Elogio del padre: chi non vive per servire non è degno di vivere

Snello, di figura elegante, sempre fumando la sua sigaretta di paglia, fu un coraggioso pioniere. Quando i coloni italiani non ebbero più terra da coltivare nella Serra Gaúcha, emigrarono in gruppo nell’entroterra di Santa Catarina in terre ricche di pinete, a Concórdia, oggi sede degli stabilimenti Sadia di confezionamento della carne e nei dintorni, della Perdigão e della Seara.

Non c’era altro, eccetto alcuni caboclos, sopravvissuti alla guerra del Contestado e gruppi di indigeni kaigan, disprezzati e sempre difesi da lui. I pini regnavano, superbi, a perdita d’occhio.

Arrivarono i coloni tedeschi, polacchi e italiani, organizzati in carovane, portando il loro maestro, il loro sacerdote per la preghiera e un’immensa voglia di lavorare e di guadagnarsi da vivere dal nulla.

Lui aveva studiato per diversi anni con i Gesuiti a São Leopoldo, al Colégio Cristo-Rei, nel Rio Grande do Sul. Aveva accumulato vaste conoscenze umanistiche: sapeva qualcosa di latino e di greco e leggeva le lingue straniere. Era venuto per animare la vita di quella gente poverella.

Era un maestro di scuola, una figura di riferimento e di tutto rispetto. Dava lezioni al mattino e al pomeriggio. La sera insegnava portoghese ai coloni che in casa parlavano solo italiano e tedesco, cosa proibita, perché era il periodo della Seconda Guerra Mondiale. A lato di ciò, aveva aperto una scuola per i più intelligenti per formarli contabili (ragionieri) al fine di fare la contabilità delle cantine e dei negozi di vendita della regione.

Poiché gli adulti avevano particolari difficoltà di apprendimento, usava un dispositivo creativo. Divenne rappresentante di un distributore radiofonico di Porto Alegre. Costringeva ogni famiglia ad avere una radio a casa e così imparare il “brasiliano”, ascoltando programmi in portoghese. Aveva installato segnavento e piccole dinamo dove c’era una cascata in modo che potessero ricaricare le batterie.

Come maestro di scuola, era un Paulo Freire avant la lettre. Riuscì a costruire una biblioteca di oltre duemila libri. Costringeva ogni famiglia a portare a casa un libro e a leggerlo. La domenica, dopo aver recitato il rosario in latino, si formava un cerchio, seduti sull’erba, dove ciascuno raccontava in portoghese ciò che aveva letto e compreso.

Noi piccoli ridevamo, più non potevamo, per il goffo portoghese che parlavano. Non insegnava agli alunni, appena le basi scolastiche, ma tutto ciò che un colono doveva sapere: come misurare la terra, quale doveva essere l’angolo del tetto del magazzino, come calcolare gli interessi, come prendersi cura del ciglio del bosco e come trattare i terreni con grande pendenza.

A scuola ci introduceva ai rudimenti della filologia, insegnandoci parole latine e greche. Noi piccoli, seduti dietro la stufa a causa del freddo gelido, dovevamo recitare l’intero alfabeto greco, alfa, beta, gamma, delta, theta…

Più tardi in seminario, io mi sentivo orgoglioso di mostrare agli altri e anche ai professori la filologia di alcune parole. Agli undici figli, ci incoraggiava a leggere molto. Io memorizzavo frasi di Hegel e di Darwin, senza capirle, per dare l’impressione di conoscerle più degli altri. Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire la frase di Parmenide: l’essere è e il non essere non è”. E ancora oggi continuo a chiedermelo.

Ma era un maestro di scuola nel senso classico della parola perché non si confinava tra le quattro mura. Usciva con gli alunni per contemplare la natura, spiegare loro i nomi delle piante, l’importanza delle acque e degli alberi da frutto nativi.

In quelle zone interne lontane da tutto, svolgeva la funzione di farmacista. Ha salvato dozzine di vite usando la penicillina ogni volta che veniva chiamato, spesso, a tarda notte. Studiava in un voluminoso libro di medicina, i sintomi delle malattie e come curarle.

