Si rifiutano di vivere nella democracia: il senso del golpe demenziale in Brasilia

Sono molti gli interrogativi sollevati dal fallito golpe dell’8 gennaio a Brasilia. Storditi, ci chiediamo come siamo potuti arrivare a questo livello di barbarie al punto da distruggere i simboli del governo di una nazione: i tre poteri, l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario? Questo non accade per caso. È una conseguenza di precedenti fattori storici e sociali che si sono concretizzati negli atti di vandalismo all’interno dei tre palazzi.

Filosoficamente possiamo dire che la dimensione del demens (follia, eccesso, assenza della giusta misura) ha soffocato l’altra dimensione del sapiens (della razionalità, dell’equilibrio) che sempre l’accompagna, perché questa è la condizione umana. Si è verificato che il demens ha prevalso sul sapiens e ha inondato la coscienza di numerosi gruppi umani.

Questo fatto mostra il lato perverso della cordialità descritta da Sérgio Buarque de Holanda quando in Raízes do Brasil (1936) parla del brasiliano come di un uomo cordiale. La maggior parte degli analisti dimentica la nota a piè di pagina che l’autore fa quando spiega che la cordialità viene dal cuore. In questo cuore c’è la gentilezza, la buona volontà, l’ospitalità. Ma c’è anche l’odio, il male e la violenza. Entrambi hanno il loro quartier generale nel cuore dei brasiliani.

Il popolo brasiliano ha mostrato la cordialità in queste due dimensioni, quella luminosa e quella oscura. A Brasilia è disceso lo spirito della pura demenza, senza alcun accenno di razionalità, distruggendo gli organismi che rappresentavano la democrazia e la repubblica.

Perché è scoppiata la demenza? È il frutto di una storia demenziale iniziata con il genocidio dei popoli originari, si è impiantata la colonia come una impresa commerciale, un’azienda per fare soldi e non per fondare una nazione. Ciò si è aggravato oltre misura per i 300 anni di schiavitù, quando le persone sradicate dall’Africa sono state rese qui cose, animali da lavoro, schiavi sottoposti a ogni tipo di sfruttamento e violenza al punto che la loro età media, secondo Darcy Ribeiro, non superava i 22 anni, tale fu la brutalità che subirono. L’abolizione della schiavitù li ha gettati nelle mani della provvidenza, per strada e nelle favela senza alcuna tutela. Questo debito grida al cielo fino ad oggi.

Terminata la colonizzazione, il popolo brasiliano, nelle parole del grande storico mulatto Capistrano de Abreu, “ha resistito ed è stato riconquistato, ha sanguinato e risanguinato”. Questa logica non è stata abolita in quanto è presente nei 30 milioni di affamati, nei 110 milioni con insufficienza alimentare e con più della metà della nostra popolazione (54% di origine africana) povera che vive nelle periferie delle città, nelle favela e in condizioni disumane.

I padroni del potere, “l’élite dell’arretratezza” come la chiama giustamente Jessé Souza, hanno sempre controllato il potere politico anche nelle varie fasi della repubblica e nei pochi periodi di democrazia rappresentativa. Le classi abbienti hanno fatto tra loro una politica di conciliazione, mai di riforme e di inclusione. Logicamente, sono state create diverse costituzioni, ma quando hanno regolato e limitato l’avidità dei potenti?

Il nostro capitalismo è uno dei più selvaggi del mondo, al punto che Chomsky ha detto: Il Brasile è una specie di caso speciale; raramente ho visto un paese in cui elementi dell’élite nutrono un tale disprezzo e odio per i poveri e i lavoratori”. Non si è mai lasciato civilizzare. Non c’è stata quasi lotta di classe perché loro [l’elite al potere] l’hanno schiacciata spietatamente con la violenza (sostenuti dal braccio militare).

Abbiamo avuto e abbiamo a democrazia, ma sempre è stata fragile ed è stata ed è continuamente minacciata, come si è visto nei vari golpe contro Vargas, Jango, Dilma Rousseff e l’8 gennaio di quest’anno. M è sempre risorta.

