L’indipendenza incompiuta del Brasile non è che una promessa di futuro per tutta l’umanità.

Il 7 settembre di ogni anno si celebra il Giorno dell’Indipendenza del Brasile. Ma si tratta di un’indipendenza incompiuta. È stata realizzata da Dom Pedro I montando su un asino e non epicamente come lo ritrae in modo falso Meireles sopra un bellissimo cavallo.

Alla raggiunta indipendenza del Brasile [n.r dal regno del Portogallo], si mantennero gli stessi rapporti del periodo coloniale, tra i signori della ‘Casa Grande’ e gli schiavi dei ‘senzala’. Non dimentichiamo il fatto che l’Indipendenza è stata realizzata nel quadro della schiavitù, una condizione brutale e crudele per milioni di persone deportate dall’Africa e qui schiavizzate. Anche dopo la Legge Aurea del 1888, gli schiavi non ricevettero alcun risarcimento in termini di terra, lavoro e opportunità. Furono costretti a ‘vivere alla giornata’ senza assolutamente nulla. Oggi gli afro-discendenti costituiscono il 54% della nostra popolazione per la quale non abbiamo mai saldato il nostro debito per tutto ciò che hanno sofferto e per l’aiuto dato a costruire questa nazione.

Come paese, siamo sempre stati dipendenti. Prima dal Portogallo, poi dall’Inghilterra, poi dagli USA e attualmente dai paesi opulenti con le loro mega corporazioni che sfruttano le nostre ricchezze.

Non c’è mai stato un progetto di nazione. Come è stato ampiamente dimostrato dagli storici, ha sempre prevalso una politica di conciliazione delle classi abbienti tra loro e con le spalle rivolte al popolo, escluso e vilmente disprezzato e odiato. Loro hanno occupato lo Stato e il suo apparato per garantire i loro privilegi, per usufruire dei vantaggi dei grandi progetti, delle tangenti e della corruzione semplicemente naturalizzata. Ecco perché abbiamo un Paese profondamente diviso tra un ristretto numero di miliardari, una porzione di classe media e grandi maggioranze emarginate ed escluse dai beni della civiltà.

In epoca coloniale vi furono resistenze e rivolte di gente del popolo, di neri e indigeni, tutte violentemente schiacciate con impiccagioni, fucilazioni o, nel migliore dei casi, con l’esilio e con colpi di stato e dittature in epoca repubblicana.

In verità, qui, la democrazia delegata fu e continua ad essere di bassa e anche bassissima intensità, con una libertà solo formale e giuridica, ma senza il suo complemento insostituibile, l’uguaglianza. Ecco perché c’è una disuguaglianza vergognosa, una delle maggiori al mondo, che è un’ingiustizia sociale così grave da gridare al cielo per le vittime che produce.

Guardando indietro, la storia della nostra patria è segnata da ombre oscure: il genocidio indigeno, la colonizzazione, la schiavitù e il dominio di élite arretrate, come le qualifica la sociologa Jessé Souza.

Quando qualcuno dai ‘piani di sotto’, sopravvissuto alla grande tribolazione brasiliana, Luis Inácio Lula da Silva e il suo successore Dilma Rousseff sono arrivati al potere, introducendo politiche sociali per l’inserimento di milioni di poveri e affamati, è stato presto organizzato un colpo di stato parlamentare-giudiziario contro di loro. In questo modo il vecchio ordine (del disordine sociale) si è salvato ed è stato portato avanti da una figura folle e psicopatica che ha tirato fuori dall’armadio di parti importanti della popolazione tutto ciò che c’era di odio e di perversione, frutto represso e tardivo del tempo della schiavitù. Gli schiavi erano semplicemente “pezzi” da vendere e comprare al mercato e trattati con le famose tre P: pau, pão e pano (bastone, pane e panno), pau come frustate disumane, pão per non morire di fame e pano per nascondere le vergogne. La pratica era una violenza che continua ancora oggi con la popolazione nera e povera.

Bella finalità: qui la nostra indipendenza è stata zoppa e incompiuta, il che toglie ogni senso di celebrazione. In quanto non c’è mai stata una rivoluzione, come nei grandi paesi che hanno fatto il loro salto di qualità, privando la classe al potere del privilegio e del facile arricchimento, non ci è mai stata data l’opportunità di fondare una nazione con un progetto per tutti, orgoglioso e attivo. Abbiamo solo esteso il regime di dipendenza da diverse altre potenze straniere fino alla data odierna.

