Il misterioso destino di ognuno di noi

Ognuno di noi ha l’età dell’universo, che ha 13,7 miliardi di anni. Eravamo tutti virtualmente insieme in questo puntino, più piccolo della testa di uno spillo, ma pieno di energia e materia. La grande esplosione avvenne e generò le enormi stelle rosse all’interno delle quali si formarono tutti gli elementi fisico-chimici che compongono l’universo e tutti gli esseri. Siamo figli e figlie delle stelle e della polvere cosmica. Siamo anche quella porzione della Terra vivente che è arrivata a sentire, a pensare, ad amare e a venerare. Secondo noi la Terra e l’universo sentono di formare un grande “Tutto”. E possiamo sviluppare la consapevolezza di questa appartenenza.

Qual è il nostro posto all’interno di questo “Tutto”? Più precisamente, nel processo di evoluzione? All’interno di Madre Terra? All’interno della storia umana? Non ci è ancora permesso saperlo. Forse questa sarà la grande rivelazione quando faremo il passaggio alchemico da questo lato della vita all’altro. Li, spero, tutto sarà chiaro e saremo sorpresi perché saremo tutti collegati, in modo ombelicale, formando l’immensa catena di esseri e il tessuto della vita. Cadremo, credo, nelle braccia di Dio-Padre-e-Madre di infinita misericordia per coloro che ne hanno bisogno a causa delle loro cattive azioni e in un eterno abbraccio amorevole per coloro che sono stati guidati dal bene e dall’amore. Dopo aver attraversato la clinica di Dio-misericordia, arriveranno anche gli altri.

Io, da bambino di pochi mesi, ero destinato a morire. Mia madre raccontava, e le mie zie ripetevano sempre, che avevo “la piccola scimmia”, un’espressione popolare per l’anemia grave. Tutto ciò che ingerivo, lo vomitavo. Tutti dicevano nel dialetto veneziano: “poareto, va morir”: “poverino, morirà”.

Mia madre, disperata e di nascosto da mio padre che non credeva nelle benedizioni, andò da una santona, la vecchia Campañola. Lei fece le sue preghiere e disse: “Fai un bagno con queste erbe; dopo aver fatto il pane nel forno, aspetta fino a che non è troppo caldo e metti il tuo bambino dentro”. Questo è ciò che ha fatto mia madre Regina. Con la pala per togliere il pane cotto mi ha messo dentro. Mi ha lasciato lì per un bel po’ di tempo.

Ecco che è accaduta una trasformazione. Mentre mi stava togliendo da dento il forno, iniziai a piangere, dissero, e a cercare il seno per succhiare il latte materno. Successivamente mia madre masticava i bocconcini più duri in bocca e me li dava. Ho iniziato a mangiare e a rafforzarmi. Sono sopravvissuto. Ed eccomi, ufficialmente vecchio, di 80 anni.

Ho attraversato diversi rischi che avrebbero potuto costarmi la vita: un aereo DC-10 in fiamme diretto a New York; un incidente d’auto contro un cavallo morto sulla strada che mi ha rotto dappertutto; un enorme chiodo che è caduto di fronte a me quando stavo studiando a Monaco e avrebbe potuto uccidermi se mi fosse caduto in testa; nelle Alpi, la caduta in una valle profonda ricoperta di neve e contadini bavaresi, vedendomi con l’abito scuro di francescano e che affondavo sempre di più, mi tirarono su con una corda. E altri.

Norberto Bobbio mi ha concesso il dottorato honoris causa in politica dall’Università di Torino. Comprese che la teologia della liberazione aveva dato un contributo importante nell’affermare la forza storica dei poveri. Non è sufficiente l’assistenzialismo classico o la semplice solidarietà, mantenendo i poveri sempre dipendenti, questo è insufficiente. Possono essere soggetti della loro liberazione quando hanno coscienza di sé e sono organizzati. Andiamo avanti per i poveri, insistiamo nel camminare con i poveri, essendo loro i protagonisti, e chi può e ha questo carisma, viva come i poveri, come molti hanno fatto, come il vecovo Dom Pedro Casaldáliga.

Ricordo che ho iniziato il mio discorso di ringraziamento per il titolo, concesso da questa figura straordinaria che fu Norberto Bobbio: “Vengo dalla pietra scheggiata, dal profondo della storia, quando avevamo a malapena i mezzi per sopravvivere. I miei nonni italiani e la mia famiglia esplorarono un’area disabitata ricoperta di pini, Concordia, ai confini del Stato di Santa Catarina. Dovevano combattere per sopravvivere. Molti sono morti per mancanza di dottori. Poi sono progredito nella scala dell’evoluzione: gli 11 fratelli hanno studiato, hanno fatto l’università, io ho potuto finire i miei studi in Germania. Ora sono qui in questa famosa università”. E su richiesta di Bobbio, ho riassunto gli scopi della Teologia della Liberazione, il cui perno centrale è l’opzione per i poveri, contro la povertà e per la giustizia sociale. Ho tenuto molti corsi in tutto il mondo, ho scritto molto, ho asciugato lacrime e ho mantenuto forte la speranza di militanti che erano frustrati dalle direzioni del nostro paese.

Qual sarà il mio destino? Non lo so. Ho preso come motto quello di mio padre, che lo viveva: “Chi non vive per servire, non serve per vivere”. A Dio l’ultima parola.

Leonardo Boff é teólogo, filósofo e ha scritto in occasione dei suoi 80 anni: “Reflexões de um velho teólogo e pensador” (Riflessioni di un vecchio teologo e pensator), Vozes 2019.

Traduzione di M. Gavito & S. Toppi.

El misterioso destino de cada uno

Cada uno de nosotros/as tiene la edad del universo que son 13,7 mil millones de años. Todos/asestábamos virtualmente juntos en aquel puntito, más pequeño que la cabeza de un alfiler, pero repleto de energía y de materia. Ocurrió la gran explosión y generó las enormes estrellas rojas dentro de las cuales se formaron todos los elementos físico-químicos que componen el universo y todos los seres que lo forman. Somos hijos e hijas de las estrellas y del polvo cósmico. Somos también la porción de la Tierra viva que ha llegado a sentir, a pensar, a amar y a venerar. Por nosotros la Tierra y el universo sienten que forman un gran Todo. Y nosotros podemos desarrollar la conciencia de esa pertenencia.

