Popoli indigeni: nostri maestri e medici in ecologia

Con il recente assassinio dell’indigenista Bruno Pereira e quello del giornalista inglese Dom Phillips nella valle del Jari amazzonico e, soprattutto, per l’abbandono subito dall’attuale governo, con un orientamento genocida, per lungo tempo, durante la pandemia del Covid- 19 che, in tutto, deve essere costata la vita a migliaia d’indigeni, la questione dei popoli originari ha guadagnato i titoli dei media a livello nazionale e internazionale.

Sorprendenti, nonostante il ritardo, le scuse di Papa Francesco nella sua visita di luglio in Canada, alle famiglie dei bambini indigeni, strappati dal loro ambiente e internati nelle scuole cattoliche con molti morti. Loro non si sono accontentati di questa scusa papale. Uno dei leader ha detto coraggiosamente al Papa: smettetela di farci superare questa tragedia, vogliamo che ci capiate, che rispettiate la nostra saggezza ancestrale, che favorisca la nostra cura e ci lasci vivere secondo le nostre tradizioni. Qualcosa di simile hanno detto gli indigeni boliviani in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II: la Bibbia che ci date, datela agli europei, perché ne hanno bisogno più di noi perché sono stati loro che, in modo disumanizzante, ci hanno colonizzato e ci hanno quasi decimati.

Non abbiamo mai pagato il debito secolare che abbiamo con i popoli originari brasiliani, latino-americani e caraibici. Loro sono gli ospiti originari di queste terre che vengono invase e rubate a causa della voracità dei taglialegna, dei cercatori d’oro e dell’industria mineraria.

La cura di tutto ciò che esiste e vive

Ora che siamo sotto un allarme ecologico planetario, non sapendo quali soluzioni trovare di fronte all’aumento del riscaldamento globale, scopriamo, finalmente, come loro trattano la natura con saggezza, si prendono cura delle foreste e della Madre Terra. Loro sono i nostri maestri e medici nel sentimento di appartenenza, di fratellanza e rispetto per tutto ciò che esiste e vive. Nutrono una profonda concordia tra di loro e con la comunità della vita, qualcosa che noi abbiamo perso da secoli. Stiamo subendo il danno irreparabile della nostra devastazione. Non abbiamo ancora imparato le lezioni che Gaia, la Pacha Mama e la Madre Terra ci stanno dando con l’intrusione del Covid-19. Cerchiamo di tornare all’ordine precedente, proprio quello che ha portato allo scoppio di innumerevoli virus, l’ultimo, il vaiolo delle scimmie. Elenchiamo alcuni valori del loro modo di essere in questo mondo naturale.

Integrazione sinfonica con la natura.

L’indio si sente parte della natura e non un estraneo al suo interno. Pertanto, nei loro miti, gli esseri umani e gli altri esseri viventi convivono e si sposano. Hanno intuito ciò che sappiamo dalla scienza empirica che tutti noi formiamo una catena di vita unica e sacra. Loro sono esimi ecologisti. L’Amazzonia, ad esempio, non è terra intoccabile. In migliaia di anni, le decine di nazioni indigene che vi abitano hanno saggiamente interagito con essa. Quasi il 12% dell’intera foresta amazzonica di ‘terra ferma’ è stata gestita da loro, promuovendo “isole di risorse”, sviluppando specie vegetali utili o foreste ad alta densità di castanheiras e frutti di ogni tipo. Essi furono piantati e curati per se stessi e per coloro che, per avventura, passavano di lì.

Gli Yanomami sanno utilizzare il 78% delle specie di alberi presenti dei suoi territori, tenendo conto dell’immensa biodiversità della regione, nell’ordine di 1.200 specie per un’area delle dimensioni di un campo da calcio.

Per loro la Terra è la Madre dell’indio. Lei è viva e per questo produce tutti i tipi di esseri viventi. Dovrebbe essere trattata con la riverenza e il rispetto dovuti alle madri. Mai si dovrebbero abbattere animali, pesci o alberi per puro piacere, ma solo per soddisfare i bisogni umani. Anche così, quando si tagliano gli alberi o si pratica la caccia e la pesca, sono organizzati riti di scuse in modo da non violare l’alleanza di amicizia tra tutti gli esseri.