Quale sarebbe la nostra possibilità e il nostro destino? Guardare avanti e al futuro. Siamo una nazione continentale, con la più grande ricchezza ecologica del pianeta in termini di acqua dolce, foreste tropicali, suoli fertili, immensa biodiversità e un popolo aperto, abile e intelligente che è riuscito a sopravvivere a ogni tipo di oppressione.

Sappiamo che la Terra ha raggiunto il suo limite. Il 28 luglio 2022 ha coinciso con l’Earth Overshoot Day, ovvero abbiamo utilizzato tutti i beni e servizi naturali indispensabili per la vita. Siamo entrati in debito con la Terra. Nei primi sette mesi dell’anno abbiamo utilizzato tutto lo stock di acqua, minerali, vegetali ed energia che il pianeta può produrre e rigenerare in un periodo di 365 giorni. Per continuare a vivere, avremmo bisogno della bio-capacità di 1,75 Terre che non abbiamo.

Con l’inaspettata crescita del riscaldamento globale e con ciò che già esiste di CO2 e metano accumulato nell’atmosfera, gli eventi estremi saranno inevitabili. Siamo arrivati ​​tardi. Con la scienza e la tecnica possiamo solo mitigare gli effetti estremi che arriveranno con la distruzione di ecosistemi e migliaia di vite umane. Secondo i dati IPCC di quest’anno, ciò potrebbe accadere nei prossimi 3-4 anni. Ci sono molte nazioni che non sono in grado di produrre ciò di cui la loro popolazione ha bisogno, una situazione aggravata dall’intrusione del Covid-19.

Questa triste realtà potrebbe diventare una catastrofe globale. È a questo punto che entra in gioco la possibile e reale indipendenza del Brasile. Può essere la tavola apparecchiata per la fame e la sete di tutta l’umanità. Ciò dipenderà in gran parte dal Brasile, dall’umidità della nostra Amazzonia, dalle proteine ​​del nostro bestiame e pollame e dalla produzione alimentare dei nostri terreni. La maggior parte dei paesi, oggi indipendenti, saranno dipendenti da noi. Avremo finalmente raggiunto la nostra vera indipendenza, non per nostro orgoglio e beneficio, ma come servizio alla vita sulla Terra e alla sopravvivenza dell’umanità.

Finalmente potremo cantare la canzone di carnevale: “Libertà, Libertà! Apri le tue ali su di noi. E che la voce dell’Uguaglianza sia sempre la nostra voce” e quella di tutta l’umanità.

Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

La Terra in parto doloroso: arriverà il salto verso la salvezza?

Nessuno può negare che la nostra Casa Comune, la Terra vivente, si sta preparando per una grande transizione. Quello che è stato vissuto negli ultimi secoli, come paradigma di civiltà, cioè il modo in cui abitiamo e organizziamo la Casa Comune, basato sullo sfruttamento illimitato delle sue risorse naturali, non può più continuare. Questo paradigma ha esaurito il suo potenziale di realizzazione. È entrato in agonia. Ma questo può prolungarsi ancora per un bel pò di tempo.

Si è, involontariamente, tesa una grossa trappola: è iniziato con il più grande atto terroristico commesso dagli USA lanciando due bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, devastando ogni tipo di vita. Subito, J.P. Sartre reagì dicendo: ci siamo appropriati della nostra stessa morte e possiamo porre fine alla nostra specie. Molto severo, fu uno dei più grandi storici moderni Arnold Toynbee nel constatare, con sgomento: “spettava alla nostra generazione assistere alla via della nostra autodistruzione; essa non sarà opera di Dio, ma di noi stessi». Abbiamo inventato il principio dell’autodistruzione in molti modi diversi. La tecno-scienza moderna, che ci ha portato così tanti benefici, è diventata irrazionale e impazzita perché suicida.

Le molteplici crisi che l’intero pianeta sta attraversando rappresentano una sorta di travaglio da parto. La maggiore di queste è stata ed è l’intrusione del coronavirus. Ha colpito solo gli esseri umani. Non rispettava i limiti della sovranità dei paesi e rendeva irrisoria la macchina mortale delle potenze militariste.