¿Cuál es nuestro lugar dentro de ese Todo? Más inmediatamente, ¿dentro del proceso de la evolución? ¿Dentro de la Madre Tierra? ¿Dentro de la historia humana? No nos es dado saberlo todavía. Tal vez será la gran revelación cuando hagamos el paso alquímico de este lado de la vida hacia el otro. Ahí, espero, todo quedará claro y nos sorprenderemos porque todos estamos umbilicalmente interrelacionados, formando la inmensa cadena de los seres y el tejido de la vida. Caeremos, así lo creo, en los brazos de Dios-Padre–y-Madre de infinita misericordia para quien la necesita por causa de sus maldades y en un abrazo amoroso eterno para los que se orientaron por el bien y por el amor. Después de pasar por la clínica de Dios-misericordia, los otros vendrán también.

Yo de niño de pocos meses estaba condenado a morir. Cuenta mi madre, y las tías siempre lo repetían, que tenía “el macaquiño”, expresión popular para la anemia profunda. Todo lo que ingería, lo vomitaba. Todos decían en dialecto véneto: “poareto, va morir”: “pobrecito, va a morir”.

Mi madre, desesperada y a escondidas de mi padre que no creía en esas cosas, fue a la rezandera, a la vieja Campañola. Ella hizo sus rezos y le dijo: “dele un baño con estas hierbas y después de hacer el pan en el horno, espere hasta que esté tibio y meta a su hijito dentro”. Eso fue lo que hizo mi madre Regina. Me puso sobre la pala de sacar el pan horneado y me metió dentro. Y me dejó allí un buen rato.

Y ocurrió una transformación. Al sacarme del horno empecé a llorar, decían, y a buscar el pecho para chupar la leche materna. Después, mi madre, masticaba en su boca algunas comidas más fuertes y me las daba. Empecé a comer y a fortalecerme. Sobreviví. Y aquí estoy, oficialmente viejo, con 80 años cumplidos.

Pasé por varios peligros que podrían haberme costado la vida: un avión DC-10 en llamas rumbo a Nueva York; un accidente de automóvil contra un caballo muerto en la carretera que me rompió todo; un clavo enorme que cayó sobre mi frente cuando estudiaba en Múnich, que podría haberme matado si hubiera caído sobre mi cabeza; en los Alpes caí en un valle profundo cubierto de nieve y unos campesinos bávaros, viéndome con el hábito oscuro y que me hundía cada vez más, me sacaron con una cuerda. Y otros.

Norberto Bobbio me concedió el título de doctor honoris causa en política por la Universidad de Turín. Entendió que la teología de la liberación había realizado una contribución importante al afirmar la fuerza histórica de los pobres. El asistencialismo clásico o la mera solidaridad, manteniendo a los pobres siempre dependientes, es insuficiente. Ellos pueden ser sujetos de su liberación, cuando concientizados y organizados. Superamos el para los pobres, insistimos en el caminar con los pobres, siendo ellos los protagonistas, y quien pueda y tenga ese carisma viva como los pobres como lo hicieron tantos, como Dom Pedro Casaldáliga.

Recuerdo que comencé mi discurso de agradecimiento al título, concedido por esa notable figura que es Norberto Bobbio, diciendo: “vengo de la piedra lascada, del fondo de la historia, cuando a duras penas teníamos medios para sobrevivir. Mis abuelos italianos y mi familia desbravaron una región deshabitada y cubierta de pinares, Concórdia, en los confines de Santa Catarina. Ellos tuvieron que luchar para sobrevivir. Muchos murieron por falta de médicos. Después fui subiendo en la escala de la evolución: los 11 hermanos estudiaron, hicieron la universidad, yo pude terminar mis estudios en Alemania. Ahora estoy aquí en esta famosa universidad”.

A pedido de Bobbio, hice un resumen de los propósitos de la Teología de la Liberación, que tiene como eje central la opción por los pobres contra su pobreza y a favor de la justicia social. Di muchos cursos por todo el mundo, escribí bastante, enjugué lágrimas y mantuve fuerte la esperanza de militantes que se frustraban con los rumbos de nuestro país.

¿Cuál será mi destino? No lo sé. Tomé como lema el que era de mi padre, que lo vivía: “quien no vive para servir, no sirve para vivir”. A Dios la última palabra.

Leonardo Boff es teólogo, filósofo y ha escrito por sus 80 años: “Reflexiones de un viejo teólogo y pensador”, Vozes 2019.

Traducción de Mª José Gavito Milano

 

Os “malucos” sapateiam no palco:Eliane Brum

Os “malucos” sapateiam no palcoAqueles que não eram levados a sério hoje têm poder atômico e também o de destruir a Amazônia

Bolsonaro ao lado do futuro chanceler Ernesto Araújo
Bolsonaro ao lado do futuro chanceler Ernesto Araújo JOÉDSON ALVES

Nas últimas décadas existiu um consenso de que, diante dos absurdos que eram ditos nas redes e em outros espaços, a melhor estratégia era não responder. Contestar pessoas claramente mal intencionadas e intelectualmente desonestas, em sua busca furiosa por fama, seria legitimá-las como interlocutor, dando crédito ao que diziam. E, assim, servir de escada para que ganhassem mais visibilidade. A frase popular que expressa essa ideia é: “Não bata palmas para maluco dançar”. A eleição de Donald Trump, de outros populistas de extrema-direita e agora de Jair Bolsonaro revelou que este foi um equívoco que vai custar muito caro.

O que se deixou de perceber é que, com a internet, os “malucos” já tinham um palco nas redes sociais e no YouTube, assim como a capacidade de multiplicá-lo sem serem perturbados no WhatsApp. As falsas teorias que inventavam eram lidas como se fossem sérias e confiáveis. Os palcos haviam mudado de lugar e os “malucos” dançaram sem serem confrontados com fatos nem incomodados por ideias. As palmas só aumentavam de volume enquanto os ilustrados torciam o nariz ou esboçavam sorrisos de superior ironia.

Os “malucos” não só dançaram, como sapatearam. Em seguida, passaram a afirmar seus pensamentos como “verdades” – e verdades únicas. O próximo passo foi conquistar o poder. Hoje os “malucos” não só ocupam os palcos mais centrais como têm o poder atômico de explodir o mundo, como Trump, ou acabar com a Amazônia, como Bolsonaro.

Se a eleição de Trump já havia exposto essa realidade, a de Bolsonaro é ainda mais emblemática. No caso de Trump, ao menos se poderia contrapor que o presidente americano é um bem sucedido homem de negócios, algo bastante valorizado no país do “faça-se a si mesmo”, frase usada para encobrir desigualdades decisivas para o destino de cada um. No caso de Bolsonaro, apesar de ele se apresentar e ser apresentado como “capitão reformado”, o presidente eleito passou os últimos 28 anos como um político profissional com pouca ou nenhuma importância para as grandes decisões do Congresso, ganhando espaço no noticiário apenas como personagem burlesco. Conseguiu se eleger sem sequer participar de debates no segundo turno – ou exatamente por isso –, porque dominava os palcos que importavam para ganhar a eleição.

