La discriminazione degli afrodiscendenti continua

Una conseguenza della campagna elettorale del 2018 antidemocratica e segnata da un incalcolabile numero di fake news, è stata un rafforzamento di un razzismo già esistente: contro gl’indigeni, contro gli abitanti dei quilombos e particolarmente contro negri e negre. Secondo l’ultimo censimento, 55,4 % dei cittadini brasiliani si sono dichiarati o pardos o neri. Cioè, dopo il Kenia siamo la maggior nazione nera del mondo. La maggioranza ha nel suo sangue l’eredità africana. D’altra parte, bianchi, neri e gialli e di altri colori siamo africani, perché è stato in Africa che milioni di anni fa ha fatto irruzione il processo di antropogenesi.

Siccome la nostra storia è stata scritta da mani bianche, molti storici hanno tentato di annacquare la storia della schiavitù. Il fatto è che la schiavitù ha disumanizzato tutti, padroni e schiavi. L’uno e l’altro hanno vissuto la schiavitù in una permanente sindrome di paura, di rivolta, di avvelenamenti, di assassinii di padroni, di figli, di aggressione alle loro donne. I signori per poter contenere e usare la violenza contro i neri dovettero reprimere il loro senso di umanità e di compassione. Per questo, fino ad oggi le classi dominanti, eredi dell’ordine dettato dalla schiavitù, sono intrise dal preconcetto che i neri, e i mulatti devono essere trattati con violenza e durezza. Sono considerati pigri, mentre, in realtà, sono stati loro a costruire le nostre chiese e gli edifici coloniali.

Gli schiavi erano quasi sempre più numerosi dei bianchi. A Salvador e nella Capitania del Sergipe, intorno agli anni 1824, si contavano 666 mila schiavi e 192 mila bianchi liberi (Clovis Moura, sociologia del nero 1988, p.232). Nel 1818 in tutto il Brasile, 50,6 % della popolazione era di neri schiavi (Beozzo, chiesa e schiavitù, 1980, p. 259). E attualmente, come abbiamo riferito sopra sono 55,4 % della popolazione.

La schiavitù ha disumanizzato i negri molto più che gli altri. Darcy Ribeiro nel suo straordinario Il Popolo Brasiliano (1995) riassume bene la condizione di schiavitù:

Senza amore di nessuno, senza famiglia, senza sesso per non contare la masturbazione, senza nessuna identificazione possibile con nessuno –il loro capataz poteva essere un nero compagno di sventura, un nemico–, straccione e sudicio, schifoso e puzzolente, rognoso o malato, senza poter ricavare piacere o orgoglio dal proprio corpo. Vivevano una loro routine: che consisteva nel patire tutti i giorni il castigo quotidiano di scudisciate abbondanti perché imparassero a lavorare con attenzione e impegno.

Ogni settimana, c’era un castigo preventivo, pedagogico per non far loro pensare alla fuga e, quando richiamava l’attenzione sulla fuga piombava su di lui un castigo esemplare, nella forma di mutilazione di dita, di perforazione dei seni, di bruciature con tizzoni, di ritrovarsi tutti i denti spaccati metodicamente o di bastonate o a rimanere in piazza alla gogna; intorno alle 300 scudisciate in un colpo solo, per uccidere, o 50 scudisciate per sopravvivere. Se fuggiva e veniva preso poteva essere marcato con un ferro rovente, essere bruciato vivo, con tanti giorni di agonia, all’imbocco di una fornace oppure in una botta sola buttato dentro per bruciare come una torcia resinosa.” (p.119-120).

A causa di questo tipo di violenza, gli schiavi hanno interiorizzato il loro oppressore. Per sopravvivere, hanno dovuto accettare religione, costumi e lingua dei loro oppressori. Hanno sviluppato la strategia del “jeitinho” per non dire mai di no e al tempo stesso poter raggiungere un obiettivo che in altro modo mai avrebbero raggiunto.

