La crisi brasiliana e i punti d’inflessione della crisi mondiale

Il Brasile deve decidere il 2 ottobre quale futuro vuole per il suo Paese: quello tra civiltà e barbarie, tra modernità e arretratezza, tra la democrazia e un proto-fascismo, rappresentato dall’attuale presidente Jair Bolsonaro? Oppure sostiene il progetto opposto della continuità di rifondazione del Brasile dal basso verso l’alto, dall’interno verso l’esterno, con una democrazia che si apre al sociale, alla società organizzata, in particolare alle centinaia di movimenti sociali le cui lotte, solitamente, s’incentrano in diritti a loro storicamente negati, incarnati nell’ex presidente Lula? In questo secondo progetto, al primo posto c’è l’eliminazione della fame di 33 milioni di brasiliani e di altri 110 milioni con insufficienza alimentare, la creazione di posti di lavoro e politiche sociali in materia di salute, d’istruzione, di sicurezza, di scienza e tecnologia, tra gli altri obiettivi.

È la prima volta nella storia che è in gioco il nostro destino. I sondaggi elettorali indicano che predominerà la razionalità, la coscienza civica, eleggendo Lula, liberando il Paese dall’ondata di odio, di violenza, di fake news e dell’irresponsabilità di fronte alla pandemia che, per il negazionismo oscurantista del presidente Bolsonaro, ha decimato almeno 300mila persone che potrebbero essere tra noi oggi. Questa perversità alleata alle bugie quotidiane e alla totale mancanza di decenza ed etica pubblica non può prevalere. Siamo troppo importanti per noi stessi e per il futuro del mondo, data la nostra ricchezza ecologica, che politicamente ci obbliga a uno sforzo serio per infliggere una sonora sconfitta al primo progetto, di smantellamento della democrazia e delle sue istituzioni democratiche.

Accanto a questa crisi nazionale, si sta verificando un’altra crisi la cui gravità supera di gran lunga la nostra: la crisi ecologico-sociale del sistema-Terra e del sistema-vita. La crisi è globale e colpisce l’ambiente, l’economia, la politica, la società, l’etica, le religioni e il senso stesso del nostro vivere. Potrebbe persino mettere gran parte della vita sulla Terra a serio rischio di estinzione.

Lasciando da parte la pericolosa crisi derivante da una potenziale guerra nucleare promossa dalla Russia e dalle potenze militariste dell’Occidente, che metterebbe a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie, mi limito ai tippings points, ai punti sociali d’inflessione o di svolta causati dalla crescita del riscaldamento globale. Il quadro è preoccupante e, in un certo senso, sconfortante. Alla fine di febbraio e nella prima settimana di aprile del corrente anno 2022 sono stati pubblicati tre volumi del Sesto Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Il rapporto di valutazione 6 (Assesment Report 6) ha rivelato un’accelerazione insospettata del riscaldamento globale. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite ha confermato un tale evento. Ha avvertito che il riscaldamento che s’immaginava dovesse raggiungere + 1,5 gradi Celsius al 2030 è stato frustrato. È stata fatta una proiezione del 50% di probabilità che tale riscaldamento sarebbe stato raggiunto già nell’anno 2026, quindi entro 4 anni. Il clima potrebbe raggiungere i + 2,7 gradi Celsius o più, a seconda delle regioni del pianeta, soprattutto a causa del massiccio afflusso di metano (28 volte più dannoso della CO2) derivante dallo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, delle calotte polari e del permafrost.

La brasiliana Patricia Pinho, autrice principale insieme all’IPCC sui punti di inflessione sociale di questa accelerazione del riscaldamento, afferma nella sua conclusione che “le emissioni di gas serra di origine umana hanno generato impatti negativi espressivi e significativi in ​​tutti i paesi del mondo, conferendo-si davvero come una minaccia per l’umanità” (cfr.IHU del 25 giugno 2022).

Nel suo rapporto, rivela che questo aumento del riscaldamento genera punti di inflessione sociale molto negativi, causando l’erosione del modo di vivere delle popolazioni dipendenti dalle foreste, in particolare le popolazioni indigene, le popolazioni fluviali e la popolazione urbana povera, pregiudicando l’agricoltura sia di sopravvivenza, sia quella dell’agro-business, la diminuzione delle risorse ittiche, oltre all’aumento dei conflitti, delle violenze, delle migrazioni e delle crisi umanitarie.

