Venerdì Santo: Gesù è ancora crocifisso nei crocifissi della storia

In questo tempo del coronavirus che sta causando paura e portando morte a molte persone in tutto il mondo, la celebrazione del Venerdì Santo assume un speciale significato. C’è Qualcuno che ha anche sofferto e, in mezzo a dolori terribili, è stato crocifisso, Gesù di Nazareth. Sappiamo che tra tutti coloro che soffrono si stabilisce un misterioso legame di solidarietà. Il Crocifisso, sebbene attraverso la risurrezione è stato fatto l’uomo nuovo e il Cristo cosmico, continua, proprio per questa ragione, a soffrire e ad essere crocifisso in solidarietà con tutti i crocifissi della storia. Così sarà oggi e fino alla fine dei tempi.

Gesù non è morto perché tutti dobbiamo morire. Fu assassinato a seguito di un doppio processo giudiziario, uno da parte dell’autorità politica romana e l’altro dall’autorità religiosa ebraica. La sua condanna era dovuta al suo messaggio del Regno di Dio, che implicava una rivoluzione assoluta in tutte le relazioni, alla sua nuova immagine di Dio come “Padre” (Abba) pieno di misericordia, alla libertà che predicava e viveva di fronte alle dottrine e le tradizioni che pesavano sulle spalle delle persone, al suo amore incondizionato, in particolare verso i poveri per i quali aveva compassione ed i malati che curava e, infine, per presentarsi come il Figlio di Dio. Questi atteggiamenti hanno rotto con lo status quo politico-religioso dell’epoca. Hanno deciso di eliminarlo.

Né morì semplicemente perché Dio lo voleva, il che sarebbe in contraddizione con l’immagine amorevole di Dio che ha annunciato. Ciò che Dio voleva, questo sì, era la sua fedeltà al messaggio del Regno e a Lui, sebbene ciò implicasse la morte. La morte è stata il risultato di questa fedeltà di Gesù a suo Padre e alla sua causa, il Regno, fedeltà che è uno dei più grandi valori di una persona.

Quelli che lo hanno crocifisso non potevano definire il senso di questa condanna. Lo stesso Crocifisso ha definito il suo significato: un’espressione di amore estremo e di donazione senza riserve per raggiungere la riconciliazione e il perdono per tutti coloro che lo hanno crocifisso e la solidarietà con tutti coloro che sono stati crocifissi nella storia, in particolare quelli che sono crocifissi innocentemente. È la via della liberazione e della salvezza umana e divina.

Affinché quella morte fosse davvero la morte, come l’ultima solitudine umana, attraversò la tentazione più terribile che chiunque potesse attraversare: la tentazione della disperazione. Ciò è evidente nel suo grido sulla croce. Lo scontro ora non è con le autorità che lo hanno condannato. È con suo Padre.

Il Padre con il quale ha vissuto una profonda intimità filiale, il Padre che aveva annunciato come misericordioso e con la bontà di una Madre, il Padre, il cui progetto, il Regno, aveva proclamato e anticipato nella sua prassi liberatrice, questo Padre ora, nel momento supremo della croce, sembra averlo abbandonato. Gesù attraversa l’inferno dell’assenza di Dio.

Verso le tre del pomeriggio, poco prima del momento finale, Gesù grida a gran voce: “Eloí, Eloí, lemá sabachtani: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Gesù è sull’orlo della disperazione. Dal più profondo vuoto del suo spirito, sorgono domande terrificanti che costituiscono la più terribile tentazione, peggio delle tre di Satana nel deserto.

La mia lealtà al Padre era assurda? La lotta per il Regno, la grande causa di Dio, non aveva senso? Sono stati vani i pericoli che correvo, le persecuzioni subite, il degradante processo capitale a cui sono stato sottoposto e la crocifissione che sto soffrendo?

Gesù è nudo, indifeso, totalmente vuoto davanti al Padre che tace. Questo silenzio rivela tutto il suo mistero. Gesù non ha nulla a cui aggrapparsi.