In quegli sconosciuti meandri del nostro paese, c’era una persona preoccupata con i problemi politici, culturali e persino metafisici, che si interrogava sul destino del mondo. Creò addirittura una ristretta cerchia di amici a cui piaceva discutere di “cose serie”, ma soprattutto ascoltarlo.

Senza nessuno con cui inter-scambiare, leggeva i classici del pensiero come Spinoza, Hegel, Darwin, Ortega y Gasset e Jaime Balmes. Trascorreva lunghe ore notturne incollato alla radio per ascoltare programmi stranieri e informarsi sull’andamento della Seconda Guerra Mondiale.

Era critico nei confronti della Chiesa dei sacerdoti perché non rispettavano i protestanti tedeschi, già condannati alle fiamme dell’inferno per non essere cattolici. Molti studenti guardavano quelle ragazze bionde, belle e luterane e commentavano: che peccato che loro, così belle, vadano all’inferno. Mio padre si opponeva a questo e trattava duramente coloro che discriminavano i negriti e gli spuzzetti (i “neri” e i “puzzolenti”), figli e figlie dei caboclos. A noi, suoi figli e figlie, costringeva a sederci a scuola sempre accanto a loro per imparare a rispettarli e a convivere con chi era diverso.

La sua pietà era interiorizzata. Ci ha dato un senso spirituale ed etico della vita: essere sempre onesti, non ingannare mai nessuno, dire sempre la verità e confidare senza riserve nella divina Provvidenza.

Affinché i suoi undici figli potessero studiare e arrivare all’università, vendette, a pezzi, tutta la terra che aveva o aveva ereditato. Alla fine è rimasto senza la propria casa.

La sua allegria era sconfinata quando i suoi figli e le sue figlie venivano in vacanza per poter discutere ore e ore con loro. E ci batteva a tutti. Morì giovane, all’età di 54 anni, sfinito da tanto lavoro e servizio disinteressato per tutti. Sentiva che stava per morire perché il suo cuore stanco si indeboliva giorno dopo giorno. E prendeva come medicina solo la maracujina [un fito terapeutico naturale estratto dal maracujá].

Sognava di parlare in cielo con Platone e Aristotele, discutere con sant’Agostino, ascoltare i maestri moderni e stare tra i saggi. I figli hanno inciso il suo motto di vita sulla sua tomba: Dalla sua bocca abbiamo ascoltato, dalla sua vita abbiamo imparato: chi non vive per servire non è degno di vivere.

Morì di infarto il 17 luglio 1965, nella stessa ora che mi stavo imbarcando su una nave per studiare in Europa. Solo lì, un mese dopo, seppi della sua traversata. Questo maestro creativo, irrequieto, servo di tutti e saggio, lontano dai centri, si interrogava sul senso del cammino su questa terra. Il lettore e la lettrice hanno sicuramente già intuito chi fosse: il mio caro e compianto padre Mansueto che, in questa festa del papà, lo ricordo con affetto e nostalgia infinita, il mio vero maestro.

Figlio Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Popoli indigeni: nostri maestri e medici in ecologia

Con il recente assassinio dell’indigenista Bruno Pereira e quello del giornalista inglese Dom Phillips nella valle del Jari amazzonico e, soprattutto, per l’abbandono subito dall’attuale governo, con un orientamento genocida, per lungo tempo, durante la pandemia del Covid- 19 che, in tutto, deve essere costata la vita a migliaia d’indigeni, la questione dei popoli originari ha guadagnato i titoli dei media a livello nazionale e internazionale.

Sorprendenti, nonostante il ritardo, le scuse di Papa Francesco nella sua visita di luglio in Canada, alle famiglie dei bambini indigeni, strappati dal loro ambiente e internati nelle scuole cattoliche con molti morti. Loro non si sono accontentati di questa scusa papale. Uno dei leader ha detto coraggiosamente al Papa: smettetela di farci superare questa tragedia, vogliamo che ci capiate, che rispettiate la nostra saggezza ancestrale, che favorisca la nostra cura e ci lasci vivere secondo le nostre tradizioni. Qualcosa di simile hanno detto gli indigeni boliviani in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II: la Bibbia che ci date, datela agli europei, perché ne hanno bisogno più di noi perché sono stati loro che, in modo disumanizzante, ci hanno colonizzato e ci hanno quasi decimati.

