In omaggio agli indigeni uccisi dal Covid-19

Sono molti i nostri fratelli e sorelle indigeni che stanno morendo a causa del Covid-19 e della mancanza di attenzione per le politiche genocide ed etnocide dell’attuale governo.

Voglio dedicare loro questo bellissimo mito-storia dei popoli amazzonici sul significato della morte e sull’ingresso nella felicità suprema. Penso anche ai parenti delle migliaia di persone che sono morte a causa del coronavirus. Per tutti la nostra solidarietà e le nostre parole di conforto.

Ci chiediamo sempre: come fanno i morti ad arrivare in paradiso? C’è la convinzione tra i popoli che tutti devono fare un viaggio. E in quel viaggio ci sono delle prove da superare. Secondo questa storia dei popoli amazzonici, ognuno deve purificarsi, diventare luce, per potersi immergere in quel mondo di gioia e di festa dove sono tutti gli antenati e i parenti morti.

A causa della mancanza di attenzione da parte delle autorità che disprezzano e persino odiano le popolazioni indigene, molti pajé stanno morendo, vittime dei Covid-19. Con loro scompare un’intera biblioteca di conoscenze che hanno ereditato, arricchito e sempre trasmesso alle nuove generazioni. Con la loro morte c’è una dolorosa rottura con questa tradizione. Loro e noi soffriamo e siamo più poveri. Per tutti loro la nostra profonda solidarietà e compassione, noi soffriamo il dolore che soffrono loro: L.Boff.

* * * * * * * * * * * * * *

In molte tribù amazzoniche si crede che i morti si trasformino in farfalle. Durante il tempo necessario alla purificazione, ciascuna assume una forma adeguata. Quelle che si purificano presto sono molto leggere, con poche ore di vita e con colori bianchi. Penetrano direttamente nel mondo della felicità.

Quelle che hanno bisogno di più tempo sono più piccole, più leggere e più colorate. E quelle che hanno bisogno di molto tempo sono più grandi, più pesanti e di colore più scuro.

Tutte volano di fiore in fiore, succhiando il nettare e diventando più forti per portare il proprio peso quando si alzano verso il cielo, dove vivranno felici con tutti gli antenati e i parenti, che sono soltanto dall’altra parte della vita.

Per alleviare la saudade infinita per il marito, Coaciaba camminava quando poteva lungo la riva del fiume, guardando le farfalle, o vicino ai campi lavorati, dove svolazzavano anche i colibrì e molti insetti.

Da tanta tristezza, Coaciaba finì per morire. Non solo si muore di malattia, di vecchiaia o di un virus maligno della natura. Si muore anche di saudade della persona amata.

Guanambi, sua figlia, rimase completamente sola. Inconsolabile, piangeva molto, soprattutto all’ora in cui sua madre la portava a fare una passeggiata. Anche se era piccola, voleva solo visitare la tomba di sua madre. Non voleva più vivere. Chiedeva a lei e agli spiriti di venire a prenderla e portarla con la sua madre.

Da tanta tristezza, Guanambi languiva giorno dopo giorno e anche lei finì per morire. I suoi parenti erano molto addolorati per le tante disgrazie che avevano colpito la stessa famiglia.

Ma curiosamente il suo spirito non si è trasformato in farfalla come negli altri indiani della tribù. Rimane imprigionato dentro un bellissimo fiore di lillà, molto vicino alla tomba di sua madre. Così poteva stare con la madre, come aveva chiesto agli spiriti.

La madre, Coaciaba, il cui spirito si era effettivamente trasformato in farfalla, volava di fiore in fiore succhiando il nettare per rafforzarsi e prepararsi al suo viaggio verso il cielo.

Un giorno, al tramonto, zigzagando di fiore in fiore, atterrò su un bellissimo fiore di lillà. Mentre succhiava il nettare, sentì un pianto triste e dolce. Il suo cuore tremò e quasi svenne dall’emozione. Aveva riconosciuto da dentro il fiore la piccola voce della sua amata figlia Guanambi; come poteva essere imprigionata lì? Si rimise dell’emozione e disse:

“Bimba mia, mamma è qui con te. Stai tranquilla che vado liberarti perché possiamo volare insieme verso il cielo”.

Ma ben presto si rese conto che si trattava di una farfalla molto leggera e non aveva la forza di aprire i petali, spezzare il fiore e liberare la sua amata bambina. Così si è raccolta in un angolo e, in lacrime, ha implorato lo Spirito Creatore e tutti gli antenati della tribù:

“Per l’amore di mio marito, guerriero coraggioso, morto in difesa di tutti i suoi parenti, per la compassione di mia figlia orfana, Guanambi, prigioniera nel cuore del fiore di lillà, ti imploro, Spirito di bontà, e tutti voi anziani della nostra tribù: trasformatemi in un uccello veloce e agile, dotato di un becco appuntito per rompere il fiore di lillà e liberare la mia cara bambina”.