Per i criteri umani, ha completamente fallito. La sua certezza interiore svanì. Ma anche se il terreno scompare sotto i suoi piedi, continua a fidarsi del Padre. Poi grida a gran voce: “Mio Dio, mio Dio!” Nel pieno della disperazione, Gesù si concede al Mistero davvero senza nome. Sarà la sua unica speranza e sicurezza. Non ha più alcun sostegno in se stesso, solo in Dio. L’assoluta speranza di Gesù è comprensibile solo assumendo la sua assoluta disperazione.

La grandezza di Gesù fu sopportare e superare questa terribile tentazione. Ma questa tentazione gli procurò un totale spogliarsi di se stesso, un essere nudo e un vuoto assoluto. Solo in questo modo la morte è davvero completa, nelle parole del Credo, una “discesa all’inferno” dell’esistenza, senza nessuno che ci accompagni. D’ora in poi, nessuno sarà solo nella morte. Lui sarà con noi perché ha sperimentato la solitudine di questo “inferno” del Credo.

Le ultime parole di Gesù mostrano la sua consegna, non rassegnata ma libera: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). “Tutto è compiuto” (Gv 19:30) “E con un forte grido, Gesù spirò” (Mc 15:37).

Questo vuoto totale è il presupposto per la pienezza totale. Il vuoto richiede di essere riempito. Questo è avvenuto attraverso la sua resurrezione. È la risposta del Padre alla fedeltà del Figlio, a colui che ha passato per questo mondo “facendo del bene” (At 10,39), guarendo alcuni e resuscitando altri. Questa resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, come quella di Lazzaro, ma l’irruzione dell’uomo nuovo (novissimus Adam: 2Cor 15,45), le cui latenti virtualità implosero ed esplosero in piena realizzazione e fioritura.

Ora il Crocifisso è il Risorto, presente in tutte le cose, il Cristo cosmico delle epistole di San Paolo e di Teilhard de Chardin. Ma la sua resurrezione non è ancora completa. Mentre i suoi fratelli e le sue sorelle rimangono crocifissi, la pienezza della risurrezione è in corso e ha ancora un futuro. Come insegna San Paolo, “lui è il primo tra tanti fratelli e sorelle” (Rm 8,29; 2 Cor 15,20). Perciò, con la sua presenza di Risorto, accompagna la Via Crucis dei dolori delle sue sorelle e fratelli umiliati e offesi.

Viene crocifisso nei milioni di persone che ogni giorno soffrono la fame nelle favelas, dove sono sottoposti a condizioni di vita e di lavoro disumane. Crocifisso in quelli in terapia intensiva che stanno combattendo, senza aria, contro il coronavirus. Crocifisso in chi è emarginato nelle campagne e nelle città, in quelli discriminati per essere neri, indigeni, fuggiti dalle schiavitù, poveri e di un diverso orientamento e sessuale.

Continua a essere crocifisso in quelli perseguitati per la loro sete di giustizia, in coloro che rischiano la vita in difesa della dignità umana, in particolare quella degli invisibili. Crocifisso in tutti coloro che combattono, senza successo immediato, contro i sistemi che succhiano il sangue degli operai, dilapidano la natura e producono profonde ferite nel corpo di Madre Terra. Non ci sono abbastanza stazioni su questa via dolorosa per descrivere tutti i modi in cui il Crocifisso/Risorto continua a essere perseguitato, imprigionato, torturato e condannato.

Ma nessuno di loro è solo. Gesù cammina, soffre e resuscita in tutti questi suoi compagni di tribolazione e di speranza. Ogni vittoria della giustizia, della solidarietà e dell’amore sono beni del Regno che si sta già realizzando nella storia, un Regno di cui saranno i primi eredi.

*Leonardo Boff, teologo, ha scritto: Pasione de Cristo – pasione del mundo, Vozes 2007,Trotta 2002.

Traduzione di M. Gavito e S. Toppi

A páscoa numa sexta-feira santa prolongada

Como celebrar a páscoa, a vitória da vida sobre a morte, mais ainda, a irrupção do homem novo, no contexto de uma sexta-feira santa de paixão, dor e morte, que não sabemos quando acaba, sob o ataque do coronavírus, indistintamente, à toda a humanidade?