Bisogna tener conto di tutto questo per avere un quadro che ci faccia capire il recente golpe demenziale e frustrato. Vale la pena notare l’osservazione di Veríssimo su Twitter: l’anti-petismo non è nuovo, l’anti-popolo è nel DNA della classe dominante. Questa non ha mai permesso a chi veniva dal piano più basso di salire a un altro, occupando il centro del potere, come è successo con Lula/Dilma e ancora con Lula nel 2023. Ha fatto ogni tipo di opposizione e manovre golpiste, appoggiata dal braccio ideologico della grande stampa aziendale.

C’è un altro punto da considerare: la cultura del capitale ha esasperato l’individualismo, la ricerca del benessere individuale o aziendale, mai di un intero popolo. Tale ethos ha permeato la società, i processi di socializzazione, le scuole, le menti e i cuori delle persone meno critiche. Siamo tutti, in un certo senso, ostaggi della cultura del capitale perché ci costringe a consumare beni superflui e si è impiantata in tutto il mondo, generando la disgrazia planetaria, gettando nell’emarginazione gran parte dell’umanità e mettendo a rischio la vita sul pianeta Terra. [La cultura del capitale] ha creato consumatori e non cittadini.

La dittatura di questo individualismo ha portato molti, a migliaia a non voler vivere insieme. Preferiscono le loro ‘Alfa Villes’ e i loro quartieri chiusi, riservati ai ricchi e speculatori. Ora, una società non esiste e non si sostiene senza un patto sociale. Si esprime attraverso un certo ordine sociale, materializzato in una Costituzione e nelle leggi che tutti si impegnano ad accettare. Ma sia la Costituzione, sia le leggi sono continuamente violate, poiché l’individualismo ha minato il senso del rispetto delle leggi, delle persone e dell’ordine concordato.

Coloro che stanno dietro al tentativo di Brasilia sono quei tipi di persone che si considerano al di sopra dell’ordine esistente. Ci sono persone di tutte le classi, ma principalmente rappresentanti del grande capitale. Non dimentichiamo l’ultimo rapporto di Forbes che dava i dati sugli opulenti brasiliani: 315 miliardari, la maggior parte dei quali vive di rendita piuttosto che di produzione di beni di consumo.

Il principale fattore che ha creato le condizioni per questo golpe fallito è stata l’atmosfera creata da Jair Bolsonaro, che ha suscitato la dimensione demenziale in milioni di persone, presi da odio, truculenza, discriminazione di ogni tipo e vile disprezzo per i poveri e gli emarginati. A loro va attribuita la responsabilità principale per l’avvelenamento della nostra società con tratti di disumanità, regressione a modelli sociali vecchi e non contemporanei. Nemmeno la religione è sfuggita a questa pestilenza, soprattutto nei gruppi di chiese neo-pentecostali e anche nei gruppi di cattolici conservatori e reazionari.

Grazie alla rapida determinazione dei ministri del Supremo Tribunal Federal e del Tribunal Superior Eleitoral, in particolare del ministro Moraes e nel caso del golpe, l’azione rapida e intelligente del ministro della Giustizia Flávio Dino che ha convinto il presidente Lula, vista la gravità della questione, a ordinare un intervento federale in materia di sicurezza nel Distretto Federale di Brasilia. Così, all’ultimo momento, si è riusciti a far abortire il golpe. La stupidità degli invasori dei tre Palazzi della Democrazia e le distruzioni che vi hanno perpetrato, hanno frenato la giunta militare che, secondo il piano svelato del golpe, avrebbe assunto il potere sotto forma di dittatura con l’arresto di tutti i ministri, la chiusura del Congresso e atti di repressione già conosciuti nella nostra storia.

La democrazia può avere i suoi difetti e limiti, ma è ancora la migliore forma per permetterci di vivere insieme, come cittadini partecipativi e con la garanzia di diritti. Senza di essa, scivoliamo fatalmente nella barbarie e nella disumanizzazione delle relazioni personali e sociali. Questa democrazia deve essere costruita giorno per giorno, essere quotidiana, aperta all’arricchimento e trasformarsi in una vera cultura permanente.