Già da molto tempo è nata una robusta coscienza della negritudine con la determinazione di riscattare l’identità loro propria, le loro religioni e il loro modo di stare nel mondo. Si tratta di stabilire il soggetto della liberazione e negri e le nere, contrastando il loro inserimento forzato nella iniqua storia della barbarie bianca.

La storia raccontata da mano nera non è soltanto una storia contro il bianco; è una storia loro propria, che non si confonde con la storia degli schiavisti, anche se ad essa sta legata dialetticamente, e con essa sta facendo il suo libero corso.

L’abolizione degli schiavi del 1888 non significò l’abolizione della mentalità schiavista, presente nella cultura dominante che continua a mantenere centinaia di lavoratori con una relazione analoga a quella degli schiavi. Nel gennaio del 2019, c’erano 204 imprenditori colpevoli di questo crimine. Basta leggere la recente opera distribuita nel 2019 “Studi sopra la forma contemporanea di lavoro schiavo” (Maud) con la collaborazione di 44 ricercatori che hanno coperto nel loro studio gran parte dell’area nazionale, organizzata dal noto socialista, insieme ad altri, Riccardo Rezende Figueira. L’impressione finale è spaventosa. Come ancora oggi persiste la perfida disumanità di esseri umani che schiavizzano altri esseri umani?

*Leonardo Boff è ricercatore e ha scritto Coscienza negra e processo di liberazione, in “A voz do arco-iris, Sextante ,Rio 2004,pp.88-106.

Traduzione di Romano Baraglia e Lidia Arato.

The Age of Unproductive Capital: New Architectures of Power: L.Dowbor

Ladislau Dowbor é um dos nossos melhores economistas, professor de pós-graduação da PUC-SP, com vasta experiência internacional. É crítico do atual sistema do capital, particularmente o especulativo que domina e explora o mundo inteiro. Comparece como  um dos poucos  que associa economia com ecologia e por isso nos dá uma visão ampliada da economia e dos riscos que correm o sistema vida e o sistema Terra. Recebeu um grande elogio do Noam Chomsky, considerado possivelmente o maior intelectual dos USA. Publicamos aqui uma apresentação do livro em inglês pois nos convida a lê-lo e iluminar nossa perspectiva sobre os caminhos do poder econômico que se espraia em todos os países. LBoff

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Ladislau Dowbor – The Age of Unproductive Capital: New Architectures of Power – Cambridge Scholars, UK, 2019

This book offers a very direct and readable analysis of the main challenges facing our societies today, such as reducing inequality, protecting the planet, and in particular mobilizing our financial resources which linger in tax havens and feed speculation, instead of funding the sustainable development we need. It precisely considers the most important factors, including corporate governance, financialization, capturing political power, and the limits to adequate national economic policies in a world dominated by global finance. The Brazilian experience has been highlighted. The book’s presentation of how sensible and productive policies are dismantled will be highly interesting for the international community, whether in the academic, corporate or government spheres.

“Ladislau Dowbor’s work on unproductive capital [is] a revealing and deeply informed study of the enormous power that has accrued to financial institutions and the deleterious impact on the global economy as financial transactions drain the economy and undercut productive investment.  Dowbor’s focus is on the Brazilian experience, analyzed with care and insight, but the implications, as he clearly shows, are global in scope.  A very important contribution.”

Noam Chomsky – Massachusetts Institute of Technology, USA

Cover and back-cover:

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Sample first 30 pages:

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Contact Ladislau Dowbor: ldowbor@gmail.com

Ladislau Dowbor web-page : http://dowbor.org

 

 

A discriminação dos afrodescentes continua

        Uma consequência da campanha eleitoral de 2018, anti-democrática e marcada por um sem número de fake news (falsas notícias), foi o fortalecimento do já existente racismo contra indígenas, quilombolas e particularmente contra negros e negras. Segundo o ultimo censo, 55,4% se declaram pardos ou negros. Quer dizer, depois de Kênia somos a maior nação negra do mundo. A maioria tem em seu sangue a herança africana. Aliás todos, brancos, negros e amarelos e otros somos africanos. Pois foi em Áfria que irrompeu o processo da antropogênese há milhões de anos.