Tale fu la compassione suscitata dalla Coaciaba che lo Spirito Creatore e gli anziani della tribù risposero prontamente alla sua richiesta. La trasformarono in un bellissimo, leggero, agile colibrì, che atterrò immediatamente sul fiore di lillà. Gli sussurrò con una voce piena di tenerezza:

“Bambina mia, sono io, tua madre. Niente paura. Sono stata trasformata in un colibrì per venire a liberarti”.

Con il suo becco appuntito, tirò fuori con cura un petalo dopo l’altro fino ad aprire il cuore del fiore. Lì c’era Guanambi che sorrideva, allungando le braccia alla madre.

Purificate e abbracciate, volarono verso l’alto, sempre più in alto, fino a raggiungere insieme il cielo.

Da allora, c’è un’usanza tra molti indigeni amazzonici: ogni volta che una creatura orfana muore, si ricopre il suo piccolo corpo di fiori di lillà, come se fosse dentro un grande fiore, nella certezza che la madre, in forma di colibrì, verrà a cercarla per volare abbracciate al cielo, dove saranno eternamente insieme e felici con tutti i loro antenati e tutti gli altri parenti.

*Leonardo Boff ha riscritto miti-storie dei nostri popoli indigeni: Il matrimonio tra cielo e la Terra, Mar de ideias, Rio de Janeiro 2014.

Traduzione di Maria José Gavito e Stefano Toppi

Em homenagem aos indígenas mortos pelo covid-1

São muitos irmãos e irmãs nossos indígenas que estão morrendo por causa do Covid-19 e o descaso das políticas genocidas e etnocida do atual Governo.

Dedico-lhes este belo mito-estória dos povos amazônicos sobre o sentido da morte e da entrada na suprema Felicidade. Ela vale também para os familiares dos milhares de falecidos por causa do Coronavírus. Eles merecem a nossa solidariedade e também nossas palaras de cosolo.

Sempre nos perguntamos: como as pessoas falecidas chegam ao céu? Há uma convicção entre os povos de que todos devem fazer uma viagem. Nessa viagem há provas a passar. Segundo este relato dos povos amazônicos, cada um deve se purificar, tornar-se leve para poder mergulhar para dentro daquele mundo de alegria e de festa onde estão tdos os antepassados e os parentes falecidos.

A nossa tristeza é que, por causa do descaso das atuais autoridades que desprezam e até odeiam os povos originários, muitos pajés estão morrendo, vítimas do Covid-19. Com eles desaparece uma inteira biblioteca de conhecimentos que eles herdaram, enriqueceram e sempre passam às novas gerações. Com sua morte há uma ruptura dolorosa dessa tradição. Eles e nós sofremos e ficamos mais pobres. A todos eles nossa profunda solidarieda e com-paixão, sofrendo também a dor que eles sofrem: LBoff

*****************************************

Em muitas tribos da Amazônia acredita-se que os mortos se transformam em borboletas. Durante o tempo necessário para a purificação, cada qual ganha uma forma adequada. As que se purificam logo, são alvíssimas, com poucas horas de vida e com cores brancas. Penetram diretamente no mundo da felicidade.

As que precisam de mais tempo, são menores, leves e multicores. E as que precisam de muito tempo são maiores, pesadas e com cores escuras.

Todas elas voam de flor em flor, sugando nectar e fortalecendo-se para carregar o próprio peso ao se alçarem ao céu, onde viverão felizes com todos os antepassados e parentes que estão apenas no outro lado da vida. Conta-se naquela floresta a seguinte estória:

Coaciaba, era uma jovem índia, esbelta e de rara beleza. Ficara viúva muito cedo, pois seu marido, valente guerreiro, tombara sob uma flecha inimiga. Cuidava com extremo carinho da única filhinha, Guanambi.

Para aliviar a saudade interminável do marido, passeava, quando podia, pelas margens do rio, vendo as borboletas ou na campina, perto do roçado, onde também esvoaçavam os colibris e outros insetos.

De tanta tristeza, Coaciaba acabou morrendo. Não se morre só de doença, por velhice ou por causa de um vírus maligno da natureza. Morre-se também por saudade da pessoa amada.