Questo rapporto sinfonico con la comunità della vita è imprescindibile per garantire il futuro comune della propria vita e della specie umana.

Saggezza ancestrale.

Conoscendo un po’ le diverse culture indigene, identifichiamo in esse una profonda capacità di osservare la natura con le sue forze e la vita con le sue vicissitudini. La loro saggezza è stata intessuta attraverso la sintonizzazione con l’universo e l’ascolto attento del linguaggio della Terra. Sanno meglio di noi, sposare il cielo con la terra, integrare vita e morte, conciliare lavoro e divertimento, fraternizzare l’essere umano con la natura. In questo senso sono altamente civilizzati sebbene la loro tecnologia sia molto raffinata, ma non contemporanea.

Intuitivamente, hanno capito la vocazione fondamentale del nostro effimero passaggio in questo mondo, che è catturare la maestosità dell’universo, assaporare la bellezza della Terra e togliere dall’anonimato quell’Essere che fa essere tutti gli esseri, chiamandolo con mille nomi Palop, Tupã, Ñmandu e altri. Tutto esiste per brillare. E l’essere umano esiste per ballare e festeggiare questo bagliore.

Questa saggezza ha bisogno di essere riscattata dalla nostra cultura secolarizzata e irrispettosa delle varie forme di vita. Senza di essa, difficilmente potremmo porre limiti al potere che potrebbe distruggere il nostro Pianeta vivo e ridente.

Attitudine di venerazione e rispetto.

Per i popoli indigeni, così come per alcuni contemporanei, come il compianto James Lovelock, l’ideatore della teoria della Terra come Gaia, tutto è vivo e tutto viene caricato di messaggi che devono essere decifrati. L’albero non è appena un albero. Lui comunica con i suoi profumi. Possiede braccia che sono i suoi rami, ha mille lingue che sono le sue foglie, unisce il Cielo con la Terra attraverso le sue radici e la sua chioma. Loro sono in grado, naturalmente, di cogliere il filo che collega e ricollega tutte le cose tra loro e con la Divinità. Quando ballano e bevono le bevande rituali, sperimentano un incontro con il Divino e con il mondo degli anziani e dei saggi che sono vivi dall’altra parte della vita. Per loro, l’invisibile fa parte del visibile. È importante imparare da loro questa lezione.

La libertà, l’essenza della vita indigena.

Attualmente la mancanza di libertà ci tormenta. La complessità della vita, la sofisticazione delle relazioni sociali generano sentimenti di prigionia e angoscia. I popoli indigeni ci danno testimonianza di una libertà incommensurabile. Ci basta la testimonianza dei grandi indigenisti, i fratelli Orlando e Cláudio Villas Boas: “L’indio è totalmente libero, senza bisogno di dare soddisfazione per le sue azioni a chiunque sia… Se una persona grida nel centro di São Paulo, una pattuglia della polizia potrebbe portarla in galera. Se un indio lancia un urlo tremendo in mezzo al villaggio, nessuno lo guarderà, né gli chiederà perché ha urlato. L’indio è un uomo libero». Questa libertà è talmente in mostra attraverso la straordinaria leadership Krenak e dai suoi scritti, Ailton Krenak.

La autorità, potere come servizio e spoliazione.

La libertà vissuta dai popoli indigeni conferisce un segno unico all’autorità dei loro capi. Questi non hanno mai potere di comando sugli altri. La loro funzione è di animazione e articolazione delle cose comuni, sempre nel rispetto del dono supremo della libertà individuale. Soprattutto, tra i Guarani si vive questo alto senso di autorità, il cui attributo essenziale è la generosità. Il capo deve dare tutto ciò che gli viene chiesto e non deve tenere nulla per sé. In alcune comunità indigene si può riconoscere il capo nella persona che indossa gli ornamenti più poveri, poiché il resto è stato tutto donato. Noi occidentali definiamo il potere nella sua forma autoritaria: “la capacità di conseguire che l’altro faccia quello che io voglio”. A causa di questa concezione, le società sono permanentemente dilaniate da conflitti di autorità.