Pesarosos, mesmo dentro desta pandemia, cabe celebrar a páscoa com reservada alegria. Ela não é apenas uma festa cristã mas responde a uma das mais ancestrais utopias humanas: a irrupção do homem novo.

Sempre houve em todas as culturas conhecidas, desde a antiga epopeia mesopotâmica de Gilgamés, passando pelo mito grego de Pandora e chegando à utopia da Terra sem Males dos tupi-guarani, a percepção de que o ser humano assim como o conhecemos deve ser ser superado. Ele não está pronto. Ainda não acabou de nascer. O verdadeiro homem está latente dentro dos dinamismos da cosmogênese e da antropogênese. Comparece como um projeto infinito, portador de potencialidades incontáveis que forcejam por irromper. Intui que só será plenamente homem, então, o homem novo, quando tais potencialidades se realizarem em plenitude.

Todos os seus esforços, por maiores que sejam, esbarraram numa barreira intransponível: a morte. Mesmo o mais velho, chega o dia em que também vai morrer. Alcançar uma imortalidade biológica, conservadas as atuais condições espacio-temporais, como alguns propõem, seria um verdadeiro inferno: buscar realizar o infinito dentro de si e encontrar apenas finitos que nunca o saciam. Sempre está na espera. Talvez o espírito mataria o corpo para poder realizar o infinito de seu desejo.

Mas eis que um homem se levanta na Galileia, Jesus de Nazaré e proclama: “O tempo da espera se esgotou. Aproximou-se a nova ordem a se introduzida por Deus. Revolucionai-vos em vosso modo de pensar e de agir. Crede nessa alvissareira notícia”(cf. Mc 1,15: Mt 4,17).

Conhecemos a saga trágica do profético Pregador:”veio para o que era seu e os seus não o receberam”(Jo 1.11). Ele que “passou pelo mundo fazendo o bem”(At 10,39) foi rejeitado e acabou pregado na cruz.

Mas eis que três dias após, mulheres foram, bem de madrugada, ao sepulcro e ouviram uma voz:”Por que procurais entre os mortos, quem está vivo? Jesus não está aqui. Ressuscitou”(Lc 24,5;Mc 16,6).

Eis o fato novo e sempre esperado:a alvissareira notícia se realizou. De um morto emergiu um ressuscitado, um ser novo. É o sentido da páscoa, a festa central do Cristianismo. Seus seguidores logo entenderam que o Ressuscitado era a realização do sonho ancestral da humanidade: acabou a espera. Agora é o tempo da vida plena sem a morte. Liberto do espaço e do tempo e dos condicionamentos humanos o Ressuscitado aparece, desaparece, está presente com os andantes de Emaus,se apresenta na praia e come com os apóstolos e é reconhecido ao partir o pão.

Os Apóstolos não sabem como defini-lo. São Paulo, o maior gênio do pensamento cristão, escolheu a palavra certa: “Ele é o Adão novíssimo”(1 Cor 15,45). O Adão não mais submetido à morte mas aquele que deixou para trás o velho Adão mortal.

Como que zombando, provoca São Paulo:”Ó morte,onde está a tua vitória? Onde está o espantalho com o qual amedrontavas os homens? A morte foi tragada pela vitória de Cristo (1Cor 15,55). Define-o como sendo “um corpo espiritual” (1 Cor 15,44), vale dizer, é concreto e reconhecível como o corpo humano, mas de forma diferente, com as qualidades do espírito. O espírito possui uma dimensão cósmica. Está no corpo,mas também nas estrelas mais distantes e no coração de Deus. O espiritual é entendido também como a maneira de ser própria do Espírito Santo. Ele está em tudo,move todas as coisas e enche o universo.

Um texto antigo, dos anos 50, do evangelho de São Tomé, diz belamente:”levante a pedra e eu estou debaixo dela, rache a lenha e eu estou dentro dela, pois estarei convosco todos os dias até a plenitude dos tempos”. Levantar uma pedra exige força, cortar lenha demanda esforço. Mesmo ai, está o Ressuscitado, nas coisas mais comezinhas do cotidiano.