Coloro che non solo verificano i fatti, ma cercano di discernere il messaggio nascosto in essi, devono chiedersi: qual è la cosa che Gaia, la Terra vivente, vuole comunicarci con il Covid-19 che ha già mietuto milioni di vittime?

È sicuramente un contrattacco di Madre Terra alla violenza sistematica che da secoli i suoi figli e le sue figlie compiono contro di lei, una vera Guerra, senza alcuna possibilità di vincerla. Abbiamo superato i limiti sopportabili del sistema-Terra a tal punto che abbiamo bisogno di più di un pianeta e mezzo (1.7) per soddisfare il nostro stile di vita consumistico. È il cosiddetto Sovraccarico della Terra (Earth Overshoot). Tutti i segnali sono diventati rossi e siamo in scoperto. In altre parole: i beni e i servizi necessari per garantire la vita stanno finendo. Prima o poi potrebbe esserci un crollo delle basi che sostengono ecologicamente la vita sul pianeta.

Quale dei capi di Stato e dei grandi manager (CEO) delle mega-corporazioni riflette e prende decisioni di fronte a una situazione-limite della nostra Casa Comune? Forse conoscono la situazione reale. Ma non gli danno importanza perché, altrimenti, dovrebbero cambiare completamente il modo di produrre, rinunciare ai favolosi guadagni economici, cambiare il loro rapporto con la natura e abituarsi a un consumo più frugale e più solidale.

Perché ciò non avviene, lo capiamo dalle parole del segretario generale dell’Onu, António Guterrez che, non molto tempo fa in un incontro sui cambiamenti climatici a Berlino, ha detto: Abbiamo una sola scelta: azione collettiva o suicidio collettivo”. Prima, a Glasgow in occasione della COP 26 sui cambiamenti climatici, aveva affermato perentoriamente: o cambiamo o ci stiamo scavando la nostra fossa”.

Forse il rischio più imminente del cambiamento nella situazione della nostra Casa Comune è l’allarmante riscaldamento globale osservato negli ultimi tempi. A partire dall’accordo di Parigi del 2015, si era deciso di evitare un aumento di 1,5 gradi Celsius fino al 2030, per evitare gravi danni alla biosfera. Con il massiccio afflusso di metano, dovuto allo scioglimento delle calotte polari e al parmafrost (che va dal Canada fino alle estremità della Siberia) sono stati rilasciati milioni di tonnellate di metano. Questo è 28 volte più dannoso della CO2. A causa di questi cambiamenti, l’ICLL ha ammesso che non più nel 2030 ma già nel 2027 ci sarebbe un aumento della temperatura da 1,5 fino a 2,7 gradi Celsius.

Gli eventi estremi attualmente in corso in Europa, in India e altrove, con incendi massicci e livelli di calore mai sperimentati prima, e allo stesso tempo, il freddo insolito nel sud del mondo stanno dimostrando che la Terra ha perso il suo equilibrio e ne sta cercando un altro.

Riassumendo il discorso: seguendo questa tendenza, quale futuro ci attende? Potrebbe la specie umana aver raggiunto il suo culmine, come tutte le specie del loro tempo, e poi scomparire? Oppure può accadere, per l’ingegno umano o per le forze del pianeta Terra, unite alle energie dell’universo, di fare un salto di qualità e inaugurare così un nuovo ordine e dare continuità alla specie umana? Se ciò accadrà, come ci auguriamo, non sarà fatto senza pesanti sacrifici della vita della natura e della stessa umanità.

67 milioni di anni fa, una meteora di quasi 10 km di estensione cadde nei Caraibi, decimando tutti i dinosauri e il 75% di tutte le forme di vita, risparmiando il nostro antenato. Non potrebbe succedere qualcosa di simile con il nostro pianeta Terra? Probabilmente non una meteora, ma qualsiasi altro incommensurabile disastro ecologico-sociale.

Se sopravviveremo, la Terra avrà fatto il salto di salvezza e realizzato il parto tanto atteso. Le doglie del parto saranno passate e, finalmente, si saranno generati il biocene e l’ecocene. La vita (bio) e il fattore ecologico (eco) acquisiranno centralità, impegnando la nostra cura e tutto il nostro cuore. Che questo desiderio possa essere un’utopia praticabile, che ci permetta di continuare su questo pianeta bello e ridente.