Immaginiamo il seguente scenario: se il cristianesimo si fosse incarnato nella cultura sociale guarani e non in quella greco-romana, allora avremmo sacerdoti poveri, vescovi miserabili e il papa un vero mendicante. Ma il suo segno distintivo sarebbe la generosità e il servizio umile a tutti. Allora sì, potremmo essere testimoni di Colui che ha detto: “sono in mezzo a voi come uno che serve”. Gli indigeni avrebbero colto questo messaggio come connaturale alla loro cultura e, chissà, avrebbero aderito liberamente alla fede cristiana.

Come si vede, in tante cose, lo ripeto, gli indigeni possono essere nostri maestri e nostri medici, come si diceva dei poveri nella Chiesa primitiva.

*Ecoteologo ha scritto il Matrimonio fra il Cielo e la Terra.

Miti  dei indigeni brasiliani, Planeta, São Paulo 2022.

(traduzione in italiano di Gianni Alioti)

Riscaldamento globale e escalation degli armamenti mettono a rischio la vita sulla Terra

23/07/202

Seguitemi in questo pensiero: qualcuno sa dire dove stiamo andando? Né il Dalai Lama, né Papa Francesco, né alcuna autorità potranno dirlo. Nel frattempo abbiamo tre seri avvertimenti: uno di Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Fratelli tutti’ (2020): “Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno” (n.32). Un’altra, anche con la massima autorevolezza, la Carta della Terra del 2003: “L’umanità deve scegliere il suo futuro; la scelta è questa: o formare un’alleanza globale per prendersi cura della Terra e degli altri o rischiare la nostra distruzione e la diversità della vita” (Preambolo). Il terzo è arrivato dal segretario generale dell’ONU, António Guterres a metà luglio di quest’anno 2022 in una conferenza a Berlino sui cambiamenti climatici: “Non abbiamo scelta. Azione
collettiva o suicidio collettivo. È nelle nostre mani”. La maggior parte non si sente nella stessa barca, né coltiva la cura e nemmeno elabora azioni collettive.

Consideriamo alcuni fenomeni: il Brasile è permeato da un’ondata di odio, di menzogne ​​e di violenze contro una vasta gamma di persone, vilmente disprezzati e diffamati, un’ondata incoraggiata dal Presidente che elogia la tortura, le dittature e viola costantemente la Costituzione. Senza alcuna prova mette in dubbio la sicurezza del voto elettorale. Convoca tutti gli ambasciatori per parlare male delle nostre istituzioni giuridiche e fa capire che se non verrà rieletto, effettuerà un colpo di stato. Commette un crimine di lesa-patria, motivo per impugnare la sua candidatura. Né ci riferiamo alla fame e alla disoccupazione di milioni che imperversano nel paese.

La situazione ecologica mondiale non è meno preoccupante: in piena estate europea il clima ha raggiunto i 40 gradi o più. Ci sono incendi praticamente in tutti i paesi del mondo. Questi sono eventi estremi aggravati dal riscaldamento globale.
Nel nostro paese abbiamo assistito quest’anno a: grandi inondazioni nel sud di Bahia, nel nord di Minas, del Rio Tocantins e del Rio delle Amazzoni e tragiche frane a Petrópolis e Angra dos Reis, con numerose vittime e una prolungata siccità nel sud.