Non abbiamo mai pagato il debito secolare che abbiamo con i popoli originari brasiliani, latino-americani e caraibici. Loro sono gli ospiti originari di queste terre che vengono invase e rubate a causa della voracità dei taglialegna, dei cercatori d’oro e dell’industria mineraria.

La cura di tutto ciò che esiste e vive

Ora che siamo sotto un allarme ecologico planetario, non sapendo quali soluzioni trovare di fronte all’aumento del riscaldamento globale, scopriamo, finalmente, come loro trattano la natura con saggezza, si prendono cura delle foreste e della Madre Terra. Loro sono i nostri maestri e medici nel sentimento di appartenenza, di fratellanza e rispetto per tutto ciò che esiste e vive. Nutrono una profonda concordia tra di loro e con la comunità della vita, qualcosa che noi abbiamo perso da secoli. Stiamo subendo il danno irreparabile della nostra devastazione. Non abbiamo ancora imparato le lezioni che Gaia, la Pacha Mama e la Madre Terra ci stanno dando con l’intrusione del Covid-19. Cerchiamo di tornare all’ordine precedente, proprio quello che ha portato allo scoppio di innumerevoli virus, l’ultimo, il vaiolo delle scimmie. Elenchiamo alcuni valori del loro modo di essere in questo mondo naturale.

Integrazione sinfonica con la natura.

L’indio si sente parte della natura e non un estraneo al suo interno. Pertanto, nei loro miti, gli esseri umani e gli altri esseri viventi convivono e si sposano. Hanno intuito ciò che sappiamo dalla scienza empirica che tutti noi formiamo una catena di vita unica e sacra. Loro sono esimi ecologisti. L’Amazzonia, ad esempio, non è terra intoccabile. In migliaia di anni, le decine di nazioni indigene che vi abitano hanno saggiamente interagito con essa. Quasi il 12% dell’intera foresta amazzonica di ‘terra ferma’ è stata gestita da loro, promuovendo “isole di risorse”, sviluppando specie vegetali utili o foreste ad alta densità di castanheiras e frutti di ogni tipo. Essi furono piantati e curati per se stessi e per coloro che, per avventura, passavano di lì.

Gli Yanomami sanno utilizzare il 78% delle specie di alberi presenti dei suoi territori, tenendo conto dell’immensa biodiversità della regione, nell’ordine di 1.200 specie per un’area delle dimensioni di un campo da calcio.

Per loro la Terra è la Madre dell’indio. Lei è viva e per questo produce tutti i tipi di esseri viventi. Dovrebbe essere trattata con la riverenza e il rispetto dovuti alle madri. Mai si dovrebbero abbattere animali, pesci o alberi per puro piacere, ma solo per soddisfare i bisogni umani. Anche così, quando si tagliano gli alberi o si pratica la caccia e la pesca, sono organizzati riti di scuse in modo da non violare l’alleanza di amicizia tra tutti gli esseri.

Questo rapporto sinfonico con la comunità della vita è imprescindibile per garantire il futuro comune della propria vita e della specie umana.

Saggezza ancestrale.

Conoscendo un po’ le diverse culture indigene, identifichiamo in esse una profonda capacità di osservare la natura con le sue forze e la vita con le sue vicissitudini. La loro saggezza è stata intessuta attraverso la sintonizzazione con l’universo e l’ascolto attento del linguaggio della Terra. Sanno meglio di noi, sposare il cielo con la terra, integrare vita e morte, conciliare lavoro e divertimento, fraternizzare l’essere umano con la natura. In questo senso sono altamente civilizzati sebbene la loro tecnologia sia molto raffinata, ma non contemporanea.