Como nossa história foi escrita pela mão branca, muitos historiadores tentaram suavizar a escravidão. O fato é que a escravidão desumanizou a todos, senhores e escravos. Ambos viveram a escravidão numa permanente síndrome de medo, de revoltas, de envenenamentos, de assassinatos de patrões, de filhos, de assaltos a suas mulheres. Os senhores para contê-los e aplicar a violência contra os negros, tiveram de reprimir seu sentido de humanidade e de compaixão. Por isso, até hoje as classes dominantes, herdeiras da ordem escravagista, são habitadas por preconceitos de que os negros, os mulatos devem ser tratados com violência e dureza. São consideramos preguiçosos quando, na verdade, foram eles que construiram nossas igrejas e edifícios coloniais.

Os escravos eram quase sempre muito mais numerosos que os brancos. Em Salvador e na capitania de Sergipe, por volta de 1824, eram 666 mil escravos e 192 mil brancos livres (Clovis Moura, Sociologia do negro 1988, p. 232). Em 1818, no Brasil todo, 50,6% da população era de negros escravos (Beozzo, Igreja e escravidão, 1980, p. 259). E atualmente como referimos acima, são 55,4% da população.

A escravidão desumanizou muito mais os negros. Darcy Ribeiro, em seu extraordinário O povo brasileiro (1995) resume bem a condição escrava:

“Sem amor de ninguém, sem família, sem sexo que não fosse a masturbação, sem nenhuma identificação possível com ninguém – seu capataz podia ser um negro, seus companheiros de infortúnio, inimigos -, maltrapilho e sujo, feio e fedido, perebento e enfermo, sem qualquer gozo ou orgulho do corpo, vivia a sua rotina. Esta era sofrer todo dia o castigo diário das chicotadas soltas, para trabalhar atento e tenso. Semanalmente, vinha um castigo preventivo, pedagógico, para não pensar em fuga, e, quando chamava atenção, recaía sobre ele um castigo exemplar, na forma de mutilações de dedos, do furo dos seios, de queimaduras com tição, de ter todos os dentes quebrados criteriosamente, ou dos açoites no pelourinho, sob trezentas chicotadas de uma vez, para matar, ou cinqüenta chicotadas diárias, para sobreviver. Se fugia e era apanhado, podia ser marcado com ferro, ser queimado vivo, em dias de agonia, na boca da fornalha, ou, de uma vez só, jogado nela para arder como um graveto oleoso” (p. 119-120).

Por causa desse tipo de violência, os escravos internalizaram dentro de si o opressor. Para sobreviver, tiveram de assumir a religião, os costumes e a língua de seus opressores. Desenvolveram a estratéga do ¨jeitinho” para nunca dizerem não e ao mesmo tempo poderem alcançar um objetivo que de outra forma jamais alcançariam.

Mas já há muito tempo surgiu forte a consciência da negritude com a determinação de resgatar a sua identidade, suas religiões e sua forma de estar no mundo. Trata-se da constituição do sujeito da libertação dos negros e negras contra sua inserção forçada na iniqua história da barbárie branca.

A história contada pela mão negra não é apenas uma história contra o branco; é uma história própria, que não se confunde com a história de seus opressores e escravocratas, embora esteja ligada dialeticamente a ela. Ela está fazendo seu curso livre.

A abolição dos escravos em 1888 não significou a abolição da mentalidade escravocrata, presente na cultura dominante que continua mantendo centenas de trabalhadores com uma relação análoga ao dos escravos. Em janeiro de 2019, havia 204 empreendedores cometendo esse crime. Basta ler a recente obra distribuída em 2019 “Estudos sobre as formas contemporâneas de trabalho escravo”(Maud) com a colaboração de quarenta e quatro pesquisadores, cobrindo grande parte da area nacional, organizada pelo conhecido especialista junto com outras, Ricardo Rezende Figueira. A impressão final é estarrecedora. Como ainda hoje persiste a pérfida desumanidade de seres humanos escravizando outros seres humanos?