Ci sono 17 focolai di guerra nel mondo, il più visibile di tutti in Ucraina attaccata dalla Russia con un alto potere distruttivo. Gravissima è stata la decisione dei paesi occidentali, inglobati nella Nato che ha gli Usa come attore principale, quando hanno stabilito “un nuovo impegno strategico” per passare da un patto difensivo a un patto offensivo. Dichiara ipsis litteris la Russia come il nemico attuale, e più avanti la Cina. Non si tratta di un concorrente o un avversario, ma di un nemico che, dal punto di vista del giurista hitleriano Carl Schmitt, deve essere combattuto e distrutto, con ogni mezzo, compresi quelli militari e, al limite, quelli nucleari. Come ha evidenziato il riconosciuto economista Jeffrey Sachs, rafforzato da Noam Chomsky: se ciò accadesse, sarebbe la fine della specie. Questo significherebbe la grande tragedia.

Forse la minaccia più eminente viene dal suddetto riscaldamento globale accelerato. Con lo sforzo congiunto di tutti i paesi si dovrebbe limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius entro il 2030. Ora constatiamo che si è accelerato con il massiccio afflusso di metano dovuto allo scongelamento delle calotte polari e del parmafrost. Si è anticipato rispetto a quanto previsto per il 2027.
L’ultimo rapporto in tre volumi dell’IPCC pubblicato pochi mesi fa avvertiva che poteva arrivare molto prima. C’è il rischio, notato in precedenza dall’Accademia Nord-Americana delle Scienze, di un “salto brusco” che può innalzare il clima di 2,7 gradi Celsius o più. La conclusione a cui è giunto l’IPCC è “che gli impatti nel mondo costituiscono una minaccia per l’umanità”. La maggior parte degli organismi viventi non può adattarsi e finisce per scomparire. Allo stesso modo, moltitudini di esseri umani possono soffrire terribilmente e anche morire prima del tempo. Un evento del genere può verificarsi entro i prossimi 3-4 anni. Non sembra che analisti e pianificatori tengano conto di questa eventualità.

Quindi è chiaro che alcuni scienziati del clima siano tecnofatalisti e scettici. Affermano che con i miliardi di tonnellate di CO2 e altri gas serra già accumulati nell’atmosfera (rimangono circa 100 anni) non siamo in grado d’impedire il riscaldamento globale. Siamo arrivati ​​troppo tardi. Gli eventi estremi fatalmente arriveranno, sempre più frequenti e dannosi, devastando parti dei biomi terrestri e delle coste marine. Poiché disponiamo di scienza e tecnologia, possiamo solo mitigare gli effetti dannosi, ma non evitarli. Ecco una crisi del nostro tipo di civiltà.

A questo quadro drammatico si aggiunge il Sovraccarico della Terra: consumiamo più di quello che può offrirci, poiché abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza (1,7) per soddisfare le esigenze del consumo umano, soprattutto quello sontuoso delle classi opulente.
Di fronte a questo scenario innegabilmente drammatico, cosa pensare? Forse è arrivata la nostra ora di essere esclusi dalla faccia della Terra? Data la voracità del processo produttivista globalizzato che non conosce moderazione, ogni anno stanno scomparendo circa 100 mila specie di organismi viventi. Qui si adattano le parole dell’eminente naturalista francese Théodore Monod, da noi citato alcune volte: “siamo capaci di una condotta insensata e demenziale; d’ora in poi si può temere tutto, tutto, compreso l’annientamento del genere umano: sarebbe il giusto prezzo della nostra follia e della nostra crudeltà”. Questa opinione è condivisa da altre personalità importanti come Toynbee, Lovelock, Rees, Jacquard, Chomsky tra gli altri.