Em suas epístolas, especialmente aos Efésios e aos Colossenses, São Paulo desenvolve uma verdadeira cristologia cósmica. Ele “é tudo em todas as coisas”(Col 3,12); “a cabeça de todas as coisas” (Ef 1,10). O  mesmo dirá, no século XX, na linguagem da moderna cosmologia, o palentólogo e pensador Pierre Teilhard de Chardin.

Devemos compreender corretamente a ressurreição. Não se trata da reanimação de um cadáver, como aquele de Lázaro que voltou ao que era antes e acabou morrendo. Ressurreição é a realização plena de todas as potencialidades abscoditas dentro da realidade humana. A morte não possui nenhum domínio mais sobre ele. Efetivamente é o nascimento terminal do ser humano, como se ele tivesse chegado na culminância do processo evolutivo ou o tivesse antecipado. Na forte expressão de Teilhard de Chardin, o Ressuscitado explodiu e implodiu para dentro de Deus.

A páscoa é a inauguração do homem novo, plenamente realizado. Vale para todos os humanos. Portanto, tal evento bem-aventurado não é exclusivo de Jesus. São Paulo nos assegura que nós participamos desta ressurreição:”ele é as primícias (a antecipação) dos que morrem” (1Cor 5,20), “o primeiro entre muitos irmãos e irmãs”(Rom 8,29).

À luz desta festa pascal podemos dizer que a alternativa cristã é esta: ou a vida ou a ressurreição. Alegremente afirmamos e reafirmamos: não vivemos para morrer; morremos para ressuscitar

Leonardo Boff é teólogo e escreveu A ressurreição de Cristo e a nossa ressurreição na morte, Vozes,muitas edição 2012.

 

 

 

Viernes Santo: Jesús sigue crucificado en los crucificados de la historia

En este tiempo del coronavirus que está produciendo miedo y trayendo muerte a muchas personas en todo el mundo, la celebración del Viernes Santo adquiere un significado especial. Hay Alguien que también sufrió y, en medio de terribles dolores, fue crucificado, Jesús de Nazaret. Sabemos que entre todos los que sufren se establece un misterioso lazo de solidaridad. El Crucificado, aunque por la resurrección haya sido hecho el hombre nuevo y el Cristo cósmico, continúa, por eso mismo, sufriendo y siendo crucificado en solidaridad con todos los crucificados de la historia. Así será hoy y hasta el final de los tiempos.

Jesús no murió porque todos tenemos que morir. Fue asesinado como resultado de un doble proceso judicial, uno por la autoridad política romana y el otro por la autoridad religiosa judía. Su asesinato judicial se debió a su mensaje del Reino de Dios, que implicaba una revolución absoluta de todas las relaciones, a su nueva imagen de Dios, como “Papá” (Abba) lleno de misericordia, a la libertad que predicó y vivió frente a las doctrinas y tradiciones que pesaban sobre las espaldas del pueblo, a su amor incondicional, especialmente a los pobres y enfermos a quienes compadecía y curaba y, finalmente, por presentarse como el Hijo de Dios. Estas actitudes rompieron con el statu quo político-religioso de la época. Decidieron eliminarlo.

Tampoco murió simplemente porque Dios así lo quiso, lo cual sería contradictorio con la imagen amorosa de Dios que anunció. Lo que Dios quiso, esto sí, fue su fidelidad al mensaje del Reino y a Él, aunque eso implicase la muerte. La muerte fue el resultado de esta fidelidad de Jesús a su Padre y a su causa, el Reino, fidelidad que es uno de los mayores valores de una persona.

Los que lo crucificaron no podían definir el sentido de esta condena. El Crucificado mismo definió su sentido: una expresión de amor extremo y de entrega sin reservas para alcanzar la reconciliación y el perdón de todos los que lo crucificaron y de solidaridad con todos los crucificados en la historia, especialmente con aquellos que son crucificados inocentemente. Es el camino de la liberación y de la salvación humana y divina.

Para que esa muerte fuese realmente muerte, como última soledad humana, pasó por la tentación más terrible por la que alguien puede pasar: la tentación de la desesperación. Esto hace patente en su grito en la cruz. El choque ahora no es con las autoridades que lo condenaron. Es con su Padre.