Leonardo Boff Abitare la Terra: vie per la fraternità universale, Castelvecchi, Roma 2021

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Boff: «Quella porta sbattuta in faccia alla modernità»

INTERVISTA. Il suo sogno, rievangelizzare l’Europa sotto la guida della Chiesa cattolica. Un progetto medievale, un’umiliazione per i teologi della liberazione

Boff: «Quella porta sbattuta  in faccia alla modernità»

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Leonardo Boff – foto Ap

Nuovo!

Claudia Fanti

Era il 7 settembre del 1984 e Leonardo Boff sedeva come imputato dinanzi al prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede Joseph Ratzinger, in quello che appariva a tutti gli effetti come un moderno processo per eresia. Sotto accusa c’era il suo libro Chiesa: carisma e potere, di cui l’ex Sant’uffizio aveva evidenziato aspetti «tali da mettere in pericolo la sana dottrina della fede».

Ma nel mirino del Vaticano non c’era solo un libro: c’era piuttosto quella Teologia della Liberazione (TdL), che, nata dalla realtà dei poveri (interpretata con l’ausilio delle scienze sociali e dell’analisi marxiana della storia) e diretta alla loro liberazione, aveva subito messo in allarme i centri più sensibili del potere politico e religioso.

Sarebbe stato, aveva garantito Ratzinger, un «colloquio tra fratelli» – con gli occhi del mondo puntati su Roma non era il caso di evocare immagini inquisitoriali -, ma l’esito era già scritto. L’anno successivo Boff sarebbe stato punito con l’obbligo del silenzio ossequioso. E nel 1992, in seguito alla minaccia di ulteriori provvedimenti disciplinari, avrebbe abbandonato l’Ordine dei Francescani e rinunciato al sacerdozio, pur continuando infaticabilmente a svolgere la sua attività di teologo della liberazione. Oggi, di fronte alla morte del suo persecutore, dice di non provare alcun risentimento, evidenziando solo la necessità di una «lettura oggettiva» del pensiero e dell’azione di Ratzinger.

Per Benedetto XVI sono state spese grandi parole di elogio. Lei che, insieme a tanti altri, ha pagato di persona la persecuzione vaticana, come reagisce di fronte ai commenti di questi giorni?
È normale parlare bene dei morti, soprattutto se si tratta di un papa. Tuttavia, la teologia, non potendo sottrarsi a una lettura oggettiva e critica, deve avere il coraggio di mostrare anche le ombre di Benedetto XVI. Era un teologo progressista e stimato quando insegnava in Germania. Ma poi si era lasciato contaminare dal virus conservatore della millenaria istituzione ecclesiastica, fino ad abbracciare, in alcuni aspetti, posizioni reazionarie e fondamentaliste. Basti pensare alla dichiarazione Dominus Iesus del 2000, nella quale rilanciava la vecchia tesi medievale, superata dal Vaticano II, secondo cui “fuori dalla Chiesa non c’è salvezza”: Cristo è l’unica via di salvezza e la Chiesa è il pedaggio esclusivo. Nessuno percorrerà il cammino se prima non pagherà il pedaggio. Quanto alle Chiese non cattoliche, non sarebbero «Chiese in senso proprio», ma solo «comunità separate». Una porta sbattuta in faccia all’ecumenismo. Il suo sogno era quello di una rievangelizzazione dell’Europa sotto la guida della Chiesa cattolica. Un progetto risibile e impraticabile, dovendo fare piazza pulita di tutte le conquiste della modernità. Ma Ratzinger era un rappresentante della vecchia cristianità medievale.

C’è stata poi la condanna della Teologia della Liberazione.
Per noi teologi latinoamericani è stata una grande ferita il fatto che egli avesse proibito a decine di teologi e teologhe di tutto il continente di produrre una collana di 53 volumi, dal titolo Teologia della Liberazione, come sussidio per studenti, comunità di base e operatori di pastorale impegnati nella prospettiva dei poveri. Era chiaro che egli non volesse saperne di una teologia elaborata a partire dalle periferie. Per i poveri fu uno scandalo, per noi teologi, appoggiati da centinaia di vescovi, un’umiliazione.

