Preoccupazione per le vittime nella società e nella Chiesa

Stiamo vivendo uno strano paradosso a livello mondiale e nazionale. Da un lato assistiamo, come in nessun periodo storico precedente, a una crescente preoccupazione per le vittime di reati commessi personalmente o collettivamente. D’altra parte, vediamo una sfacciata indifferenza nei confronti delle vittime, sia per i crimini sopravvissuti di femminicidio, sia per i conflitti altamente letali e per i milioni di rifugiati e immigrati, che cercano di fuggire dalle guerre o dalla fame, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Specialmente questi ultimi sono i più rifiutati.

Nel 1985 l’ONU ha pubblicato la “Dichiarazione dei Principi Fondamentali di Giustizia relativi alle Vittime di Crimine e Abuso di Potere”. Questo è stato un passo decisivo in difesa delle vittime sempre dimenticate dalla giustizia nei regimi autoritari o nelle democrazie a bassa intensità, controllate dai potenti, i principali responsabili delle vittime.

Curiosamente in Brasile, la visione dei diritti umani riguardava prioritariamente la difesa degli autori dei crimini, quando la sua preoccupazione centrale è sempre stata la protezione della dignità di ogni persona umana, dei suoi diritti in tutte le sue dimensioni.

Sebbene vi sia, in generale, un deficit normativo in Brasile per quanto riguarda l’incoraggiamento dei diritti delle vittime, va notato che nel Diritto Penale Contemporaneo questa preoccupazione ha recentemente acquisito una certa importanza. Nel Codice di Procedura Penale sono state introdotte modifiche, determinando, quale requisito per la determinazione della condanna penale da parte del giudice, il risarcimento del danno per il reato commesso. Esso impone indennità e l’obbligo del condannato di risarcire la vittima.

Insomma, vale la pena sottolineare una certa svolta giuridica: prima la responsabilità civile era incentrata sul criminale, ora si rivolge alla vittima e al risarcimento del danno da lei subito: «da un debito di responsabilità si è evoluta in un credito risarcitorio».

Questa preoccupazione per le vittime ha avuto risonanza mondiale quando la Chiesa Cattolica (ma anche altre Chiese), dopo molte esitazioni, ha suscitato l’esigenza etica e morale di ascoltare le vittime e di risarcire i danni psicologici e spirituali causati. All’inizio non era così. Un decreto delle autorità del Vaticano imponeva, sotto pena canonica, di non denunciare i preti pedofili alle autorità civili.

Tutto era occultato all’interno del mondo ecclesiale. Si trasferiva il pedofilo in un’altra parrocchia o diocesi, senza rendersi conto che anche là continuavano gli abusi. Questa dipendenza ha colpito sacerdoti, vescovi e persino cardinali. Il silenzio (per niente ossequioso) era preteso per non demoralizzare l’istituzione della Chiesa Universale, per preservarne il buon nome, come custode della moralità e dei valori occidentali.

Questo ci riporta al fariseismo, così osteggiato dal Gesù storico, perché i farisei predicavano una cosa e vivevano un’altra, credendosi devoti (Lc 11,45-46). Questo fariseismo ha prevalso per lungo tempo all’interno della Chiesa Cattolica.

La versione prevalente delle autorità vaticane era moralistica: la pedofilia era giudicata come un peccato; bastava confessarlo e tutto era risolto, ma insabbiato. Doppio errore fatale: non era appena un peccato. Era un crimine orrendo e vergognoso. Il tribunale appropriato per processare un tale crimine non era il diritto canonico, ma la giustizia civile dello Stato. Così che sacerdoti, vescovi e persino cardinali hanno dovuto affrontare i tribunali civili, riconoscere il crimine e sottomettersi alla pena. Per altri, lo stesso Papa aveva anticipato, mandando un Cardinale pedofilo – in raccoglimento – in un convento per riscattarsi dai suoi crimini. Il secondo errore fatale: si considerava solo l’ecclesiastico pedofilo. Pochi pensavano alle vittime. Inizialmente, si trattava così il problema della pedofilia, anche all’interno della Curia Romana.

Era necessario che intervenissero i Papi, soprattutto Papa Francesco, per conferire centralità alle vittime di abusi sessuali. Lui si è incontrato con molti di loro. Più volte ha chiesto perdono a nome di tutta la Chiesa per i crimini commessi. Ci sono state diocesi negli Stati Uniti che sono quasi fallite economicamente a causa dei risarcimenti che hanno dovuto pagare alle vittime, imposte dai tribunali civili.

Praticamente in tutti i paesi e diocesi i chierici pedofili sono stati attaccati, alcuni in modo drammatico, come in Cile, portando alle dimissioni di gran parte dell’episcopato. Non meno drammatica fu l’inchiesta in Germania, che coinvolse papa Benedetto XVI, all’epoca in cui era cardinale-arcivescovo di Monaco. Ha dovuto ammettere davanti a un tribunale civile di essere stato indulgente nei confronti di un prete pedofilo, trasferendolo semplicemente in un’altra parrocchia.

La cosa grave degli abusi sessuali da parte del clero è la profonda scissione che crea nelle menti delle vittime. Per sua natura, un ecclesiastico è circondato dal rispetto per essere un portatore del sacro e visto, forse, come un rappresentante di Dio. Attraverso l’abuso criminale, si spezza spiritualmente il cammino della vittima verso Dio. Come può pensare e amare un Dio, il cui rappresentante commette questi crimini? Questo danno spirituale, oltre a quello psicologico, è poco evidenziato nelle analisi che sono state effettuate e ancora si fanno.

Sono milioni e milioni di persone in tutto il mondo, le vittime di discriminazione, disprezzo, odio e persino morte a causa del colore della loro pelle, perché hanno un credo o un’ideologia politica diversa, un’altra opzione sessuale o semplicemente perché sono poveri. Sappiamo che sono stati i paesi europei, cristianizzati, a fare più vittime, con l’Inquisizione, con guerre di 100 milioni di morti. Erano loro che commerciavano con persone sradicate dall’Africa e vendute come schiave nelle Americhe e altrove. Loro, a ferro e fuoco, hanno introdotto il colonialismo, il capitalismo predatore, l’uso sistematico della violenza per imporre al mondo i loro cosiddetti valori cristiani.

Dal giusto Abele fino all’ultimo eletto, fino al giudizio finale le vittime avranno il diritto di gridare contro le ingiustizie che sono state loro inflitte. Nel linguaggio di una vittima indigena del XVI secolo, riferendosi ai brutali colonizzatori: “loro erano l’anticristo sulla terra, la tigre dei popoli, il vampiro dell’indigeno”. Verrà un giorno in cui tutta la verità verrà alla luce, nonostante nel tempo presente, secondo le parole di San Paolo “la verità è prigioniera dell’ingiustizia” (Romani 1:18). Ma la verità e non la violenza che fa vittime, scriverà l’ultima parola nel libro della storia.

(traduzione dal portoghese di Gianni Alioti)

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