Guanambi, a filha, ficou totalmente sozinha. Inconsolável, chorava muito, especialmente, nas horas em que sua mãe costumava levá-la a passear. Mesmo pequena, só queria visitar o túmulo da mãe. Não queria mais viver. Pedia a ela e aos espíritos que viessem buscá-la e a levassem lá onde estivesse a sua mãe.

De tanta tristeza, Guanambi foi definhando dia após dia até que também ela morreu. Os parentes ficaram muito penalizados, com tanta desgraça sobrevindo sobre a mesma família.

Mas, curiosamente, seu espírito não virou borboleta como a dos demais indios da tribo. Ficou aprisionado dentro de uma linda flor lilás, pertinho da sepultura da mãe. Assim podia ficar junto da mãe, como havia pedido aos espíritos.

A mãe Coaciaba, cujo espírito fora, sim, trasformado em borboleta, esvoaçava de flor em flor sugando nectar para se fortalecer e encetar sua viagem ao céu.

Certo dia, ao entardecer, ziguezagueando de flor em flor, pousou sobre uma linda flor lilás. Ao sugar o nectar, ouviu um chorinho triste e doce. Seu coração estremeceu e quase desfaleceu de emoção. Reconheceu dentro dela   a vozinha da filha querida Guanambi. Como poderia estar aprisionada ai? Refez-se da emoção e disse:

-Filha querida, mamãe está aqui com você. Fique tranquila que vou libertá-la para juntos voarmos para o céu.

Mas deu-se logo conta de que ela era uma levíssima borboleta e que não teria forças para abrir as pétalas, romper a flor e libertar a filhinha querida. Recolheu-se, então, a um canto e, em lágrimas, suplicou ao Espírito criador e a todos os ancestrais da tribo:

-Por amor ao meu marido, valente guerreiro, morto em defesa de todos os parentes, por compaixão de minha filha órfã, Guanambi, presa no coração da flor lilás, eu vos imploro, Espírito benfazejo e a vós todos, anciãos de nossa tribo: transformem-me num pássarinho veloz e ágil, dotado de um bico ponteagudo para romper a flor lilás e libertar a minha querida filhinha.

Tanta foi a compaixão despertada por Coaciaba que o Espírito criador e os anciãos da tribo atenderam, sem delongas, a sua súplica. Transformaram-na num belíssimo beija-flor, leve, ágil, que pousou imediantamente sobre a flor lilás. Sussurrou com voz carregada de enternecimento:

-Filhinha, sou eu, sua mãe. Não se assuste. Fui transformada num beija-flor para vir libertá-la.

Com o bico ponteagudo, foi tirando com cuidado pétala por pétala até abrir o coração da flor. Lá estava Guanambi sorridente, estendendo os bracinhos em direção da mãe.

Purificadas e abraçadas voaram alto, cada vez mais alto até chegarem juntas ao céu.

Desde então se introduziu entre indígenas amazônicos, o seguinte costume: sempre que morre uma criança órfã, seu corpinho é coberto de flores lilás, como se estivesse dentro de uma grande flor, na certeza de que a mãe, na forma de um beija-flor, venha buscá-a para, abraçadas, voarem para o céu, onde estarão eternamente juntas e felizes com todos os antepassados e com todos os demais parentes.

Leonardo Boff reescreveu mitos-estórias de nossos povos indígenas:”O casamento entre o céu e a Terra”, Mar de Ideias, Rio de Janeiro 2014.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

El coronavirus: un ataque de la Tierra contra nosotros

Hasta el día de hoy la preocupación sobre la Covid-19 se centra en la medicina, la técnica y todos los insumos que eviten la contaminación de los trabajadores de la salud. Se busca urgentemente una vacuna eficaz. En la sociedad, el aislamiento social y evitar la aglomeración de personas. Todo esto es fundamental. Sin embargo, no podemos considerar el coronavirus como un dato aislado. Debe ser visto dentro del contexto que permitió su irrupción.

El virus vino de la naturaleza. Pues bien, como dice el Papa Francisco en su encíclica “sobre el cuidado de la Casa Común”: «Nunca hemos maltratado y herido a nuestra Casa Común como en los dos últimos siglos» (n. 53). Quien la hirió fue el proceso industrial: el socialismo real (mientras existió) y sobre todo el sistema capitalista hoy globalizado. Este es el Satán de la Tierra que la está devastando y la está llevando a todo tipo de desequilibrios.