Questa mutata situazione è poco conosciuta e nemmeno presa in considerazione dai pianificatori dei nuovi governi, siano essi degli Stati o dell’Unione. Strategie minime devono essere sviluppate come, ad esempio, non costruire case sui pendii (si pensi ai disastri di Petrópolis e Angra dos Reis di quest’anno), ma collocare le persone in spazi più pianeggianti che non siano minacciati dalle inondazioni. Insieme al programma Bolsa Família, è necessario aggiungere la Bolsa Floresta, piantare alberi in ogni angolo, insieme all’agricoltura rurale introdurre l’agricoltura urbana in quegli spazi tra gli edifici, il rimboschimento delle strade e la conservazione delle più piccole fonti d’acqua, lá dove sorgono, circondati da piante che ne garantiscano la perennità.

In tutti i modi, dobbiamo prepararci a eventi estremi sempre più frequenti e dannosi, utilizzando sistemi di allerta-prevenzione insieme alla popolazione, usando la scienza e le tecnologie per ridurre gli inevitabili effetti dannosi.

Concludo con l’osservazione di uno scienziato nord-americano, legato al tema del riscaldamento globale: “La nostra generazione deve percorrere un sentiero pieno di pericoli. È come guidare di notte: la scienza è rappresentata dai fari, ma la responsabilità di non uscire di strada è del guidatore, che deve tenere conto anche del fatto che i fari hanno una capacità di illuminazione limitata”. In altre parole, scienza e tecnologia non bastano, dobbiamo assumerci collettivamente la responsabilità del nostro futuro. Speriamo di trovare il modo di garantire la nostra sopravvivenza come specie su questo pianeta che ci ha generato, imparando di nuovo a prendercene cura e a farne la nostra Casa Comune.

Leonardo Boff è un ecoteologo, filosofo e scrittore che ha scritto: La ricerca della misura giusta: il pescatore ambizioso e il pexie incantato, Vozes 2022; Abitare la Terra, Roma 2021.

L’indipendenza incompiuta del Brasile non è che una promessa di futuro per tutta l’umanità.

Il 7 settembre di ogni anno si celebra il Giorno dell’Indipendenza del Brasile. Ma si tratta di un’indipendenza incompiuta. È stata realizzata da Dom Pedro I montando su un asino e non epicamente come lo ritrae in modo falso Meireles sopra un bellissimo cavallo.

Alla raggiunta indipendenza del Brasile [n.r dal regno del Portogallo], si mantennero gli stessi rapporti del periodo coloniale, tra i signori della ‘Casa Grande’ e gli schiavi dei ‘senzala’. Non dimentichiamo il fatto che l’Indipendenza è stata realizzata nel quadro della schiavitù, una condizione brutale e crudele per milioni di persone deportate dall’Africa e qui schiavizzate. Anche dopo la Legge Aurea del 1888, gli schiavi non ricevettero alcun risarcimento in termini di terra, lavoro e opportunità. Furono costretti a ‘vivere alla giornata’ senza assolutamente nulla. Oggi gli afro-discendenti costituiscono il 54% della nostra popolazione per la quale non abbiamo mai saldato il nostro debito per tutto ciò che hanno sofferto e per l’aiuto dato a costruire questa nazione.

Come paese, siamo sempre stati dipendenti. Prima dal Portogallo, poi dall’Inghilterra, poi dagli USA e attualmente dai paesi opulenti con le loro mega corporazioni che sfruttano le nostre ricchezze.

Non c’è mai stato un progetto di nazione. Come è stato ampiamente dimostrato dagli storici, ha sempre prevalso una politica di conciliazione delle classi abbienti tra loro e con le spalle rivolte al popolo, escluso e vilmente disprezzato e odiato. Loro hanno occupato lo Stato e il suo apparato per garantire i loro privilegi, per usufruire dei vantaggi dei grandi progetti, delle tangenti e della corruzione semplicemente naturalizzata. Ecco perché abbiamo un Paese profondamente diviso tra un ristretto numero di miliardari, una porzione di classe media e grandi maggioranze emarginate ed escluse dai beni della civiltà.