El Padre con quien experimentó una profunda intimidad filial, el Padre que había anunciado como misericordioso y con la bondad de una Madre, el Padre, cuyo proyecto, el Reino, había proclamado y anticipado en su praxis liberadora, este Padre ahora, en el momento supremo de la cruz, parece haberlo abandonado. Jesús pasa por el infierno de la ausencia de Dios.

Hacia las tres de la tarde, momentos antes del desenlace final, Jesús grita con fuerte voz: “Eloí, Eloí, lemá sabachtani: Dios mío, Dios mío, ¿por qué me has abandonado?” Jesús está al borde de la desesperanza. Desde el vacío más abisal de su espíritu, surgen preguntas aterradoras que constituyen la tentación más terrible, peor que las tres de Satanás en el desierto.

¿Era absurda mi lealtad al Padre? La lucha sostenida por el Reino, la gran causa de Dios, ¿no tiene sentido? ¿Fueron en vano los peligros que corrí, las persecuciones que soporté, el degradante proceso capital que sufrí y la crucifixión que estoy padeciendo?

Jesús está desnudo, indefenso, totalmente vacío ante el Padre que calla. Este silencio revela todo su misterio. Jesús no tiene nada a lo que aferrarse.

Para los criterios humanos, él fracasó por completo. Su certeza interior se desvaneció. Pero aunque el suelo desaparece bajo sus pies, él continúa confiando en el Padre. Entonces grita con fuerte voz: “¡Dios mío, Dios mío!” En el auge de la desesperación, Jesús se entrega al Misterio verdaderamente sin nombre. Él será su única esperanza y seguridad. Ya no tiene ningún apoyo en sí mismo, solo en Dios. La esperanza absoluta de Jesús solo es comprensible asumiendo su absoluta desesperanza.

La grandeza de Jesús consistió en soportar y vencer esta terrible tentación. Pero esta tentación le proporcionó el despojamiento total de sí mismo, un estar desnudo y un vacío absoluto. Solo así la muerte es realmente completa, en palabras del Credo, un “descender a los infiernos” de la existencia, sin que nadie te pueda acompañar. De ahora en adelante, nadie estará solo en la muerte. Él estará con nosotros porque ha experimentado la soledad de este “infierno” del Credo.

Las últimas palabras de Jesús muestran su entrega, no resignada sino libre: “Padre, en tus manos entrego mi espíritu” (Lc 23,46). “Todo está consumado” (Jn 19,30) “Y dando un fuerte grito, Jesús expiró” (Mc 15,37).

Este vacío total es la condición previa para la plenitud total. El vacío reclama ser llenado. Eso ocurió mediante su resurrección.Es la respuesta del Padre a la fidelidad de su Hijo, a él que pasó por este mundo “haciendo el bien” (Hechos 10,39),curando  a unos y resucitando a otros. Esta resirrección no es la reanimación de un cadáver, como el de Lázaro, sino la irrupción del hombre nuevo (novissimus Adam: 2Cor 15,45), cuyas virtualidades latentes implosionaron y explosionaron en plena realización y floración.

Ahora el Crucificado es el Resucitado, presente en todas las cosas, el Cristo cósmico de las epístolas de San Pablo y de Teilhard de Chardin. Pero su resurrección aún no está completa. Mientras sus hermanos y hermanas permanecen crucificados, la plenitud de la resurrección está en proceso y todavía tiene futuro. Como enseña San Pablo, “él es el primero entre muchos hermanos y hermanas” (Rm 8,29; 2Cor 15,20). Por eso, con su presencia de Resucitado acompaña el viacrucis de dolores de sus hermanas y hermanos humillados y ofendidos.

Está siendo crucificado en los millones de personas que pasan hambre todos los días en las favelas, en los que están sujetos a condiciones inhumanas de vida y de trabajo. Crucificado en aquellos que en las UCI están luchando, sin aire, contra el coronavirus. Crucificado en los marginados de los campos y las ciudades, en los discriminados por ser negros, indígenas, quilombolas, pobres y de otra opción sexual.

