L’indipendenza incompiuta del Brasile non è che una promessa di futuro per tutta l’umanità.

Il 7 settembre di ogni anno si celebra il Giorno dell’Indipendenza del Brasile. Ma si tratta di un’indipendenza incompiuta. È stata realizzata da Dom Pedro I montando su un asino e non epicamente come lo ritrae in modo falso Meireles sopra un bellissimo cavallo.

Alla raggiunta indipendenza del Brasile [n.r dal regno del Portogallo], si mantennero gli stessi rapporti del periodo coloniale, tra i signori della ‘Casa Grande’ e gli schiavi dei ‘senzala’. Non dimentichiamo il fatto che l’Indipendenza è stata realizzata nel quadro della schiavitù, una condizione brutale e crudele per milioni di persone deportate dall’Africa e qui schiavizzate. Anche dopo la Legge Aurea del 1888, gli schiavi non ricevettero alcun risarcimento in termini di terra, lavoro e opportunità. Furono costretti a ‘vivere alla giornata’ senza assolutamente nulla. Oggi gli afro-discendenti costituiscono il 54% della nostra popolazione per la quale non abbiamo mai saldato il nostro debito per tutto ciò che hanno sofferto e per l’aiuto dato a costruire questa nazione.

Come paese, siamo sempre stati dipendenti. Prima dal Portogallo, poi dall’Inghilterra, poi dagli USA e attualmente dai paesi opulenti con le loro mega corporazioni che sfruttano le nostre ricchezze.

Non c’è mai stato un progetto di nazione. Come è stato ampiamente dimostrato dagli storici, ha sempre prevalso una politica di conciliazione delle classi abbienti tra loro e con le spalle rivolte al popolo, escluso e vilmente disprezzato e odiato. Loro hanno occupato lo Stato e il suo apparato per garantire i loro privilegi, per usufruire dei vantaggi dei grandi progetti, delle tangenti e della corruzione semplicemente naturalizzata. Ecco perché abbiamo un Paese profondamente diviso tra un ristretto numero di miliardari, una porzione di classe media e grandi maggioranze emarginate ed escluse dai beni della civiltà.

In epoca coloniale vi furono resistenze e rivolte di gente del popolo, di neri e indigeni, tutte violentemente schiacciate con impiccagioni, fucilazioni o, nel migliore dei casi, con l’esilio e con colpi di stato e dittature in epoca repubblicana.

In verità, qui, la democrazia delegata fu e continua ad essere di bassa e anche bassissima intensità, con una libertà solo formale e giuridica, ma senza il suo complemento insostituibile, l’uguaglianza. Ecco perché c’è una disuguaglianza vergognosa, una delle maggiori al mondo, che è un’ingiustizia sociale così grave da gridare al cielo per le vittime che produce.

Guardando indietro, la storia della nostra patria è segnata da ombre oscure: il genocidio indigeno, la colonizzazione, la schiavitù e il dominio di élite arretrate, come le qualifica la sociologa Jessé Souza.

Quando qualcuno dai ‘piani di sotto’, sopravvissuto alla grande tribolazione brasiliana, Luis Inácio Lula da Silva e il suo successore Dilma Rousseff sono arrivati al potere, introducendo politiche sociali per l’inserimento di milioni di poveri e affamati, è stato presto organizzato un colpo di stato parlamentare-giudiziario contro di loro. In questo modo il vecchio ordine (del disordine sociale) si è salvato ed è stato portato avanti da una figura folle e psicopatica che ha tirato fuori dall’armadio di parti importanti della popolazione tutto ciò che c’era di odio e di perversione, frutto represso e tardivo del tempo della schiavitù. Gli schiavi erano semplicemente “pezzi” da vendere e comprare al mercato e trattati con le famose tre P: pau, pão e pano (bastone, pane e panno), pau come frustate disumane, pão per non morire di fame e pano per nascondere le vergogne. La pratica era una violenza che continua ancora oggi con la popolazione nera e povera.

Bella finalità: qui la nostra indipendenza è stata zoppa e incompiuta, il che toglie ogni senso di celebrazione. In quanto non c’è mai stata una rivoluzione, come nei grandi paesi che hanno fatto il loro salto di qualità, privando la classe al potere del privilegio e del facile arricchimento, non ci è mai stata data l’opportunità di fondare una nazione con un progetto per tutti, orgoglioso e attivo. Abbiamo solo esteso il regime di dipendenza da diverse altre potenze straniere fino alla data odierna.

Quale sarebbe la nostra possibilità e il nostro destino? Guardare avanti e al futuro. Siamo una nazione continentale, con la più grande ricchezza ecologica del pianeta in termini di acqua dolce, foreste tropicali, suoli fertili, immensa biodiversità e un popolo aperto, abile e intelligente che è riuscito a sopravvivere a ogni tipo di oppressione.

Sappiamo che la Terra ha raggiunto il suo limite. Il 28 luglio 2022 ha coinciso con l’Earth Overshoot Day, ovvero abbiamo utilizzato tutti i beni e servizi naturali indispensabili per la vita. Siamo entrati in debito con la Terra. Nei primi sette mesi dell’anno abbiamo utilizzato tutto lo stock di acqua, minerali, vegetali ed energia che il pianeta può produrre e rigenerare in un periodo di 365 giorni. Per continuare a vivere, avremmo bisogno della bio-capacità di 1,75 Terre che non abbiamo.

Con l’inaspettata crescita del riscaldamento globale e con ciò che già esiste di CO2 e metano accumulato nell’atmosfera, gli eventi estremi saranno inevitabili. Siamo arrivati ​​tardi. Con la scienza e la tecnica possiamo solo mitigare gli effetti estremi che arriveranno con la distruzione di ecosistemi e migliaia di vite umane. Secondo i dati IPCC di quest’anno, ciò potrebbe accadere nei prossimi 3-4 anni. Ci sono molte nazioni che non sono in grado di produrre ciò di cui la loro popolazione ha bisogno, una situazione aggravata dall’intrusione del Covid-19.

Questa triste realtà potrebbe diventare una catastrofe globale. È a questo punto che entra in gioco la possibile e reale indipendenza del Brasile. Può essere la tavola apparecchiata per la fame e la sete di tutta l’umanità. Ciò dipenderà in gran parte dal Brasile, dall’umidità della nostra Amazzonia, dalle proteine ​​del nostro bestiame e pollame e dalla produzione alimentare dei nostri terreni. La maggior parte dei paesi, oggi indipendenti, saranno dipendenti da noi. Avremo finalmente raggiunto la nostra vera indipendenza, non per nostro orgoglio e beneficio, ma come servizio alla vita sulla Terra e alla sopravvivenza dell’umanità.

Finalmente potremo cantare la canzone di carnevale: “Libertà, Libertà! Apri le tue ali su di noi. E che la voce dell’Uguaglianza sia sempre la nostra voce” e quella di tutta l’umanità.

Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

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