In epoca coloniale vi furono resistenze e rivolte di gente del popolo, di neri e indigeni, tutte violentemente schiacciate con impiccagioni, fucilazioni o, nel migliore dei casi, con l’esilio e con colpi di stato e dittature in epoca repubblicana.

In verità, qui, la democrazia delegata fu e continua ad essere di bassa e anche bassissima intensità, con una libertà solo formale e giuridica, ma senza il suo complemento insostituibile, l’uguaglianza. Ecco perché c’è una disuguaglianza vergognosa, una delle maggiori al mondo, che è un’ingiustizia sociale così grave da gridare al cielo per le vittime che produce.

Guardando indietro, la storia della nostra patria è segnata da ombre oscure: il genocidio indigeno, la colonizzazione, la schiavitù e il dominio di élite arretrate, come le qualifica la sociologa Jessé Souza.

Quando qualcuno dai ‘piani di sotto’, sopravvissuto alla grande tribolazione brasiliana, Luis Inácio Lula da Silva e il suo successore Dilma Rousseff sono arrivati al potere, introducendo politiche sociali per l’inserimento di milioni di poveri e affamati, è stato presto organizzato un colpo di stato parlamentare-giudiziario contro di loro. In questo modo il vecchio ordine (del disordine sociale) si è salvato ed è stato portato avanti da una figura folle e psicopatica che ha tirato fuori dall’armadio di parti importanti della popolazione tutto ciò che c’era di odio e di perversione, frutto represso e tardivo del tempo della schiavitù. Gli schiavi erano semplicemente “pezzi” da vendere e comprare al mercato e trattati con le famose tre P: pau, pão e pano (bastone, pane e panno), pau come frustate disumane, pão per non morire di fame e pano per nascondere le vergogne. La pratica era una violenza che continua ancora oggi con la popolazione nera e povera.

Bella finalità: qui la nostra indipendenza è stata zoppa e incompiuta, il che toglie ogni senso di celebrazione. In quanto non c’è mai stata una rivoluzione, come nei grandi paesi che hanno fatto il loro salto di qualità, privando la classe al potere del privilegio e del facile arricchimento, non ci è mai stata data l’opportunità di fondare una nazione con un progetto per tutti, orgoglioso e attivo. Abbiamo solo esteso il regime di dipendenza da diverse altre potenze straniere fino alla data odierna.

Quale sarebbe la nostra possibilità e il nostro destino? Guardare avanti e al futuro. Siamo una nazione continentale, con la più grande ricchezza ecologica del pianeta in termini di acqua dolce, foreste tropicali, suoli fertili, immensa biodiversità e un popolo aperto, abile e intelligente che è riuscito a sopravvivere a ogni tipo di oppressione.

Sappiamo che la Terra ha raggiunto il suo limite. Il 28 luglio 2022 ha coinciso con l’Earth Overshoot Day, ovvero abbiamo utilizzato tutti i beni e servizi naturali indispensabili per la vita. Siamo entrati in debito con la Terra. Nei primi sette mesi dell’anno abbiamo utilizzato tutto lo stock di acqua, minerali, vegetali ed energia che il pianeta può produrre e rigenerare in un periodo di 365 giorni. Per continuare a vivere, avremmo bisogno della bio-capacità di 1,75 Terre che non abbiamo.

Con l’inaspettata crescita del riscaldamento globale e con ciò che già esiste di CO2 e metano accumulato nell’atmosfera, gli eventi estremi saranno inevitabili. Siamo arrivati ​​tardi. Con la scienza e la tecnica possiamo solo mitigare gli effetti estremi che arriveranno con la distruzione di ecosistemi e migliaia di vite umane. Secondo i dati IPCC di quest’anno, ciò potrebbe accadere nei prossimi 3-4 anni. Ci sono molte nazioni che non sono in grado di produrre ciò di cui la loro popolazione ha bisogno, una situazione aggravata dall’intrusione del Covid-19.

