piuttosto, mercifica tutta la natura. Esempio: non solo guadagna dalla vendita del miele delle api, ma fa pagare anche per la sua capacità di impollinazione. Come dice giustamente Michael Löwy, direttore della ricerca sociologica presso la SNRS di Parigi, in un articolo sulla decrescita (vedere sul mio sito web): “Non esiste una soluzione alla crisi ecologica nel quadro del capitalismo, un sistema interamente dedicato al produttivismo, al consumismo e alla feroce lotta per le “quote di mercato”. La sua logica intrinsecamente perversa conduce inevitabilmente alla rottura dell’equilibrio ecologico e alla distruzione degli ecosistemi”.

Ma ci sono proposte promettenti, ammesso che abbiamo tempo per questo. Ne indicheremo solo alcune. Quella che si proietta di più verso il futuro è quell’economia che lavora il territorio (bioregionalismo). Definisce il territorio non attraverso la convenzionale divisione in municipi, ma attraverso la configurazione che la natura stessa offre: tipologia di fauna e flora, di bacini idrici, laghi, montagne e valli e tipo di popolazione. Sul campo è possibile costruire un’economia veramente sostenibile con l’uso razionale dei beni e dei servizi naturali, con reti di cooperative di produzione solidali, integrazione di tutta la popolazione, consentendo una democrazia veramente rappresentativa, valorizzazione dei beni culturali come le tradizioni e feste locali e la celebrazione di personaggi illustri che hanno vissuto nella regione. Poiché tutto è prodotto localmente, si evitano lunghi trasporti. Potremmo immaginare il pianeta Terra come un tappeto di milioni di territori con un’economia integrata e sostenibile, con più equità e reale riduzione della povertà.

Un altro modello si chiama economia solidale ed agroecologica. Come indica il nome, si tratta di cooperative che lavorano in modo solidale sulla base dell’agro-ecologia, in sintonia con i ritmi della natura, diversificando la produzione per consentire la rigenerazione del territorio. Si sono dispiegate [nelle aree urbane] con le ONG ‘Città Senza Fame’, orti urbani e scolastici. Si approfitta di spazi inutilizzati delle città o di interi terrazzi per la produzione di beni destinati al consumo locale, con la partecipazione di tutti. Non si presenta come un progetto totale, ma come un modo per garantire cibo sano alla popolazione. Il MST (Movimento dos Sem Terra) in Brasile ha dimostrato gli effetti benefici e complementari di questo tipo di economia solidale.

Un altro modello si presenta come economia circolare. Si basa sulla riduzione, sul riutilizzo, sul recupero e sul riciclo dei materiali e dell’energia. In particolare si riciclano imballaggi, vetri, plastiche (Pet, Pp) e carta. Si risparmiano le risorse naturali, si utilizza ciò che è già stato utilizzato. In questo modo si rompe l’attuale modello lineare di estrazione-produzione-eliminazione. Questo modello è ecologicamente interessante, ma non solleva le questioni dell’ecologia sociale, la quale mira a superare le disuguaglianze sociali. Pertanto, l’economia circolare ha una portata limitata.

Un modello vissuto da secoli dai popoli andini è il bem viver / conviver. È un’economia profondamente ecologica, poiché, parte dal presupposto che la  Madre Terra (Pacha Mama) produce tutto. L’essere umano, con il suo lavoro, l’aiuta quando manca l’abbondanza. Per loro il concetto-matrice è l’armonia che inizia nella famiglia e si estende alla natura, in cui ogni essere è portatore di diritti, sanciti anche dalla nuova costituzione di Bolivia ed Ecuador. La centralità non si pone nell’economia, ma nella convivenza pacifica e nella relazione amichevole con la natura, le acque, le foreste e le montagne. Chissà se un giorno l’umanità si risveglierà nella sua profonda appartenenza alla Terra e alla natura, e il bem viver / conviver sarà un ideale vissuto da tutti.