Leonardo Boff ecoteologo brasiliano

L’importanza del fattore religioso nelle attuali elezioni presidenziali

Che la religione abbia una potente forza politica lo ha confessato Samuel P. Huntington nel suo tanto discusso libro ‘Lo scontro di civiltà (1977), che oggi, con la nuova guerra fredda, è tornato attuale. Afferma: «Nel mondo moderno, la religione è una forza centrale, forse la forza centrale che mobilita le persone… Ciò che in ultima analisi conta non è tanto l’ideologia politica o gli interessi economici, ma le convinzioni religiose di fede, la famiglia, il sangue e la dottrina; è per queste cose che le persone combattono e sono disposte a dare la vita» (p.79;47;54). Lui stesso è stato fortemente critico nei confronti della politica estera statunitense per non aver mai dato importanza al fattore religioso. E ha dovuto vivere sulla propria pelle il terrorismo islamico a sfondo religioso.

Consideriamo la situazione in Brasile. Cito qui la riflessione di una persona inserita profondamente nell’ambiente popolare, con un acuto senso di osservazione. Vale la pena ascoltare la sua opinione in quanto può aiutare nella campagna per sconfiggere coloro che stanno smantellando il nostro paese.

Lui sostiene: “Temo che, facendo sempre più appello al fattore religioso, suscitando lo spettro del comunismo = ateismo e della persecuzione religiosa, il negazionista e ‘nemico della vita’, possa ancora minacciare di vincere le elezioni”.

“Beh, è ​​inevitabile riconoscere: il popolo in massa è religioso fino all’osso (superstizioso, diranno gli ‘intellettuali’, poco importa). La gente vende anima e corpo per la religione, intesa indistintamente come ‘questa cosa di Dio’, specie il brasiliano, sincretista qual è. E questo appello, non dico che sia buono, ma solo che ha una forza tremenda e temo moltissimo che possa essere decisivo al momento del voto”.

“Infelicemente, questo aspetto ha poco peso nella campagna di Lula e dei suoi alleati. Direi quasi la stessa cosa rispetto agli altri due valori che Bolsonaro e tutta la ‘nuova destranel mondo strombazzano: ‘Dio, Patria e Famiglia’, la trilogia dell’integralismo che la vecchia sinistra non vuole nemmeno immaginare. Eppure è qui intorno che la nuova destra sta mobilitando le masse nel mondo e anche in Brasile”.

“E si noti come è facile per un candidato della nuova destra come Bolsonaro presentare alla massa elettorale questa triade: lui che prega (Dio), con la bandiera del Brasile (Patria) e con Michelle al suo fianco (Famiglia), tre scene di commozione garantita e attrazione irresistibile per il popolo. Chi può essere contro la preghiera, la bandiera giallo-verde e una moglie (soprattutto se è molto femminile)?”

“Gli intellettuali possono dire quello che vogliono contro questo populismo di destra. Ma ciò che funziona, funziona. E questo è ciò che importa alla destra, e credo che dovrebbe importare anche alla sinistra, senza offesa all’etica, poiché è perfettamente possibile difendere queste tre bandiere, un tempo integraliste, come valori morali, a patto però che non siano escludenti: rispettivamente nei confronti dei senza religione, delle altre patrie e delle persone LGBT+”.

“Ma anche se vincesse Lula, come indicano i sondaggi, la questione delle suddette tre bandiere resterà. E i bolsonaristi continueranno ad agitarle, come le sta agitando la nuova destra in tutto il mondo (vedi Trump, Putin, Le Pen, Salvini e altri). Ed è la “bandiera di Dio”, sopra tutte le altre, quella che sarà maggiormente politicizzata dalla nuova destra, e questo tanto più, quanto meno la vecchia sinistra digerisce questo tema e quanto meno c’è l’attenzione della Chiesa stessa, sia progressista o liberazionista che sia, la quale sembra pagare il cambiamento dello Zeitgeist (dello spirito del tempo), designato come postmoderno”.

La grande sfida della campagna di coalizione attorno a Lula/Alckmin, la stessa delle Chiese cristiane storiche, in primis quella cattolica, è come attrarre queste masse, manipolate e ingannate dalle Chiese pentecostali, ai valori del Gesù storico, molto più umanitari e spirituali di quelli presentati dagli autoproclamati “pastori e vescovi” e veri lupi travestiti da pecore. Questi usano la logica del mercato, della pubblicità e degli stili che contraddicono direttamente il messaggio biblico e di Gesù, poiché usano direttamente bugie, calunnie, fake news.