Intuitivamente, hanno capito la vocazione fondamentale del nostro effimero passaggio in questo mondo, che è catturare la maestosità dell’universo, assaporare la bellezza della Terra e togliere dall’anonimato quell’Essere che fa essere tutti gli esseri, chiamandolo con mille nomi Palop, Tupã, Ñmandu e altri. Tutto esiste per brillare. E l’essere umano esiste per ballare e festeggiare questo bagliore.

Questa saggezza ha bisogno di essere riscattata dalla nostra cultura secolarizzata e irrispettosa delle varie forme di vita. Senza di essa, difficilmente potremmo porre limiti al potere che potrebbe distruggere il nostro Pianeta vivo e ridente.

Attitudine di venerazione e rispetto.

Per i popoli indigeni, così come per alcuni contemporanei, come il compianto James Lovelock, l’ideatore della teoria della Terra come Gaia, tutto è vivo e tutto viene caricato di messaggi che devono essere decifrati. L’albero non è appena un albero. Lui comunica con i suoi profumi. Possiede braccia che sono i suoi rami, ha mille lingue che sono le sue foglie, unisce il Cielo con la Terra attraverso le sue radici e la sua chioma. Loro sono in grado, naturalmente, di cogliere il filo che collega e ricollega tutte le cose tra loro e con la Divinità. Quando ballano e bevono le bevande rituali, sperimentano un incontro con il Divino e con il mondo degli anziani e dei saggi che sono vivi dall’altra parte della vita. Per loro, l’invisibile fa parte del visibile. È importante imparare da loro questa lezione.

La libertà, l’essenza della vita indigena.

Attualmente la mancanza di libertà ci tormenta. La complessità della vita, la sofisticazione delle relazioni sociali generano sentimenti di prigionia e angoscia. I popoli indigeni ci danno testimonianza di una libertà incommensurabile. Ci basta la testimonianza dei grandi indigenisti, i fratelli Orlando e Cláudio Villas Boas: “L’indio è totalmente libero, senza bisogno di dare soddisfazione per le sue azioni a chiunque sia… Se una persona grida nel centro di São Paulo, una pattuglia della polizia potrebbe portarla in galera. Se un indio lancia un urlo tremendo in mezzo al villaggio, nessuno lo guarderà, né gli chiederà perché ha urlato. L’indio è un uomo libero». Questa libertà è talmente in mostra attraverso la straordinaria leadership Krenak e dai suoi scritti, Ailton Krenak.

La autorità, potere come servizio e spoliazione.

La libertà vissuta dai popoli indigeni conferisce un segno unico all’autorità dei loro capi. Questi non hanno mai potere di comando sugli altri. La loro funzione è di animazione e articolazione delle cose comuni, sempre nel rispetto del dono supremo della libertà individuale. Soprattutto, tra i Guarani si vive questo alto senso di autorità, il cui attributo essenziale è la generosità. Il capo deve dare tutto ciò che gli viene chiesto e non deve tenere nulla per sé. In alcune comunità indigene si può riconoscere il capo nella persona che indossa gli ornamenti più poveri, poiché il resto è stato tutto donato. Noi occidentali definiamo il potere nella sua forma autoritaria: “la capacità di conseguire che l’altro faccia quello che io voglio”. A causa di questa concezione, le società sono permanentemente dilaniate da conflitti di autorità.

Immaginiamo il seguente scenario: se il cristianesimo si fosse incarnato nella cultura sociale guarani e non in quella greco-romana, allora avremmo sacerdoti poveri, vescovi miserabili e il papa un vero mendicante. Ma il suo segno distintivo sarebbe la generosità e il servizio umile a tutti. Allora sì, potremmo essere testimoni di Colui che ha detto: “sono in mezzo a voi come uno che serve”. Gli indigeni avrebbero colto questo messaggio come connaturale alla loro cultura e, chissà, avrebbero aderito liberamente alla fede cristiana.

Come si vede, in tante cose, lo ripeto, gli indigeni possono essere nostri maestri e nostri medici, come si diceva dei poveri nella Chiesa primitiva.