Leonardo Boff é pesquisador e escreveu Consciência negra e processo de libertação, em “A voz do arco-iris, Sextante, Rio 2004 pp. 88-106.

 

 

 

A escravidão. Uma reflexão histórica no contexto das eleições presidenciais e 2018: E. Hoornaert

Eduardo Hoornaert é conhecido neste blog. É um historiador e pesquisador muito sério de nossa história e a da Igreja do Brasil. É atento às consequências que a vergonhosa escravidão se fazem presentes nas nossas práticas cotidianas. Os dados estatísticos nos revelam que 55,4% da população se declara  de negros e mulatos. A escravidão proclamada em 1888 não terminou. Ganhou novas formas, como por exemplo, pelo trabalho escravo a modo de escravidão que afeta centenas e centenas de pessoas . Uma razão a mais para sempre voltarmos para esta chaga que nunca se fecha e para a nossa responsabilidade de aboli-la verdadeiramente para não sermos tão maus uns para com os outros.Lboff

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A escravidão. Uma reflexão histórica no contexto das eleições presidenciais e 2018

                Eduardo Hoornaert

Em seu livro ‘A elite do atraso, da escravidão à Lava Jato’ (Leya, Rio de Janeiro, 2017), o sociólogo e historiador Jessé Sousa faz uma impiedosa anatomia da história do Brasil, como comprova o subtítulo do trabalho: ‘um livro que analisa o pacto dos donos do poder para perpetuar uma sociedade cruel, forjada na escravidão’. Para muitos, imagino, as palavras de Jessé Sousa soam ofensivas e até brutais. Mas, será que elas são falsas e devem ser rejeitadas sem mais nem menos? Eis o que pretendo considerar com você no texto que se segue.

1. O modo em que Jessé Sousa se expressa pode ser chocante, mas se baseia em séria pesquisa histórica. Dizer que a sociedade brasileira continua fundamentalmente marcada pela escravidão é uma afirmação de inconfundível veracidade histórica. Durante quatro séculos, os colonizadores portugueses se apoderaram de milhões de habitantes da África e os transportaram ao Brasil (os números comumente avançados são de aproximadamente 4.000.000 de pessoas) para se aproveitar de seus serviços em diversos projetos econômicos (cana de açúcar, minas de ouro, café etc.) e serviços domésticos.. Em consequência disso, a ‘escravidão’ (como Jessé Sousa costuma dizer) se tornou constitutiva do modo brasileiro de se viver em sociedade. Ela se perpetua até hoje, dos mais variados modos, malgrado determinados gestos formais como a Abolição da Escravatura no ano 1888, a Declaração dos Direitos Humanos em 1948 ou a mui tardia e ocultada condenação da escravatura pela Igreja Católica em 1965 (numa passagem nos documentos do Concílio Episcopal Vaticano II). Pode-se dizer que ela continua sendo a ‘marca registrada’ do Brasil. O que escrevo aqui pode parecer estranho, mas basta observar atentamente a vida diária para detectar comportamentos que só se explicam recorrendo à herança constitutiva da escravidão na formação do país. As empregadas domésticas, por exemplo, bem cedo de manhã, enchem os ônibus nas cidades brasileiras. Enfim, estamos diante de uma escravidão comumente ocultada e silenciada.

2. A história multimilenária da escravidão, desde os antigos impérios dos caldeus, assírios, babilônicos, persas, egípcios, helenistas e romanos, até os sistemas modernos oriundos da colonização europeia, demonstra que a escravidão tanto vitima os escravos quanto seus amos. É relativamente fácil detectar a vitimação dos primeiros na falta de autoestima, na obediência serviçal, na mentalidade de submissão e na quase impossibilidade de lutar por direitos humanos básicos. Resulta mais difícil perceber que os beneficiados pelo sistema igualmente atingidos em sua dignidade, autoestima e sua capacidade de encarar a realidade como ela é. Mesmo espíritos que, no passado, se destacaram por sua inteligência, experimentavam dificuldades em visualizar a escravidão com objetividade. Platão se limita a escrever que ‘uns nascem livres, outros escravos’, Aristóteles fala em ‘escravos por natureza’ e mesmo o grande teólogo cristão Agostinho afirma que a escravidão é ‘fruto do pecado’. Nos raros textos antigos alusivos à escravidão, o tema da inferioridade ‘congênita’ do escravo aparece invariavelmente. Aqui chamo a atenção, de passagem, para a originalidade da postura de Jesus de Nazaré que, vivendo numa sociedade escravocrata, não só toma partido pelos escravos mais os exorta a lutar por seus direitos (As ‘bem-aventuranças’).