Questa triste realtà potrebbe diventare una catastrofe globale. È a questo punto che entra in gioco la possibile e reale indipendenza del Brasile. Può essere la tavola apparecchiata per la fame e la sete di tutta l’umanità. Ciò dipenderà in gran parte dal Brasile, dall’umidità della nostra Amazzonia, dalle proteine ​​del nostro bestiame e pollame e dalla produzione alimentare dei nostri terreni. La maggior parte dei paesi, oggi indipendenti, saranno dipendenti da noi. Avremo finalmente raggiunto la nostra vera indipendenza, non per nostro orgoglio e beneficio, ma come servizio alla vita sulla Terra e alla sopravvivenza dell’umanità.

Finalmente potremo cantare la canzone di carnevale: “Libertà, Libertà! Apri le tue ali su di noi. E che la voce dell’Uguaglianza sia sempre la nostra voce” e quella di tutta l’umanità.

Leonardo Boff, teologo, filosofo e scrittore.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

La Terra in parto doloroso: arriverà il salto verso la salvezza?

Nessuno può negare che la nostra Casa Comune, la Terra vivente, si sta preparando per una grande transizione. Quello che è stato vissuto negli ultimi secoli, come paradigma di civiltà, cioè il modo in cui abitiamo e organizziamo la Casa Comune, basato sullo sfruttamento illimitato delle sue risorse naturali, non può più continuare. Questo paradigma ha esaurito il suo potenziale di realizzazione. È entrato in agonia. Ma questo può prolungarsi ancora per un bel pò di tempo.

Si è, involontariamente, tesa una grossa trappola: è iniziato con il più grande atto terroristico commesso dagli USA lanciando due bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, devastando ogni tipo di vita. Subito, J.P. Sartre reagì dicendo: ci siamo appropriati della nostra stessa morte e possiamo porre fine alla nostra specie. Molto severo, fu uno dei più grandi storici moderni Arnold Toynbee nel constatare, con sgomento: “spettava alla nostra generazione assistere alla via della nostra autodistruzione; essa non sarà opera di Dio, ma di noi stessi». Abbiamo inventato il principio dell’autodistruzione in molti modi diversi. La tecno-scienza moderna, che ci ha portato così tanti benefici, è diventata irrazionale e impazzita perché suicida.

Le molteplici crisi che l’intero pianeta sta attraversando rappresentano una sorta di travaglio da parto. La maggiore di queste è stata ed è l’intrusione del coronavirus. Ha colpito solo gli esseri umani. Non rispettava i limiti della sovranità dei paesi e rendeva irrisoria la macchina mortale delle potenze militariste.

Coloro che non solo verificano i fatti, ma cercano di discernere il messaggio nascosto in essi, devono chiedersi: qual è la cosa che Gaia, la Terra vivente, vuole comunicarci con il Covid-19 che ha già mietuto milioni di vittime?

È sicuramente un contrattacco di Madre Terra alla violenza sistematica che da secoli i suoi figli e le sue figlie compiono contro di lei, una vera Guerra, senza alcuna possibilità di vincerla. Abbiamo superato i limiti sopportabili del sistema-Terra a tal punto che abbiamo bisogno di più di un pianeta e mezzo (1.7) per soddisfare il nostro stile di vita consumistico. È il cosiddetto Sovraccarico della Terra (Earth Overshoot). Tutti i segnali sono diventati rossi e siamo in scoperto. In altre parole: i beni e i servizi necessari per garantire la vita stanno finendo. Prima o poi potrebbe esserci un crollo delle basi che sostengono ecologicamente la vita sul pianeta.

Quale dei capi di Stato e dei grandi manager (CEO) delle mega-corporazioni riflette e prende decisioni di fronte a una situazione-limite della nostra Casa Comune? Forse conoscono la situazione reale. Ma non gli danno importanza perché, altrimenti, dovrebbero cambiare completamente il modo di produrre, rinunciare ai favolosi guadagni economici, cambiare il loro rapporto con la natura e abituarsi a un consumo più frugale e più solidale.

Perché ciò non avviene, lo capiamo dalle parole del segretario generale dell’Onu, António Guterrez che, non molto tempo fa in un incontro sui cambiamenti climatici a Berlino, ha detto: Abbiamo una sola scelta: azione collettiva o suicidio collettivo”. Prima, a Glasgow in occasione della COP 26 sui cambiamenti climatici, aveva affermato perentoriamente: o cambiamo o ci stiamo scavando la nostra fossa”.