Ratzinger ha pubblicato due Istruzioni sulla TdL. La prima molto dura, nel 1984. La seconda, due anni dopo, dai toni più morbidi, scritta sotto la pressione dei cardinali brasiliani Arns e Lorscheider. Ed è proprio nel 1984 che lei ha subito il processo davanti alla Congregazione della Dottrina della fede.
Il processo si concluse con l’imposizione di un “silenzio ossequioso”, un eufemismo per indicare il divieto di parlare, di insegnare, di svolgere qualsiasi attività teologica. Ma non provo alcun risentimento ripensando a quei giorni turbolenti: il fatto di aver abbracciato la causa dei poveri, i prediletti del Gesù storico, mi faceva sentire sicuro. Inoltre quel processo, seguito dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo, aveva offerto un’enorme opportunità per far conoscere la TdL. Tutti compresero che in gioco non c’era solo una teologia, ma la posizione della Chiesa dinanzi al dramma dei poveri e degli oppressi. Con la censura e la persecuzione di tanti teologi, da Gustavo Gutiérrez a Jon Sobrino, Ratzinger non ha offerto un buon esempio: non ha ascoltato il clamore dei poveri, ha condannato i loro amici e alleati e ha frainteso la TdL. Guai a chi non si colloca al lato dei poveri, perché saranno loro a giudicarci.

Cosa ha comportato questo fraintendimento?
Il mancato appoggio di Ratzinger alla TdL ha fatto vacillare molti cristiani. Tanto più in quanto ai teologi nella linea della liberazione era vietato offrire consulenze pastorali ai vescovi e persino accompagnare le comunità di base. È stata negata loro la gioia di lavorare nella pastorale e di insegnare teologia. Ratzinger è stato un fattore di divisione all’interno della nostra Chiesa latinoamericana.

Come valuta il suo pontificato?
Benedetto XI ha dato continuità all’inverno ecclesiale avviato da Giovanni Paolo II con l’abbandono delle riforme del Concilio. Con il «ritorno alla grande disciplina» da lui promosso ha persino accentuato questa tendenza. Basti pensare alla reintroduzione della messa in latino. Ha concepito la Chiesa come un castello fortificato contro gli errori della modernità, dal relativismo al marxismo fino alla perdita della memoria di Dio nella società. Ha posto al centro la Verità, con la sua difesa dell’ortodossia. Privo di capacità di governo, ha seminato nella Chiesa più paura che gioia, più controllo che libertà. Era una persona affabile e delicata, ma senza il carisma del suo predecessore. Tuttavia, per le sue virtù personali e la sofferenza che ha patito, sono certo che verrà accolto tra i beati.

Come ha interpretato la sua rinuncia ?
Aveva preso coscienza degli scandali sessuali e finanziari nella Chiesa, ma sentiva di non avere le forze per modificare la situazione. Serviva un altro papa più di polso. Non si trattava di problemi di salute, ma del fatto che si sentiva psicologicamente, mentalmente e spiritualmente impotente.

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Fasi della tragica aggressività ecologica dell’essere umano

Se riduciamo i 13,7 miliardi di anni di esistenza dell’universo, a un solo anno, l’attuale essere umano, sapiens sapiens, è apparso nel processo di evoluzione il 31 dicembre, a 23 ore, 58 minuti e 10 secondi, conforme ai calcoli di diversi cosmologi. Pertanto siamo apparsi sulla Terra a meno di un minuto dalla fine dell’anno cosmico. Che senso ha essere arrivati ​​così tardi nel processo cosmico? Per coronare un simile processo o per distruggerlo? Questa è una questione aperta. Quello che possiamo constatare è la nostra crescente distruttività dell’ambiente in cui viviamo, della natura e della nostra Casa Comune. Vediamo alcune fasi della nostra aggressività. Ci lascia con domande inquietanti.

  1. L’interazione con la natura

All’inizio i nostri antenati, che si perdono nell’ombra di tempi immemorabili, avevano un rapporto armonioso con la natura. Intrattenevano un’interazione non distruttiva: prendevano solo ciò che la natura offriva loro in abbondanza. Quel tempo è durato alcuni millenni, cominciando in Africa, dove gli esseri umani sono apparsi 8-9 milioni di anni fa. Per questo, siamo tutti, in qualche modo, africani. Lì si sono formate le nostre strutture corporee, psichiche, intellettuali e spirituali, che sono presenti nell’inconscio di tutti gli esseri umani fino ai giorni nostri.