3. É nessa história de longa duração que o Brasil se insere. Os ‘explicadores do Brasil’, desde os pioneiros dos anos 1930 (Gilberto Freyre) até os mestres professores dos anos 1930-1940 (Caio Prado Júnior, Sérgio Buarque de Holanda, Paulo Prado e outros), abordam, como não podia deixar de ser, a temática da escravidão. Eles apresentam saídas, e vale a pena averiguar em que elas consistem. O primeiro grande explicador do Brasil é o pernambucano Gilberto Freyre, que em 1936 publica o livro ‘Casa Grande e Senzala’. O valor do livro consiste em confrontar o brasileiro com a identidade binária que caracteriza sociedades escravocratas: Casa Grande e Senzala. Esse brasileiro contempla o mundo a partir da Casa Grande ou a partir da Senzala. Não há meio termo. A narrativa de Freyre penetra fundo. Assim, por exemplo, o autor observa que o sistema só se sustenta por uma sutil combinação entre ‘bondade’ e crueldade. A paz, no domínio, só é garantida quando o Senhor da Casa Grande consegue, ao mesmo tempo, ostentar bondade e tranquilidade e reprimir impiedosamente qualquer sinal de revolta por parte da Senzala. A revolta na Senzala ameaça o desabamento do sistema todo. Daí se compreende que o ódio ao escravo é constitutivo da estrutura política e social do Brasil, como bem entendeu o abolicionista pernambucano Joaquim Nabuco (final do século XIX) quando escreveu: ‘a bondade dos senhores não é outra coisa senão a submissão dos escravos’. A explicação de Gilberto Freyre ainda hoje é atual. Ela descreve a vida no país de modo simples e convincente.

De outro lado, o mestre pernambucano se embrulha quando pretende apontar uma saída no sentido de ‘conciliar’ Casa Grande e Senzala. Ele tira da manga o slogan ‘democracia racial’. O abismo entre senhores e escravos se elimina por meio de um modo originalmente brasileiro de ‘democracia’, uma democracia entre raças e culturas, uma ‘miscigenação’. Aqui, em contraste do que se observa nos Estados Unidos, brancos não convivem pacificamente com negros? O Brasil não é um país em que os conflitos sociais inexistem, por força da mestiçagem e da peculiaridade de uma ‘civilização luso-tropical’? O Brasil não é um país que desconhece revoluções e movimentos violentos? Um país pacífico por natureza?

Hoje, as tensões políticas e culturais desmentem a tese freyriana da ‘democracia racial’. O celebrado autor pernambucano, ao querer solucionar o dilema brasileiro, nada mais fez que varrer o potencial violento do pais em baixo do tapete.Vinte anos após Gilberto Freyre surge em São Paulo uma nova escola de ‘explicadores do Brasil’, desta vez na prestigiosa Universidade de São Paulo (USP), modelo inconteste, durante décadas, do ensino superior brasileiro. O ponto de partida é a ideia do ‘desenvolvimento’, em franca ascensão por todo o Ocidente nos anos das descolonizações, cuja plausibilidade se assenta em duas premissas. De um lado, ela tranquiliza os antigos colonizadores (os europeus), e do outro lado apresenta uma saída plausível aos países que se libertaram da colonização e que agora se tornam ‘subdesenvolvidos’ ou, num linguajar mais elegante, ‘em vias de desenvolvimento’. A partir dos anos 1950 e por longas décadas, a ideologia desenvolvimentista ganha corações e mentes. Acolhido pelos intelectuais da USP, ele suscita uma nova geração de explicadores do Brasil, como Caio Prado Júnior, Sérgio Buarque de Holanda, Paulo Prado e outros, cujas ‘explicações’ entram que nem uma luva no modo em que 20 % dos brasileiros (os capacitados a se ‘desenvolver’) gostam de ver o mundo. Enquanto isso, não se tem nada a oferecer aos 80 % da população, a imensa maioria que não tem a mínima condição de participar da festa do desenvolvimento por falhas básicas em termos de conhecimento, condição financeira, capacidade de investir em algum negócio produtivo e lucrativo, etc.