Non possiamo verificare come sarà il nostro futuro. Ma esso non potrà essere un’estensione del presente. La natura della logica capitalista non cambierà, altrimenti sarebbe obbligato a rinunciare di essere ciò che è e vuole: accumulare illimitatamente senza curarsi delle esternalità.
Come ha mostrato Hans Jonas nel suo libro The Responsibility Principle, il fattore paura e spavento può essere decisivo. Rendendosi conto che può scomparire, l’essere umano farà di tutto per sopravvivere, come le vecchie navi che, rischiando di affondare, gettavano fuori bordo tutto il loro carico. Ci sarebbero cambiamenti radicali soprattutto nei consumi frugali e solidali.
Esiste anche il principio dell’imponderabile e dell’imprevisto della meccanica quantistica. L’evoluzione non è lineare. Nei momenti di grande complessità e di grande caos, puoi fare un salto verso un nuovo ordine e raggiungere un altro equilibrio. Nel nostro caso non è impossibile. Ma sarà sicuramente fatto anche con il sacrificio di vite umane. Questo è il nostro dramma.Infine, c’è la speranza teologica, l’eredità giudaico-cristiana, che va intesa anche
come un’emergenza del processo evolutivo e non come qualcosa di esogeno. Essa afferma il principio della vita e del Dio vivo e donatore della vita che ha creato tutto per amore. Essa sarà in grado di creare le condizioni affinché gli esseri umani si convertano a un altro corso del loro destino e possano così salvarsi. Ma “chi lo sa”?
Sta a noi ‘o esperençar’ di Paulo Freire, cioè creare le condizioni per un’utopia praticabile, la speranza che l’insperato accadrà e che la vita sempre avrà un futuro ed è destinata a cambiare per continuare e continuare splendente.

Leonardo Boff há scritto Forse la Terra si salverà, Terra Santa,Roma 2022.

Traduzione di Gianni Alioti

Fonte: FarodiRoma 24/7/2022.

Stato del mondo: crisi di civiltà, dramma o tragedia?

                     Leonardo Boff

Seguitemi in questo pensiero: qualcuno sa dire dove stiamo andando? Né il Dalai Lama, né papa Francesco, né alcuna autorità potranno dirlo. Nel frattempo abbiamo tre seri avvertimenti: uno di papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Fratelli tutti’ (2020): «Siamo sulla stessa barca: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno» (n.32). Un’altra, anche con la massima autorevolezza, la Carta della Terra del 2003: “L’umanità deve scegliere il suo futuro; la scelta è questa: o formare un’alleanza globale per prendersi cura della Terra e degli altri o rischiare la nostra distruzione e la diversità della vita” (Preambolo). Il terzo è arrivato dal segretario generale dell’ONU, António Guterres a metà luglio di quest’anno 2022 in una conferenza a Berlino sui cambiamenti climatici: “Non abbiamo scelta. Azione collettiva o suicidio collettivo. È nelle nostre mani”. La maggior parte non si sente nella stessa barca, né coltiva la cura e nemmeno elabora azioni collettive.

Consideriamo alcuni fenomeni: il Brasile è permeato da un’ondata di odio, di menzogne ​​e di violenze contro una vasta gamma di persone, vilmente disprezzati e diffamati, un’ondata incoraggiata dal Presidente che elogia la tortura, le dittature e viola costantemente la Costituzione. Senza alcuna prova mette in dubbio la sicurezza del voto elettorale. Convoca tutti gli ambasciatori per parlare male delle nostre istituzioni giuridiche e fa capire che se non verrà rieletto, effettuerà un colpo di stato. Commette un crimine di lesa-patria, motivo per impugnare la sua candidatura. Né ci riferiamo alla fame e alla disoccupazione di milioni che imperversano nel paese.

La situazione ecologica mondiale non è meno preoccupante: in piena estate europea il clima ha raggiunto i 40 gradi o più. Ci sono incendi praticamente in tutti i paesi del mondo. Questi sono eventi estremi aggravati dal riscaldamento globale. Nel nostro paese abbiamo assistito quest’anno a: grandi inondazioni nel sud di Bahia, nel nord di Minas, del Rio Tocantins e del Rio delle Amazzoni e tragiche frane a Petrópolis e Angra dos Reis, con numerose vittime e una prolungata siccità nel sud.

Ci sono 17 focolai di guerra nel mondo, il più visibile di tutti in Ucraina attaccata dalla Russia con un alto potere distruttivo. Gravissima è stata la decisione dei paesi occidentali, inglobati nella Nato che ha gli Usa come attore principale, quando hanno stabilito “un nuovo impegno strategico” per passare da un patto difensivo a un patto offensivo. Dichiara ipsis litteris la Russia come il nemico attuale, e più avanti la Cina. Non si tratta di un concorrente o un avversario, ma di un nemico che, dal punto di vista del giurista hitleriano Carl Schmitt, deve essere combattuto e distrutto, con ogni mezzo, compresi quelli militari e, al limite, quelli nucleari. Come ha evidenziato il riconosciuto economista Jeffrey Sachs, rafforzato da Noam Chomsky: se ciò accadesse, sarebbe la fine della specie. Questo significherebbe la grande tragedia.