*Ecoteologo ha scritto il Matrimonio fra il Cielo e la Terra.

Miti  dei indigeni brasiliani, Planeta, São Paulo 2022.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Riscaldamento globale e escalation degli armamenti mettono a rischio la vita sulla Terra

23/07/202

Seguitemi in questo pensiero: qualcuno sa dire dove stiamo andando? Né il Dalai Lama, né Papa Francesco, né alcuna autorità potranno dirlo. Nel frattempo abbiamo tre seri avvertimenti: uno di Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Fratelli tutti’ (2020): “Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno” (n.32). Un’altra, anche con la massima autorevolezza, la Carta della Terra del 2003: “L’umanità deve scegliere il suo futuro; la scelta è questa: o formare un’alleanza globale per prendersi cura della Terra e degli altri o rischiare la nostra distruzione e la diversità della vita” (Preambolo). Il terzo è arrivato dal segretario generale dell’ONU, António Guterres a metà luglio di quest’anno 2022 in una conferenza a Berlino sui cambiamenti climatici: “Non abbiamo scelta. Azione
collettiva o suicidio collettivo. È nelle nostre mani”. La maggior parte non si sente nella stessa barca, né coltiva la cura e nemmeno elabora azioni collettive.

Consideriamo alcuni fenomeni: il Brasile è permeato da un’ondata di odio, di menzogne ​​e di violenze contro una vasta gamma di persone, vilmente disprezzati e diffamati, un’ondata incoraggiata dal Presidente che elogia la tortura, le dittature e viola costantemente la Costituzione. Senza alcuna prova mette in dubbio la sicurezza del voto elettorale. Convoca tutti gli ambasciatori per parlare male delle nostre istituzioni giuridiche e fa capire che se non verrà rieletto, effettuerà un colpo di stato. Commette un crimine di lesa-patria, motivo per impugnare la sua candidatura. Né ci riferiamo alla fame e alla disoccupazione di milioni che imperversano nel paese.

La situazione ecologica mondiale non è meno preoccupante: in piena estate europea il clima ha raggiunto i 40 gradi o più. Ci sono incendi praticamente in tutti i paesi del mondo. Questi sono eventi estremi aggravati dal riscaldamento globale.
Nel nostro paese abbiamo assistito quest’anno a: grandi inondazioni nel sud di Bahia, nel nord di Minas, del Rio Tocantins e del Rio delle Amazzoni e tragiche frane a Petrópolis e Angra dos Reis, con numerose vittime e una prolungata siccità nel sud.

Ci sono 17 focolai di guerra nel mondo, il più visibile di tutti in Ucraina attaccata dalla Russia con un alto potere distruttivo. Gravissima è stata la decisione dei paesi occidentali, inglobati nella Nato che ha gli Usa come attore principale, quando hanno stabilito “un nuovo impegno strategico” per passare da un patto difensivo a un patto offensivo. Dichiara ipsis litteris la Russia come il nemico attuale, e più avanti la Cina. Non si tratta di un concorrente o un avversario, ma di un nemico che, dal punto di vista del giurista hitleriano Carl Schmitt, deve essere combattuto e distrutto, con ogni mezzo, compresi quelli militari e, al limite, quelli nucleari. Come ha evidenziato il riconosciuto economista Jeffrey Sachs, rafforzato da Noam Chomsky: se ciò accadesse, sarebbe la fine della specie. Questo significherebbe la grande tragedia.

Forse la minaccia più eminente viene dal suddetto riscaldamento globale accelerato. Con lo sforzo congiunto di tutti i paesi si dovrebbe limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius entro il 2030. Ora constatiamo che si è accelerato con il massiccio afflusso di metano dovuto allo scongelamento delle calotte polari e del parmafrost. Si è anticipato rispetto a quanto previsto per il 2027.
L’ultimo rapporto in tre volumi dell’IPCC pubblicato pochi mesi fa avvertiva che poteva arrivare molto prima. C’è il rischio, notato in precedenza dall’Accademia Nord-Americana delle Scienze, di un “salto brusco” che può innalzare il clima di 2,7 gradi Celsius o più. La conclusione a cui è giunto l’IPCC è “che gli impatti nel mondo costituiscono una minaccia per l’umanità”. La maggior parte degli organismi viventi non può adattarsi e finisce per scomparire. Allo stesso modo, moltitudini di esseri umani possono soffrire terribilmente e anche morire prima del tempo. Un evento del genere può verificarsi entro i prossimi 3-4 anni. Non sembra che analisti e pianificatori tengano conto di questa eventualità.