Es el principal (no el único) responsable de las diversas amenazas que se ciernen sobre el sistema-vida y el sistema-Tierra: desde el posible holocausto nuclear, el calentamiento global, la escasez de agua potable hasta la erosión de la biodiversidad. Me hago eco de las palabras del conocido geógrafo estadounidense David Harley: «COVID-19 es la venganza de la naturaleza por más de cuarenta años de maltrato y abuso a manos de un extractivismo neoliberal violento y no regulado».

Isabelle Stengers, química y filósofa de la ciencia que ha trabajado mucho en asociación con el Premio Nobel Ilya Prigogine, sostiene la tesis que yo también subscribo: «el coronavirus sería una intrusión de la Tierra-Gaia en nuestras sociedades, una respuesta al antropoceno».

Sabíamos de otras intrusiones: la peste negra (la peste bubónica) que venida de Eurasia diezmó a un total estimado en 75-200 millones de personas. En Europa, entre 1346 y 1353, causó la muerte de gran parte de su población, que pasó de 475 a 350 millones de habitantes. Necesitó 200 años para recuperarse. Fue la más devastadora que se haya conocido en la historia. También fue notable la gripe española. Oriunda posiblemente de Estados Unidos, entre 1918-1920 infectó a 500 millones de personas y causó 50 millones de muertes, incluyendo al presidente electo Rodrigues Alves en 1919.

Ahora, por primera vez, un virus ha atacado a todo el planeta, causando miles de muertes sin poder detenerlo debido a su rápida propagación, ya que vivimos en una cultura globalizada con un gran desplazamiento de personas que viajan a través de todos los continentes y pueden ser portadores de la epidemia.

La Tierra ya ha perdido su equilibrio y está buscando uno nuevo. Y este nuevo podría significar la devastación de importantes porciones de la biosfera y de una parte significativa de la especie humana.

Esto sucederá, aunque no sabemos ni cuándo ni cómo, dicen biólogos notables. Si llegase el temido NBO (The Next Big One), el próximo gran virus devastador, podría, según el investigador de la USP Prof. Eduardo Massad, llevar a la muerte a alrededor de 2.000 millones de personas, reduciendo la esperanza de vida general de 72 a 58 años. Otros temen incluso el fin de la especie humana.

El hecho es que ya estamos dentro de la sexta extinción en masa. Según algunos científicos, hemos inaugurado una nueva era geológica, la del antropoceno y su más dañina expresión, el necroceno. La actividad humana (antropoceno) es responsable de la producción masiva de muerte (necroceno) de seres vivos.

Los diferentes centros científicos que vigilan sistemáticamente el estado de la Tierra confirman que, año tras año, los principales elementos que perpetúan la vida (agua, suelos, aire limpio, semillas, fertilidad, climas y otros) se están deteriorando cada día más. ¿Cuándo va a parar esto?

El día de la Sobrecarga de la Tierra (The Earth Overshoot day) ocurrió el día 29 de julio de 2019. Esto significa que en esa fecha se habían consumido todos los recursos naturales disponibles y renovables para ese año. La Tierra entró en números rojos, tenía un cheque sin fondos.

¿Cómo detener este agotamiento? Si insistimos en mantener el consumo actual, especialmente el consumo suntuoso, tenemos que aplicar más violencia contra la Tierra obligándola a darnos lo que ya no tiene o ya no puede reemplazar. Su reacción se expresa por eventos extremos, como el vendaval bomba de Santa Catarina a fines de junio y por los ataques de varios tipos de virus conocidos: zika, chicungunya, ébola, Sars, el coronavirus actual y otros. Hay que incluir el crecimiento de la violencia social, ya que la Tierra y la Humanidad constituyen una sola entidad relacional.

O cambiamos nuestra relación con la Tierra viva y con la naturaleza o tendremos que contar con virus nuevos y más potentes que podrían aniquilar millones de vidas humanas. Nuestro amor a la vida, la sabiduría humana de los pueblos y la necesidad del cuidado nunca han sido tan urgentes.

*Leonardo Boff es ecoteólogo y escritor. Acaba de escribir este libro “O Covid-19: A Mãe Terra contra-ataca a Humanidade”, que saldrá publicado por la Editora Vozes este año.

Traducción de Mª José Gavito Milano

 

 

 

 

O coronavírus: uma ataque da Terra contra nós

 Até a presente data toda a preocupação face ao Covid-19 está centrada na medicina, na técnica e em todos os insumos que impedem a contaminação dos operadores da saúde. Principalmente se busca de forma urgente uma vacina eficaz. Na sociedade, o isolamento social e evitar a conglomeração de pessoas.Tudo isso é fundamental. No entanto, não podemos considerar o coronavírus como um dado isolado. Ele deve ser visto dentro do contexto que permitiu sua irrupção.