Vale la pena mostrare a questi seguaci delle Chiese pentecostali, come Gesù dei vangeli sia sempre stato dalla parte dei poveri, dei ciechi, degli zoppi, dei lebbrosi, delle donne malate e li guariva. Era estremamente sensibile agli invisibili e ai più vulnerabili, uomini o donne, infine, a coloro le cui vite erano minacciate. Vale molto di più l’amore, la solidarietà, la verità e l’accettazione di tutti senza discriminazioni, come quella verso un’altra opzione sessuale, e vedere nei neri, nei quilombolas e negli indigeni i nostri fratelli e sorelle sofferenti. È importante solidarizzare con loro e stare insieme a loro per fare il loro stesso cammino. Questo comportamento vale molto di più del ‘vangelo della prosperità’ dei beni materiali che non possiamo portare per l’eternità e, in fondo, non ci riempiono il cuore e non ci rendono felici. Mentre gli altri valori del Gesù storico vanno di pari passo con noi come espressione del nostro amore per il prossimo e per Dio e ci portano pace nei nostri cuori e una felicità che nessuno può rubarci.

Naturalmente, è importante smontare le calunnie, contrastare la falsificazioni e, eventualmente, utilizzare i mezzi disponibili per incriminarli legalmente. Vale sempre la pena credere che un po’ di luce cancelli tutte le tenebre e che la verità scriva la vera pagina della nostra storia.

Il Brasile merita di uscire da questa tempesta devastante e di vedere il sole splendere nel nostro cielo, restituendoci speranza e gioia di vivere.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Elogio del padre: chi non vive per servire non è degno di vivere

Snello, di figura elegante, sempre fumando la sua sigaretta di paglia, fu un coraggioso pioniere. Quando i coloni italiani non ebbero più terra da coltivare nella Serra Gaúcha, emigrarono in gruppo nell’entroterra di Santa Catarina in terre ricche di pinete, a Concórdia, oggi sede degli stabilimenti Sadia di confezionamento della carne e nei dintorni, della Perdigão e della Seara.

Non c’era altro, eccetto alcuni caboclos, sopravvissuti alla guerra del Contestado e gruppi di indigeni kaigan, disprezzati e sempre difesi da lui. I pini regnavano, superbi, a perdita d’occhio.

Arrivarono i coloni tedeschi, polacchi e italiani, organizzati in carovane, portando il loro maestro, il loro sacerdote per la preghiera e un’immensa voglia di lavorare e di guadagnarsi da vivere dal nulla.

Lui aveva studiato per diversi anni con i Gesuiti a São Leopoldo, al Colégio Cristo-Rei, nel Rio Grande do Sul. Aveva accumulato vaste conoscenze umanistiche: sapeva qualcosa di latino e di greco e leggeva le lingue straniere. Era venuto per animare la vita di quella gente poverella.

Era un maestro di scuola, una figura di riferimento e di tutto rispetto. Dava lezioni al mattino e al pomeriggio. La sera insegnava portoghese ai coloni che in casa parlavano solo italiano e tedesco, cosa proibita, perché era il periodo della Seconda Guerra Mondiale. A lato di ciò, aveva aperto una scuola per i più intelligenti per formarli contabili (ragionieri) al fine di fare la contabilità delle cantine e dei negozi di vendita della regione.

Poiché gli adulti avevano particolari difficoltà di apprendimento, usava un dispositivo creativo. Divenne rappresentante di un distributore radiofonico di Porto Alegre. Costringeva ogni famiglia ad avere una radio a casa e così imparare il “brasiliano”, ascoltando programmi in portoghese. Aveva installato segnavento e piccole dinamo dove c’era una cascata in modo che potessero ricaricare le batterie.

Come maestro di scuola, era un Paulo Freire avant la lettre. Riuscì a costruire una biblioteca di oltre duemila libri. Costringeva ogni famiglia a portare a casa un libro e a leggerlo. La domenica, dopo aver recitato il rosario in latino, si formava un cerchio, seduti sull’erba, dove ciascuno raccontava in portoghese ciò che aveva letto e compreso.

Noi piccoli ridevamo, più non potevamo, per il goffo portoghese che parlavano. Non insegnava agli alunni, appena le basi scolastiche, ma tutto ciò che un colono doveva sapere: come misurare la terra, quale doveva essere l’angolo del tetto del magazzino, come calcolare gli interessi, come prendersi cura del ciglio del bosco e come trattare i terreni con grande pendenza.