Forse il rischio più imminente del cambiamento nella situazione della nostra Casa Comune è l’allarmante riscaldamento globale osservato negli ultimi tempi. A partire dall’accordo di Parigi del 2015, si era deciso di evitare un aumento di 1,5 gradi Celsius fino al 2030, per evitare gravi danni alla biosfera. Con il massiccio afflusso di metano, dovuto allo scioglimento delle calotte polari e al parmafrost (che va dal Canada fino alle estremità della Siberia) sono stati rilasciati milioni di tonnellate di metano. Questo è 28 volte più dannoso della CO2. A causa di questi cambiamenti, l’ICLL ha ammesso che non più nel 2030 ma già nel 2027 ci sarebbe un aumento della temperatura da 1,5 fino a 2,7 gradi Celsius.

Gli eventi estremi attualmente in corso in Europa, in India e altrove, con incendi massicci e livelli di calore mai sperimentati prima, e allo stesso tempo, il freddo insolito nel sud del mondo stanno dimostrando che la Terra ha perso il suo equilibrio e ne sta cercando un altro.

Riassumendo il discorso: seguendo questa tendenza, quale futuro ci attende? Potrebbe la specie umana aver raggiunto il suo culmine, come tutte le specie del loro tempo, e poi scomparire? Oppure può accadere, per l’ingegno umano o per le forze del pianeta Terra, unite alle energie dell’universo, di fare un salto di qualità e inaugurare così un nuovo ordine e dare continuità alla specie umana? Se ciò accadrà, come ci auguriamo, non sarà fatto senza pesanti sacrifici della vita della natura e della stessa umanità.

67 milioni di anni fa, una meteora di quasi 10 km di estensione cadde nei Caraibi, decimando tutti i dinosauri e il 75% di tutte le forme di vita, risparmiando il nostro antenato. Non potrebbe succedere qualcosa di simile con il nostro pianeta Terra? Probabilmente non una meteora, ma qualsiasi altro incommensurabile disastro ecologico-sociale.

Se sopravviveremo, la Terra avrà fatto il salto di salvezza e realizzato il parto tanto atteso. Le doglie del parto saranno passate e, finalmente, si saranno generati il biocene e l’ecocene. La vita (bio) e il fattore ecologico (eco) acquisiranno centralità, impegnando la nostra cura e tutto il nostro cuore. Che questo desiderio possa essere un’utopia praticabile, che ci permetta di continuare su questo pianeta bello e ridente.

Leonardo Boff ecoteologo brasiliano

L’importanza del fattore religioso nelle attuali elezioni presidenziali

Che la religione abbia una potente forza politica lo ha confessato Samuel P. Huntington nel suo tanto discusso libro ‘Lo scontro di civiltà (1977), che oggi, con la nuova guerra fredda, è tornato attuale. Afferma: «Nel mondo moderno, la religione è una forza centrale, forse la forza centrale che mobilita le persone… Ciò che in ultima analisi conta non è tanto l’ideologia politica o gli interessi economici, ma le convinzioni religiose di fede, la famiglia, il sangue e la dottrina; è per queste cose che le persone combattono e sono disposte a dare la vita» (p.79;47;54). Lui stesso è stato fortemente critico nei confronti della politica estera statunitense per non aver mai dato importanza al fattore religioso. E ha dovuto vivere sulla propria pelle il terrorismo islamico a sfondo religioso.

Consideriamo la situazione in Brasile. Cito qui la riflessione di una persona inserita profondamente nell’ambiente popolare, con un acuto senso di osservazione. Vale la pena ascoltare la sua opinione in quanto può aiutare nella campagna per sconfiggere coloro che stanno smantellando il nostro paese.

Lui sostiene: “Temo che, facendo sempre più appello al fattore religioso, suscitando lo spettro del comunismo = ateismo e della persecuzione religiosa, il negazionista e ‘nemico della vita’, possa ancora minacciare di vincere le elezioni”.

“Beh, è ​​inevitabile riconoscere: il popolo in massa è religioso fino all’osso (superstizioso, diranno gli ‘intellettuali’, poco importa). La gente vende anima e corpo per la religione, intesa indistintamente come ‘questa cosa di Dio’, specie il brasiliano, sincretista qual è. E questo appello, non dico che sia buono, ma solo che ha una forza tremenda e temo moltissimo che possa essere decisivo al momento del voto”.