Ele veio da natureza. Ora, como bem disse o Papa Francisco em sua encíclíca “sobre o cuidado da Casa Comum:”Nunca maltratamos e ferimos nossa Casa Comum como nos dois últimos séculos”(n.53). Quem a feriu foi o processo industrialista: o socialismo real (enquanto existia) e principalmente o sistema capitalista hoje globalizado. Este é o Satã da Terra que a devasta e à leva a todo tipo de desequilíbrios.

Ele é o principal (não o único) responsável pelas várias ameaças que pairam sobre o sistema-vida e o sistema-Terra: desde o possível holocausto nuclear, o aquecimento global, a escassez de água potável até a erosão da biodiversidade. Faço minhas as palavras do conhecido geógrafo norte-americano David Harley: “O COVID-19 é a vingança da natureza por mais de quarenta anos de maus-tratos e abuso nas mãos de um extrativismo neoliberal violento e não regulamentado”.

Isabelle Stengers, química e filósofa da ciência que muito trabalhou em parceria com o Nobel Ilya Prigogine, sustenta a mesma tese que eu também sustento:”o coronavírus seria uma intrusão da Terra-Gaia nas nossas sociedades, uma resposta ao antropoceno”.

Conhecíamos outras intrusões: a peste negra (peste bubônica) que vinda da Eurásia dizimou, ao todo, segundo estimativas, entre 75-200 milhões de pessoas. Na Europa entre 1346-1353 desfalcou a metade de sua população de 475 para 350 milhões. Ela precisou de 200 anos para se recompor. Foi a mais devastadora já conhecida na história. Notória também foi a gripe espanhola. Oriunda possivelmente dos USA entre 1918-1920, infectou 500 milhões de pessoas e levando 50 milhões à morte, inclusive o presidente eleito Rodrigues Alves em 1919.

Agora, pela primeira vez um vírus atacou o planeta inteiro, levando milhares à morte sem podermos detê-la por sua rápida propagação já que vivemos numa cultura globalizada com alto deslocamento de pessoas que viajam por todos os continentes e podem ser portadores da epidemia.

A Terra já perdeu o seu equilíbrio e está buscando um novo. E esse novo poderá significar a devastação de importantes porções da biosfera e de parte significativa da espécie humana.

Isso vai ocorrer, apenas não sabemos quando nem como, afirmam notáveis biólogos. Se vier a temida NBO (The Next Big One), o próximo grande e devastador vírus, poderá, segundo o pesquisador da USP Prof. Eduardo Massad, levar à morte cerca de 2 bilhões de pessoas, diminuindo a expectativa geral de vida de 72 para 58 anos. Outros temem até o fim da espécie humana.

O fato é que já estamos dentro da sexta extinção em massa. Inauguramos segundo alguns cientistas, uma nova era geológica, a do antropoceno e sua expessão mais danosa, a do necroceno. A atividade humana (antropoceno) se revela a responsável pela produção em massa da morte (necroceno) de seres vivos.

Os diferentes centros científicos que sistematicamente acompanham o estado da Terra atestam que, de ano para ano, os principais itens que perpetuam a vida (água, solos, ar puro, sementes,fertilidade, climas e outros) estão se deteriorando dia a dia. Quando isso vai parar?

O dia da Sobrecarga da Terra (the Earth Overshoot Day) foi atingido no dia 29 de julho de 2019. Isto significa: até esta data foram consumidos todos os recursos naturais disponíveis e renováveis. Agora a Terra entrou no vermelho e no cheque especial.

Como frear esta exaustão? Se teimarmos em manter o consumo atual, especialmente o suntuoso, temos que aplicar mais violência contra a Terra forçando-a a nos dar o que já não tem ou não pode mais repor. Sua reação se expressa pelos eventos extremos, como o vendaval-bomba em Santa Catarina em fins de junho e pelos ataques dos vários tipos de vírus conhecidos: zika, chicungunya, ebola, Sars, o atual coronavírus e outros. Devemos incluir o crescimento da violência social já que Terra e Humanidade constituem uma única entidade relacional.

Ou mudamos nossa relação para com a Terra viva e a para com a natureza ou poderemos contar com novos e mais potentes vírus que poderão dizimar milhões de vidas humanas. Nunca o nosso amor à vida, a sabedoria humana dos povos e a necessidade do cuidado foram tão urgentes.

Leonardo Boff é ecoteólogo e escritor.Acaba de escrever um livro:”O Covid-19: A Mãe Terra contra-ataca a Humanidade” a sair pela Editora Vozes ainda este ano.