Forse la minaccia più eminente viene dal suddetto riscaldamento globale accelerato. Con lo sforzo congiunto di tutti i paesi si dovrebbe limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius entro il 2030. Ora constatiamo che si è accelerato con il massiccio afflusso di metano dovuto allo scongelamento delle calotte polari e del parmafrost. Si è anticipato rispetto a quanto previsto per il 2027. L’ultimo rapporto in tre volumi dell’IPCC pubblicato pochi mesi fa avvertiva che poteva arrivare molto prima. C’è il rischio, notato in precedenza dall’Accademia Nord-Americana delle Scienze, di un “salto brusco” che può innalzare il clima di 2,7 gradi Celsius o più. La conclusione a cui è giunto l’IPCC è “che gli impatti nel mondo costituiscono una minaccia per l’umanità”. La maggior parte degli organismi viventi non può adattarsi e finisce per scomparire. Allo stesso modo, moltitudini di esseri umani possono soffrire terribilmente e anche morire prima del tempo. Un evento del genere può verificarsi entro i prossimi 3-4 anni. Non sembra che analisti e pianificatori tengano conto di questa eventualità.

Quindi è chiaro che alcuni scienziati del clima siano tecnofatalisti e scettici. Affermano che con i miliardi di tonnellate di CO2 e altri gas serra già accumulati nell’atmosfera (rimangono circa 100 anni) non siamo in grado d’impedire il riscaldamento globale. Siamo arrivati ​​troppo tardi. Gli eventi estremi fatalmente arriveranno, sempre più frequenti e dannosi, devastando parti dei biomi terrestri e delle coste marine. Poiché disponiamo di scienza e tecnologia, possiamo solo mitigare gli effetti dannosi, ma non evitarli. Ecco una crisi del nostro tipo di civiltà.

A questo quadro drammatico si aggiunge il Sovraccarico della Terra: consumiamo più di quello che può offrirci, poiché abbiamo bisogno di più di una Terra e mezza (1,7) per soddisfare le esigenze del consumo umano, soprattutto quello sontuoso delle classi opulente.

Di fronte a questo scenario innegabilmente drammatico, cosa pensare? Forse è arrivata la nostra ora di essere esclusi dalla faccia della Terra? Data la voracità del processo produttivista globalizzato che non conosce moderazione, ogni anno stanno scomparendo circa 100 mila specie di organismi viventi. Qui si adattano le parole dell’eminente naturalista francese Théodore Monod, da noi citato alcune volte: siamo capaci di una condotta insensata e demenziale; d‘ora in poi si può temere tutto, tutto, compreso l’annientamento del genere umano: sarebbe il giusto prezzo della nostra follia e della nostra crudeltà”. Questa opinione è condivisa da altre personalità importanti come Toynbee, Lovelock, Rees, Jacquard, Chomsky tra gli altri.

Non possiamo verificare come sarà il nostro futuro. Ma esso non potrà essere un’estensione del presente. La natura della logica capitalista non cambierà, altrimenti sarebbe obbligato a rinunciare di essere ciò che è e vuole: accumulare illimitatamente senza curarsi delle esternalità.

Come ha mostrato Hans Jonas nel suo libro The Responsibility Principle, il fattore paura e spavento può essere decisivo. Rendendosi conto che può scomparire, l’essere umano farà di tutto per sopravvivere, come le vecchie navi che, rischiando di affondare, gettavano fuori bordo tutto il loro carico. Ci sarebbero cambiamenti radicali soprattutto nei consumi frugali e solidali.