C’è anche il movimento dell’economia di Francesco e Chiara proposto da Papa Francesco. Dopo aver criticato ferocemente il sistema del capitale e la sua cultura consumistica, propone una fraternità universale. Ciò vale tra tutti gli esseri e tra gli umani, tutti fratelli e sorelle (sua enciclica Fratelli tutti). La centralità è occupata dalla vita in tutte le sue forme, soprattutto la vita umana, con particolare cura alla vita dei più vulnerabili. L’economia e la politica sarebbero in primo luogo al servizio della vita e solo dopo del mercato. È un ideale generoso, ancora in gestazione.

Certamente il progetto dell’eco-socialismo è quello che ha maggiori possibilità di realizzazione storica. Non ha nulla a che fare con il socialismo vissuto in stile sovietico, ma vuole realizzare l’ideale più grande del dare a ciascuno secondo i suoi bisogni e ricevere da ciascuno secondo le proprie possibilità. Questo progetto è il più avanzato e solido. Presuppone un contratto sociale globale con un centro plurale di governance per i problemi globali dell’umanità, come è stato nel caso del Coronavirus e ora con il cambiamento climatico. I beni e i servizi naturali appartengono a tutti e si propone un consumo dignitoso e sobrio che includa anche la comunità della vita che ha bisogno anche dei nutrienti necessari per la sua sostenibilità. Guadagnerebbe più slancio se questo progetto andasse oltre il suo socio-centrismo ecologico e incorporasse i dati più sicuri della nuova cosmologia e biologia che considerano la Terra e la vita umana come un momento del grande processo cosmogenico, biogenico e antropogenico. L’eco-socialismo ecologico sarebbe un’emergenza di questo processo globale.

Infine, qualsiasi modello che intenda affrontare la crisi planetaria dovrà riscattare ciò che un tempo avevamo e abbiamo perso ed è custodito dai popoli originari: la nostra profonda appartenenza e comunione con la Madre Terra e con tutte le sue creature. Questa visione ancestrale dei popoli originari, sarà, secondo il pensatore Ailton Krenak (cfr. Futuro Ancestral 2022), il nostro futuro, quello che ci garantirà di continuare su questo pianeta. Speriamo che i tempi della Terra ci siano generosi per permetterci di vivere questo sogno.

Leonardo Boff ha scritto Abitare la Terra, Castelvecchi Editore 2021.

Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

            Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche. Leonardo Boff ha scritto Habitare la Terra,Roma 2023; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023

Tirare il freno di sicurezza: vista la gravità della crisi attuale

       Leonardo Boff

Ci troviamo nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo in cui abitiamo e ci relazioniamo con il nostro pianeta, devastato e attraversato da guerre di grande distruzione e guidato dall’odio razziale e ideologico. Inoltre, l’era della ragione scientifica ha creato l’irrazionalità del principio di autodistruzione: possiamo porre fine, con armi già costruite, alla nostra vita e a gran parte, se non all’intera, biosfera.

Non sono pochi gli analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la disputa su chi comanda sull’umanità e chi ha l’ultima parola. Ha a che fare con il confronto tra l’uni-polarità sostenuta dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla Cina, dalla Russia e, infine, dal gruppo di paesi che formano i BRICS. Se ci fosse una guerra nucleare, in questo caso, si realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e insieme annienterebbero l’umanità e una parte sostanziale della vita.

Date queste circostanze, ci troviamo a dover tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perché, senza freni si può precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci, secondo il detto di Don Chisciotte: “prima di accettare la sconfitta, dobbiamo combattere tutte le battaglie”. E noi lo faremo.

Utilizzo due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’angoscia, e un’altra del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans Jonas (1903-1993), la paura.

L’angoscia (“Il concetto di angoscia”, SE 2018) per Kierkegaard non è solo un fenomeno psicologico, ma un dato oggettivo dell’esistenza umana. Per lui pastore e teologo, oltre che esimio filosofo, sarebbe l’angoscia di fronte alla perdizione o alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana. Questa si presenta fragile e soggetta a morire in qualsiasi istante. L’angoscia non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni per salvaguardare la vita.