2. L’intervento nella natura

Più di due milioni di anni fa, entrò in scena nel processo di antropo-genesi (la genesi dell’essere umano in evoluzione) l’uomo esperto (homo habilis). Qui avvenne una prima svolta. È iniziato quello che oggi è culminato in modo estremo.

L’uomo esperto inventò gli strumenti con i quali operava un intervento nella natura: un bastone appuntito, una pietra affilata e altre risorse simili. Ciò che la natura gli offriva spontaneamente non era sufficiente. Con l’intervento, poteva ferire e uccidere un animale con l’estremità appuntita di un bastone o poteva tagliare piante con strumenti di pietra affilati.

Questo intervento è durato millenni. Ma con l’introduzione dell’agricoltura e dell’irrigazione si sviluppò molto più intensamente. Ciò avvenne intorno a 10-12 mila fa (diverso nelle diverse regioni), nell’era chiamata neolitico. Si deviarono acque dei fiumi, come il Tigri e l’Eufrate in Medio Oriente, il Nilo in Egitto, l’Indo e il Gange in India e il fiume Giallo in Cina. Migliorarono i raccolti, si allevarono animali e uccelli da macellare, specialmente galline, maiali, buoi e pecore. La popolazione umana crebbe rapidamente. È il momento in cui gli esseri umani smisero di essere nomadi e diventarono sedentari. Si crearono paesi e città, in genere, lungo i fiumi sopra menzionati o attorno all’immenso lago interno, l’Amazzonia, che da migliaia di anni sfociava nel Pacifico.

3. L’aggressione alla natura

Dall’intervento si è passati all’aggressione della natura. Si verificò quando si usarono strumenti di metallo, lance, asce e armi per uccidere animali e persone. L’aggressione si specializzò fino a culminare nell’era industriale del XVIII secolo in Europa, a partire dall’Inghilterra. Fu inventato un vasto macchinario che consentì di estrarre enormi ricchezze dalla natura. Un passo decisivo nell’aggressione fu compiuto nei tempi moderni, quando emerse la tecno-scienza con un’immensa capacità di sfruttamento della natura a tutti i livelli e fronti.

Si partiva dal presupposto che l’essere umano si sentiva “padrone e proprietario” della natura e non parte di essa. L’idea-forza che lo guidava era la volontà di potenza, intesa come capacità di dominare tutto: altre persone, classi sociali, popoli, continenti, la natura, la materia, la vita e la propria Terra nel suo insieme.

L’inglese Francis Bacon espresse questo scopo dicendo: “Bisogna torturare la natura come il torturatore tortura la sua vittima, fino a quando non confessa tutti i suoi segreti”. Qui l’aggressione ottenne lo status ufficiale. Era e continua ad essere applicata fino ai giorni nostri.

Il punto di partenza era il presupposto (falso) che le risorse naturali fossero illimitate. Questo permetteva di forgiare un progetto di sviluppo che fosse anche illimitato. Oggi sappiamo che la Terra è limitata e finita e che non può sopportare un progetto di crescita illimitata. Ma questa convinzione è ancora dominante.

4. La distruzione della natura

Negli ultimi decenni, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945), l’aggressione sistematica ha assunto dimensioni di vera e propria distruzione degli ecosistemi e della biodiversità. La stessa Madre Terra ha cominciato ad essere attaccata su tutti i suoi fronti. Per soddisfare l’attuale consumo umano, abbiamo bisogno di una Terra e mezza, quello che produce l’Earth Overshoot, che quest’anno è avvenuto il 22 luglio.

Secondo eminenti scienziati, abbiamo inaugurato una nuova era geologica, l’antropocene, in cui gli esseri umani emergono come la più grande minaccia per la natura e la vita. Si è raggiunto il punto in cui il nostro processo industriale e lo stile di vita consumistico decimano circa 100.000 organismi viventi all’anno. A partire da questa vera tragedia biologica si parla di necrocene, cioè dell’era della morte (necro) di massa di vite naturali e anche di vite umane. Interi ecosistemi ne sono colpiti, compresa l’Amazzonia. Alcuni, infine, fanno già riferimento al pirocene (Pyros in greco è fuoco). Il cambio di regime climatico e l’inarrestabile riscaldamento inaridiscono il suolo e riscaldano anche le pietre a tal punto che rami e foglie secche prendono fuoco che si propaga, generando enormi incendi già sperimentati in tutta l’Europa, in Australia, in Amazzonia e in altri luoghi. .