“Infelicemente, questo aspetto ha poco peso nella campagna di Lula e dei suoi alleati. Direi quasi la stessa cosa rispetto agli altri due valori che Bolsonaro e tutta la ‘nuova destranel mondo strombazzano: ‘Dio, Patria e Famiglia’, la trilogia dell’integralismo che la vecchia sinistra non vuole nemmeno immaginare. Eppure è qui intorno che la nuova destra sta mobilitando le masse nel mondo e anche in Brasile”.

“E si noti come è facile per un candidato della nuova destra come Bolsonaro presentare alla massa elettorale questa triade: lui che prega (Dio), con la bandiera del Brasile (Patria) e con Michelle al suo fianco (Famiglia), tre scene di commozione garantita e attrazione irresistibile per il popolo. Chi può essere contro la preghiera, la bandiera giallo-verde e una moglie (soprattutto se è molto femminile)?”

“Gli intellettuali possono dire quello che vogliono contro questo populismo di destra. Ma ciò che funziona, funziona. E questo è ciò che importa alla destra, e credo che dovrebbe importare anche alla sinistra, senza offesa all’etica, poiché è perfettamente possibile difendere queste tre bandiere, un tempo integraliste, come valori morali, a patto però che non siano escludenti: rispettivamente nei confronti dei senza religione, delle altre patrie e delle persone LGBT+”.

“Ma anche se vincesse Lula, come indicano i sondaggi, la questione delle suddette tre bandiere resterà. E i bolsonaristi continueranno ad agitarle, come le sta agitando la nuova destra in tutto il mondo (vedi Trump, Putin, Le Pen, Salvini e altri). Ed è la “bandiera di Dio”, sopra tutte le altre, quella che sarà maggiormente politicizzata dalla nuova destra, e questo tanto più, quanto meno la vecchia sinistra digerisce questo tema e quanto meno c’è l’attenzione della Chiesa stessa, sia progressista o liberazionista che sia, la quale sembra pagare il cambiamento dello Zeitgeist (dello spirito del tempo), designato come postmoderno”.

La grande sfida della campagna di coalizione attorno a Lula/Alckmin, la stessa delle Chiese cristiane storiche, in primis quella cattolica, è come attrarre queste masse, manipolate e ingannate dalle Chiese pentecostali, ai valori del Gesù storico, molto più umanitari e spirituali di quelli presentati dagli autoproclamati “pastori e vescovi” e veri lupi travestiti da pecore. Questi usano la logica del mercato, della pubblicità e degli stili che contraddicono direttamente il messaggio biblico e di Gesù, poiché usano direttamente bugie, calunnie, fake news.

Vale la pena mostrare a questi seguaci delle Chiese pentecostali, come Gesù dei vangeli sia sempre stato dalla parte dei poveri, dei ciechi, degli zoppi, dei lebbrosi, delle donne malate e li guariva. Era estremamente sensibile agli invisibili e ai più vulnerabili, uomini o donne, infine, a coloro le cui vite erano minacciate. Vale molto di più l’amore, la solidarietà, la verità e l’accettazione di tutti senza discriminazioni, come quella verso un’altra opzione sessuale, e vedere nei neri, nei quilombolas e negli indigeni i nostri fratelli e sorelle sofferenti. È importante solidarizzare con loro e stare insieme a loro per fare il loro stesso cammino. Questo comportamento vale molto di più del ‘vangelo della prosperità’ dei beni materiali che non possiamo portare per l’eternità e, in fondo, non ci riempiono il cuore e non ci rendono felici. Mentre gli altri valori del Gesù storico vanno di pari passo con noi come espressione del nostro amore per il prossimo e per Dio e ci portano pace nei nostri cuori e una felicità che nessuno può rubarci.

Naturalmente, è importante smontare le calunnie, contrastare la falsificazioni e, eventualmente, utilizzare i mezzi disponibili per incriminarli legalmente. Vale sempre la pena credere che un po’ di luce cancelli tutte le tenebre e che la verità scriva la vera pagina della nostra storia.

Il Brasile merita di uscire da questa tempesta devastante e di vedere il sole splendere nel nostro cielo, restituendoci speranza e gioia di vivere.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)