Bolsonaro, que é chamado de “mito”, é um mitômano

Embora Bolsonaro só assuma oficialmente em janeiro, claramente o governo de Michel Temer acabou em 28 de outubro, quando o deputado se elegeu presidente. Hoje os brasileiros percebem que aquilo que parecia ser um universo paralelo, que só em situações excepcionais cruzava com o real, se tornou o que podemos chamar de realidade. O homem que já governa o Brasil, chamado de “mito” por seus seguidores, é um “mitômano”.

O que sabemos até agora é que Bolsonaro venera três figuras masculinas: Carlos Alberto Brilhante Ustra, militar e torturador da ditadura (1964-85); Olavo de Carvalho, que se apresenta como filósofo e se popularizou na internet depois de ser colunista da grande imprensa, e Donald Trump. Ustra desponta como a referência ética de Bolsonaro, Carvalho como seu guru intelectual e Trump é seu farol como líder. Por enquanto, temos uma trindade. E, neste ponto, Bolsonaro poderia interromper para afirmar que Deus acima de todos, já que Deus passou a ser um ativo na economia política que tem regido o Brasil atual.

A trindade de Bolsonaro é composta por um torturador, um guru e… Trump

Carlos Alberto Brilhante Ustra já foi amplamente descrito. Ele é reconhecido como torturador pela justiça brasileira e, conforme testemunhos, seria responsável por pelo menos 50 assassinatos. Como torturador, foi capaz de espancar grávidas e de levar crianças para ver o corpo destruído dos pais. Olavo de Carvalho já se manifestou contra campanhas de vacinação, isso num país que assiste a doenças consideradas erradicadas voltarem a ameaçar por baixa cobertura vacinal. Mora nos Estados Unidos desde 2005 e dá cursos de filosofia em vídeos transmitidos pela internet. Em recente entrevista à jornalista Júlia Zaremba, na Folha de S. Paulo, Carvalho assim se manifestou, ao ser perguntado sobre educação sexual nas escolas:

“Quanto mais educação sexual, mais putaria nas escolas. No fim, está ensinando criancinha a dar a bunda, chupar pica, espremer peitinho da outra em público. Acham que educação sexual está fazendo bem, mas só está fazendo mal. O Estado não tem que se meter em educação sexual de ninguém”.A credibilidade não é mais construída por uma reputação baseada em conhecimentos expostos ao debate, mas pela percepção emocional de “autenticidade”

A linguagem que o mentor intelectual do novo presidente do Brasil leva para a imprensa formal é a que rege a internet. Não há qualquer base para o que afirma, não há um único caso confirmado de que alguma criança foi ensinada na escola a “dar a bunda, chupar pica, espremer peitinho da outra em público”. Isso até hoje não existe como fato. Mas não importa. As afirmações não precisam estar enraizadas em fatos, basta serem ditas. A verdade foi convertida em autoverdade. E a credibilidade não é construída por uma reputação de conhecimentos postos à prova e expostos ao debate, mas pela percepção emocional de “autenticidade” daquele que a consome.

É “verdade” porque Olavo de Carvalho diz que é verdade o que claramente inventou. E é verdade porque, individualmente, cada seguidor de Olavo de Carvalho decidiu que é verdade. E, desde 29 de outubro, dia seguinte ao segundo turno eleitoral, é verdade também porque Olavo de Carvalho é a referência intelectual do presidente da (ainda) oitava economia do mundo.

A partir de suas autoverdades, Olavo de Carvalho indicou dois ministros do novo governo: o das Relações Exteriores, o diplomata Ernesto Araújo, e o da Educação, o colombiano radicado no Brasil Ricardo Vélez Rodríguez. Na mesma entrevista, Carvalho conta o processo pelo qual conseguiu emplacar dois ministros para governar o Brasil:

“Coloquei no Facebook, creio que coloquei também na área de mensagens do Eduardo Bolsonaro (em rede social). Foi tudo. Eu sei que o Bolsonaro lê as minhas coisas e a gente está vendo que leva bastante a sério. Eu fico muito lisonjeado com isso. (…) Sugeri esses dois simplesmente porque me ocorreu na hora”.

A conturbada escolha do ministro da Educação explicitou a forma como o novo governo já começou a operar. O primeiro indicado, Mozart Neves Ramos, diretor do Instituto Ayrton Senna, foi derrubado pelos evangélicos porque seria “esquerdista”. Em seguida, foi cogitado o procurador Guilherme Schelb, próximo do líder evangélico Silas Malafaia e defensor do “Escola Sem Partido”, projeto que busca censurar conteúdos e professores. Ao sair do encontro com Bolsonaro, Schelb fez a seguinte afirmação à imprensa:

“Eu não posso dar tarefa de casa, como tem sido feito, para criança de 8, 9 anos aprender discussão de gênero, o que é sexo grupal, como dois homens transam? O que é boquete? Isso é uma discussão de gênero, é uma violação da dignidade da criança”.

Como a autoverdade dispensa os fatos, Schelb não foi incomodado pelo inconveniente de provar o que diz. Como por exemplo: em quais escolas do país e em quantas escolas do país crianças de 8 e 9 anos estão aprendendo sobre o que é boquete e sobre como dois homens transam? Onde está a tarefa de casa em que uma criança de 8, 9 anos precisa descrever um boquete e como dois homens transam?

A sociedade é levada a acreditar que as salas de aula são uma suruba permanente enquanto o real problema é empurrado para as sombras

Seria preciso perguntar onde isso está acontecendo e em que proporção isso está acontecendo no país. E o procurador precisaria responder. Com provas verificadas. Mas não há necessidade de provar. Basta dizer. Qualquer coisa. E assim vai crescendo no país o número de pessoas que acreditam que o cotidiano das salas de aula brasileiras é uma suruba permanente, quando os reais problemas, o baixo salário dos professores e a comprovada baixa qualidade do ensino ministrado no Brasil, são convenientemente empurrados para as sombras.

Dito de outro modo: o problema inventado se torna mais real do que o problema que de fato existe e que condena milhões de brasileiros às consequências de uma educação falha, limitando seu acesso ao mundo e suas possibilidades de uma vida plena.