Esiste anche il principio dell’imponderabile e dell’imprevisto della meccanica quantistica. L’evoluzione non è lineare. Nei momenti di grande complessità e di grande caos, puoi fare un salto verso un nuovo ordine e raggiungere un altro equilibrio. Nel nostro caso non è impossibile. Ma sarà sicuramente fatto anche con il sacrificio di vite umane. Questo è il nostro dramma.

Infine, c’è la speranza teologica, l’eredità giudaico-cristiana, che va intesa anche come un’emergenza del processo evolutivo e non come qualcosa di esogeno. Essa afferma il principio della vita e del Dio vivo e donatore della vita che ha creato tutto per amore. Essa sarà in grado di creare le condizioni affinché gli esseri umani si convertano a un altro corso del loro destino e possano così salvarsi. Ma “chi lo sa”? Sta a noi ‘o esperençar’ di Paulo Freire, cioè creare le condizioni per un’utopia praticabile, la speranza che l’insperato accadrà e che la vita sempre avrà un futuro ed è destinata a cambiare per continuare e continuare splendente.

Leonardo boff ha scritto Forse la Terra si salverà, Terra Santa, Roma 2022.

(Traduzione al portoghese per Gianni Alioti)

               “Una guerra mondiale a pezzi”.

                                   Leonardo Boff

Il 29 giugno 2022 si è svolto il Vertice di Madrid dei paesi che compongono l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) a cui gli USA appartengono come attore principale. In effetti, il rapporto tra questi paesi europei e gli USA è di umiliante subordinazione.

In questo Summit è stato stabilito un ‘Nuovo Impegno Strategico’ che, in un certo senso, va oltre i limiti geografici europei e copre tutto il mondo. Per rafforzare questa strategia globalista erano presenti anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. A Madrid si è dichiarato qualcosa di estremamente pericoloso e provocatorio su un’eventuale terza guerra mondiale. Si è riaffermata la Russia come il nemico diretto e la Cina come il nemico potenziale di domani. La Nato non è solo un’alleanza difensiva, è diventata offensiva.

Si è introdotta la categoria perversa del “nemico” che va affrontato e sconfitto. Questo ci riporta al giurista nazi-fascista di Hitler, Carl Schmitt (1888-1985). Nel suo «Il concetto del politico» pubblicato nel 1932 (in italiano in «Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica», Il Mulino, Bologna 2014) afferma: “l’essenza dell’esistenza politica di un popolo è la sua capacità di definire amico e nemico”. Definire il nemico, combatterlo, “trattarlo come brutto e cattivo, e sconfiggerlo”, questo stabilisce l’identità di un popolo.

Ancora una volta, l’Europa cade vittima del proprio paradigma di volontà di potenza e di potere come dominio sugli altri, compresa la natura e la vita. Questo paradigma ha significato che solo nel 20° secolo si facessero due grandi guerre con 100 milioni di vittime. Sembra che non abbia imparato nulla dalla storia, per non parlare della lezione che il Covid-19 sta duramente dando in quanto è caduto come un fulmine sul sistema e sui suoi mantra.

Si sa oggi che dietro la guerra che si svolge in Ucraina c’è una contrapposizione tra USA e Russia-Cina, nella prospettiva di chi assumerà il dominio geopolitico del mondo. Finora ha prevalso un mondo unipolare con il completo predominio degli USA nel corso della storia, nonostante le sconfitte subite in vari interventi militari, sempre brutali e distruttivi di antiche culture.

Il nostro maestro in geopolitica Luiz Alberto Moniz Bandeira (1935-2017) nel suo meticoloso libro «A desordem mundial:o espectro da total dominação» (Civilização Brasileira, Rio de Janeiro 2016) ha indicato chiaramente i tre mantra fondamentali del Pentagono e della politica estera nordamericana:

  • un mondo – un impero (USA);
  • full spectrum dominance: dominare l’intero spettro della realtà, in terra, nel mare e nell’aria, con circa 800 basi militari distribuite in tutto il mondo;
  • destabilizzare tutti i governi dei paesi che resistono o si oppongono a questa strategia.