Continúa crucificado en los perseguidos por la sed de justicia, en aquellos que se juegan la vida en defensa de la dignidad humana, especialmente la de los invisibles. Crucificado en todos los que luchan, sin éxito inmediato, contra los sistemas que extraen la sangre de los trabajadores, dilapidan la naturaleza y producen heridas profundas en el cuerpo de la Madre Tierra. No hay en esta vía dolorosa suficientes estaciones para retratar todas las formas por las que el Crucificado/Resucitado sigue siendo perseguido, encarcelado, torturado y condenado.

Pero ninguno de ellos está sólo. Jesús camina, sufre y resucita en todos estos compañeros suyos de tribulación y de esperanza. Cada victoria de la justicia, de la solidaridad y del amor son bienes del Reino que está ya realizándose en la historia, Reino, del cual ellos serán los primeros herederos.

*Leonardo Boff es teólogo y ha escrito: Pasión de Cristo – pasión del mundo, Vozes 2007, Trotta 2002.

Traducción de Mª José Gavito Milano

 

 

Sexta-feira Santa: Jesus continua crucificado nos sofredores e sofredoras de hoje.

Neste tempo de coronavírus que está produzindo medo e trazendo a morte a muita gente no mundo inteiro, a celebração da Sexta-feira Santa ganha um significado especial. Há Alguém que também sofreu e, em meio a dores terríveis, foi crucificado, Jesus de Nazaré. Sabemos que entre todos os sofredores se estabelece um misterioso laço de solidariedade. O Crucificado, embora pela ressurreição tenha sido feito o homem novo e o Cristo cósmico, continua, por isso mesmo, padecendo e sendo crucificado em solidariedade com todos os crucificados da história. E assim será hoje até o final dos tempos.

Jesus não morreu porque todos morrem. Ele foi assassinado em consequência de um duplo processo judicial, um pela autoridade política romana e outro pela autoridade religiosa judaica. Seu assassinato judicial se deveu à sua mensagem do Reino de Deus que implicava uma revolução absoluta de todas as relações, à imagem nova de Deus como “Paizinho”(Abba) cheio de misericórdia, à liberdade que pregou e viveu face às doutrinas e tradições que pesavam sobre as costas do povo, ao seu amor incondicional, especialmente aos pobres e doentes aos quais se compadecia e sanava e, finalmente, por se apresentar como o Filho de Deus. Essas atitudes rompiam com o status quo político-religioso da época. Decidiram eliminá-lo.

Ele morreu não simplesmente porque Deus assim quis, o que seria contraditório à sua imagem amorosa que anunciou. O que Deus quis, isto sim, foi sua fidelidade à mensagem do Reino e a Ele, mesmo que implicasse a morte. A morte resultou desta fidelidade de Jesus diante de seu Pai e de sua causa, o Reino, fidelidade que é um dos maiores valores de uma pessoa.

Aqueles que o crucificaram não podiam definir o sentido desta condenação. O Crucificado mesmo definiu o seu sentido: uma expressão de extremo amor e de entrega sem resto para alcançar a reconciliação e o perdão de  todos aqueles que o crucificaram e como solidariedade para com todos os crucificados da história, em especial pelos que são inocentemente crucificados. É o caminho da libertação e da salvação humana e divina.

Para que essa morte fosse realmente morte, como última solidão humana, ele passou pela tentação mais terrível que alguém pode passar: a tentação do desespero. Isso se deriva de seu grito na cruz. O embate agora não é com as autoridades que o condenaram. É com seu Pai.

O Pai que ele experimentou com profunda intimidade filial, o Pai que ele havia anunciado como misericordioso e cheio da bondade de uma Mãe, o Pai, cujo projeto, o Reino, que ele proclamara e antecipara em sua práxis libertadora, este Pai agora, no momento supremo da cruz, parece tê-lo abandonado. Jesus passa pelo inferno da ausência de Deus.

É por volta das três horas da tarde, momentos antes do desenlace final. Jesus grita com voz forte: “Eloí, Eloí, lemá sabachtani: Meu Deus, Meu Deus, por que me abandonaste”? Jesus está às raias da desesperança. Do vazio mais abissal de seu espírito, irrompem interrogações assustadoras que configuram a mais terrível tentação, pior do que aquelas três feitas por Satanás no deserto.