Oggi dobbiamo alimentare questo tipo di angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

Hans Jonas nel suo libro “Il principio di responsabilità” (Einaudi, Torino 2009) analizza la paura di trovarci sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente. Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta più di un’etica del progresso o del miglioramento. Ma della prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci alla morte. La paura qui è salutare e salvifica, poiché ci obbliga a un’etica della responsabilità collettiva, nel senso che tutti debbano contribuire alla preservazione della vita umana sulla Terra.

La situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano. Abbiamo creato un’Intelligenza Artificiale Autonoma che già è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di algoritmi, gli impedisce di scegliere di distruggere l’umanità?

In primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema-vita e al sistema-Terra, senza capacità di impedirlo o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di produzione globale è così ben oliato che non può né vuole fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del profitto individuale, concorrenza feroce e super-sfruttamento delle risorse della natura.

Inoltre, è importante responsabilizzarci anche per il male che, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l’erosione della biodiversità.

La paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra; oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano distruttivi per la possibilità futura di una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo la continuità indefinita dellumanità sulla Terra” (Op.cit. 2009). Noi aggiungeremmo: “non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità, della natura e della Madre Terra”.

Queste riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli esseri umani di cambiare, poiché dispongono di libero arbitrio e flessibilità.

Ma poiché il rischio è globale, si impone un’istanza globale e plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei popoli originari, della saggezza popolare) per trovare una soluzione globale. Per questo dobbiamo rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

Come si può osservare, le varie guerre che si svolgono oggi riguardano i confini tra le nazioni, l’affermazione dei nazionalismi e la crescente ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa idea di un centro collettivo per il bene di tutta l’umanità.

Dobbiamo riconoscere: questi conflitti sui confini tra le nazioni, sono dissociati dalla nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti regressivi e contrari al corso irresistibile della storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta vivente.

Siamo una Terra sola e un’Umanità sola da salvare. E con urgenza poiché il tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e le nostre pratiche.

Leonardo Boff ha scritto Habitar a Terra, Vozes 2022;Roma 2022; Terra madura: uma teologia da vida, Planeta 2023.



































































































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       Leonardo Boff

 

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nel cuore di una crisi spaventosa e diffusa nel modo
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razziale e ideologico. Inoltre, l
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a vita e a gran parte,
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Non sono pochi gli
analisti della situazione mondiale che ci mettono in guardia sul possibile
utilizzo di tali armi di distruzione di massa. Il motivo di fondo sarebbe la
disputa su chi
comanda sullumanità e chi ha lultima
parola. Ha a che fare con il confronto tra l
unipolarità
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a dagli Stati Uniti e la multi-polarità richiesta dalla
Cina,
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realizzerebbe la formula: 1+1=0: una potenza nucleare distruggerebbe l’altra e
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annienterebbero l’umanità e una
parte sostanziale della vita.

 

Date
queste circostanze
, ci troviamo a dover
tirare il freno di sicurezza sul treno della vita, perch
é,
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precipitare in un abisso. Temiamo che questo freno sia già ossidato e reso
inutilizzabile. Possiamo uscire da questa minaccia? Dobbiamo provarci,
secondo il detto di Don Chisciotte: prima di accettare la sconfitta,
dobbiamo combattere
tutte le battaglie”.
E noi
lo faremo.

 

Utilizzo
due categorie per chiarire meglio la nostra situazione. Uno del teologo e
filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1885), l’
angoscia, e unaltra
del teologo e filosofo tedesco, illustre discepolo di Martin Heideger, Hans
Jonas (1903-1993), la
paura.

 

Langoscia
(
Il
concetto di angoscia
, SE
201
8) per Kierkegaard non è solo un
fenomeno psicologico, ma un
dato oggettivo
dell
esistenza umana. Per lui pastore e
teologo, oltre che
esimio filosofo, sarebbe
l
angoscia di fronte alla perdizione o
alla salvezza eterna. Ma è applicabile alla vita umana.
Questa si presenta fragile e soggetta
a morire
in qualsiasi istante. Langoscia
non lascia la persona inerte, ma la spinge continuamente a creare le condizioni
per salvaguardare la vita.