Quindi è chiaro che alcuni scienziati del clima siano tecnofatalisti e scettici. Affermano che con i miliardi di tonnellate di CO2 e altri gas serra già accumulati nell’atmosfera (rimangono circa 100 anni) non siamo in grado d’impedire il riscaldamento globale. Siamo arrivati ​​troppo tardi. Gli eventi estremi fatalmente arriveranno, sempre più frequenti e dannosi, devastando parti dei biomi terrestri e delle coste marine. Poiché disponiamo di scienza e tecnologia, possiamo solo mitigare gli effetti dannosi, ma non evitarli. Ecco una crisi del nostro tipo di civiltà.

A questo quadro drammatico si aggiunge il Sovraccarico della Terra: consumiamo più di quello che può offrirci, poiché abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza (1,7) per soddisfare le esigenze del consumo umano, soprattutto quello sontuoso delle classi opulente.
Di fronte a questo scenario innegabilmente drammatico, cosa pensare? Forse è arrivata la nostra ora di essere esclusi dalla faccia della Terra? Data la voracità del processo produttivista globalizzato che non conosce moderazione, ogni anno stanno scomparendo circa 100 mila specie di organismi viventi. Qui si adattano le parole dell’eminente naturalista francese Théodore Monod, da noi citato alcune volte: “siamo capaci di una condotta insensata e demenziale; d’ora in poi si può temere tutto, tutto, compreso l’annientamento del genere umano: sarebbe il giusto prezzo della nostra follia e della nostra crudeltà”. Questa opinione è condivisa da altre personalità importanti come Toynbee, Lovelock, Rees, Jacquard, Chomsky tra gli altri.

Non possiamo verificare come sarà il nostro futuro. Ma esso non potrà essere un’estensione del presente. La natura della logica capitalista non cambierà, altrimenti sarebbe obbligato a rinunciare di essere ciò che è e vuole: accumulare illimitatamente senza curarsi delle esternalità.
Come ha mostrato Hans Jonas nel suo libro The Responsibility Principle, il fattore paura e spavento può essere decisivo. Rendendosi conto che può scomparire, l’essere umano farà di tutto per sopravvivere, come le vecchie navi che, rischiando di affondare, gettavano fuori bordo tutto il loro carico. Ci sarebbero cambiamenti radicali soprattutto nei consumi frugali e solidali.
Esiste anche il principio dell’imponderabile e dell’imprevisto della meccanica quantistica. L’evoluzione non è lineare. Nei momenti di grande complessità e di grande caos, puoi fare un salto verso un nuovo ordine e raggiungere un altro equilibrio. Nel nostro caso non è impossibile. Ma sarà sicuramente fatto anche con il sacrificio di vite umane. Questo è il nostro dramma.Infine, c’è la speranza teologica, l’eredità giudaico-cristiana, che va intesa anche
come un’emergenza del processo evolutivo e non come qualcosa di esogeno. Essa afferma il principio della vita e del Dio vivo e donatore della vita che ha creato tutto per amore. Essa sarà in grado di creare le condizioni affinché gli esseri umani si convertano a un altro corso del loro destino e possano così salvarsi. Ma “chi lo sa”?
Sta a noi ‘o esperençar’ di Paulo Freire, cioè creare le condizioni per un’utopia praticabile, la speranza che l’insperato accadrà e che la vita sempre avrà un futuro ed è destinata a cambiare per continuare e continuare splendente.

Leonardo Boff há scritto Forse la Terra si salverà, Terra Santa,Roma 2022.