Os professores da USP, afinal, terminam se metendo no mesmo impasse em que Gilberto Freyre já se meteu décadas antes, no momento em que procuram responder à pergunta: como se opera a convivência entre classes sociais tão divididas economica e culturalmente? Sérgio Buarque de Holanda, autor do famoso livro ‘Raízes do Brasil’ (1936), avança a imagem do ‘homem cordial’, na realidade uma reedição e adaptação do tema da ‘democracia racial’ de Gilberto Freyre: o brasileiro é ‘cordial’, supera os problemas por sua capacidade de comunicação para além de fronteiras sociais, econômicas e culturais, sua empatia e simpatia. Como Gilberto Freyre nos anos 1930, Sérgio Buarque, nos anos 1936-1960, varre o problema em baixo do tapete, tapa o buraco por meio de uma expressão ambigua: ‘o homem cordial’. Ele se deu conta da contradição que essa expressão encerra. Cordial vem de coração do qual, diz Sérgio Buarque de Holanda, pode vir a inimizade e o amor. A inimizade e o ódio também são “cordiais”. Mas ele não explora esta contradição, aplicada à sociedade brasileira. Antes,valoriza o lado luminoso da “cordialidade”.

4.A atual agitação em torno da eleição presidencial de 2018 demonstra que o brasileiro não é tão ‘cordial’ como Sérgio Buarque diz, nem tão ‘democrata’ como Gilberto Freyre supõe. Não há mais como varrer problemas não resolvidos em baixo do tapete. Eis o sentido histórico desta eleição. Hoje fica claro: há de se enfrentar os problemas que o país enfrenta, sem subterfúgios.

Talvez esteja na hora de aprender com a experiência de outras nações que, embora em situações bem diferentes das brasileiras, passaram ou passam por dificuldades de convivência.

O historiador alemão Eugen Rosenstock-Huessi (1888-1973, veja Internet) tirou uma importante conclusão dos sofrimentos que afetou inúmeras pessoas na época do surgimento do nazismo nos anos 1930. Ele chegou a afirmar que o sofrimento constitui um componente fundamental da aprendizagem humana. Numa conferência por ele pronunciada em 1967, ele afirmou de modo bastante radical: ’o ser humano aprende sofrendo. O sofrimento é a única fonte de sabedoria, não o cérebro’. E argumentou: ‘Descartes resolveu escrever por causa dos horrores da Guerra dos Trinta Anos, Kant se tornou filósofo sob o impacto da Guerra dos Sete Anos, Schopenhauer passou a refletir nos campos de batalha de Napoleão e Nietzsche emergiu como pensador durante a guerra entre a França e a Prússia’. A partir de considerações desse tipo, Rosenstock escreveu um ensaio intitulado ‘As revoluções europeias e o caráter das nações’, no qual defendeu a tese que um país só se torna um bom lugar para se viver após ter praticado ‘sua revolução’. Ele citou exemplos como o da Inglaterra do século XIV, quando se resolveu criar, ao lado da tradicional ‘House of Lords’ (parlamento dos donos das terras), a ‘House of Commons’ (parlamento de gente comum). A Inglaterra se tornou um país onde era bom viver a partir do momento em que os senhores das terras começaram a dialogar com seus trabalhadores. A França fez sua famosa revolução republicana no final do século XVIII, quando o ‘tiers état’ quebrou a tradicional hegemonia da nobreza aliada ao clero. Na Alemanha, a imensa catarse provocada pela Segunda Guerra Mundial fez com que o lema ‘Deutschland über alles’ (Alemanha acima de tudo) fosse substituído por ‘Wir schicken das’ (‘nós resolvemos isso’: palavras recentes de Ângela Merckel diante do problema da imigração).