Por fim, Bolsonaro acolheu a indicação de seu guru, Olavo de Carvalho: entre as várias crenças de Vélez Rodríguez, o futuro ministro da Educação, está a de defender que 31 de março de 1964, data do golpe que deu origem a uma ditadura de 21 anos, “é um dia para ser lembrado e comemorado”. Também critica a Comissão da Verdade, que apurou as torturas, sequestros e assassinatos cometidos por agentes de Estado durante o regime de exceção: “A malfadada ‘Comissão da Verdade’ que, a meu ver, consistiu mais numa encenação para ‘omissão da verdade’, foi a iniciativa mais absurda que os petralhas tentaram impor”. Nos próximos meses, a sociedade brasileira descobrirá como será ter a área da educação comandada por alguém que frauda os fatos históricos.

O futuro chanceler acusa a esquerda de ser “antinatalista”, mas omite que seu chefe defendeu a esterilização de mulheres para combater a pobreza e o crime

Vélez Rodríguez foi o segundo nome emplacado por Olavo de Carvalho. O primeiro foi Ernesto Araújo. As crenças do futuro chanceler já se tornaram piada internacional. Em seu blog chamado “Metapolítica 17” (número de Bolsonaro na cédula eleitoral), criado para apoiar seu futuro chefe, Araújo afirma que mudança climática é uma “ideologia de esquerda”. Também acusa o PT e a esquerda de “criminalizar o desejo do homem pela mulher, os filmes da Disney, a carne vermelha” e “o ar-condicionado”. Chegou a escrever que o PT “quer impedir que crianças nasçam” porque, para a esquerda, “todo o bebê é um risco para o planeta porque aumentará as emissões de carbono”.

Ao empilhar falsidades, Araújo omitiu uma verdade comprovada e documentada sobre seu candidato e agora chefe: nas últimas duas décadas, Bolsonaro defendeu a esterilização de mulheres e um rígido controle de natalidade como meios para combater a pobreza e a criminalidade. Mas quem se importa com fatos quando seus seguidores acreditam em qualquer mentira que ele disser que é verdade?

O problema é que nenhuma das afirmações escritas do futuro chanceler é piada. Ao contrário. É muito sério. Primeiro, porque Bolsonaro e parte de seu entorno manipulam essas mesmas mentiras. Segundo, porque os seguidores do presidente acreditam que são verdades. Terceiro, porque elas já começam a produzir consequências. O Brasil desistiu de sediar a próxima Conferência do Clima, a COP 25, em 2019, uma distinção que o governo brasileiro pediu e, dois meses atrás, Michel Temer (MDB) comemorou. Bolsonaro afirmou ter participado desta decisão e feito uma recomendação ao seu futuro ministro, Ernesto Araújo, para evitar a realização do mais importante evento mundial do clima no Brasil.

Está em curso a sexta extinção em massa na trajetória do planeta, a primeira causada pelos humanos

A liderança no debate da crise climática é a única que o Brasil teria as melhores condições para disputar, por ter no seu território a maior porção da maior floresta tropical do planeta, estratégica para o controle do aquecimento global. O país é também o mais biodiverso do mundo. Entre 1970 e 2014, a humanidade já destruiu 60% de todos os mamíferos, pássaros, peixes e répteis. Desde que os humanos apareceram na Terra, já desapareceram metade das plantas. O continente sul-americano é um dos que mais rapidamente está perdendo biodiversidade. Está em curso a sexta extinção em massa, a primeira causada pelos humanos.

Até a eleição de Bolsonaro, o Brasil tinha um papel de protagonista no debate do clima e da biodiversidade, no cenário mundial. Estes são os dois maiores desafios da atualidade, porque afetam todas as outras áreas, inclusive e muito fortemente o agronegócio. Hoje, em Katowice, na Polônia, é realizada a COP 24. Graças às declarações de Bolsonaro e Araújo, o Brasil é má notícia. Como foi má notícia no final de novembro, durante a Conferência Mundial da Biodiversidade.

Ao aceitar o convite para ser o futuro chanceler, Araújo abriu uma conta no Twitter. Como seu chefe, ele quer falar diretamente com os seguidores. Recentemente, escreveu um texto defendendo que sua indicação representaria um “mandato popular” no Itamaraty. Suas crenças supostamente representariam a vontade do povo no cenário externo. Araújo tenta seguir o mesmo caminho de seu padrinho, Olavo de Carvalho. Falando diretamente com os seguidores e desqualificando qualquer mediador, como a imprensa, a academia e mesmo seus pares, Araújo não precisa provar o que diz nem ter suas afirmações confrontadas com os fatos. Fala sozinho. Mas, para isso ser legítimo, como membro de um governo populista, precisa convencer o povo que fala pelo povo. Ou que o povo fala pela sua boca.

A certa altura, escreve: “E o povo brasileiro? Vocês não se preocupam com o que o povo brasileiro vai pensar de vocês? Sabem quem é o povo brasileiro? Já viram? Já viram a moça que espera o ônibus às 4 horas da manhã para ir trabalhar, com medo de ser assaltada ou estuprada? A mulher que leva a filha doente numa cadeira de rodas precária, empurrando-a de hospital em hospital sem conseguir atendimento? O rapaz triste que vende panos no sinal debaixo do sol o dia inteiro para mal conseguir comer? A mulher que pede dinheiro para comprar remédio, mas na verdade é para comprar crack e esquecer-se um pouco da vida? O outro rapaz atravessando a rua de muletas, com uma mochila toda rasgada às costas, na qual pregou o adesivo do Bolsonaro, talvez sua esperança de dar dignidade e sentido à sua luta diária? O pai de família com uma ferida na perna que não cicatriza nunca porque ele precisa trabalhar três turnos para poder alimentar os filhos? Aí está o povo brasileiro, não está no New York Times”.

Não é porque o chanceler de Bolsonaro não acredita em aquecimento global que o planeta vai deixar de aquecer e afetar a vida de milhões de pessoas

Como Araújo pretende falar diretamente com “o povo”, mas numa via de mão única, em que ele fala e o povo engole, ele prefere não explicar ao povo que são os mais pobres que sofrerão o maior impacto das mudanças climáticas. As pessoas em regiões de baixa renda têm sete vezes mais chances de morrer quando expostas a riscos naturais do que populações equivalentes em regiões de alta renda. Os mais pobres também têm seis vezes mais chances de serem feridos ou de precisarem se deslocar, abandonando suas terras e casas. O Brasil tem perdido mais de 6,4 bilhões de reais por ano com eventos extremos, como tempestades e inundações, provocados por mudanças climáticas.

A crise do clima tanto reflete a desigualdade abissal do Brasil quanto a amplia. São estas mesmas pessoas que Araújo diz conhecer – e seus críticos não – as que vão sofrer mais por ter um chanceler como ele. Não é porque Araújo não acredita em aquecimento global que o planeta vai deixar de aquecer e afetar a vida de milhões também no Brasil.