Foi absurda a minha fidelidade ao Pai? Sem sentido a luta sustentada pelo Reino, a grande causa de Deus? Foram vãos os riscos que corri, as perseguições que suportei, o aviltante processo capital que sofri e a crucificação que estou padecendo?

Jesus encontra-se nu, impotente, totalmente vazio diante do Pai que se cala. Esse silêncio revela todo o seu Mistério. Jesus não tem nada a que se agarrar.

Pelos critérios humanos, ele fracassou completamente. A própria certeza interior se lhe esvaiu. Apesar de o chão desaparecer debaixo de seus pés, ele continua a confiar no Pai. Por isso grita com voz forte: “Meu Deus, meu Deus!” No auge do desespero, Jesus se entrega ao Mistério verdadeiramente sem nome. Ele lhe será a única esperança e segurança. Não possui mais nenhum apoio em si mesmo, somente em Deus. A absoluta esperança de Jesus só é compreensível no pressuposto de sua absoluta desesperança.

A grandeza de Jesus consistiu em suportar e vencer esta terrível tentação. Mas esta tentação lhe propiciou um despojamento total de si mesmo, um estar nu e um absoluto vazio. Só assim a morte é real completa, no dizer do Credo um “descer aos infernos” da existência, sem que ninguém que possa acompanhar. A partir de agora ninguém mais estará só na morte. Ele estará conosco porque  experimentou a  solidão deste “inferno” do Credo.

As últimas palavras de Jesus mostram a sua entrega, não resignada mas livre: “Pai, em tuas mãos entrego o meu espírito” (Lc 23,46). “Tudo está consumado” (Jo 19,30)! “E dando um forte brado, Jesus expirou (Mc 15,37).

Este total vazio é pré-condição para uma total plenitude. Ela veio por sua ressurreição. Esta não é a reanimação de um cadáver,como a de Lázaro, mas a irrupção do homem novo (novissimus Adam:2Cor 15,45), cujas virtualidades latentes implodiram e explodiram em plena realização e floração.

Agora o Crucificado é o Ressuscitado, presente em todas as coisas, o Cristo cósmico das epístolas de São Paulo e de Teilhard de Chardin. Mas sua ressurreição ainda não se completou. Enquanto seus irmãos e irmãs continuam crucificados, a plenitude da ressurreição está em processo e ainda tem futuro. Como ensina São Paulo, “ele é o primeiro entre muitos irmãos e irmãs” (Rm 8,29; 2Cor15,20).Por isso mesmo, com sua presença de Ressuscitado, ele acompanha a via-sacra de dores de seus irmãos e irmãos, humilhados e ofendidos.

Ele está sendo crucificado nos milhões que passam fome a cada dia nas favelas, naqueles submetidos a condições inumanas de vida e de trabalho. Crucificado naqueles que nas UTIs estão lutando, sem ar, contra o coronavírus. Crucificado nos marginalizados dos campos e das cidades, nos discriminados por serem negros, indígenas, qulombolas, pobres e por serem de outra opção sexual.

Continua crucificado nos perseguidos por causa da sede de justiça nos fundos de nosso país, nos que jogam suas vidas na defesa da dignidade humana, especialmente dos feitos invisíveis. Crucificado em todos os que lutam, sem sucesso imediato, contra sistemas que arrancam o sangue dos trabalhadores, delapidam a natureza e produzem profundas chagas no corpo da Mãe Terra. Não há estações suficientes nesta via dolorosa que possam retratar todas as formas pelas quais o Crucificado/Ressuscitado continua sendo perseguido, aprisionado, torturado e condenado.

Mas nenhum destes está só. Ele caminha, sofre e ressuscita em todos estes seus companheiros de tribulação e de esperança. Cada vitória da justiça, da solidariedade e do amor são bens do Reino que já está  se realizando na história, Reino, do qual eles serão os primeiros herdeiros.

Leonardo Boff é teólogo e escreveu: Paixão de Cristo- paixão do mundo, Vozes 2007.