 

Oggi
dobbiamo alimentare questo tipo di
angoscia esistenziale di fronte alle minacce oggettive che
gravano sul nostro destino e che possono essere fatali. È qualcosa di sano, che
appartiene alla vita e non qualcosa di malsano da curare psichiatricamente.

 

Hans
Jonas nel suo libro
Il principio di responsabilità
(
Einaudi, Torino 2009)
analizza la
paura di trovarci
sull’orlo del baratro e di precipitarvi fatalmente
.
Siamo in una situazione di non ritorno. Non si tratta
più
di unetica
del progresso o del miglioramento. Ma
della
prevenzione della vita contro le minacce che possono portarci
alla
morte. La paura qui è salutare e salvifica, poich
é ci
obbliga a unetica
d
ella responsabilità collettiva,
nel senso che tutti
debbano contribuire alla
preservazione della vita umana sulla Terra.

 

La
situazione attuale a livello planetario è fuori dal controllo umano
. Abbiamo
creato un
Intelligenza
Artificiale Autonoma che già
è indipendente dalle nostre decisioni. Chi, con i suoi miliardi e miliardi di
algoritmi,
gli impedisce di scegliere di distruggere lumanità?

 

In
primo luogo, abbiamo un compito da svolgere: dobbiamo assumerci la
responsabilità del danno che stiamo visibilmente causando al sistema
vita
e al sistema
Terra, senza capacità di impedirlo
o fermarlo, ma solo mitigandone gli effetti dannosi. Il sistema energivoro di
produzione globale è così ben oliato che non può n
é vuole
fermarsi. Non rinuncia ai suoi mantra fondamentali: aumento illimitato del
profitto individuale, concorrenza feroce e
super-sfruttamento
delle risorse della natura.

 

Inoltre,
è
importante responsabilizzarci anche per il
male che
, in passato, non abbiamo saputo evitare fisicamente e
spiritualmente e le cui conseguenze sono diventate inevitabili, come quelle che
stiamo subendo come il crescente riscaldamento del pianeta e l
erosione
della biodiversità.

 

La
paura che ci attanaglia riguarda il futuro della vita e la garanzia che
possiamo ancora sopravvivere su questo pianeta. Alla luce di questo
desiderato Jonas formulò un imperativo etico categorico:

 

Agisci affinché gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica
vita umana sulla Terra;
oppure, espresso negativamente: agisci in modo che gli effetti della tua azione non
siano distruttivi per la possibilità futura di
una tale vita; o, semplicemente, non mettere in pericolo
la continuità indefinita dell
umanità sulla Terra” (Op.cit. 2009).
Noi aggiungeremmo: non mettere in pericolo la continuità indefinita di ogni forma di vita, della biodiversità,
della natura e della Madre Terra
”.

 

Queste
riflessioni ci aiutano ad alimentare una certa speranza nella capacità degli
esseri umani di cambiare, poich
é dispongono
di libero arbitrio e flessibilità.

 

Ma
poich
é il rischio è globale, si impone un’istanza globale e
plurale (rappresentanti dei popoli, delle religioni, delle università, dei
popoli
originari, della saggezza popolare) per trovare una
soluzione globale.
Per questo dobbiamo
rinunciare al nazionalismo e ai confini obsoleti tra le nazioni.

 

Come
si può
osservare, le varie guerre che si svolgono oggi
riguardano i confini tra le nazioni, l
affermazione
de
i nazionalismi e la crescente
ondata di conservatorismo e di politiche di estrema destra allontanano questa
idea di un centro collettivo per il bene di tutta l
umanità.

 

Dobbiamo
riconoscere: questi conflitti sui
confini tra le
nazioni
, sono dissociati dalla
nuova fase della Terra, divenuta Casa Comune, e rappresentano movimenti
regressivi
e contrari al corso irresistibile della
storia che unifica sempre più il destino umano con il destino del pianeta
vivente.

 

Siamo
una Terra
sola e un’Umanità sola da
salvare. E con urgenza p
oiché il
tempo corre contro di noi. Cambiamo mentalità e
le nostre pratiche.

 

 

Leonardo
Boff ha scritto
Habitar a Terra, Vozes 2022; Terra madura: uma
teologia da vida
, Planeta 2023.