Ao final do texto, o chanceler se trai. Parte do povo, aquela que discorda dele, não entende nada. O chanceler com “mandato popular” diz ao “povo” que ele precisa deixar as decisões para quem sabe e para quem estudou: “Se você repudia a ‘ideologia do PT’, mas não sabe o que ela é, desculpe, mas você não está capacitado para combatê-la e retirá-la do Itamaraty ou de onde quer que seja. Ao contrário, você está ajudando a perpetuá-la sob novas formas. Se a prioridade é extrair a ideologia de dentro do Itamaraty, não lhe parece conveniente ter um chanceler capaz de compreender a ideologia que existe dentro do Itamaraty? Alguém que estuda essa coisa nos livros, há muitos anos, e não simplesmente ouviu alguma referência num segmento do Globo Repórter?”.

Como tudo pode ser muito pior, o Brasil não tem apenas um chanceler desastroso, mas dois. Na semana passada, o presidente eleito despachou um de seus filhos, o deputado Eduardo Bolsonaro, para bajular Donald Trump, o terceiro personagem de sua trindade. Como ressaltou Matias Spektor, na Folha: “O filho chegou fazendo compromissos numa agenda cara ao governo americano —Cuba, Jerusalém, China e Venezuela. Nada pediu em troca além da deferência americana a Bolsonaro. Como Trump não respeita quem faz concessões unilaterais, a equipe de Bolsonaro desvalorizou o próprio passe. (…) Trata-se de crença irracional que ignora o gosto de Trump por arrancar concessões de seus principais parceiros a troco de nada. (…) Os americanos irão à forra”.

Como a Família Bolsonaro pretende conseguir os melhores acordos para o Brasil usando o boné de quem está do outro lado da mesa de negociações?

Ao cumprir agenda oficial em Washington, o filho do presidente usou um boné onde estava escrito “Trump 2020”. Talvez a maioria possa compreender como é constrangedor um representante do presidente eleito do Brasil usar um boné defendendo a reeleição do atual presidente americano. É como se o próprio Brasil estivesse usando um boné de Trump 2020. Como se espera negociar os interesses do país em boas condições a partir desta posição de subalternidade explícita, como se fosse um fã vestindo a cabeça com o nome do seu ídolo? O pai não fez melhor durante a visita ao Brasil do assessor de Trump, John Bolton. Como se fosse um subalterno, bateu continência. E não foi correspondido.

É isso. Os “malucos” estão dançando no palco e não precisam que ninguém dê palco para eles. Nem precisam das palmas de setores que acreditavam ter o monopólio dos aplausos. Ao dançar, afirmam que os fatos são “fake News” e que a ciência é “fake News”. Como estão em posições de poder, e um deles será o próximo presidente do Brasil, os jornais são obrigados a reproduzir suas falas e sua dança.

As universidades serão governadas por eles. A política científica será decidida por eles. A Escola Sem Partido pode virar lei, estabelecendo a censura com a justificativa de combater um problema que não existe. E tudo indica que o SUS poderá ser desmantelado em nome da privatização da saúde. O destino da Amazônia e de seus povos será determinado por aqueles que querem abrir a floresta para exploração.

Quando muitos creem no mesmo delírio, o que acontece com a realidade?

Ernesto Araújo se tornou uma piada internacional porque suas afirmações são absurdas. Elas não se sustentam quando confrontadas aos fatos. Mas, quando muitos creem no mesmo delírio, o que acontece com a realidade? Esta é uma pergunta crucial neste momento. E um desafio para o qual precisamos construir uma resposta. E rápido.

Quando já não há uma base comum de fatos a partir da qual se pode conversar, não há linguagem possível. Por exemplo: nas últimas décadas, religiosos fundamentalistas defendem que a teoria da evolução, de Charles Darwin, deveria ser ensinada nas escolas junto com o “criacionismo”, crença pela qual tudo foi criado por Deus. Segundo eles, as duas se equivalem. A questão é que essa afirmação equivale a dizer que uma cadeira e uma laranja são o mesmo. Não são.

A evolução é uma teoria científica, o criacionismo é uma crença religiosa. A primeira foi preciso provar pelo método da ciência. Mesmo se você não acreditar nela, os processos que a teoria da evolução descreve continuarão existindo e agindo. A segunda você pode acreditar ou não e jamais poderá ser provada pelo método científico. As duas não se misturam nem se comparam. Misturá-las faria com que deixássemos de compreender uma parte da Ciência que faz esse mundo funcionar – e faria também com que a dimensão mítica dos textos religiosos se perdesse naquilo que têm de mais poético.

O mesmo vale para a mudança climática provocada por ação humana. Não é uma questão de crença ou de fé. Está provado pelos melhores cientistas do mundo. É tão evidente que a maioria já pode perceber mesmo numa investigação empírica, na sua própria experiência cotidiana. Se o futuro chanceler do Brasil acredita que o aquecimento global é uma “ideologia de esquerda”, o planeta não vai deixar de aquecer por conta da sua crença. Só crianças muito pequenas acreditam que algo vai deixar de existir se elas fingirem que não existe.

Como restabelecer a linguagem, de forma que possamos ter uma base mínima comum a partir da qual possamos voltar a conversar?

Mas, ao tratar fatos como crença – ou como “ideologia” –, tanto Araújo como o presidente eleito podem impedir que o Brasil faça o que precisa para reduzir as emissões de CO2, as principais responsáveis pelo aquecimento global, assim como impedir que o Brasil tome medidas de adaptação ao que está por vir. Temos apenas 12 anos para impedir que o planeta aqueça mais de 1,5 graus Celsius. Se passar disso, os efeitos serão catastróficos. É grave que, nestes 12 anos, em pelo menos quatro o Brasil terá no poder pessoas que confundem fatos com crenças. Ou, para seu próprio interesse, afirmam que aquilo que é fato é a “ideologia” dos outros.

A segunda pergunta crucial neste momento é: como restabelecer a linguagem, de forma que possamos ter uma base mínima comum a partir da qual possamos voltar a conversar? Também precisamos construir uma resposta. E rápido.

A terceira é como devolver o significado às palavras. Por exemplo: uma laranja. De novo. Eu e você precisamos concordar que uma laranja é uma laranja. Se eu disser que uma laranja é uma cadeira, como vamos conversar? Podemos discutir qual qualidade de laranja é melhor, como melhorar a produção de laranjas, de que forma ampliar o acesso de todos ao consumo de laranjas etc etc, mas não podemos discutir se a laranja é uma cadeira ou uma laranja, do contrário não avançaremos em nenhuma das questões importantes sobre a laranja. Tudo o que é relevante, como seu valor nutricional e a evidência de que os mais pobres não têm possibilidade de comprar ou plantar laranjas, ficará bloqueado pelo impasse de o interlocutor insistir que a laranja é cadeira.