Non più attraverso un colpo di stato con carri armati per strada, ma attraverso la diffamazione della politica, come il mondo degli sporchi e dei corrotti, la distruzione della reputazione dei leader politici e un’articolazione politico-mediatico-legale per rimuovere i capi di stato resistenti. In effetti è successo in Honduras, Bolivia e Brasile con il colpo di stato di questo tipo contro Dilma Rousseff nel 2016 e successivamente con l’ingiusta reclusione di Lula. Ora, il ‘Nuovo Impegno Strategico della Nato’ obbedisce a questo orientamento, imposto dagli USA, valido per tutti con il pretesto della sicurezza e della stabilità nel mondo.

Accade così che l’impero nordamericano sia alla deriva per quanto faccia appello al suo eccezionalismo e al “destino manifesto” secondo cui gli USA sarebbero il nuovo popolo di Dio che porterà democrazia, libertà e diritti alle nazioni (sempre inteso nel codice capitalista). Tuttavia, la Russia si è ripresa dall’erosione dell’impero sovietico, si è armata di potenti armi nucleari, di missili inattaccabili e si contende un forte spazio nel processo di globalizzazione. L’irruzione della Cina con nuovi progetti come la via della seta e come potenza economica così potente al punto di superare, tra poco, quella nordamericana. Allo stesso tempo, è emerso il Global South, un gruppo di paesi BRICS a cui partecipa il Brasile. In altre parole, non esiste più un mondo unipolare, ma multipolare.

Questo fatto esaspera l’arroganza dei nordamericani, in particolare dei suprematisti neocon che affermano che è necessario continuare la guerra in Ucraina per dissanguare e alla fine spazzare via la Russia e neutralizzare la Cina per affrontarla in una fase successiva. In questo modo – questa è la pretesa neo-con – si tornerebbe al mondo unipolare.

Ecco qui gli elementi che possono generare una terza guerra mondiale, che sarà suicida. Papa Francesco, nella sua chiara intuizione, ha più volte affermato che siamo già nella “terza guerra mondiale a pezzi”. Per questo afferma con tono quasi disperato (ma sempre personalmente fiducioso) che “siamo tutti sulla stessa barca; o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (Fratelli tutti n.32). Denuncia  spesso le stesse cose l’eminente intellettuale Noam Chomsky. Egli afferma con enfasi che ci sono abbastanza pazzi al Pentagono e in Russia che vogliono questa guerra, che può porre fine alla specie umana. È la ragione diventata irrazionale, impazzita e suicida.

In questo modo si rafforza il paradigma letale del dominus (signore e padrone) della modernità e l’alternativa del frater (fratello e sorella) proposta da papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti, ispirata all’uomo migliore d’Occidente, Francesco di Assisi, è indebolita. O tutti fraternizziamo gli uni con gli altri e con la natura o, nelle parole del segretario dell’ONU António Guterrez, “ci stiamo scavando la propria fossa”.

Perché è stata scelta la volontà di potenza e non la volontà di vivere dei pacifisti Albert Schweitzer, Leo Tolstoj e Mahatma Gandhi? Perché l’Europa, che ha prodotto tanti saggi e santi, ha scelto questa strada che può devastare l’intero pianeta fino a renderlo inabitabile? Ha accolto come guida il più pericoloso degli archetipi, secondo C.G.Jung, quello del potere, capace di autodistruggersi? Lascio aperta questa domanda che Martin Heidegger ha portato senza risposta nella tomba. Addolorato, ha lasciato scritto per essere pubblicato nell’aldilà: “Solo un Dio può salvarci”.

È in questo Dio vivente e fonte di vita che riponiamo la nostra speranza. Questo va oltre i limiti della scienza e della ragione strumentale-analitica. È il salto di fede che rappresenta anche una virtualità presente nel processo cosmogonico globale. L’alternativa a questa speranza è l’oscurità. Ma la luce ha più diritto delle tenebre. In questa luce noi crediamo e speriamo.

(Traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)