Traduzione di Gianni Alioti

Fonte: FarodiRoma 24/7/2022.

Stato del mondo: crisi di civiltà, dramma o tragedia?

                     Leonardo Boff

Seguitemi in questo pensiero: qualcuno sa dire dove stiamo andando? Né il Dalai Lama, né papa Francesco, né alcuna autorità potranno dirlo. Nel frattempo abbiamo tre seri avvertimenti: uno di papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Fratelli tutti’ (2020): «Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno» (n.32). Un’altra, anche con la massima autorevolezza, la Carta della Terra del 2003: “L’umanità deve scegliere il suo futuro; la scelta è questa: o formare un’alleanza globale per prendersi cura della Terra e degli altri o rischiare la nostra distruzione e la diversità della vita” (Preambolo). Il terzo è arrivato dal segretario generale dell’ONU, António Guterres a metà luglio di quest’anno 2022 in una conferenza a Berlino sui cambiamenti climatici: “Non abbiamo scelta. Azione collettiva o suicidio collettivo. È nelle nostre mani”. La maggior parte non si sente nella stessa barca, né coltiva la cura e nemmeno elabora azioni collettive.

Consideriamo alcuni fenomeni: il Brasile è permeato da un’ondata di odio, di menzogne ​​e di violenze contro una vasta gamma di persone, vilmente disprezzati e diffamati, un’ondata incoraggiata dal Presidente che elogia la tortura, le dittature e viola costantemente la Costituzione. Senza alcuna prova mette in dubbio la sicurezza del voto elettorale. Convoca tutti gli ambasciatori per parlare male delle nostre istituzioni giuridiche e fa capire che se non verrà rieletto, effettuerà un colpo di stato. Commette un crimine di lesa-patria, motivo per impugnare la sua candidatura. Né ci riferiamo alla fame e alla disoccupazione di milioni che imperversano nel paese.

La situazione ecologica mondiale non è meno preoccupante: in piena estate europea il clima ha raggiunto i 40 gradi o più. Ci sono incendi praticamente in tutti i paesi del mondo. Questi sono eventi estremi aggravati dal riscaldamento globale. Nel nostro paese abbiamo assistito quest’anno a: grandi inondazioni nel sud di Bahia, nel nord di Minas, del Rio Tocantins e del Rio delle Amazzoni e tragiche frane a Petrópolis e Angra dos Reis, con numerose vittime e una prolungata siccità nel sud.

Ci sono 17 focolai di guerra nel mondo, il più visibile di tutti in Ucraina attaccata dalla Russia con un alto potere distruttivo. Gravissima è stata la decisione dei paesi occidentali, inglobati nella Nato che ha gli Usa come attore principale, quando hanno stabilito “un nuovo impegno strategico” per passare da un patto difensivo a un patto offensivo. Dichiara ipsis litteris la Russia come il nemico attuale, e più avanti la Cina. Non si tratta di un concorrente o un avversario, ma di un nemico che, dal punto di vista del giurista hitleriano Carl Schmitt, deve essere combattuto e distrutto, con ogni mezzo, compresi quelli militari e, al limite, quelli nucleari. Come ha evidenziato il riconosciuto economista Jeffrey Sachs, rafforzato da Noam Chomsky: se ciò accadesse, sarebbe la fine della specie. Questo significherebbe la grande tragedia.

Forse la minaccia più eminente viene dal suddetto riscaldamento globale accelerato. Con lo sforzo congiunto di tutti i paesi si dovrebbe limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius entro il 2030. Ora constatiamo che si è accelerato con il massiccio afflusso di metano dovuto allo scongelamento delle calotte polari e del parmafrost. Si è anticipato rispetto a quanto previsto per il 2027. L’ultimo rapporto in tre volumi dell’IPCC pubblicato pochi mesi fa avvertiva che poteva arrivare molto prima. C’è il rischio, notato in precedenza dall’Accademia Nord-Americana delle Scienze, di un “salto brusco” che può innalzare il clima di 2,7 gradi Celsius o più. La conclusione a cui è giunto l’IPCC è “che gli impatti nel mondo costituiscono una minaccia per l’umanità”. La maggior parte degli organismi viventi non può adattarsi e finisce per scomparire. Allo stesso modo, moltitudini di esseri umani possono soffrire terribilmente e anche morire prima del tempo. Un evento del genere può verificarsi entro i prossimi 3-4 anni. Non sembra che analisti e pianificatori tengano conto di questa eventualità.