A scuola ci introduceva ai rudimenti della filologia, insegnandoci parole latine e greche. Noi piccoli, seduti dietro la stufa a causa del freddo gelido, dovevamo recitare l’intero alfabeto greco, alfa, beta, gamma, delta, theta…

Più tardi in seminario, io mi sentivo orgoglioso di mostrare agli altri e anche ai professori la filologia di alcune parole. Agli undici figli, ci incoraggiava a leggere molto. Io memorizzavo frasi di Hegel e di Darwin, senza capirle, per dare l’impressione di conoscerle più degli altri. Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire la frase di Parmenide: l’essere è e il non essere non è”. E ancora oggi continuo a chiedermelo.

Ma era un maestro di scuola nel senso classico della parola perché non si confinava tra le quattro mura. Usciva con gli alunni per contemplare la natura, spiegare loro i nomi delle piante, l’importanza delle acque e degli alberi da frutto nativi.

In quelle zone interne lontane da tutto, svolgeva la funzione di farmacista. Ha salvato dozzine di vite usando la penicillina ogni volta che veniva chiamato, spesso, a tarda notte. Studiava in un voluminoso libro di medicina, i sintomi delle malattie e come curarle.

In quegli sconosciuti meandri del nostro paese, c’era una persona preoccupata con i problemi politici, culturali e persino metafisici, che si interrogava sul destino del mondo. Creò addirittura una ristretta cerchia di amici a cui piaceva discutere di “cose serie”, ma soprattutto ascoltarlo.

Senza nessuno con cui inter-scambiare, leggeva i classici del pensiero come Spinoza, Hegel, Darwin, Ortega y Gasset e Jaime Balmes. Trascorreva lunghe ore notturne incollato alla radio per ascoltare programmi stranieri e informarsi sull’andamento della Seconda Guerra Mondiale.

Era critico nei confronti della Chiesa dei sacerdoti perché non rispettavano i protestanti tedeschi, già condannati alle fiamme dell’inferno per non essere cattolici. Molti studenti guardavano quelle ragazze bionde, belle e luterane e commentavano: che peccato che loro, così belle, vadano all’inferno. Mio padre si opponeva a questo e trattava duramente coloro che discriminavano i negriti e gli spuzzetti (i “neri” e i “puzzolenti”), figli e figlie dei caboclos. A noi, suoi figli e figlie, costringeva a sederci a scuola sempre accanto a loro per imparare a rispettarli e a convivere con chi era diverso.

La sua pietà era interiorizzata. Ci ha dato un senso spirituale ed etico della vita: essere sempre onesti, non ingannare mai nessuno, dire sempre la verità e confidare senza riserve nella divina Provvidenza.

Affinché i suoi undici figli potessero studiare e arrivare all’università, vendette, a pezzi, tutta la terra che aveva o aveva ereditato. Alla fine è rimasto senza la propria casa.

La sua allegria era sconfinata quando i suoi figli e le sue figlie venivano in vacanza per poter discutere ore e ore con loro. E ci batteva a tutti. Morì giovane, all’età di 54 anni, sfinito da tanto lavoro e servizio disinteressato per tutti. Sentiva che stava per morire perché il suo cuore stanco si indeboliva giorno dopo giorno. E prendeva come medicina solo la maracujina [un fito terapeutico naturale estratto dal maracujá].

Sognava di parlare in cielo con Platone e Aristotele, discutere con sant’Agostino, ascoltare i maestri moderni e stare tra i saggi. I figli hanno inciso il suo motto di vita sulla sua tomba: Dalla sua bocca abbiamo ascoltato, dalla sua vita abbiamo imparato: chi non vive per servire non è degno di vivere.

Morì di infarto il 17 luglio 1965, nella stessa ora che mi stavo imbarcando su una nave per studiare in Europa. Solo lì, un mese dopo, seppi della sua traversata. Questo maestro creativo, irrequieto, servo di tutti e saggio, lontano dai centri, si interrogava sul senso del cammino su questa terra. Il lettore e la lettrice hanno sicuramente già intuito chi fosse: il mio caro e compianto padre Mansueto che, in questa festa del papà, lo ricordo con affetto e nostalgia infinita, il mio vero maestro.

Figlio Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)