Não é uma questão de opinião a laranja ser laranja – e não cadeira. Também não há fatos alternativos. Há fatos. E não há alternativa de a laranja ser uma cadeira. Atualmente, porém, o truque de tratar laranjas como cadeiras para impedir o debate é amplamente utilizado.

Enquanto metade da sociedade brasileira é chamada de “comunista” sem nunca ter sido, os temas que afetam a vida das pessoas são decididos sem participação popular

Se as palavras são esvaziadas de significado comum, não há possibilidade de diálogo. É o que está acontecendo com a palavra “comunismo”, entre muitas outras. Não há uma base mínima de entendimento sobre o que é comunismo. Então, tudo o que os seguidores de Bolsonaro não gostam ou são estimulados a atacar é chamado de “comunismo”, assim como todos aqueles que eles consideram seus inimigos são chamados de “comunistas”.

O significado de comunismo, porém, foi quase totalmente perdido. E assim a conversa está interditada, porque o que é laranja virou cadeira para uma parte da sociedade brasileira. Enquanto metade da sociedade brasileira é chamada de “comunista” sem nunca ter sido ou querer ser, os temas que afetam diretamente a vida das pessoas estão sendo decididos sem debate nem participação popular, como, por exemplo, a reforma da previdência.

Os “malucos” que hoje dançam em todos os palcos não são tão malucos assim. Ou, se são, também parecem bem espertos. É claro que há alguns deles que acreditam que, por exemplo, crise climática é “climatismo” ou uma “ideologia de esquerda”, como diz Araújo. Mas a maioria deles sabe que afirmar isso é quase tão estúpido quanto dizer que a Terra é plana. Então, depois de fazer bastante alarme com isso, eles vão para a próxima etapa do roteiro. Qual é?

Enquanto a turma de Bolsonaro faz a dancinha da invasão estrangeira, a Amazônia vai sendo tomada por seus amigos

Afirmar que, sim, é claro que o aquecimento global é um fato, mas “os países ricos já destruíram todas as suas riquezas naturais e agora usam a crise climática para manipular países como o Brasil”. Basta acompanhar as declarações recentes de Bolsonaro e outros do seu entorno para constatar que a estratégia usada para manter os seguidores alinhados será reavivar a falsa acusação de que os indígenas e as ONGs internacionais querem tomar a Amazônia do Brasil. A mentira da ameaça à soberania nacional nunca deixou de se manter ativa na disputa da Amazônia. Mas, em tempos de WhatsApp, pode atingir muito mais gente disposta a acreditar. Já começou.

Enquanto parte dos brasileiros se distrai com a dança dos “malucos”, os ruralistas vão tentar avançar no seu propósito de abrir as terras indígenas para exploração. Não custa lembrar, mais uma vez, que as terras indígenas são de domínio da União. Os indígenas têm apenas o usufruto exclusivo sobre elas. Quando Bolsonaro compara os indígenas em reservas com “animais num zoológico” e diz que os indígenas “querem ser gente como a gente”, querem poder vender e arrendar as terras, ele não está sendo apenas racista.

Ele também está manipulando. A sua turma quer que as terras públicas sejam convertidas em terras privadas, que possam ser vendidas e arrendadas e exploradas. Enquanto fazem a dancinha da invasão estrangeira, a floresta vai sendo tomada por dentro. O nacionalismo da turma de Bolsonaro bate continência não só para os Estados Unidos, mas também para os grandes latifundiários e para as corporações e mineradoras transnacionais.

No futuro bem próximo assistiremos ao que acontece quando um delírio coletivo, construído a partir de mentiras persistentes apresentadas como verdades únicas, é confrontado com a realidade. Às vezes parece que Bolsonaro acredita que tudo vai acontecer apenas porque ele está dizendo que vai. Ele diz, depois se desdiz, aí diz que inventaram que ele disse o que disse. Em resumo: ele diz qualquer coisa e o seu oposto. Em alguns sentidos, Bolsonaro parece uma criança extasiada com o sucesso que faz no mundo dos adultos, com bonés e figurinhas de seus ídolos. Parte do seu entorno, que não é burra, acredita que pode controlar a criança mimada e voluntariosa – e convencê-la a agir conforme seus interesses. Veremos.

Em algum momento, o seguidor de Bolsonaro vai descobrir que não pode sentar na laranja – nem comer a cadeira

O confronto das promessas com o exercício do poder já começou. Como explicar que serão mais de 20 ministérios e não os 15 prometidos? Ou como explicar as consequências de transferir a embaixada para Jerusalém, desrespeitando parceiros comerciais importantes como os árabes? Como lidar com a China, grande importador dos produtos brasileiros, batendo continência para Trump em meio a uma guerra comercial entre as duas grandes potências? Como lidar com os impactos que tudo isso terá na economia e na vida dos mais pobres? Como justificar que postos de saúde poderão ficar sem médicos porque os cubanos foram embora e os brasileiros não querem ocupar os lugares mais difíceis e com menos estrutura? Como lidar com o possível aumento de gestações na adolescência, assim como de Aids e DSTs por falta de políticas públicas de prevenção e educação sexual nas escolas?

A realidade é irredutível. É quando o seguidor descobre que não pode sentar na laranja – nem comer a cadeira. Bolsonaro e sua turma já começaram a experimentar esse confronto. A compreensão ainda não atingiu seus seguidores. Mas atingirá.

Quem se anima com essa ideia, porém, deveria se envergonhar. Quem sofre primeiro e sofre mais numa sociedade desigual são os mais pobres. Se os “malucos” estão dançando no palco é também porque a maioria da população brasileira foi excluída da conversa mesmo na maior parte do período democrático e mesmo na maior parte dos governos do PT. Ainda que Bolsonaro tenha conseguido unir as pessoas em torno não de um projeto, mas de um afeto, o ódio, seu grande número de seguidores se sentiu parte de algo. Desde 2013 já havia ficado muito claro que havia um anseio da sociedade brasileira por maior participação.

Durante parte de sua permanência no poder, o PT também investiu mais nos afetos do que na construção de um projeto junto com as pessoas. Parou de conversar, não achou que precisasse mais das ruas e foi expulso delas em 2013. Depois da corrupção do PT no poder, e não me refiro apenas à corrupção financeira, a esquerda se mostrou incapaz de criar um projeto capaz de unir as pessoas. Isso não é culpa de Bolsonaro. Não adianta acusar o outro de ter um projeto de destruição. É preciso lidar com as próprias ruínas e apresentar um projeto de reconstrução e reinvenção do Brasil que convença as pessoas porque junto com elas.