Quindi è chiaro che alcuni scienziati del clima siano tecnofatalisti e scettici. Affermano che con i miliardi di tonnellate di CO2 e altri gas serra già accumulati nell’atmosfera (rimangono circa 100 anni) non siamo in grado d’impedire il riscaldamento globale. Siamo arrivati ​​troppo tardi. Gli eventi estremi fatalmente arriveranno, sempre più frequenti e dannosi, devastando parti dei biomi terrestri e delle coste marine. Poiché disponiamo di scienza e tecnologia, possiamo solo mitigare gli effetti dannosi, ma non evitarli. Ecco una crisi del nostro tipo di civiltà.

A questo quadro drammatico si aggiunge il Sovraccarico della Terra: consumiamo più di quello che può offrirci, poiché abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza (1,7) per soddisfare le esigenze del consumo umano, soprattutto quello sontuoso delle classi opulente.

Di fronte a questo scenario innegabilmente drammatico, cosa pensare? Forse è arrivata la nostra ora di essere esclusi dalla faccia della Terra? Data la voracità del processo produttivista globalizzato che non conosce moderazione, ogni anno stanno scomparendo circa 100 mila specie di organismi viventi. Qui si adattano le parole dell’eminente naturalista francese Théodore Monod, da noi citato alcune volte: siamo capaci di una condotta insensata e demenziale; d‘ora in poi si può temere tutto, tutto, compreso l’annientamento del genere umano: sarebbe il giusto prezzo della nostra follia e della nostra crudeltà”. Questa opinione è condivisa da altre personalità importanti come Toynbee, Lovelock, Rees, Jacquard, Chomsky tra gli altri.

Non possiamo verificare come sarà il nostro futuro. Ma esso non potrà essere un’estensione del presente. La natura della logica capitalista non cambierà, altrimenti sarebbe obbligato a rinunciare di essere ciò che è e vuole: accumulare illimitatamente senza curarsi delle esternalità.

Come ha mostrato Hans Jonas nel suo libro The Responsibility Principle, il fattore paura e spavento può essere decisivo. Rendendosi conto che può scomparire, l’essere umano farà di tutto per sopravvivere, come le vecchie navi che, rischiando di affondare, gettavano fuori bordo tutto il loro carico. Ci sarebbero cambiamenti radicali soprattutto nei consumi frugali e solidali.

Esiste anche il principio dell’imponderabile e dell’imprevisto della meccanica quantistica. L’evoluzione non è lineare. Nei momenti di grande complessità e di grande caos, puoi fare un salto verso un nuovo ordine e raggiungere un altro equilibrio. Nel nostro caso non è impossibile. Ma sarà sicuramente fatto anche con il sacrificio di vite umane. Questo è il nostro dramma.

Infine, c’è la speranza teologica, l’eredità giudaico-cristiana, che va intesa anche come un’emergenza del processo evolutivo e non come qualcosa di esogeno. Essa afferma il principio della vita e del Dio vivo e donatore della vita che ha creato tutto per amore. Essa sarà in grado di creare le condizioni affinché gli esseri umani si convertano a un altro corso del loro destino e possano così salvarsi. Ma “chi lo sa”? Sta a noi ‘o esperençar’ di Paulo Freire, cioè creare le condizioni per un’utopia praticabile, la speranza che l’insperato accadrà e che la vita sempre avrà un futuro ed è destinata a cambiare per continuare e continuare splendente.

Leonardo boff ha scritto Forse la Terra si salverà, Terra Santa, Roma 2022.

(Traduzione al portoghese per Gianni Alioti)