Chi fermerà l’impeto e la furia distruttiva dell’essere umano che ha già costruito i mezzi della propria autodistruzione con armi chimiche, biologiche e nucleari? Solo l’intervento divino? Dio, secondo le Scritture, è il Signore della vita e l’«amante appassionato della vita». Interverrà? Le domande rimangono aperte.

Leonardo Boff, teologo, filosofo, scrittore, professore e membro della ‘Iniciativa Internacional da Carta da Terra’.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

Il riscatto delle streghe:sfida istorica e teologica

Gli studi degli ultimi decenni hanno riscattato molti concetti, ritenuti peggiorativi dal senso comune. Così, la categoria in filosofia ed esegesi biblica, del mito, delle divinità pagane, non più viste come entità in sé sussistenti ma come potenti energie presenti nell’essere umano e nell’universo, la categoria dello sciamano, la cui energia creatrice e guaritrice, in qualche modo, è presente in tutti ma concentrata in alcune persone speciali.

Così è successo con la categoria della strega. Era considerata come un’entità malefica e brutta, al lato della fata mimosa e bella. Ci furono tempi sinistri tra il 1450 e il 1750 che furono caratterizzati dalla caccia alle streghe. Chiesa e Stato agirono insieme, in particolare la Chiesa cattolica (ma anche altre Chiese storiche non cattoliche), che istituì l’Inquisizione nel 1233 sotto papa Gregorio II.

Le donne esperte nella sapienza curativa, manipolatrici di erbe e praticanti di benedizioni, erano viste come portatrici di un potere, proveniente dal demonio. In quasi tutta Europa, soprattutto in Spagna e Germania, erano accusate, giudicate, punite e la maggior parte condannate al rogo. Si stima che siano state circa 50-60mila. Anche nel Brasile coloniale e schiavista tra il 1749-1770 diverse donne con questo potere, tutte nere, furono giudicate e condannate a morte. L’ultima vittima avvenne nel 1782 in Svizzera. Attualmente le femministe, diffusamente negli USA e in Europa in generale, ma anche da noi in Brasile, stanno riscattando la categoria positiva della strega.

Perché erano condannate? Per il fatto che erano portatrici di conoscenze speciali, non dominate da sacerdoti e altri sapienti della società. Un modo per riaffermare il patriarcato era eliminare questa minaccia: da qui la loro condanna al rogo durante cinque secoli. Oggi, quando una donna o una scrittrice si dichiara strega, si propone di opporsi al maschilismo, ribellarsi contro il patriarcato e resistere a ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne in una società ancora prevalentemente maschilista. Non è raro trovare sul retro di un libro di un autrice accademica, la presentazione di tutti i suoi titoli, dei suoi libri e terminare con l’epiteto strega. In nome di questa resistenza femminista, pubblichiamo il presente testo di una femminista ed eco-educatrice di Curitiba, Iris Boff.

Leonardo Boff

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Cariche di saggezza, le vecchie streghe, sono vive dentro la donna moderna, in questo nuovo millennio che avanza sempre più.

Sepolte nelle profondità delle cattedrali patriarcali, luoghi di fonti d’acqua dove si adoravano le dee, loro riemergono.

Allo stesso modo, come riaffiorano, dal fondo del tempio dei nostri corpi, quando la madre, la figlia, la sorella, la nonna, l’amica o l’amante si riuniscono e gli prestano la loro voce nel suono dei canti e gli incanti delle nostre danze, discorsi, gesti e rituali.

Camminano con noi, ci danno incoraggiamento e ispirazione, nella folle e brancolante ricerca della nostra ancora nascente identità femminile. Eravamo ciò che l’uomo voleva, come ha dimostrato Simone de Beauovoir.