Se alguém ainda não compreendeu, é o seguinte: para disputar uma ideia de Brasil será preciso, primeiro, ter uma ideia; segundo, convencer a maioria dos brasileiros que este é o melhor projeto para melhorar suas vidas; terceiro, tentar voltar a dançar no palco para recompor a linguagem, restabelecer a importância dos fatos e devolver substância às palavras. Não vai ser fácil.

A maior vitória de Bolsonaro é quando seu opositor fala como ele.

Nestas eleições, o Brasil foi esgarçado até quase rasgar. Em alguns pontos, rasgou. Talvez o maior triunfo de Bolsonaro tenha sido interditar qualquer possibilidade de diálogo. Esse processo não foi iniciado por ele nem ele é o maior responsável. Mas, sem bloquear o diálogo, Bolsonaro possivelmente não ganharia a eleição. Hoje, de um lado e outro, as pessoas só sabem desqualificar – e destruir. Aqueles que denunciam Bolsonaro não compreenderam que, ao adotar o mesmo vocabulário e a mesma sintaxe, apenas em sentido oposto, tornam-se iguais. E dão ao seu opositor a maior vitória que ele pode ter. Neste sentido, o do ódio, Bolsonaro unificou o país. Todos odeiam. Não há complemento nesta gramática. Odiar esgota-se no próprio verbo, mas o substantivo destruído é o corpo dos mais frágeis.

Quem quer resistir à redução do Brasil, em tantos sentidos, precisa primeiro resistir na linguagem. Diferenciar-se, também para poder acolher. O único jeito de voltar a conversar é voltar a conversar. Mesmo que para isso tenhamos que falar sobre laranjas e cadeiras.

Eliane Brum é escritora, repórter e documentarista. Autora dos livros de não ficção Coluna Prestes – o Avesso da Lenda, A Vida Que Ninguém vê, O Olho da Rua, A Menina Quebrada, Meus Desacontecimentos, e do romance Uma Duas. Site: desacontecimentos.com Email: elianebrum.coluna@gmail.com Twitter: @brumelianebrum/ Facebook: @brumelianebrum

A estupidez social e ambiental condena toda a vida: Eduardo Gudynas

Eduardo Gudynas, uruguaio, é um dos grandes ecólogos mundiais. Está entre os primeiros a formular uma ecologia social.Este artigo é um balanço de 2018 sobre os dramas ecologicosocias que se aproximam, se não mudarmos a nossa relação para com a Mãe Terra -tema central da encíclica do Papa Francisco “sobre o cuidado da Casa Comum – e para com a natureza em geral. Bem afirmou um dos maiores cosmólogos vivos e também grande ecogoista Brian Swimme:”Os poderes determinantes de nossas formas culturais manifestam uma preocupação mínima pela situação catastrófica diante de nós.O remédio seria um golpe que significaria a escolha entre a morte ou o abandono de nosso modo  vicioso de viver.O golpe que nos aguarda não é simplesmente do humano; é um golpe dos biossistemas da Terra. O golpe, na verdade, seria da própria Terra”(The universe story,1999,292). Essa advertência De Swimme é grave pois o atual Presidente e alguns ministros dão prova do que Gudynas constata: a estupidez social e ambiental que pode levar não só o Brasil mas a inteira humanidade a uma situação de alto risco e de proporções  imponderáveis. LBoff

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A estupidez social e ambiental condena toda a vida: Eduardo Gudynas

Revista ihu on-line   08/01/2019

No artigo a seguir Eduardo Gudynas faz um balanço de 2018 e também uma reflexão sobre a situação continental e mundial, em parte recordando a teoria crítica de Frankfurt. Gudynas é analista no Centro Latino Americano de Ecologia Social (CLAES), de Montevidéu.

O texto foi publicado por www.ambiental.net, 26-12-2018, e enviado para o IHU pelo autor. A tradução é de Graziela Wolfart.

Eis o artigo.

Há circunstâncias nas quais parece que a esperança some e ficamos presos em uma estagnação onde “tudo o que vive está sob condenação”. Essa foi a dura advertência que há mais de meio século escreveram Max Horkheimer e Theodor Adorno nas últimas linhas de sua “Dialética do Iluminismo” (1). No contexto da segunda guerra mundial e da revelação do holocausto, os dois filósofos alertaram que essa humanidade que abraçou a ciência e a razão, ao contrário de suas aspirações, caminhava até a barbárie e a destruição.

Os aspectos centrais dessa questão persistem na atualidade e merecem ser analisados ao finalizar o ano de 2018. Somos testemunhas de uma crise social e ambiental em todas as escalas, desde a planetária, passando à continental e chegando em cada país. A pobreza está de volta em cada esquina, e pode ser vista claramente nas grandes cidades (2). Estamos atravessados por uma fratura cultural que faz com que aqueles que vivem de um lado muitas vezes não possam compreender o castelhano dos que estão do outro lado. Comemos alimentos cheios de química, bebemos águas muitas vezes contaminadas, e respiramos um ar tóxico.

Estamos imersos em um mar de impactos, uns pequenos outros maiores, mas quase todos persistentes e repetidos. A situação é tão dramática que parece que os que hoje são os mais jovens podem perder anos de esperança de vida devido à contaminação (3). A riqueza ecológica latino-americana desaparece diante de nossos olhos; calcula-se uma perda aproximada de 89% nas populações de espécies na América Latina nas últimas cinco décadas, o que é o pior registro para todo o planeta (4).

Nas comunidades campesinas e indígenas estas degradações são particularmente dolorosas, já que elas estão localizadas no centro da articulação entre a sociedade e a natureza, e sofrem simultaneamente com todos esses problemas.

Nenhuma destas questões são desconhecidas. Tudo foi analisado, medido, experimentado, contabilizado e descrito. Sabemos disso. Está explicado em castelhano, inglês e muitos outros idiomas; em milhares de artigos, livros e vídeos. Cada semana se somam novos relatórios que reafirmam a gravidade da situação social e ambiental. Mas toda essa acumulação de informação científica e os alertas das organizações civis que se especializam nesses temas, continuam sendo insuficientes ou incapazes para uma mudança substantiva nos caminhos de nossa civilização. É difícil sustentar a esperança sob estas circunstâncias.