Hoje, a Alemanha é um dos países mais democráticos do mundo. Na Bélgica, os flamengos, de língua e cultura germânica, têm de conviver com os valões, de língua e cultura latina. Queiram ou não queiram, pois não há outro jeito. Na Espanha, Bascos e Catalães passam atualmente pela dura prova de uma convivência nacional em torno de Madrid, pois sabem que o separatismo não resolve nada. E assim por diante.

Cada país tem seus problemas é só se torna um lugar bom de se viver quando enfrenta honestamente seus problemas e encaminha racionalmente uma solução, embora, diga-se de passagem, essa sempre seja de caráter provisório. Em outras palavras, segundo o modo de pensar de Rosenstock: há de se optar por sofrer menos, ou seja, por resolver os problemas do país com um mínimo possível de sofrimento. Infelizmente, a história demonstra que a humanidade nem sempre se mostra capaz de optar pelo menor sofrimento.

A história da Europa, nos últimos trezentos anos, que o diga: após a Guerra dos Trinta Anos veio a Guerra dos Sete Anos, depois a Guerra franco-prussiana, a Primeira Guerra Mundial e logo em seguida a Segunda Guerra Mundial.

5. Hoje, no Brasil, não dá mais para ocultar o sol com a peneira. As fórmulas mágicas de um passado recente (‘homem cordial’, ‘democracia racial’, ‘Brasil não violento’, ‘Deus é brasileiro’, ‘país do futuro’) não funcionam mais. Os donos do poder, por meio de seus instrumentos comunicativos, espalham apreensões e temores, preconceitos e mentiras, ódios e repulsas, simpatias e antipatias, com o intuito de lançar as pessoas num labirinto de opiniões e sentimentos donde não conseguem mais sair. Um labirinto de mensagens confusas, frequentemente contraditórias, emanadas de sistemas de comunicação em massa que que têm como finalidade conseguir que as pessoas não consigam ver com seus próprios olhos e pensar com sua própria cabeça. Pessoas ingênuas, confusas, cheias de ‘verdades’.

De outro lado, a própria tensão política do momento parece indicar que o Brasil esteja iniciando um ‘processo civilizador’. Não escrevo ‘civilizatório’, que é coisa bem diferente, como se explica no livro ‘O Processo civilizador’, da autoria de Norbert Elias, cuja leitura aconselho vivamente. Para além de atitudes, opiniões e explicações tradicionais, esse processo repousa sobre uma dinâmica positiva na mente humana, que a impulsa à melhor convivência e vida mais satisfatória em sociedade. Uma dinâmica que, no caso do Brasil, impulsiona a convivência entre os 80 % e os 20 % dos quais falei acima.

Ora, processos civilizadores são demorados, pois não se muda um modo de pensar e de agir de um dia para o outro. Além disso, um processo civilizador procede na base da sociedade, pois passa inevitavelmente pela observação livre e desimpedida da cotidianidade. Uma observação capaz de mudar um determinado modo de se encarar o mundo e de libertar a pessoa do labirinto em que se encontra. Afinal, olhar livremente é só olhar, pensar livremente é só pensar.

Nesse sentido, penso que os anos vindouros, na sociedade brasileira, não serão fáceis, mas ao mesmo tempo podem abrir nova perspectivas. Uma sociedade tão dramaticamente dividida entre os que têm e os que não têm, não se transforma de um dia para outra, com vara de condão. Importa a vontade de sair do labirinto em que os grandes meios de comunicação teimam em nos meter e de adquirir uma postura livre e aberta diante do mundo em que vivemos. Na impossibilidade de invisibilizar, esquecer, reprimir ou mesmo eliminar (segundo um discurso brutal, em voga nos dias de hoje) a maioria da população, resta-nos a aprendizagem de uma convivência capaz de resultar numa vida mais satisfatória para a maioria da população.