D’ora in poi, le vecchie streghe, come eterne dee, in corpi giovani, vecchi o bambini, uomini o donne, provenienti dai nostri sogni più ancestrali, ci ispirano ad essere ciò che vuole il nostro desiderio più genuino e onesto: essere pienamente noi stesse come donne.

A fatica, assumendo gli equivoci ed essendo responsabili dei nostri stessi errori, non tollereremo più che qualcuno non vegli, diriga, scelga o imponga la nostra vita di donne. Prenderemo in mano la nostra storia.

La magia nera, gli incantesimi del male, i cattivi presagi, la brutta figura tenebrosa dei racconti di fiabe scritte dal patriarcato, dovranno scomparire insieme ad esso. In nome di queste figure, migliaia di donne ritenute streghe furono uccise o bruciate dall’Inquisizione.

La strega della nostra immaginazione infantile, inventata dalla nostra cultura maschilista, costituisce un grande errore. Era uno strumento di dominio patriarcale sulle donne.

L’uomo non aveva l’accesso, il controllo e la conoscenza del potere di creare e ricreare la propria vita, la manipolazione delle erbe, il dono della guarigione, della benedizione, della cura e della protezione, che la donna di saggezza (l’essenza dell’essere strega) invece aveva.

Con l’ascesa del patriarcato, esso ha negato ogni potere alle donne, imponendole un’immagine distorta a suo piacimento e vantaggio. Per paura e invidia del suo potere, la strega era vista come malvagia, disgustosa, pericolosa, la quale – avendo un patto con il Demonio – doveva essere bandita, punita, negata, dimenticata. La sua ribellione meritava di essere esecrata e bruciata viva sulla pubblica piazza, come accadde a Giovanna d’Arco nel 1431, bruciata viva a soli 19 anni dopo aver comandato vittoriosamente parte dell’esercito francese contro l’occupazione inglese. Curiosamente nel 1920 fu proclamata santa e nominata patrona di Francia.

Quella che era una benedizione era diventata una maledizione. Educati più da donne consapevoli e liberate, i bambini di oggi cominciano a riscattare un’altra coscienza di questa figura un tempo esecrata.

Dondolando la culla o a seno scoperto, per allattare questa nuova generazione, la donna del 21° secolo, reinventa la vita, assume la cattedra, ricerca e scrive, usa il telefono, Whatsapp, i social e il computer per riscrivere la sua storia, non per distruggerla o negarla, ma per rifarla e completarla.

Qui va inserita una piccola osservazione critica: riproduttive non solo della specie, non poche donne, infelicemente, si sono prestate a riprodurre anche falsi standard di comportamento, ancora dettati da una cultura maschilista o da valori di una religione misogina e dalla supremazia del Maschile sopra il Femminile.

Ma assumendo il nostro status di streghe buone, andiamo cavalcando la scopa della nostra coscienza, spazzando e bandendo una volta per tutte questa bufala, per il bene nostro e dei nostri figli e, finalmente, anche dell’intera famiglia umana.

È bello riscrivere i racconti per l’infanzia, imparando ad affrontare e integrare il male invece di proiettarlo su un capro espiatorio che sarebbe la strega.

L’umanità, nella fase più primordiale della nostra storia, è nata e cresciuta intorno alla dimensione femminile e al potere matriarcale. Poi, per cammini misteriosi, si è riaffermato il Maschio con il suo potere patriarcale e ha offuscato l’eredità ancestrale del Femminile.

Ora stiamo vivendo un momento privilegiato. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, entrambi il Femminile e il Maschile, l’uomo e la donna come partner paritari, si stanno riconciliando e creando un’alleanza promettente.

La donna, Guardiana dell’Anima, a gran velocità sta uscendo dalla caverna. E l’uomo stanco e disincantato vuole tornare a casa, ma questa non esiste più come prima. Entrambi, uomo e donna, puliranno e riorganizzeranno la propria casa. Capiranno il nuovo compito, quello di prendersi cura della Casa Comune, della Madre Terra, abitata dalla nuova famiglia umana, né matriarcale né patriarcale, ma Androgina per la salute e il bene delle relazioni umanizzanti e benefiche per tutta l’umanità.

Iris Boff, scrittrice, femminista ed eco-pedagoga.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)