O congelamento da esperança, na análise de Horkheimer e Adorno, estava enquadrado na estupidez. Recordemos que essa palavra alude, em castelhano, a uma “estupidez notável” em compreender as coisas, e isto é justamente o que acontece. Apesar de ter toda a evidência em mãos sobre as severíssimas consequências do que está acontecendo, os governos, as empresas e boa parte da sociedade parecem não compreender, como se não temessem o que os rodeia, e persistem em manter estilos de vida que reproduzem a deterioração.

Este componente da estupidez já não pode ser negado graças aos delírios que observamos com Donald Trump nos Estados Unidos, dizendo entre outras coisas que a mudança climática não existe ou que é uma invenção dos chineses. Isso continua mais evidente nas declarações de Jair Bolsonaro e membros de sua equipe no Brasil. Mas sendo sinceros, já temos outros exemplos dessas tolices em praticamente todos os países, onde sempre é possível encontrar declarações infelizes de presidentes, ministros, empresários ou acadêmicos que desnudam sua ignorância sobre os problemas ambientais ou a crise social. Neles se mistura a estupidez com a ignorância, mas tampouco é raro que a mentira que busca alguma vantagem seja disfarçada de tolice. De um modo ou outro, a estupidez já não se dissimula.

Navegamos na estranha condição onde são milhões os que se divertem em ver quem é mais estúpido, se os Trumps ou os Bolsonaros em cada um de nossos países. Enquanto isso a crise avança, sem pausa. Denunciamos ou festejamos o estúpido, mas com ele ficamos imóveis e em alguma medida nós também fazemos o papel de bobo. Por mais que se coloquem os vídeos das besteiras no Facebook ou se encaminhem aos amigos no WhatsApp, nada disso garante solucionar os problemas, nem está servindo para evitar votar em outro estúpido na próxima eleição.

Sob essa imobilidade, os problemas sociais e ambientais continuam acumulando. Diferente das avaliações econômicas, o início do próximo ano não implica reiniciar do zero os indicadores ou a contabilidade, mas, por exemplo, o desmatamento deste ano se soma ao dos anos passados, os atrasos educativos são agregados entre si, e desta maneira, cada impacto social ou ambiental se acumula sobre os anteriores. Como são tantos e sua acumulação já se aproxima a dois séculos, a atual discussão científica agora aponta para a possibilidade de um colapso ecológico em escala planetária em um futuro próximo (5). Se justificam então as falas de Horkheimer e Adorno de que tanta estupidez termina em condenar a tudo o que está vivo.

É evidente que o vizinho da esquina não tem que ser um especialista em políticas sociais, nem a vizinha da próxima quadra ser expert em conservação da biodiversidade. Todos eles de uma ou outra maneira esperam, e em muitos casos confiam, que exista uma liderança política para enfrentar estes temas. Nesse esquema ideal são os políticos, como legisladores ou ministros, que devem promover mudanças nas políticas e na gestão, articular-se com os saberes de acadêmicos e atuar sobre o mundo empresarial. Devemos aceitar que essa estrutura não funciona por muitos e diversos fatores, sem deixar de reconhecer que há uma derrota da política em vários países (ainda que de tipo diferente, possivelmente os casos mais extremos ao finalizar 2018 se encontrem sobretudo na Nicarágua e na Venezuela).

A estupidez em entender a problemática socioambiental assola não só os políticos profissionais como também boa parte do empresariado e inclusive a academia. Estamos diante de uma estupidez sistêmica, já que ao estar tão disseminada termina arrastando quase todos. Inclusive quem aparenta ser inteligente e sagaz pode terminar em conflitos políticos que levam a resoluções erradas na gestão governamental, como alertava Rick Lewis, editor da revista “Filosofia Agora” (6). Inclusive onde realmente prevalecem os tolos, serão aproveitados para que sobre eles se enfoque a atenção, enquanto que os que não têm nada de estúpidos controlam a economia e a política escondidos nas penumbras.

A estupidez contribuiu ao giro que converteu a razão em uma antirrazão, para seguir com a lógica de Horkheimer e Adorno, e que em seus tempos descreviam como uma luta no alto pelo poder fascista enquanto que o resto devia se adaptar a qualquer custo à injustiça para sobreviver. Se poderá argumentar que aquele diagnóstico da dupla de filósofos era adequado para um mundo imerso em uma guerra mundial, mas não seria de todo aplicável à atualidade. Mas vale a pena se perguntar se aquele contexto é realmente muito diferente do que aconteceu neste jovem século XXI.

A paralisia da estupidez sistêmica atual também combina com outro significado da palavra “estúpido”, um pouco mais antigo, e que invoca o ficar aturdido, paralisado. 2018 é encerrado em um atordoamento generalizado em múltiplos campos e temas; o último deles ocorreu com o encontro governamental de mudança climática, onde não se conseguiu nenhum acordo concreto e efetivo, e ao contrário, se repetiu todo tipo de bobagens.

Sem dúvida há muitas resistências e conflitos, e eles têm uma enorme importância em salvaguardar comunidades ou naturezas. São, além disso, exemplos de alternativas possíveis. Mas apesar deles, neste ano como nos anteriores, a situação se agravou um pouco mais. Se somam às circunstâncias das quais já não é possível um retorno, como ocorre com o assassinato de jovens em bairros populares, o mercúrio acumulado no corpo das crianças amazônicas, ou a extinção de uma espécie em uma selva tropical. Não existe reparação, compensação ou remediação possível para a morte, seja a da natureza como a dos humanos, não podem ser separadas uma da outra. Quando morre a Natureza também morre parte de nossa essência como humanos. Estamos tão aturdidos ou somos tão tolos que não nos damos conta disso. É tempo de reagir.

Notas:

  1. Dialética do iluminismo, M. Horkheimer y T.W. Adorno, Sudamericana, Buenos Aires, (1944) 1987.
  2. A pobreza em número absoluto de latino-americanos vem crescendo desde um mínimo recente em 2014, com 168 milhões de pessoas, a 187 milhões em 2017; em porcentagem da população passou de 28,5% a 30,7% no mesmo período; Panorama Social da América Latina 2017, CEPAL, Santiago.
  3. Air pollution reduces global life expectancy by nearly two years, 20 de novembro de 2018, Phys.org,
  4. Calculado para 1040 populações de 689 espécies (mamíferos, aves, anfíbios, repteis e peixes); é o pior indicador em todo o mundo; Living planet report 2018: aiming higher, Zoological Society London y WWF, Gland.
  5. Por exemplo Trajectories of the Earth system in the Anthropocene, W. Steffen e colab., Proceedings National Academy Sciences 115 (33): 8252-8259.
  6. The world’s biggest problem is stupidity, R. Lewis, Telegraph, 15 de dezembro de 2011